Non è che il boscaiolo sia un tipo depresso perché ha dei momenti di abbattimento

Approfittando della festività e della bella giornata, mercoledì sono tornato a passeggiare nel bosco dopo la disavventura con la cacciatora che avevo incontrato proprio da queste parti e che, molto scortese, se ne era andata da casa mia senza assaggiare la mia ricetta.

Mentre cercavo del muschio angioino per decorare il mio presepe napoletano, mi sono imbattuto in una boscaiola intenta ad affettare alberi.

Stavo per girare i tacchi e andarmene ma mentre retrocedevo ho pestato un rametto che ha fatto “crack”. E ho urtato un cacciatore bergamasco – non so cosa facesse da quelle parti – che ha sparato un colpo a vuoto che con suo sommo disappunto ha fatto scappare uno stormo di cinghiali starnazzanti cui stava puntando (si veda foto allegata); se ne è quindi andato via urlando cose indecifrabili ma di sicuro poco carine verso i miei antenati. Anche il suo cane credo mi stesse latrando contro qualche bestemmia.

Nonostante tutto questo casino, l’udito sensibile della boscaiola ha avvertito il suono del rametto spezzato, accorgendosi della mia presenza. Formidabile.

– Salve!
ha esclamato cordiale la boscaiola dopo avermi visto.
– Salve!
ho risposto cordiale dopo averla vista.

Come ogni boscaiola che si rispetti, indossava una camicia a quadri. Ho riconosciuto dei Monet e dei Renoir. Impressionante.

Era di fisico esile ma con invece due braccia enormi che sembravano le cosce di un rugbista. E su un braccio infatti aveva tatuata la bandiera neozelandese e la scritta GO ALL BLACKS mentre sull’altro c’era una vistosa impronta dei tacchetti di uno scarpino da gioco. Non ho fatto domande.

L’altra cosa che mi ha colpito in lei era il suo evidente zoccolo di cammello. Notando che lo fissavo, lei ha detto:

– È il mio portafortuna. C’è chi porta una zampa di coniglio, io ho uno zoccolo di cammello.

Mi è parso sensato. Ho fatto un po’ conversazione con lei, che mi ha raccontato di essere una terrapiattista e di abbattere alberi per liberare l’orizzonte in modo che così si possa vedere in modo evidente che la Terra è piatta. Inoltre, senza alberi non c’è niente da incendiare, con somma delusione per i criminali che appiccano incendi e notevole risparmio di risorse per combatterli. Una lodevole iniziativa, senza dubbio.

Me ne sarei andato via per conto mio ma lei si è autoinvitata a casa. Me l’ha chiesto in modo così gentile, avvicinando con delicatezza la sua ascia alla mia testa, che non ho potuto dir di no.


È assurdo che uno passi tutta la vita cercando di farsi accettare e poi alla fine si tira indietro al momento dell’accettazione.


Dato che le mie possibilità manducatorie sono sempre limitate, come al solito mi sono trovato a dover improvvisare un piatto con un po’ di fantasia. Ecco quindi la ricetta delle penne che ho servito alla boscaiola.

Ricetta penne alla boscaiola
Ingredienti: 
1 boscaiola, 1 penne (biro o a sfera a piacere), vari funghi porcili, vari chiodini non arrugginiti (se graditi), 1 trattoria lercia, 1 burro sensibile, 1 cipolla, 1 scalogna, 1 sfiga,  1 sale, 1 qualcosa di sadomaso, 1 acqua che bolle, 1 paura, 1 formaggio, 1 vino sfumato

1) Innanzitutto servirebbero dei funghi, freschi e puliti. Ma nella mia versione rivisitata ho usato quelli che avevo, sozzi e puzzolenti: erano dei funghi porcili. Prima che finiscano di andare a male, tagliuzzateli con rapidità: affrettateli. Per rendere la ricetta più gustosa, ho aggiunto anche dei chiodini che avevo in casa. È bastato pulire lo strato di ruggine superficiale e scartare quelli storti.

2) Preparate un trito di cipolla e scalogna. Io ho usato una punta di sfiga per insaporire meglio con quel suo retrogusto un po’ amaro.

