Dizionario delle cose perdute (o di quelle dimenticabili)

Ricordare gli Sbullonati nel precedente post mi ha fatto ripensare a quante cose, personaggi o situazioni, con le quali ho avuto a che fare siano finite sepolte dal tempo.

La lista sarebbe lunga e non è detto che questo post non abbia un seguito con successive integrazioni.

Al primo posto c’è, leader indiscusso, ovviamente lui:

Il telefono in bachelite nera.
I miei nonni ne hanno uno, che ha funzionato egregiamente per decenni, prima di diventare un soprammobile causa rottura del microfono interno. È stato l’oggetto che ha contrassegnato la mia infanzia e anche oltre. Dato che a casa mia, non ho mai ben capito per quale dettame religioso o politico, non abbiamo mai avuto il telefono, per telefonare andavo nell’appartamento di fianco dai nonni. Una volta su due la ghiera girevole mi fregava e dovevo ricominciare da capo perché avevo sbagliato il numero.

Quando ricevevo una telefonata mio nonno rispondeva e poi mi convocava; nel corso degli anni ha usato varie tecniche:
– Il postino: bussava due volte alla mia porta per avvertirmi che mi cercavano
– L’urlofono:  senza spostarsi da vicino al telefono (per la gioia di chi era all’altro capo), gridava il mio nome
– Il postino nascosto: dopo la fase urlata tornò alla bussata, questa volta però sulla parete divisoria in comune tra il suo soggiorno e la mia camera.

Ricordo un’altra cosa di quel telefono: era un intrappola-alito. Dall’interno della cornetta percepivi l’aroma di quel che avevi mangiato prima dell’ultima telefonata.

Il mio barbiere.
Don Vicienzo: dagli 8 ai 13 anni sono andato sempre da lui, un vecchio amico di mio nonno. Più che andare direi che mi ci portavano. Esercitava la professione da 50 anni, il suo salone era arredato come 50 anni prima e i tagli di capelli, per coerenza, erano rimasti a 50 anni prima. È andato in pensione verso la fine degli anni ’90 e qualche anno dopo, purtroppo, è venuto a mancare.

Era nemico della modernità: nel suo salone macchinette elettriche per capelli non sono mai entrate. Fino a quando non ha ceduto l’attività, ha sempre avuto una come questa
che io chiamavo la tosacani.

Diamoci un taglio.
A inizio anni ’90, in piena ascesa calcistica di Roberto Baggio, ho sfoggiato per un bel po’ un codino dietro la nuca. Non eccessivamente lungo. Finché un giorno dissi a mia madre di tagliarlo, così, perché mi ero stufato. 1997, Ronaldo era il più forte calciatore al mondo e io mi feci rapare i capelli a zero. A essere sincero il personaggio mi era alquanto antipatico, lo vidi e dissi vah proviamo questo taglio, alla peggio non sarò comunque mai brutto come lui.
Alcune persone mi guardavano come se fossi un poco di buono.
Il mio vicino di casa, individuo che si contraddistingue per la sua intelligenza sopraffina, credo che pensò che io avessi una brutta malattia. E non lo racconto per ridere perché non c’è da ironizzare, però ripensando a lui ancora mi viene un punto interrogativo in testa:
– Il figlio del vicino mi vede passare e mi fa: “Gintoki, ti sei tagliato i capelli?”
– Sì
Il padre si avvicina al figlio e con la mano lo porta via dicendo sottovoce: “Dai vieni XX. Non fare queste domande”

Lo zaino Invicta.
Lo zaino Invicta dominava le spalle degli studenti. O meglio, se la giocava con la Seven. Il mio primo (e unico) zaino dell’Invicta lo ebbi verso la fine della quarta elementare e mi ha accompagnato sino ai primi anni del liceo, quando ha iniziato a scolorire, scucirsi, con i ganci di plastica che stavano andando in pezzi. Non lo gettai ma lo riutilizzai per lungo tempo come zaino per la roba del calcetto. In ogni caso è durato tantissimo, contrariamente a uno zainetto della marca della Vittoria che è durato un paio d’anni prima che si aprisse letteralmente in due e uno zaino venduto nello store della mia Università che dopo pochi anni si era consumato peggio di un jeans trattato con la pomice.

