Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

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Non è che non puoi perderti nei pregiudizi solo perché sono luoghi comuni

Ci sono una serie di aneddoti o curiosità che tutti ritengono veri ma che in realtà non lo sono. Pochi sanno che nel non-vero c’è in realtà del vero ma non ve l’hanno mai raccontato bene.

Con questo post spero quindi di far luce una volta per tutto su quel che i poteri forti non vogliono sappiate.

– Usiamo soltanto il 10% del nostro cervello perché il restante 90% non serve: è design.

– In Giappone gli insegnanti non si inchinano all’Imperatore perché sono gli unici ad aver capito che lui è un gran burlone e ama fare lo scherzo della saponetta a chi si piega.

– I tori sono innervositi dal rosso perché sono automobilisti indisciplinati e vanno sempre di fretta.

– Non tutti i girasoli seguono il percorso del Sole nel cielo. Alcuni hanno scoperto le lampade abbronzanti.

– Le unghie continuano a crescere dopo morti perché ancora non ci sono estetisti che offrono servizio funebre.

– Svegliare un sonnambulo è pericoloso per la salute. Di chi lo sveglia.

– Il pesce fa bene alla memoria perché con quel che costa è difficile scordarsene.

– La memoria dei pesci rossi dura tre secondi, perciò non prestategli denaro.

– I pipistrelli sono ciechi ma solo per truffare l’INPS.

– Il camaleonte cambia colore per farsi gli autoscatti da mettere su Instagram coi filtri anticati.

– Buddha non era grasso ma un falso magro.

– Lady Godiva girò nuda a cavallo. Il cavallo non ne fu felice perché lei aveva le mestruazioni.

– Che nel Medioevo si indossassero cinture di castità e un’invenzione dei secoli successivi. In realtà si utilizzavano le bretelle di castità.

– Maria Antonietta invitò il popolo a mangiare brioche perché aveva un’industria dolciaria. Questo i politici non lo dicono???????

– D’Annunzio non si fece asportare due costole per praticare l’autofellatio ma per avere più spazio per il pranzo di Natale.

– Einstein andava male in matematica. In particolare quando doveva pagare la sua parte di conto al ristorante.

– La birra fa ingrassare. Le tasche dei birrai.

Non è che il capo mezzadro sia logorato dal podere

Bisogna star con i sensi all’erta quando ti propongono una riunione organizzativa di lavoro davanti a una pizza. È un niente che si finisca a pizze in faccia.

Le pizze (in faccia) stavano per volare già prima che arrivassero al tavolo. Io non vedevo l’ora che venisse servita la mia per calar la testa nel piatto e far finta di non vedere né sentire. Purtroppo come al solito sono stato l’ultimo a essere servito, il cameriere è arrivato scusandosi:

– L’abbiamo dovuta rifare, si era bucata al centro.

Vorrei capire chi è che getta chiodi nel forno che poi le pizze bucano.

E quindi, non potendo distrarmi mentre la tensione verbale saliva, fingevo di degustare la birra, una scioglivescica pseudoimitazione di weiss.

– Oh ma che delicate venature paglierine questa birra, non trovate?


La birra scioglivescica è quella che ne bevi un paio di sorsi e devi già pisciarla. Birre del genere sono quasi sempre di scarsa qualità, come la Krombacher, la birra più diffusa negli stand da concerto, responsabile di file interminabili agli orinatoi.


Con chi mi sarò mai trovato al tavolo? Sindacalisti sul piede di guerra? Maestranze e imprenditori? Pompeiani e Nocerini?


Sembra che nel 59 d.C. un placido incontro tra gladiatori nell’Anfiteatro di Pompei sia degenerato in una rissa enorme tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria, culminato nel primo DASPO della storia.


Il DASPO è il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive per i soggetti violenti.


No, semplici e attempate volontarie per beneficenza che, a quanto pare, hanno dei problemi dal punto di vista prettamente personale e relazionale.

Il loro problema personale e relazionale consiste nel fatto che sono evidentemente incapaci di relazionarsi tra di loro: probabilmente dopo una vita passata a sentirsi dire cosa dovevano fare, ora non accettano di dirsi cosa fare.