3) In un tegame, fate sciogliere il burro con qualche parolina dolce. Non esagerate sennò si monta a neve.

4) Versate nel burro il trito.

5) Anche per questa ricetta per renderla più saporita servirebbe un po’ di pancetta. Ho cenato quindi per una settimana tutte le sere nella trattoria di Giggino l’Untone e ne ho messa su un bel po’.

6) Unite i funghi affrettati e i chiodini.

7) Salate. Aggiungete anche un po’ di pepe al tutto con qualche giochino erotico.

8) Servirebbe aggiungere del vino agli ingredienti nel tegame: io pensavo di averlo in casa ma non era così. L’effetto finale comunque l’ho raggiunto: il vino infatti è sfumato.

9) A parte preparate le penne calandole in una acqua che bolle quanto basta. Prima di calarle, assicuratevi di togliere dalle penne l’inchiostro. Potrete conservarlo e utilizzarlo la prossima volta per uno squisito risotto al nero di seppia fatto con nero di penna.

10) Quando la penna è ardente potete scolare. Versate le penne scolate nel tegame con il resto. Fate saltare dalla paura il tutto.

11) Impiattate fino a che non vi dicono “stop”: la quantità giusta è infatti Quando “basta”. Se volete, grattate il formaggio: se fa le fusa è ok.

Come vino di accompagnamento – per chi ce l’ha – suggerirei del bianco timido: con un complimento diventa rosso, per chi lo preferisce così.

Purtroppo anche la boscaiola si è stufata di attendere ed è andata via prima di gustare il mio piatto. Le donne di oggi veramente non sanno proprio più cosa sia la pazienza. Dopo avermi mostrato da vicino il suo zoccolo di cammello, anche costei ha preteso del sesso fatto in casa da me per poi congedarsi.

Un bellissimo zoccolo, va detto


Nessun cammello è stato realmente utilizzato per le finalità sessuali descritte in questo post.

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Non è che il direttore di H&M sia un Capo d’abbigliamento

Quando salì in macchina notai che aveva delle scarpe aperte. Sei sicura? Guarda che il cielo minaccia diluvio, dissi.

Tornò dentro a cambiare le scarpe.
Trascorsero venti minuti neanche buoni ma un po’ indisciplinati. Pensai che avesse avuto un incidente domestico. Poi finalmente uscì: si era cambiata dalla testa ai piedi. Non ebbi la prontezza di riflessi di mettere in moto e fuggire a quella vista.

– Scusa non dovevi cambiare solo le scarpe?
– Dovevo mettere qualcosa che si abbinasse, no?
– Ma sono delle normali scarpe da ginnastica bianche!
– E allora?

E lì io dovetti realizzare, per l’ennesima volta, di non sapere nulla di ciò di cui stesse parlando e di non capirne affatto.

Se il vestire è una affermazione del sé, io sono la negazione ambulante. Il concetto di abbinamento è lontano da me e tento di impararne le basi, seppur con difficoltà perché spesso indosso cose a caso semplicemente perché singolarmente mi piacciono.

Una volta uscii con: maglia a righe orizzontali, camicia a quadri e sciarpa a righe ondulate: c’è mancato poco che mi scambiassero per un quadro di Kandinskij.

A distanza di anni poi non ho ancora imparato ad arrotolare le maniche della camicia: comincio bene e poi non so dove io mi perda e rovini il risultato. A seconda del mio errore possono venir fuori tre tipi di “arrotolatura”:

– Il lavapiatti: tipico di chi deve infilare le mani nell’acqua e tira su le maniche in fretta e furia senza badar al risultato;
– Il picchiatore: lo stile dell’uomo d’azione, che ci tiene alla praticità e arrotola le maniche fin sopra il gomito per avere libertà di movimento nel colpire l’avversario;
– Il donatore di sangue: i risvolti della manica creano una compressione sull’avambraccio che blocca la circolazione, creando un ristagno di sangue utile per essere immediatamente prelevato.

Viste le mie difficoltà nel vestire e la mia incapacità di migliorarmi dovrei cercare di peggiorare gli altri per portarli al mio livello. O quantomeno evitare che si ripetano episodi di attese – come questo che ho raccontato risalente a qualche tempo fa – per cambi improvvisi di calzatura.