Sabatino.
Il mio Invicta lo comprai da Sabatino, proprietario di una cartoleria non lontana da casa mia. In un piccolo negozietto aveva sempre di tutto ed era gentilissimo e simpatico. Quando non c’era, lasciava l’anziana madre a gestire il negozio. La poverina era servizievole ma un po’ confusa e quando le chiedevi una matita HB lei ti dava una penna, quando chiedevi un quaderno a righe te ne dava uno a quadretti e quando chiedevi matita, penna e quaderno una delle tre cose la dimenticava.

Sabatino cedette l’attività ad altri, che durarono poco perché non la gestivano bene. Ora da una decina d’anni o forse più al posto della cartoleria c’è un negozio che vende profumi e detersivi.

E voi? Avete delle cose perdute (o dimenticabili)?

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Non state a guardare il pelo nell’uomo

Ho da poco realizzato di aver evitato un bel pericolo: di recente ho letto che Bologna sarebbe la città più hipster d’Italia. La notizia in realtà è vecchiotta, ma è tornata in voga ultimamente.

E cosa c’entro io con Bologna? E con gli hipster a maggior ragione?

Il fatto è questo: durante l’anno oramai trascorso, meditavo, per questo 2015, di trasferirmi proprio nella città delle torri e dei porticati. Poi, per ragioni non dipendenti da me, questa cosa non si è più potuta realizzare. Ne ero rammaricato, anche perché essendo io uno che detesta gli ombrelli, abitare in una città dove puoi sovente camminare al coperto anche quando diluvia è il mio sogno. Dopo aver letto la notizia che ho citato sopra, mi sento invece sollevato del rischio scampato.

In compenso, a meno di stravolgimenti di percorso, per il prossimo mese dovrei trasferirmi a Roma. E ciò mi dà da pensare. Se il mio rassicurante e quadrettoso aspetto a Bologna poteva generare equivoci e farmi scambiare per un tipico giuovine di quelle zone, a Roma mi chiedo quale possa essere la reazione degli autoctoni nei miei confronti.

L’idea che ho di Roma è quella di una città in cui mi sentirei continuamente fuori posto.

Che è un po’ la sensazione che ho pure a casa mia, quindi forse il problema non va ricollegato al posto in sé ma a me stesso.

La mia sensazione di disagio nei confronti del resto del Mondo si accresce da quando, verso fine dicembre, ho iniziato a lasciar crescere il baffo e ho notato che non vien su come vorrei.

Con il baffo non ho mai avuto un buon rapporto. Una volta a vent’anni mi feci un paio di baffetti stile D’Artagnan, ma non mi conferirono un aspetto più guascone. Il che forse fu un bene, perché oggigiorno si conferisce all’aggettivo guascone una connotazione se vogliamo positiva, nel senso di individuo dotato di giovanile esuberanza e sfrontatezza, ma in realtà il termine, in origine, identificava un individuo smargiasso e vanaglorioso, quindi decisi di togliere il baffetto per non correre il rischio di incappare in un esperto di etimologia che mi qualificasse con simili epiteti negativi.

Ora, con mio sommo dispiacere, mentre sono alle prese con questo tentativo di ricrescita pilifera noto che il baffo non cresce bello folto come la barba sottostante, barba che tengo appiattita perché altrimenti comincerebbe ad assumere un aspetto alquanto marxiano e dato che già mi sento un alienato, di fare il marxiano non ho alcuna intenzione.

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Questa foto NON è passata attraverso Instagram

Questo post avrebbe dovuto intitolarsi diversamente, e cioè: Abbandonare bicchieri di vetro per terra per dar modo alle hipster di fotografarli e condividerli su Instagram, solo che poi mi è venuto in mente di parlare d’altro e mentre guardavo annunci immobiliari ho pensato di far quadrare il cerchio e unire due argomenti diversi.