Non è che l’imprenditore si serva di un giardiniere per il proprio ramo d’affari

C’è una nota a piè di pagina de La camicia di ghiaccio di Vollman che inizia così: «Il nostro habitat di questo mondo è il punto di congiunzione tra aria e terra».

L’analisi presenta secondo me un errore: il nostro habitat non è realmente il punto di congiunzione ma insiste dove aria e terra confinano: potrebbe sembrare la stessa cosa ma non è così. Il vero punto di congiunzione tra aria e terra è rappresentato dalle piante.

Forte di questa riflessione, in questi giorni mi sto occupando del verde di casa, giacché qualcuno deve pur prendersi cura della congiunzione. Già vedo troppi scollamenti, il giorno in cui ci strapperemo del tutto sarebbe il caso di almeno far trovare il giardino in ordine.


Senza doppi sensi, anche se l’altro giorno in una conversazione di gruppo ci si domandava se l’isolamento farà tornare di moda gli anni ’70, a livello di stile. Ci sarebbe quindi tutta una serie di riferimenti possibili a canzoni su aiuole o spot pubblicitari sui pratini:  ci ritroveremo tutti/e un po’ hippy, secondo me.


Ho potato la siepe che fa da confine. Pensavo che stesse venendo dritta poi a uno sguardo d’insieme mi sono accorto non era così. Ho sempre avuto un problema a far venire le cose belle diritte.

Ho sfrondato il nocciòlo di tutti i polloni spuntati intorno la base.

Ho tolto un po’ di rami secchi al limone. Fomentato da un documentario sul krautrock che ho visto ieri, l’ho fatto con gli Amon Düül nelle cuffie.

Ho deciso che vorrei far una margotta del limone.

Pollone, margotta: l’uso di questi tecnicismi mi fa stupir di me. Sta a vedere che quando si potrà uscire mi darò al giardinaggio. Se prima non avrò deciso di piantarla.

La camicia di ghiaccio di Vollman mi ha fatto tornare voglia di Islanda e ricordato che il mio prossimo viaggio vorrebbe essere la Groenlandia. Un’idea che mi frullava in testa erano anche le Isole Svalbard: le terre abitate più a Nord del pianeta.

A prescindere dal periodo storico che viviamo, sussistono comunque tutta una serie di ostacoli organizzativi da tener presenti. Chissà quindi quando sarà.

Mi pento un po’ di non essermi goduto forse appieno il mio viaggio islandese. L’Islanda è una terra che respira, letteralmente. La geologia dei suoi luoghi porta a relativizzare i concetti di tempo e spazio. Mò non voglio mettermi a fare il filosofo, penso solo che all’epoca sarà stata l’eccitazione di voler fare, vedere, ma credo di non aver relativizzato molto bene. Ricordo ad esempio quando ho fatto il bagno alle terme di Mývatn: penso una delle cose più rilassanti che esistano nella vita. Ti servono pure la birra direttamente in acqua, di che stiamo parlando.

Ebbene, mentre tutta la gente lì se ne stava a macerare nell’acqua calda come quando fai sciogliere il cioccolato a bagnomaria, io stavo lì che mi tuffavo da una laghetto a un altro (i due specchi sono separati da una strisciolina scavalcabile; per i più pigri c’è il ponticello), cambiavo posizione, mi sedevo tra le rocce, poi andavo a provare altre rocce, avevo insomma l’adrenalina in circolo che penso avrei potuto correre i 100 metri piani come Filippo Tortu.

Direi che adesso modo per relativizzare tempo e spazio ce l’abbiamo un po’ tutti. Purché con le piante in ordine.

Non è che un gatto in mezzo ai libri vada a caccia del topo di biblioteca

Sono giorni che mi sento un po’ sfasato.

Per dire, venerdì sera ho bevuto due birre. Una prima del concerto dei Julie’s Haircut, una alla fine del concerto (circa due ore dopo). Mi è venuto mal di testa durante il sonno. È una cosa che non mi era mai accaduta. Dubito e mi vergogno di me stesso.

Saranno un po’ i pensieri e le preoccupazioni. Ci si mette anche il PDCC (padrone di casa-coinquilino) il quale, nonostante gli avessi detto che la stanza mi serviva fino al 29 febbraio, ha iniziato a cercare qualcuno già dal 1° di febbraio. Poi mi dice Ma no stai tranquillo, non ti faccio alcuna pressione intanto poi mi ritrovo gente che viene a vedere la stanza e lui che mi chiede Quindi finisci di lavorare il 7 febbraio? No perché questo ragazzo vorrebbe dall’8. Più chiaro di così manca che cambi la serratura della porta.