Hanno già fatto scappare una poveretta che ha battuto il record di resistenza: è entrata giovedì, venerdì sera ha assistito alla “riunione”, oggi ha detto che si tirava fuori da tutto.

E io che pensavo l’avrebbe già fatto sabato mattina.

Ho lasciato che si scannassero a vicenda, tanto ero lì come osservatore e poi ero impegnato a degustare la mia pizza di scorta mentre sulla mia testa volavano frittelle di alghe e cornicioni non identificati:

– Mmmh ottimo questo datterino giallo del Vesuvio! Si sente proprio tutto il giallo del Vesuvio!

Mi riservo di far in modo che sia mandata via a calcioni successivamente la loro leader per poter rifondare la squadra.

Perché ricordate, come diceva quel tale, che il potere non si esercita col potere, ma col potere di potere sul potere.

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.

Non è che il blocco note sia il divieto di diffondere musica

Ho acquistato un piccolo taccuino con penna incorporata, investendo ben 1 € da Tiger. Carta riciclata perché ho una coscienza. Carta riciclata probabilmente impastata da un bambino bengalese.

Ho deciso di portarlo sempre con me e provare a prendere nota di tutto ciò di cui prenderò nota.

Ho deciso di portarlo con me ed evitare di tenere a mente quel che devo ricordare.


In genere prendo appunti solo mentali. La memoria mi ha sempre funzionato bene. Soltanto che, per evitare di dimenticare ciò che ho mentalmente appuntato, le cose continuano a girarmi in testa e rimescolarsi e venire su come dopo aver mangiato la peperonata. Voglio quindi verificare se, scrivendole, io riesca a scaricarle dalla testa e ad avere la mente più libera.


Ho deciso di portarlo con me e fingere che mi interessi ciò che mi stanno dicendo tanto da prenderne nota.

È vero che potrei segnar le cose con il cellulare. Purtroppo su alcuni aspetti sono conservatore. Antico. Vecchio dentro.


Seppur una cassiera di Mercato Trionfale due giorni fa porgendo una bottiglietta si è riferita a me esclamando Questa è der ragazzetto. Non so se una persona debba offendersi o inorgoglirsi, in questi casi. Ma per quel poco che ho imparato da Roma ho capito che in realtà, così come qui a Napoli, ci sono cose che non bisogna chiedersi. È così e basta, non c’è giusto, sbagliato, brutto, bello, nero, bianco: Napoli e Roma sono fenomeni quantistici, dove tutto è niente e niente è tutto.


Le cose scritte a mano sono le migliori – Dinosauri conservatori contro la modernità

Ad esempio non mi trovo bene con gli ebook e credo che continuerò ad avere libri cartacei.

Ho deciso inoltre che la prossima casa in cui traslocherò dovrà avere un giradischi perché Spotify mi ha stancato.

Le persone hanno bisogno di un’àncora di sicurezza. Io ho bisogno di un ancòra. Che qualcosa ancora ci sia. Che qualcosa ancora prosegua.

Ho ancora dei posti miei.

Ho ancora delle persone vicino.

Ho ancora degli insegnamenti da ricevere.

I Melvins ancora fanno uscire dischi.

Tutto ciò è rassicurante. E degno di nota.

Non è che devi aprire un postribolo per farti la clientela

Da più di un mese ha aperto un bar vicino casa mia. È sempre vuoto in modo desolante.

Magari non ci va nessuno perché il caffè è orribile (il che, considerati gli standard dell’Estero, estende l’orribile a una nuova dimensione) o perché i camerieri sono antipatici (il che, considerati gli standard ungheresi, estende l’antipatia a una nuova dimensione).

O forse è perché, non vedendo nessuno all’interno, la gente si scoraggia e questo crea un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

È dura riuscire a farsi un nome e una clientela.

Va anche detto che il bar sembra anonimo e privo di stile e, si sa, lo stile è tutto. È il primo impatto quello che conta.

Ho deciso quindi di iniziare a dare consigli di stile. Non ai bar, perché non me ne intendo.

Però riguardo il fashion credo di poter dire la mia. Se non altro perché oggi è il must. E il must inoltre è dire must. Il must del must è fingere di essere impegnati in attività importanti e qualificate, come appunto scrivere di moda su internet facendo credere che sia attività importante e qualificata.