Non è che io ammiri così tanto il tuo coraggio da fare sogni eroici su di te

Questa notte ho fatto un sogno erotico con protagonista CR.

Ci trovavamo in un ambiente dai contorni sfumati, un corridoio deserto dai colori legno pastello mangiucchiato – da piccolo amavo assaggiare quelli a cera – illuminato da luci alogene tonde, di quelle che sembrano anche costose: infatti erano da incasso.

C’era un bancone appoggiato alla parete, stile reception di albergo due stelle.
Dietro di esso, noi due ci apprestavamo a consumar il piacer carnale (ma era disponibile anche quello vegan).

La prima stranezza era che i vestiti semplicemente le svanivano addosso. Bastava toccarla e si ritrovava denudata.


Come un vecchio spot Wampum che, tra l’altro, non ricordavo fosse così pornografico. E dire che andava in onda in fascia protetta (anche se questo era più pro-culo).


La seconda, era che il suo clitoride si spostava. A un certo punto le era finito sul petto.

La terza, quella più clamorosa (addirittura più di un clitoride itinerante), era che all’improvviso è apparso un indiano – indiano d’India – nudo. Era visibile soltanto dal busto in su, cioè io sapevo che fosse interamente nudo, ma lo vedevo soltanto a mezzo busto.

Costui, quando mi sono girato a guardarlo, ha esclamato:
Non ti preoccupare, faccio fattura.

E poi si è avvicinato a intrattenere la CR. Io me ne sono andato, con una sensazione tra il perplesso e il convinto che fosse tutto nella norma.
Lì il sogno è finito.

Questa mattina sono andato in ufficio con un po’ di imbarazzo addosso. È difficile guardare una persona con cui hai avuto una relazione, seppur onirica e surreale quanto un video dei Radiohead, la notte precedente.

Lei ha poi contribuito ad accrescere il mio disagio.

Dopo una pausa sigaretta, è tornata con in mano un bicchiere XL di Coca Cola da una nota catena fast food. Non quella col pagliaccio, quella monarchica.

Sì però è light!, ha esclamato in risposta al mio sguardo inquisitorio.


Ho avversione per alcune categorie di prodotti industriali di largo consumo – come bibite, snack – che non apportano alcun beneficio all’organismo.


Detto da un fumatore di sigari e abituale consumatore di alcolici può sembrar fuori luogo e vagamente ipocrita e, in effetti, lo è.


Sappi che sono offeso, ho detto. Lunedì, quando per pranzo mi sono portato i cannelloni che mi ero cucinato domenica e ti ho chiesto di assaggiare, hai detto “No, sono a dieta“. E ora ti bevi mezzo litro di Coca Cola.
Ma no, aspetta. Ti spiego. Non è che non lo voglio il tuo cannellone!
Eh?
È che se poi lo provo, voglio prenderlo tutto!
Ah. Buongustaia…
Lo so, sono golosona. Se voglio una cosa non mi trattengo.

Dato che Malizia è sotto le ascelle di chi se lo spruzza, ho pensato di cambiar discorso e ho disperatamente cercato qualche argomento che non aprisse nella mia mente finestre su doppi e tripli sensi.

Ho preso sottomano un giornalino pubblicitario di una catena di abbigliamento, sul quale avevo notato in vendita una camicia a quadri.

Allora, ieri mi dicevi che nel week end fanno gli sconti?
Sì, venerdì e sabato. Dammi qua.
E sfoglia il cartaceo. Poi fa, mostrandomi una pagina su cui troneggiava una modella-trampoliera
Guarda questo vestito, se lo può mettere solo una che ha un metro e mezzo di gamba. E che non ha tette, perché qua sul davanti sennò il vestito fa effetto tenda da circo.
Eh già…
Ad esempio mia sorella non potrebbe mai. Pensa che l’altro giorno ho visto un video che mostrava tutti i problemi che hanno le ragazze con le tette grandi. Mia sorella li ha vissuti tutti!
Ah…Intanto mi colava il sudore dalla fronte.
Anni fa volle imparare a suonare la chitarra. Quando la imbracciava non sapeva come metterla perché le tette la intralciavano!
Eh bel casino…
E poi l’Ingrugnito mi sfotte sempre dicendo che gli è capitata la sorella sbagliata, perché ho poco seno. E pigliati mia sorella se vuoi una tettona, allora!
– …