La paranoia dell’amicone di cui sopra è che dal 7 al 29, non lavorando, io stia in giro per casa tutto il dì e questo lo farebbe sentire privo della sua libertà. Non me l’ha detta così direttamente ma ha lasciato intendere più volte, con discorsi del tipo Poi mi dispiace dare fastidio durante il giorno perché magari ascolto musica…. A me per quanto mi riguarda poco importa della sua libertà, è libero anche di girare per il corridoio nudo sospeso a mezz’aria facendo l’elicottero, frega poco.

Dato che il mio sfasamento, dicevo, e con anche un concorso da preparare, di sabato sono andato a cercare concentrazione facendo una cosa che non facevo dal 2009: studiare in biblioteca. Un ambiente in cui ogni volta entri cercando di renderti il più invisibile possibile, leggero come un ninja cui fanno male le scarpe. Varchi silenzioso la porta, poggi la punta della scarpa dentro e, la stessa calzatura che non aveva mai dato segni di vita, si esibisce in un gneeeek sul pavimento, facendo alzare la testa a tutti i presenti che ti fissano con sguardo omicida come se avessi scritto su facebook che i cagnolini sono brutti e antipatici.


Su fb si può inneggiare all’Olocausto ma non offendere i cagnolini.

 


Quando alzo la testa del libro per sgranchire gli occhi mi piace osservare gli altri, sbirciare cosa leggono, capire dall’espressione a chi stanno fumando le meningi su quegli appunti e chi invece ha l’aria del relax della rassegnazione di chi Massì tanto è tutto inutile ma chi me l’ha fatto fare.

Una tizia a un certo punto si alza e si avvia verso l’uscita. I suoi tacchi fanno il rumore di un cavallo al galoppo.

Le ho lanciato un fulmine con lo sguardo.

Santi numi! Mezza mattinata qui e sono diventato come gli altri!

Non è che ti metti un cartellino con scritto “prenotato” perché sei riservato

Ieri sera ho preso una birra con uno che conosco da 10 anni ma che non ho mai visto di persona. Sono in un gruppo Whatsapp con dei tizi di diverse zone d’Italia conosciuti su un forum di calcio, forum che abbandonammo dopo qualche anno creandocene uno nostro, da lì poi passammo su fb e da qualche anno siamo su Whatsapp. A parte un paio di loro, non ho mai incontrato di persona nessuno degli altri.

Il tale fa parte di questo gruppo. Ne ho sempre avuto stima, per opinioni e capacità di ragionamento. Molto formale e riservato, a tratti schivo ma senza farti comprendere se per ritrosia caratteriale verso il prossimo o per un poco di sana superbia nel mostrare che semplicemente potrebbe ma non vuole.

L’altro giorno aveva scritto nel gruppo che era a Milano in questi settimana e gli ho detto allora fa’ un fischio se ti va una birra.

Mi sarei aspettato, visto il suo atteggiamento online, una persona diversa: composta, seriosa, molto sicura di sé. Invece quando l’ho avuto davanti mi sono reso conto che è una persona molto impacciata. Forse anche un po’ per l’imbarazzo di trovarsi di fronte qualcuno che non si conosce, anche se credo che caratterialmente sia proprio una persona molto timida.

Anni fa – era il 2014 – partecipai a un raduno di blogger di WordPress. Credo fossi nella stessa situazione sua se non davvero di più. Teso e impacciato e rigido come un’asse da stiro che ha ingoiato una scopa. Mi sono reso conto ieri di essere un po’ cambiato da allora; mi sono costruito negli anni un personaggio, autentico, perché non mi mostro diverso da quel che sono. Semplicemente mostro. Racconto aneddoti, per lo più sono sempre gli stessi che riciclo in diverse situazioni. Non cerco di stupire o impressionare ma semplicemente di usare questi discorsi – per lo più incentrati su viaggi e situazioni strane capitatemi o che ho notato – sono utili per aprire un canale di dialogo e togliere l’altro dall’imbarazzo di riempire un silenzio.

Mi sono sempre odiato per una sorta di inettitudine sociale che percepivo in me. E ancora oggi devo dire che mi sento un impedito nella gestione delle relazioni sociali. Ma conoscere le persone è qualcosa che oggi mi attira molto – seppur sono pur sempre un tipo diffidente o pronto a metter paletti – perché mi permette di conoscere di più me.