Oggi quindi vado a presentare il mio ultimo – perché nel negozio in cui vado di solito non mi faranno più entrare per vilipendio alla decenza – acquisto.

È un capo d’abbigliamento must have, qualunque cosa voglia dire. Anzi, è più di un capo, è il boss della lobby dell’abbigliamento:

La camicia è moderna e vintage allo stesso tempo, perché la moda 2017 vuole l’uomo che sa essere moderno tornando all’antico. Quindi sì al vintage, no alla Terra rotonda, sì al morbillo.

È il capo (anzi il boss) ideale per chi ama la natura, in particolare gli animali che, si sa, sono meglio delle persone che alla fine sono tutte false, a parte l’uomo 2017 che è l’unico vero e infatti questa camicia è vera per vere persone. Se provate a metterla su una falsa persona – ad esempio un cartonato o un manichino – vedrete non gli cascherà benissimo. È per questo motivo che nel negozio non era esposta su nessuna sagoma ma giaceva in un angolo buio: le persone false non possono averla.

Sta bene con tutto, come provano alcuni esempi qui sotto.


Per una uscita informale, ad esempio prendere una birra (oppure prendersi il bicchiere perché piaceva):


Per una elegante cena vegana:


Per un vernissage di arte moderna:


La versatilità e adattabilità della camicia è incomparabile, seconda solo a un parlamentare che cambia più schieramenti.

Se siete uomini del 2017 non potete non averla nel vostro armadio e vedrete che la vostra donna/il vostro uomo riconoscerà in voi un vero uomo 2017.

Non è che quando sei stufo vai dal barbiere per darci un taglio

Ho tagliato i capelli perché speravo di non riconoscermi.

Per un po’ ci sono cascato, finché non sono arrivato a casa e, guardandomi allo specchio, mi sono chiesto Chi sei? Vattene da casa mia prima che chiami la polizia. Allora ho gettato la maschera. Nel bidone della latta, perché era una faccia di tolla.

Si trattava di un bluff perché in realtà non saprei come chiamare la polizia ungherese. Conosco il numero ma non so se chiamandola in altre lingue sappia rispondermi. E, inoltre, “polizia ungherese” è troppo lungo da dire: il tempo di esclamarlo e il malintenzionato è già scappato (Troisi docet).

Di cattivi soggetti a parte il sottoscritto comunque non ne ho visti mai nella mia zona.

Il caso più interessante – per rendere l’idea – si è verificato la settimana scorsa, verso mezzanotte. Un semplice ubriaco che cantava giusto sotto la mia finestra. O forse era uno sobrio che cantava canzoni di un ubriacone (tipo Vászko Rószi, noto artista magiaro).

Volevo omaggiarlo della performance con qualche frase apotropaica dialettale ad ampio spettro geografico (cioè coprendo un ventaglio di improperi Nord-Sud), solo che ha smesso dopo poco. Mi sono sentito molto triste. Un essere umano dovrebbe pur aver diritto di sfogarsi col primo ubriaco di passaggio. Tanto lui beve per dimenticare, quindi non avrà memoria dell’accaduto.

Quando abitavo a Blaha, una zona un po’ più borderline, qualcuno è stato da me apostrofato male ma credo fosse troppo ciucco per rendersene conto. Erano comunque ubriaconi a modo, mettevano le lattine di birra nel cestino.

Il riciclaggio è importante. Vorrei darmi a quello del denaro.

Ho imparato da molto tempo a separare i rifiuti.

I due di picche, ad esempio, vanno nell’organico. Perché in fondo tutto si riduce a una questione di organi.

I feedback negativi al CV vanno nel vetro, perché sono speranze in frantumi.

Gli intenti positivi bloccati sul nascere, nella carta, perché sono castelli di tal materiale.

I Non lo so, nell’indifferenziato.

Potrei aggiungere altro ma temo di non riconoscermi più. Già ho avuto problemi a identificare collutorio e shampoo, causa flaconi simili.

Almeno, comunque, ora il mio taglio di capelli non perderà lo smalto di un tempo.

