Non è che stai facendo allusioni se parli di buchi neri

Sono tornato in telelavoro – volontario in quanto non siamo obbligati ma tanto se in sede non ci va nessuno non sarò certo io a presentarmici – e, devo confessare, oggi non ho concluso nulla. Non che ci fosse tanto da fare, ma comunque mi sento come se mi fossi fatto i casi miei per 8 ore col pc acceso.


Che è in effetti ciò che è avvenuto.


In questa modalità non riesco a darmi una routine, un’abitudine, come è con l’andare in ufficio, attaccare e staccare per poi tornare a casa. Sono diventato un umano da cartellino.

Chiariamo, lavorare da casa ha tanti vantaggi, come lo svegliarsi 5 mn prima dell’orario in cui accendere il pc e rispondere alle mail mentre ancora ci si sta amichevolmente grattando i gioielli post risveglio.

Ma, sarò sincero, su altri aspetti preferisco andare in ufficio.

Non mi lamento per carità, avendo ancora un posto di lavoro cui far riferimento e dove andare.

Intorno a me vedo gente che chiude, abbassa serrande, dice basta.

Non mi lamento.

Perché poi vedi o senti delle cose e a te viene un buco nero in petto in cui vorresti farti collassare come una stella morente per pura vergogna perché magari prima di uscire di casa stavi bestemmiando per il rubinetto che gocciolava e pensavi che la vita ti volesse punire per solo sadico diletto.

È una roba strana, da una parte ho le ansie di cui non riesco a parlare a nessuno che mi sembrano come quelle fastidiose alghe che quando esci dal mare te le ritrovi tra le dita dei piedi, tu ci provi a evitarle ma poi ce le hai addosso e ti viene lo schifo e scuoti il piede ma quella resta attaccata.

E quelle alghe sono lì anche nella tua testa e nel petto e nel cuore e nello stomaco e l’unico momento in cui riesco a scrollarmele è quando si apre il buco nero che mi risucchia, quindi devo scegliere tra sentirmi avviluppato tra tutte le mie paure e le mie paranoie e farmi invece ingoiare dal buco nero per aver solo pensato di avere dei problemi.


Che poi non è che uno scelga realmente, accade e basta.  Oh comunque non è sempre così, ci stanno pure momenti di sana serenità in cui frega un cazzo di niente perché uno si sente bene e basta.


 

Principi di fisica domestica

La densità interna di casa mia è paragonabile a quella di una Nana bianca. Che non è una donnina caucasica con problemi di statura, ma una stella di dimensioni ridotte (ovviamente relativamente alle dimensioni stellari) estremamente compatta e caratterizzata da densità e gravità molto elevate.

La stessa cosa avviene all’interno di casa mia. La quantità di oggetti presenti in uno spazio non grandissimo è tale che se volessimo metterli tutti in fila occuperebbero probabilmente la distanza che c’è tra la Terra e la Luna.

È difficile che un oggetto che entri tra queste quattro mura finisca per uscirne sotto forma di rifiuto. Per sopravvivere, tale oggetto ha a disposizione numerose nicchie in cui stabilirsi. Innanzitutto, se è piccolo, può insinuarsi in qualche interstizio nella libreria. Lì può rimanervi anni, indisturbato e ignorato da tutti. È la sistemazione più consona per i soprammobili orribili, quelli che è cattiva educazione gettare o nascondere in cantina, perché si tratta di un regalo. Ma considerata la loro bruttezza, è ovvio che non possano stare in bella mostra su una mensola.

Per gli oggetti più ingombranti, la sistemazione che adotto io consiste nel piazzarli o in cima alla libreria o ai lati dell’armadio, tra la parete e il mobile. Si tratta di una collocazione momentanea, un parcheggio in attesa di stabilire il vero destino dell’oggetto: cioè, ti troverò uno spazio migliore in casa, oppure…

L’oppure. L’oppure è lo spauracchio di ogni oggetto. Nessuno può ritenersi al sicuro, tutti sanno che prima o poi potrà essere il proprio turno. Tirano un sospiro di sollievo quando tocca a qualcun altro, oggi a te quindi io sono salvo. Ma prima o poi quel momento arriverà.
Il momento di finire in cantina.

La cantina si compone di oasi ambientali e strati geologici. Da un lato vino, conserve, prodotti mangerecci, sistemati lì per esigenze di conservazione.
Dall’altro, giacimenti fossili di scatole e ciarpame, catalogati e conservati per i posteri. Se un oggetto è finito in cantina, è difficile che possa uscirne. Anche dopo un repulisti generale lo spazio a disposizione non aumenta, anzi, sembra diminuire. È la prova che il tessuto spaziale interno della cantina non è tridimensionale ma si compone di molteplici dimensioni ripiegate su se stesse. Anche dopo aver ripulito una dimensione, lo spazio da essa lasciato vuoto verrà occupato da un’altra, come in un effetto fisarmonica. Elimini la compressione e questa si espande.

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Rappresentazione stilizzata dello spazio dimensionale interno della cantina

Se la cantina è l’inferno, esiste una sorta di purgatorio a cui un oggetto può aspirare. È l’esatto opposto della cantina, invece di andare giù va su: è costituito dalle scale che conducono al tetto. Dato che nessuno ha esigenza di salire in cima alla casa (peccato, vi si può godere una bella vista di svincoli stradali e fare il dito medio agli automobilisti che sfrecciano sulle rampe), le scale sono il luogo ideale dove poggiare oggetti che non servono ma che possono sempre servire. Il caso più elementare è quello delle valigie. Le valigie si utilizzano una volta all’anno, quando va bene due. In casa ingombrano, in cantina è troppo umido, la scala per il tetto è la collocazione ideale.
Nel corso degli anni dalle valigie si è passati ad accogliere qualsiasi altro tipo di oggetto, tanto che le scala oggi hanno seri problemi di sovraffollamento ed è in corso una procedura di infrazione dell’UE nei nostri confronti per questo motivo.

In questa breve trattazione non ho citato un fenomeno fisico di cui si ignorano le caratteristiche precise: il buco nero.
Il buco nero è quel posto che fagocita gli oggetti che non hai idea di che fine abbiano fatto. Tutti hanno un buco nero in casa. E inghiotte le cose che non ti sono mai servite fino a quel giorno in cui invece ne avevi bisogno ma ahimé non ritrovi più.
Non è ben chiaro se un oggetto che finisca in un buco nero sparisca per sempre dal tessuto spazio-temporale o se invece ci sia un corrispettivo all’estremo opposto (un buco bianco) che invece lo sputi fuori. Se fosse così, esisterebbe allora da qualche parte nell’Universo un luogo pieno di cose perdute dalle persone.

Dev’essere un posto alquanto zeppo di roba.