Non è che per sparare sentenze ti serva una pistola

Dicono che Red Dead Redemption II sia il videogioco più bello di quest’epoca. Io non lo so né tanto meno voglio gettarmi in analisi critiche. Internet già pullula di recensori o di censori che si sentono re.

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Io so soltanto che volevo sparare a un po’ di gente – nel gioco, intendo – per svagarmi.

Per carità. Non iniziamo a discettare sui videogiochi diseducativi e la violenza gratuita nell’intrattenimento: a parte che costa un bel po’ di cocuzze quindi direi gratuito Stockhausen, gioco da quando avevo 9 anni e il crimine più grave che io ho commesso in vita mia è il divieto di sosta (va detto che la depenalizzazione della blasfemia a semplice illecito amministrativo ha alleggerito la mia fedina penale).

Certo, poi non è che se non ammazzi nessuno sei una brava persona, lo sappiamo: infatti non mi sono mai definito “brava persona” e comunque dicevo che volevo ammazzare un po’ di gente in Read Dead Redemption II.

Se non che ho scoperto che andarsene in giro a caso nel gioco (oltre alle missioni obbligate è possibile infatti passare il tempo come meglio si crede andando a zonzo a farsi i fatti propri) a commettere crimini non è così semplice: basta un niente per ritrovarsi le guardie alle calcagna e una taglia sulla testa. Per esser andato involontariamente col cavallo addosso a un tale mi sono ritrovato lo sceriffo e altri tre bravacci che mi sparavano alla schiena. Rapinare un tizio in mezzo al nulla neanche è facile: c’è sempre qualche ficcanaso che ti nota e corre a spifferare il tutto al solito sceriffo che ti inseguirà di nuovo per spararti.

Insomma il selvaggio West non è poi così selvaggio se non puoi manco fare il selvaggio come ti pare. Ci hanno tolto tutto.

La mia birra preferita nel mio posto preferito dove vado il weekend (talvolta anche in settimana) ora da 5 euro la pinta è passata a 6. Al di là del rincaro, che nell’economia di un mese di bevuta ti porta via almeno un’altra birra, è quella cifra non tonda che disturba. Ci hanno tolto tutto.

Le regole sui bagagli delle compagnie low cost sono cambiate ancora (in peggio per i viaggiatori): adesso a bordo puoi portare gratuitamente poco più dell’equivalente di una borsa da pc. Il prossimo passo sarà restringere le dimensioni a quelle di una pochette. Poi a quelle del fodero degli occhiali. Poi inizieranno coi nostri corpi: in un futuro in cui saremo iperconnessi, potremo scegliere se viaggiare con la nostra coscienza scaricata in un dispositivo portatile o portandoci dietro – pagando un supplemento – anche il nostro corpo fisico. Ci hanno tolto tutto.

Devo parcheggiare l’auto. Posso scegliere se donare soldi al Comune per l’utilizzo temporaneo delle strisce blu o donarli ai parcheggiatori abusivi. Zone libere da strisce colorate e/o parcheggiatori non ne esistono. Ci hanno tolto tutto.

Certo va detto che videogiochi, birra, viaggi e auto non sono cose necessarie. Ci hanno convinto fossero necessarie. Quindi ci hanno doppiamente tolto tutto.

Per lavoro mi trovo a parlare con la gente. Sempre così accade, io che sono misantropo mi ritrovo sempre a dover avere a che fare con gli altri. Non è vero, non sono proprio refrattario al contatto umano: mi piace parlare con gli estranei. Ebbene, l’altro giorno parlavo con un signore di mezza età e la questione è finita su tematiche generico-qualunquiste: E ci hanno rovinato e il mondo va male eccetera. E poi ha detto, grave e deciso La mia generazione ha rovinato tutto, adesso spetta a voi giovani cambiare le cose.

Quindi tu mi hai rovinato, io devo darmi da fare.

Gli avrei tolto un po’ di aplomb con qualche invocazione iconoclasta alle divinità. Che non è tutto, ma non è manco niente.

Quindi quella sera sono tornato a casa con l’idea di spegnere la testa sparando a caso a un po’ di gente – nel videogioco – e poi come raccontavo sopra ho capito non fosse così facile e alla fine mi son ritrovato a dare un obolo a un veterano della guerra di secessione americana senza un braccio che mi ha anche abbracciato (col braccio restante) per la generosità e poi ho spento console e tv e mi son letto un libro. Almeno questo non me l’han tolto anzi me l’han pure firmato così so che è davvero mio.