Tale sorella, che ovviamente non è solo tette e distintivo, fu da me ribattezzata a suo tempo LSD, La Sorella Demoniaca, perché le due sorelle accanto sembrano  diavolo e acqua santa.
Dal viso, tondo e fumettoso, ricorda Lamù, cosa che si ricollega anch’essa al soprannome, in quanto la popolare aliena del manga e dell’anime è di razza Oni, che nel folklore giapponese sono appunto creature demoniache.


Dopo, è suonato il telefono.

Buongiorno, sono Tizio: vi ho mandato una mail con la mia fattura, l’avete ricevuta?


Ok non era indiano, ma sarebbe stato divertente (o inquietante) se lo fosse stato.


Visto che sono stati citati, il singolo appena uscito:


 

Non è che una camicia a scacchi sia da matti

Solo un aggiornamento perché ormai diventerà a breve di dominio pubblico il vero motivo per il quale io mi sono trasferito a Budapest!

Ungheria, camicia a scacchi nuovo simbolo di opposizione

Università, deputati contro politica educativa di Orban

(ANSA) – BUDAPEST – Nell’ambito del dibattito pubblico contro un sistema educativo troppo centralizzato e gli stipendi bassi, l’opposizione ungherese sembra aver trovato un nuovo simbolo comune nella camicia a scacchi. Secondo quanto riportato dal portale Hungary Today, in seguito alla battuta dell’ex sottosegretario per l’alta educazione, István Klinghammer, contro i “docenti non rasati, trasandati che camminano in giro con le loro camicie a quadretti”, centinaia di insegnanti e studenti ungheresi si sono presentati vestiti così in segno di solidarietà con i protestanti.

Nei scorsi giorni su Facebook sono apparse numerose foto di intere classi in camicia a scacchi, mentre i rappresentanti di due partiti di opposizione, i socialisti MSZP e i nazionalisti radicali Jobbik, si sono presentati in aula indossando lo stesso vestiario. (ANSA).

Fonte: ANSA

Foto: Eàst Journal


Si scherza ma è una questione più seria che va oltre la infelice battuta, usata poi come spunto per una protesta originale.


 

Turisti per caos

Per il secondo anno consecutivo ho trascorso una breve vacanza nell’ubertosa provincia senese. Mi piacerebbe raccontare delle bellezze turistiche e gastronomiche del territorio, ma su questo blog si fanno solo trip mentali e non tripadvisor.

Vorrei porre l’accento (acuto e anche un po’ grave ma non circonflesso) su discutibili comportamenti dei turisti in vacanza.

A Chiusi, ad esempio, per il secondo anno consecutivo ho visitato il labirinto di Porsenna (su richiesta, non perché m’aspettassi che da un anno all’altro fosse cambiato!). Durante la visita alla cisterna romana la guida ha spiegato che la muratura era stata fatta con cocci impastati, indicando proprio un visibile pezzo di terracotta nella parete: un turista tedesco nel gruppetto ha pensato bene con le dita di verificarne la tenuta, tentando di staccarne un pezzo dal muro. L’imbarazzo della giovane guida – un liceale volontario, perché il labirinto è gestito dalla cittadinanza – era così tangibile che ho temuto che il tedesco volesse provare a tastare anche quello.


DIDASCALIA ARCHEOLOGICA
Quello che chiamano labirinto non è altro che il sistema idrico della città, di fabbricazione etrusca. Quando scavarono nel sottosuolo e trovarono questi cunicoli, pensarono bene, rimembrando la leggenda di Porsenna e del labirinto e del mausoleo, di dire “Ah! Ma questo deve essere il labirinto di Porsenna!”. Un po’ come Colombo che arrivò nelle Americhe convinto di essere nelle Indie esclamando “Ah! Eccoci nelle Indie! E quelli che ci vengono incontro ignari del loro futuro tra conquistadores, gesuiti e anche euclidei vestiti come dei bonzi, devono essere degli indiani!”.