Non è che ci voglia un architetto per mettere insieme uno studio

Una delle cose che a volte mi chiedono è come siano gli ungheresi. E come so’? So’ ungheresi! (semicit.).

Sono indubbiamente particolari e soggetti interessanti per uno studio culturale.

Se qualcuno mi ha appena parlato in ungherese e io rispondo Angol (English), please?, questi reagisce esclamando Oh! con l’espressione contrita come se avessi detto Sa, ho la gastrite.

Dato che è atteggiamento comune, ho chiesto a una ungherese trapiantata in Serbia (e che quindi è uscita dai confini). La sua spiegazione di questa reazione è che l’interlocutore non sa l’inglese o lo conosce un po’ ma si vergogna a parlarlo e quindi vuole farti sentire in difficoltà. Come appunto se avessi una malattia.

L’altra loro caratteristica è quella di avere un senso dell’umorismo particolare.
Correggo: l’umorismo è assente.

In compenso sono parecchio impiccioni. Essendo io uno straniero, la loro impicciosità con me è limitata, ma, avendo degli infiltrati mezzosangue (italo-ungheresi) in giro, ho un esempio di prima mano, tra i tanti, da fornire.

Ragazza, scontrino alla mano, va a restituire un paio di leggings per cambiarli. Commessa:
– Come mai vuoi restituirli?
– Non mi piacciono…
– Ma quando li hai presi ti piacevano?
– Sì ma a casa li ho provati meglio e non li voglio
– Come mai? Cos’hanno che non vanno?
– Niente, voglio cambiarli. Voglio quegli altri là (indica)
– Ma quelli costano di più
– Fa niente, voglio cambiarli con quelli dando la differenza
– Sei sicura? Costano di più…
– SI!


In realtà secondo me è una subdola mossa della direzione per scoraggiare i resi da parte della clientela. Ma dato che non vado in giro a restituire leggings, chi sono io per dire il contrario?


A livello sociale mi sembra sussista un evidente scollamento generazionale.
Premetto che conosco solo la realtà di Budapest.
Gli adulti medi sono imbruttiti. Sono torvi e arcigni e vestono in modo orribile. Le nuove generazioni sono invece molto fresche e vivaci. La cosa che mi colpisce di più è notare quante under 25 si colorino i capelli. Da una stima così a spanne le colorazioni blu, fuxia, verde, azzurro, mi sembrano molto più numerose rispetto a quelle che vedo in Italia.

Anche alcune signore adulte si colorano i capelli con tinte inusuali, con risultati che lasciano però a desiderare. Beninteso, non è che una persona adulta non possa colorarsi. È solo che, probabilmente, non essendo avvezza alle tinture e avendole scoperte solo in là con gli anni, dovrebbe prestare più attenzione ai risultati che ottiene.


Questa problematica a dire il vero l’ho riscontrata anche in Italia.


L’ungherese è “attento” al denaro.
Ci sono locali ormai frequentati quasi solo da stranieri, perché considerati troppo cari per gli standard locali. E per troppo caro intendo il pagare una birra alla spina 500 fiorini (neanche 2 euro).

Ma il tutto va anche commisurato allo standard di vita locale. E forse è questa la cosa più difficile di questo mondo: stare nelle scarpe altrui. Non è mai facile, soprattutto se poi vuoi cambiarle e la commessa ti fa il terzo grado!

Non è che il volatile ficcanaso sia un im-piccione

Quando tornerò in Italia so più o meno quale sarà il tenore, e anche il baritono con tutta l’orchestra, delle domande che mi saranno rivolte:

– Ora che farai?
Che è una delle domande che mi dà più fastidio ma che ho imparato a svicolare con delle supercazzole, del tipo “Vado a fare volontariato per una associazione che raccoglie fondi di caffè per comprare scarpe agli ordini monastici scalzi”. Tanto chi ti pone la domanda in genere smette di ascoltare nel momento stesso in cui te la sta ponendo, un po’ lo stesso principio del “Come stai?” di circostanza.

e

– Quindi son bone le ungheresi?
Per dare l’idea del livello intellettuale che, in taluni casi, può raggiungere una conversazione.

Delle volte io vorrei parlare di altro.
Della mia infelicità.

