Non è che se addenti due volte qualcosa poi ti penti perché è un rimorso

Ho guardato una partita di calcio del Mondiale che mi ha fatto pentire di averlo fatto. Era avvincente come un’autopsia. Il tempo che ho speso per seguirla non tornerà più indietro.

Nulla torna mai indietro, neanche i boomerang se non li lanci bene.

Sono un ostentatore di sicurezza. Predico l’arte dialettica del chi-se-ne-frega e la disciplina agonistica dell’alzata di spalle. Racconto alle persone, con tronfia sicumera, che il passato è ciò che ci definisce, che le esperienze, di qualunque tipo esse siano, fanno crescere, che tutto fa curriculum e che un uovo oggi non ti aumenta il colesterolo.

Dico che non bisogna mai pentirsi delle proprie scelte e che bisogna sempre tirar dritto. Tranne di fronte alle curve, in quel caso ci si adatta.

Ma quando rientro a casa e slaccio la cravatta – che non indosso mai ma mi piace il gesto che si fa per allargarla così lo faccio lo stesso – mi guardo allo specchio e mi dico che mento. A volte esclamo anche Che mento! osservandomi la barba che lo onora.

A me del passato frega eccome. E le mie spalle son forse troppo deboli per riuscire ad alzare abbastanza pesi.

Vivo nei tormenti. Vivo nella vergogna. Vivo in una portiera che sbatte e un messaggio di disprezzo. Vivo nell’errore e nella scelta sbagliata. Vivo nelle porte chiuse di cui mai si conoscerà l’altro lato. Vivo nell’ossessione che la via imboccata non sia mai quella giusta. Vivo. Sopravvivo al passato.

Un giorno qualcuno scoprirà la mia menzogna e la mia ipocrisia.

Quel giorno mi sentirò sollevato.

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