Sono poi stato a Monteriggioni, in uno dei giorni direi di massima calura, ma sono incerto nel dirlo perché ogni giorno è il più caldo degli ultimi 150 anni, quindi, riscrivendo, sono stato a Monteriggioni in uno dei giorni che in quel momento si riteneva il più caldo degli ultimi 150 anni.

Monteriggioni mi ricorda un pueblo messicano dei western americani: pietra, paesaggio stepposo e niente ombra.

Quindi per rinfrescare la giornata, una turista nordica (credo anglosassone) ha pensato di far urinare la bimba all’ingresso della città sulle mura della porta medioevale. Da notare che 10 metri più avanti c’è la piazza del paese con i bar, oppure più lateralmente c’erano degli spiazzi erbosi. Ma forse la bimba ci teneva a farla lì, così la mamma le ha alzato il vestito, l’ha sollevata e tenendola come una manichetta l’ha spruzzata contro le mura.


DIDASCALIA STORICO-ANTROPOLOGICA
In fondo nel Medioevo però le mura avranno visto di peggio, e la gente svuotava i propri pitali dalla finestra, rischiando di colpire ignari passanti.


Si dice che quella dei bimbi sia santa, ma non ne capisco il motivo. E perché quella dei bimbi dovrebbe essere più santa di quella di Sasha Grey? Se Sasha Grey volesse urinare contro delle mura qualcuno le direbbe “Ah, lei non può: non è santa”?

“Non sarò santa ma me ne intendo di gesuiti


DIDASCALIA SUL RINNOVAMENTO DELLA COMICITÀ SCONTATA
La battuta sottointesa nella didascalia dell’immagine è scontata (del resto siamo in periodo di saldi), quindi ho pensato che sarebbe più divertente la battuta scontata ma scritta male, cambiandone un elemento. Del tipo: Un uomo entra in un caffè. E ordina un Campari.
Dato che l’originale è una battuta arcinota, tutti rammenteranno a cosa ci si sta riferendo, ma l’inserimento dell’elemento estraneo a sorpresa spiazzerà l’interlocutore, che non potrà più dire di aver udito una battuta scontata.
Ancora: un bambino cade, si sbuccia un ginocchio e si mette un cerotto.
Cosa fa un maiale che cade dal quinto piano? Muore.


Infine, a Montepulciano, un’altra turista sempre nordica (forse anglo, forse sassone, forse della Sassonia o chi lo sa), dopo aver svampato la sua bella sigarettina, ha gettato la cicca in mezzo la strada.

A me la cosa di gettar le cicche per strada ha sempre dato fastidio, ma purtroppo almeno dalle mie parti lo fanno tutti. All’estero però ti guardan male se lo fai, che sia in una strada normale che tra le vie di un borgo. E allora, borgo gane, ghe non si gettino cicche per terra!


DIDASCALIA CULTURALE NIPPONICA
In Giappone credo ci sia l’arresto immediato per aver buttato la cicca per terra. L’ho raccontato nel mio breve resoconto nella terra del Sol Levante, ma ora vallo a ripescare il post, quindi lo riscrivo: in Giappone addirittura se fumi (all’aperto) fuori dalle aree dove è espressamente previsto poter fumare (con tanto di bidoncino per cenere e cicche), appare un agente all’improvviso da non si sa dove (forse nascosto in una sfera Poké) che ti fa la mossa Mara Maionchi per dirti che è vietato.

A differenza di Mara Maionchi, dopo averlo fatto si scuserà per il disturbo che ti ha arrecato e si inchinerà con deferenza e rispetto.


Tra le discutibili abitudini del turista c’è quella di fare foto astruse o ridicole, come ad esempio reggere la torre di Pisa. Confesso che neanche io sono immune alla cosa, però mi scelgo obiettivi originali.

Ditemi se mai qualcuno, incontrando un ippogrifo, ha pensato di cimentarsi nel “Fulmine di Pegasus” (nella sua versione originale, “Pegasus Ryu Sei Ken”)!