Vorrei ma non lo farei.
Ovunque mi giri vedo il male. Vedo difficoltà, problemi. Chiunque conosca ha un fardello pesante da portare. Non mi sembra il caso di presentargli il mio.

Inoltre, uno dei problemi della società odierna è che tutti parlano e nessuno ascolta più. Siamo invasi da chiacchiericcio e blablabla, siamo portatori virulenti di egocentrismi.

Una delle prove è secondo me il fatto che quest’epoca è inflazionata da artisti. L’arte è comunicazione e oggi tutti sentono la necessità di comunicare. Molti però comunicano di merda.

Io preferisco ascoltare.

Va anche detto che non saprei da dove iniziare, se volessi parlare: sono infelice per il lavoro? Confesso che, di tanto in tanto, mi sale lo sconforto più che altro a pensare che probabilmente morirò prima di andare in pensione e quindi poter vedere i cantieri con le mani dietro la schiena commentando caustico e cercando l’assenso di altri anziani miei pari.

Ma non è questo.

Sono infelice perché le mie relazioni durano meno di una promessa elettorale? Guardiamo il lato positivo: posso mangiare tutto l’aglio e la cipolla che voglio senza preoccuparmene.

Non c’è un motivo concreto per cui io debba sentirmi giù di toner, come direbbe una fotocopiatrice.

Essendo io incline al leopardismo – tra felini ci si intende – delle volte rifletto su questa frase che da anni mi dà da pensare:

Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia [Zibaldone di pensieri]

Tendo a diventar inquieto dopo poco appena mi fermo.

Non è che io sia sempre così, beninteso.

Mi rallegro e godo di tante cose. Mi affascinano soprattutto i piccoli momenti che regalano un sorriso.

Un messaggio inaspettato in cui ti chiedono Come stai?, che, a differenza dell’incontro casuale e del Come stai? di circostanza, implica che in quel momento alla persona tu sia venuto in mente.

Aprire il frigo pur sapendo di non avere nulla dentro ma poi ricordarsi che nel congelatore avevi messo da parte una porzione di qualcosa di buono per ogni evenienza.

Leggere un libro sotto un albero.

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La minzione liberatoria quando stai scoppiando, dopo un litro di birra.

Un complimento ricevuto.

Un complimento fatto e vedere il piacevole apprezzamento negli occhi altrui, di chi comprende che non è una affermazione buttata lì per riempire un vuoto.

I momenti strani quotidiani, come quando l’altroieri ho alzato la testa perché mi sentivo osservato e mi son trovato un piccione che mi scrutava dal fondo del corridoio.

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Ho aperto la porta e l’ho seguito finché non è uscito. Tanto è noto che i piccioni, se inseguiti, camminano invece di svolazzare.

Quando è arrivato sullo zerbino, si è girato a guardarmi. Allora mi è venuto spontaneo, mentre chiudevo la porta, dirgli per educazione: “Ciao, eh! Stia attento, mi raccomando”

Dopo ho riso di me pensando al fatto che parlo agli uccelli.

E poi mi son chiesto: e se un giorno non traessi più piacere da nulla? Se non ridessi più?

E un po’ mi son incupito.

Brutte Strisce #5

Al nostro amico azzurro conico non gliene va bene una!

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NOTA: La ragazza credo sia venuta carina. Penso che le chiederò di uscire, però le offrirò soltanto una Coca Cola.

NOTA 2: I cocci del bicchiere di birra non sono disegnati, sono veri cocci trasformati in disegno col fotoritocco. Tutto il resto è totally handmade, compresi gli occhi della fanciulla di cui vado fiero. C’è un retroscena per questo. 15 anni o poco meno fa, mi misi in testa di imparare a disegnare manga. Impresa tutt’altro che semplice, non avendo io alcuna inclinazione per il disegno.

Comprai il primo volume di un libro-guida sull’argomento. Dopo aver imparato a creare gli occhi, di qualsiasi tipo e misura, con ore e ore di esercizi, lasciai poi perdere il resto per dignità. Non so disegnare manga ma per i disegni del menga, come direbbero a Milano, ho…occhio!


A tutto il resto ci pensa Photoshop.


Anche il bicchiere pieno di birra non è venuto tanto male: che sia frutto di tutto l’esercizio fatto nel berle?