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Non è che l’erede al trono comprenda gli ultrasuoni perché è un Delfino

Nel precedente post avevo detto che avrei raccontato qualcosa in più sulla mia esperienza islandese. Ho riflettuto su cosa potessi dire:

– Che i giovani di Reykjavík amano sgommare ai semafori provando partenze da F1 e comportandosi proprio da kjavik?
– Che la birra è acquistabile solo nei negozi che hanno la licenza del monopolio statale, quella invece venduta nei supermercati fa al massimo 2,0 gradi, praticamente conviene sballarsi di RedBull?
– Che un tizio voleva a tutti i costi andare in giro in escursione con l’ombrello e credo a quest’ora stia sorvolando il Baltico, aggrappato al suo ombrellino?

E poi ho pensato di parlar di cetacei.

Le balene vengono nei fiordi dell’Islanda a trascorrere l’estate, mi han raccontato. Passano lì alcuni mesi per riposarsi perché non ci sono rotture di maglioni.

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Turisti sporcaccioni che lanciano tanga nell’oceano

Proprio pensando alle rotture di maglioni, ho chiesto alla guida che accompagna i turisti in nave a veder cetacei se tali attività non fossero di disturbo agli animali.

– Caghiamo di sicuro loro il cazzo.

Mi ha fatto capire.

Poi ha aggiunto:

– Ma, per quel che facciamo, al livello di una mosca per noi.

Io odio le mosche, quindi la sua risposta non mi ha rassicurato.

E poi mi ha spiegato come si approccia un cetaceo in modo da non arrecargli stress o non dargli modo di pensare che vogliamo andare in culo alla balena.

Innanzitutto non si usano metodi di ricerca tecnologici per trovarne una. Niente Tinder o siti di incontri, quindi. Si procede vecchia scuola: si naviga a vista osservando il pelo. Il pelo dell’acqua, s’intende.

In genere le balene salgono in superficie per respirare e poi si immergono per un periodo che va dai 5-6 agli 8-9 minuti. Dipende da che polmoni c’ha e se è fumatrice o meno.

Una volta avvistata si procede nella sua direzione e poi ci si ferma a debita distanza aspettando che riemerga.

Ma se l’animale non ha voglia di farsi vedere, vuoi perché si scoccia, vuoi perché non si è truccata o non si è fatto la barba e quindi si vergogna a non farsi vedere in tiro, può anche riemergere molto più lontano e fregarti! Questo è un chiaro messaggio che non vuole incontri ravvicinati e che quindi va lasciata stare.

Ricordate: se la balena dice No, vuol dire no. Non è tipo da far giochetti del tipo “Scappo perché voglio che tu mi insegua”.

Se invece è tranquilla e rimane in zona, la volta successiva che riemerge ci si può avvicinare di più. L’accortezza è quella di non tagliarle la strada passandole davanti: non è bello sentire una balena che ti bestemmia gli antenati e ti urla Chi ti ha insegnato a navigare?!.

Dopo averla seguita da dietro e aver appurato che si sente tranquilla, la si può affiancare.

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A quel punto lei ti guarderà un po’ di sottecchi come quando accosti qualcuno al semaforo che pensa tu lo voglia sfidare.

Dopo averti osservato e deciso che sei senza dubbio un parvenu, con uno sbuffo e una scodata si immergerà di nuovo, sdegnata, e filerà via come fanno i giovani di Reykjavík .

A quel punto sarà chiaro che i cetacei sono dei tamarri.

L’esemplare avvistato era lungo circa 7 metri. Pensate in città che scomodità sarebbe parcheggiarlo.

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che non puoi perderti nei pregiudizi solo perché sono luoghi comuni

Ci sono una serie di aneddoti o curiosità che tutti ritengono veri ma che in realtà non lo sono. Pochi sanno che nel non-vero c’è in realtà del vero ma non ve l’hanno mai raccontato bene.

Con questo post spero quindi di far luce una volta per tutto su quel che i poteri forti non vogliono sappiate.

– Usiamo soltanto il 10% del nostro cervello perché il restante 90% non serve: è design.

– In Giappone gli insegnanti non si inchinano all’Imperatore perché sono gli unici ad aver capito che lui è un gran burlone e ama fare lo scherzo della saponetta a chi si piega.

– I tori sono innervositi dal rosso perché sono automobilisti indisciplinati e vanno sempre di fretta.

– Non tutti i girasoli seguono il percorso del Sole nel cielo. Alcuni hanno scoperto le lampade abbronzanti.