Notare anche la mia somiglianza nella mimica del viso, mi mancava soltanto l’armatura (per quanto stilosa, una camicia a quadri non può sostituire delle vestigia cavalleresche, purtroppo).

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DIDASCALIA TOPOGRAFICA
Se volete incontrare l’Ippogrifo della foto e cimentarvi nel Fulmine di Pegasus (si potrebbe dar vita a un contest fotografico!), lo troverete a Castelnuovo Berardenga.


Sono stato a quadri prima di te, però ora diamoci un taglio

Salve, sono il Gintoki di Carnevale, difatti in questi giorni sono vestito da gatto con gli stivali. Forse vi ricorderete di me per post come Nel martedì grasso per me solo magre figure.

In quell’articolo, rievocando alcuni miei travestimenti passati, ne ho citato uno: quello da cowboy. Pur ricordandolo come uno dei meglio riusciti, ero stato abbastanza severo nel giudicarlo. Quale è stata la mia sorpresa, facendo ordine nella libreria, nel ritrovare la foto riferita proprio a quel costume. Le foto degli altri Carnevale non so dove siano e non mi interessa, penso che se mai le ritrovassi le distruggerei per non lasciare in giro materiale che mi renda ricattabile.

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Se escludiamo il jeans a vita altissima ascellare (anche i cowboy avranno avuto i loro anni ’80) era in effetti proprio un bel travestimento.

Più che altro mi interrogo sul perché mai io avessi un taglio di capelli come il bambino di Simpatiche canaglie

Il cancello rosso a casa non c’è più, sostituito perché stava cadendo. E non a pezzi, stava proprio rischiando di cadere, si reggeva col fil di ferro.

Non c’è più neanche la siepe di abeti che si intravede nel giardino del vicino. Per anni, ogni dicembre, mio padre la sera ne tagliuzzava qualche rametto che sarebbe finito nel presepe a fare da alberello.

Sto comunque divagando: il dato sul quale si è focalizzata la mia attenzione è la camicia a quadri (tra l’altro palesemente troppo grande per la mia misura, ma come si dice in questi casi il cowboy deve crescerci dentro): questo prova in maniera indiscutibile che io indossavo quadri prima che poi divenisse appannaggio odierno di tizi con barbe e baffi a fantasia: eh sì, all’epoca invece eravamo in era grunge, ma essendo io a quel tempo troppo piccolo non mi si può tacciar di esser modaiuolo!

Quale è oggi la mia frustrazione sfoggiando barba e quadri, e in questo mi sento di convididere lo stato d’animo del poliedrico ysingrinus, nell’esser accostato a giovani dal dubbio senso estetico.

Giusto ieri, a proposito, ho ricevuto apprezzamenti per la cura della mia barba da parte di una commessa di uno stand a una festa del cioccolato. Forse tentava solo di agganciarmi con qualche blandizia per indurmi a comprare qualcosa. La sua collega, non cogliendo forse la sottile mossa di marketing, ha invece sentenziato che gli uomini stian male con la barba. La collega ha replicato dicendo che gli uomini senza barba si chiaman donne.

Io ho seguito la scena senza proferir verbo, aspettando che mi offrissero qualcosa da assaggiare, così come infatti è stato.

Cioccolata e complimenti fan sempre piacere ed era ora che qualcuno notasse la cura da me profusa verso il pelo: per una barba lunga occorrono pettine e shampoo se non si vuol ricrear l’effetto vello di capra rupestre che ahimé vedo spesso in giro.

Comunque senza falsa modestia vorrei dire che ero proprio un bel bambino (fatta eccezione per il taglio di capelli), il che mi induce a pensare che la natura conceda un unico periodo nella vita dedicato a un gradevole aspetto esteriore: col risultato che in giro poi si vedono begli adulti che da bambini invece eran brutti, bei bambini che da adulti sì insomma diciamo un tipo ma anche no.

Quantomeno credo oggi di avere un taglio di capelli migliore, il che mi dà spunto per pensare a un altro problema tipico dell’infanzia, dopo i costumi di Carnevale imposti: i tagli di capelli imposti dai genitori o, ancor peggio, tagli di capelli improvvisati in casa con risultati catastrofici.