 Per chi volesse vedere le prove tecniche:
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Non è che in cucina non si finisca mai di impanare

Madre con la tecnologia ha lo stesso rapporto che avrebbe un Padre Pellegrino di Plymouth del ‘600: “Ah! Stregoneria!”.

Il che rende difficile farla avvicinare ad alcune utili modernità.

Considero però una vittoria personale l’averla costretta a imparare a usare Skype, dal mio trasferimento a Budapest.

A meno di non voler diventare azionisti di una compagnia telefonica, Skype infatti sarebbe stata l’opzione migliore per potersi parlare.

Gli inizi non furono semplici. Pur avendole dato precise istruzioni passo passo, al mio arrivo in Ungheria lei, come non le avessi spiegato nulla, iniziò a telefonarmi col cellulare.

Dopo varie invocazioni ad Anubi, sempre ricordato nelle mie preghiere, riuscii a convincerla a provare l’azzurrino software, dietro orari concordati.
Lavorando e vivendo da solo, ho comunque bisogno dei miei tempi per sbrigare le cose. Se, ad esempio, la sera non voglio scaldarmi un pugno di mosche al microonde ma cucinare qualcosa di più impegnativo di un uovo sbattuto, non segnali la mia scomparsa a Chi l’ha visto? se posticipo una chiamata per andare al supermercato a fare rifornimento.


Il tutto nonostante io abbia avvisato. Potrebbe sempre trattarsi di un falso messaggio da parte dei miei sequestratori dell’ISIS per guadagnare tempo.


E si sa che la cucina richieda tempo e non si finisca mai di impanare.

D’altro canto, Madre è la prima ad avvertire come prioritaria necessità quella del cibo.

Dirle che avrei avuto un aperitivo il giorno seguente ha avuto come risposta:

– E non mangi?

Io con un po’ di leggerezza non ho considerato il fatto che Madre potesse non aver presente cosa fosse un aperitivo.

Può sembrare che io stia esagerando, ma, ad esempio, lei ha cominciato ad accettare solo da pochi anni il significato di uscire a prendere una birra. La sua reazione era la medesima:

– Senza mangiare?
– Madre, ho cenato 10 minuti fa!
– E vicino la birra non prendi niente?

Così, l’immagine associata da Madre all’atto di prendere una birra senza accompagnarla con delle cibarie credo sia stata a lungo quella di un individuo affetto da dipendenza cronica da alcool, come in un quadro di Degas

Quindi non vedo come potrebbe aver presente forme di alcolismo più complesse, come l’aperitivo. Si potrebbe ritenere che l’aperitivo verrebbe incontro alle sue preoccupazioni, essendo fondato sul concetto di alcool+cibo. Ma non credo che quello sia considerato sfamarsi, quanto più preparare lo stomaco:


Dipende anche dal tipo di aperitivo, ci sono posti micragnosi così come posti dove ci si sfama a volontà e con voluttà. Questo vale più nelle grandi città, da Napoli sino alla cosiddetta Milano da bere. A tal proposito cantavano i Baustelle: Cara/scriverà sulle tovaglie dei Navigli/quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli/quanto freddo nei polmoni/che dolore/non è niente non è niente/lascia stare¹, dove le tovaglie dei Navigli è sicuramente riferito a un aperitivo insieme alla tanta gioia di serate alcolicamente allegre, con gli sbagli costituiti da quel bis di trancio di lasagna dopo la torta al cioccolato e strutto, il freddo è causato dal fatto che la digestione richiama tutto il sangue verso giù e poi si fa fatica anche a respirare e quindi che dolore.


¹Un romantico a Milano


Ripropongo, sempre valido, un diagramma di flusso che illustra sinteticamente una conversazione-tipo di Madre:

Non è che serva un divano per fare salotto

Anche in Magiaria è arrivata la primavera.
Improvvida per gli armadi e imbarazzante per le ascelle, inaugura la stagione dell’incertezza del vestiario. Il periodo della giacca da mezz’ora.


Si tratta infatti di quel capo utile da un quarto d’ora prima che il sole tramonti a un quarto d’ora dopo. Prima, porterà troppo caldo, dopo, sarà troppo leggero.