– Le unghie continuano a crescere dopo morti perché ancora non ci sono estetisti che offrono servizio funebre.

– Svegliare un sonnambulo è pericoloso per la salute. Di chi lo sveglia.

– Il pesce fa bene alla memoria perché con quel che costa è difficile scordarsene.

– La memoria dei pesci rossi dura tre secondi, perciò non prestategli denaro.

– I pipistrelli sono ciechi ma solo per truffare l’INPS.

– Il camaleonte cambia colore per farsi gli autoscatti da mettere su Instagram coi filtri anticati.

– Buddha non era grasso ma un falso magro.

– Lady Godiva girò nuda a cavallo. Il cavallo non ne fu felice perché lei aveva le mestruazioni.

– Che nel Medioevo si indossassero cinture di castità e un’invenzione dei secoli successivi. In realtà si utilizzavano le bretelle di castità.

– Maria Antonietta invitò il popolo a mangiare brioche perché aveva un’industria dolciaria. Questo i politici non lo dicono???????

– D’Annunzio non si fece asportare due costole per praticare l’autofellatio ma per avere più spazio per il pranzo di Natale.

– Einstein andava male in matematica. In particolare quando doveva pagare la sua parte di conto al ristorante.

– La birra fa ingrassare. Le tasche dei birrai.

Non è che il capo mezzadro sia logorato dal podere

Bisogna star con i sensi all’erta quando ti propongono una riunione organizzativa di lavoro davanti a una pizza. È un niente che si finisca a pizze in faccia.

Le pizze (in faccia) stavano per volare già prima che arrivassero al tavolo. Io non vedevo l’ora che venisse servita la mia per calar la testa nel piatto e far finta di non vedere né sentire. Purtroppo come al solito sono stato l’ultimo a essere servito, il cameriere è arrivato scusandosi:

– L’abbiamo dovuta rifare, si era bucata al centro.

Vorrei capire chi è che getta chiodi nel forno che poi le pizze bucano.

E quindi, non potendo distrarmi mentre la tensione verbale saliva, fingevo di degustare la birra, una scioglivescica pseudoimitazione di weiss.

– Oh ma che delicate venature paglierine questa birra, non trovate?


La birra scioglivescica è quella che ne bevi un paio di sorsi e devi già pisciarla. Birre del genere sono quasi sempre di scarsa qualità, come la Krombacher, la birra più diffusa negli stand da concerto, responsabile di file interminabili agli orinatoi.


Con chi mi sarò mai trovato al tavolo? Sindacalisti sul piede di guerra? Maestranze e imprenditori? Pompeiani e Nocerini?


Sembra che nel 59 d.C. un placido incontro tra gladiatori nell’Anfiteatro di Pompei sia degenerato in una rissa enorme tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria, culminato nel primo DASPO della storia.


Il DASPO è il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive per i soggetti violenti.


No, semplici e attempate volontarie per beneficenza che, a quanto pare, hanno dei problemi dal punto di vista prettamente personale e relazionale.

Il loro problema personale e relazionale consiste nel fatto che sono evidentemente incapaci di relazionarsi tra di loro: probabilmente dopo una vita passata a sentirsi dire cosa dovevano fare, ora non accettano di dirsi cosa fare.

Hanno già fatto scappare una poveretta che ha battuto il record di resistenza: è entrata giovedì, venerdì sera ha assistito alla “riunione”, oggi ha detto che si tirava fuori da tutto.

E io che pensavo l’avrebbe già fatto sabato mattina.

Ho lasciato che si scannassero a vicenda, tanto ero lì come osservatore e poi ero impegnato a degustare la mia pizza di scorta mentre sulla mia testa volavano frittelle di alghe e cornicioni non identificati:

– Mmmh ottimo questo datterino giallo del Vesuvio! Si sente proprio tutto il giallo del Vesuvio!

Mi riservo di far in modo che sia mandata via a calcioni successivamente la loro leader per poter rifondare la squadra.

Perché ricordate, come diceva quel tale, che il potere non si esercita col potere, ma col potere di potere sul potere.

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.

Non è che il blocco note sia il divieto di diffondere musica

Ho acquistato un piccolo taccuino con penna incorporata, investendo ben 1 € da Tiger. Carta riciclata perché ho una coscienza. Carta riciclata probabilmente impastata da un bambino bengalese.

Ho deciso di portarlo sempre con me e provare a prendere nota di tutto ciò di cui prenderò nota.

Ho deciso di portarlo con me ed evitare di tenere a mente quel che devo ricordare.