Con il caldo si sono svegliate le formiche. Ne ho trovate alcune nella stanza, l’altro ieri.

L’unico cibo che introduco nella mia zona notte è quello presente nel mio stomaco.
L’ambiente è pulito e tenuto in ordine con regolarità.

La mia coinquilina invece fa colazione, pranzo, merenda e cena nella sua stanza. Ha un cestino dei rifiuti personale. Per terra sparge qualsiasi cosa, insieme ai vestiti avvinghiati in un cumulo orgiastico. Credo che qualche maglione abbia figliato dei calzini.

Quando le ho chiesto se avesse formiche in camera, ha detto di no.

Capisco. Forse la sua stanza è troppo ostile, mentre con il mio ordine ho creato un ambiente confortevole.


La mia ironia è comunque fallace: la formica domestica può avere il nido da una parte ma approvvigionarsi molto lontano da esso. Come un meridionale fuori sede con i suoi pacchi di cibo spediti da giù.


Ovviamente ho subito pensando di sbarazzarmi del problema¹ con dell’esca avvelenata sull’ingresso del balcone, dopo aver constatato che rimedi naturali quali pepe, sale, limone, le rendevano adatte a un’insalatina ma non le inducevano ad allontanarsi². Ho dovuto agire prima che Salveeny venisse a scattarsi delle foto in casa mia al grido di “Fermiamo l’invasione”.


¹ Le formiche, intendo, non la coinquilina.


² Di sicuro ci sono altri rimedi naturali adatti che non ho utilizzato (come l’aceto, il cui odore mi dà fastidio), ma a me, da giacobino, interessa arrivare a far fuori la monarca.


Ammiro e invidio chi riesce a crearsi zone comfort molto estese in ambienti estranei, nuovi, con altre persone.

Non è necessario esser un gran conversatore e intrattenitore. Basta trovarsi a proprio agio nella propria pelle quando si è con gli altri e non subire il costo psicologico della relazione sociale.

Ci ripenso mentre mi trovo qui,


Non qui mentre scrivo, ma un qui di un flashback mentale.


in mezzo a delle persone sconosciute o semi-conosciute.

La mia zona comfort arriva sino alla punta del Toscanello che ho nella mano sinistra (ahimè ogni tiro manda in fumo tale area) e al fondo del bicchiere pieno di birra che stringo con la destra.


Potrei quindi confermare la tesi secondo la quale i vizi sono alimentati dal disagio.
È un’osservazione invece parziale, in quanto indugio nel vizio molto di più quando mi sento totalmente a mio agio¹.


¹ Il motivo è che se sono a mio agio non devo preoccuparmi di ciò che pensano gli altri. Anche perché probabilmente saranno troppo devastati per poter far caso a me.


Sono il genere di persona che deve avere sempre almeno una mano impegnata. Ho lasciato allungare i baffi solo per avere qualcosa da rigirare tra le dita a piacimento, in assenza di altro.

Magari improvvisando contemporaneamente un ballo country

Intanto, osservo gli altri.
Che osservano me, che osservo loro che osservano me. È come quel racconto di Paul Auster dove un investigatore sorveglia un sospettato che sta sorvegliando lui.


Fantasmi, in Trilogia di New York. Una storia che sembra un racconto hard boiled¹ ma che si trasforma in breve in una sorta di allucinazione a-temporale dove entrambi i personaggi coinvolti perdono sempre più i caratteri di protagonisti per divenire pupazzi di un inganno.


¹ Cioè il genere poliziesco impermeabile, whiskey e un detective scorbutico e sciupafemmine.


Abbandono il mio essere umano per divenire un elemento grammaticale: il complemento d’arredo.

E penso alle formiche a casa, cui la dipendenza reciproca sarà la loro rovina perché se anche una dovesse sfuggire al veleno poi morirebbe in quanto rimasta da sola.

Mentre ci rifletto, una tizia accanto a me annusa l’aria. Poi si volta.
Oh, are you fuming…eh, “fuming”, si va be’ dai  agita la mano come a dire “ma come mi viene”.
Io, imperturbabile: Yes, I’m fuming. Why are you chiedending me?
Rido.