In genere prendo appunti solo mentali. La memoria mi ha sempre funzionato bene. Soltanto che, per evitare di dimenticare ciò che ho mentalmente appuntato, le cose continuano a girarmi in testa e rimescolarsi e venire su come dopo aver mangiato la peperonata. Voglio quindi verificare se, scrivendole, io riesca a scaricarle dalla testa e ad avere la mente più libera.


Ho deciso di portarlo con me e fingere che mi interessi ciò che mi stanno dicendo tanto da prenderne nota.

È vero che potrei segnar le cose con il cellulare. Purtroppo su alcuni aspetti sono conservatore. Antico. Vecchio dentro.


Seppur una cassiera di Mercato Trionfale due giorni fa porgendo una bottiglietta si è riferita a me esclamando Questa è der ragazzetto. Non so se una persona debba offendersi o inorgoglirsi, in questi casi. Ma per quel poco che ho imparato da Roma ho capito che in realtà, così come qui a Napoli, ci sono cose che non bisogna chiedersi. È così e basta, non c’è giusto, sbagliato, brutto, bello, nero, bianco: Napoli e Roma sono fenomeni quantistici, dove tutto è niente e niente è tutto.


Le cose scritte a mano sono le migliori – Dinosauri conservatori contro la modernità

Ad esempio non mi trovo bene con gli ebook e credo che continuerò ad avere libri cartacei.

Ho deciso inoltre che la prossima casa in cui traslocherò dovrà avere un giradischi perché Spotify mi ha stancato.

Le persone hanno bisogno di un’àncora di sicurezza. Io ho bisogno di un ancòra. Che qualcosa ancora ci sia. Che qualcosa ancora prosegua.

Ho ancora dei posti miei.

Ho ancora delle persone vicino.

Ho ancora degli insegnamenti da ricevere.

I Melvins ancora fanno uscire dischi.

Tutto ciò è rassicurante. E degno di nota.

Non è che devi aprire un postribolo per farti la clientela

Da più di un mese ha aperto un bar vicino casa mia. È sempre vuoto in modo desolante.

Magari non ci va nessuno perché il caffè è orribile (il che, considerati gli standard dell’Estero, estende l’orribile a una nuova dimensione) o perché i camerieri sono antipatici (il che, considerati gli standard ungheresi, estende l’antipatia a una nuova dimensione).

O forse è perché, non vedendo nessuno all’interno, la gente si scoraggia e questo crea un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

È dura riuscire a farsi un nome e una clientela.

Va anche detto che il bar sembra anonimo e privo di stile e, si sa, lo stile è tutto. È il primo impatto quello che conta.

Ho deciso quindi di iniziare a dare consigli di stile. Non ai bar, perché non me ne intendo.

Però riguardo il fashion credo di poter dire la mia. Se non altro perché oggi è il must. E il must inoltre è dire must. Il must del must è fingere di essere impegnati in attività importanti e qualificate, come appunto scrivere di moda su internet facendo credere che sia attività importante e qualificata.

Oggi quindi vado a presentare il mio ultimo – perché nel negozio in cui vado di solito non mi faranno più entrare per vilipendio alla decenza – acquisto.

È un capo d’abbigliamento must have, qualunque cosa voglia dire. Anzi, è più di un capo, è il boss della lobby dell’abbigliamento:

La camicia è moderna e vintage allo stesso tempo, perché la moda 2017 vuole l’uomo che sa essere moderno tornando all’antico. Quindi sì al vintage, no alla Terra rotonda, sì al morbillo.

È il capo (anzi il boss) ideale per chi ama la natura, in particolare gli animali che, si sa, sono meglio delle persone che alla fine sono tutte false, a parte l’uomo 2017 che è l’unico vero e infatti questa camicia è vera per vere persone. Se provate a metterla su una falsa persona – ad esempio un cartonato o un manichino – vedrete non gli cascherà benissimo. È per questo motivo che nel negozio non era esposta su nessuna sagoma ma giaceva in un angolo buio: le persone false non possono averla.

Sta bene con tutto, come provano alcuni esempi qui sotto.


Per una uscita informale, ad esempio prendere una birra (oppure prendersi il bicchiere perché piaceva):


Per una elegante cena vegana:


Per un vernissage di arte moderna:


La versatilità e adattabilità della camicia è incomparabile, seconda solo a un parlamentare che cambia più schieramenti.

Se siete uomini del 2017 non potete non averla nel vostro armadio e vedrete che la vostra donna/il vostro uomo riconoscerà in voi un vero uomo 2017.