Non è che il can che abbaia non rompa le scatole

Considerazioni sparse in un mondo venusiano.

Sembra che oggi non sia più possibile avere una bici nuova senza che ti domandino “Ma è elettrica?”. No, porcoddue, è una cavolo di bici a energia umana, pedalo perché mi piace pedalare, non perché debbo spostarmi.

In città abbiamo quasi 600 candidati consigliere alle elezioni Comunali. Su 33mila aventi diritto al voto è circa l’1,7%, ma, se consideriamo il numero delle famiglie, c’è almeno un candidato per famiglia. Non mancano i casi in cui ce ne è più di uno. Magari di schieramenti avversi. A me nessuno cerca il voto, sostanzialmente perché per lo stile di vita che ho adottato – la desistenza – appartengo alla gente che non esiste. E frequento solo persone che, come me, desistono. Ogni giorno, con devozione e discernimento. Quindi nessuno ci cerca né ci cercherà mai.

Per il post dell’altro giorno ho fatto una ricerca Google per ritrovare questa immagine che avevo intravisto da qualche parte su fb e di cui ricordavo vagamente la didascalia. Fare ricerche legate a cani, leccate e buchi mi ha aperto pagine che non avrei voluto vedere, soprattutto un blog – tra l’altro ospitato su WP – dove molte donne fieramente rivendicavano l’utilità del cane per sopperire attivamente in campo sessuale – in maniera descritta come molto soddisfacente – al maschio umano. Nonostante io mi stia ripetendo che sicuramente saranno dei commenti finti, ora non riesco più a vedere un cane che annusa tra le gambe qualcuno senza provare un misto di orrore, paura e Andrea Scanzi.


La sensazione Andrea Scanzi è tipo quella che si prova, mentre si rivolta un frutto, nel sentire uno splof perché da un lato è marcio e il tuo pollice è affondato nella parte andata a male.


Ho deciso di iscrivermi di nuovo all’università.
In verità mi sono già iscritto, la settimana scorsa.
Voglio conseguire una seconda laurea, questa volta in storia. Ovviamente non intendo fare lo studente a tempo pieno, non ne ho il tempo né la voglia. Mi limiterò a sostenere gli esami, se riesco a capire come funzionano oggi gli adempimenti burocratici (in 10 anni sono cambiate un po’ di cose).

Al lavoro sembra si prospettino situazioni interessanti per me.
Almeno a parole.
Sulla carta ancora non ho nulla. È sempre curioso infatti che le parole sono sempre elargite spesso e volentieri, ma quando bisogna mettere nero su bianco non si trova mai qualcuno disponibile.

Non è che lo smartphone faccia tutto quello che vuoi perché chi touch acconsente

Chiedo a una di indicarmi il suo domicilio – essendo diverso dalla residenza – per inviarle via posta il contratto. Lei mi risponde: “Sì, aspe’ che lo cerco su Google Maps”.

In che senso, scusa?

Poi ho capito. Costei è già proiettata nel futuro. Un futuro dove non servirà più sapere dove viviamo, perché sarà Google a dirci dove e cosa è casa. Già adesso Google sa dove abitiamo e dove lavoriamo anche se non glielo diciamo, ricavando l’informazione dai nostri tragitti abituali. Un domani gli daremo le chiavi di casa direttamente.

L’altro ieri ho sentito la notizia secondo la quale Google ha presentato un servizio per la digitalizzazione dei documenti (carta d’identità, patente, ecc.), grazie al quale potremmo dire addio al cartaceo o alle tessere di plastica. Sarà lo smartphone a essere ufficialmente il nostro sistema certificato di identificazione e accreditamento.

Con la batteria scarica cesseremmo di esistere.

Non è lontano il tempo in cui trasferiremo l’intera nostra esistenza in un dispositivo, senza il quale non saremo più niente. Gli daremo la delega per svolgere funzioni al posto nostro.

Mi sono accorto della mia inutilità da umano quando sono passato dai guanti senza dita a quelli integrali. Con mio sommo rammarico, avendo perso un guanto, ho dovuto comprarne un altro paio. Ho deciso per quelli integrali perché andando in bici di questi tempi più freddi avevo difficoltà a staccare le falangi scoperte dal manubrio.

Ebbene, è sorto il problema di usare il telefono con quei guanti: è un tal fastidio che per non metterlo e toglierlo rinuncio delle volte a prendere il dispositivo. Una liberazione ma un intoppo quando sei costretto per lavoro a essere reperibile.

È vero che esistono pure guanti con la punta dell’indice sottile e di materiale leggero appositamente pensati per toccare lo schermo, che, si sa, necessita di un contatto delicato, manco fosse un clitoride o una clitoride (non ho mai imparato la pronuncia). È buffo che esistano guanti da smartphone ma credo non guanti da clitoride. Metti che una gelida sera d’inverno ci si voglia ritagliare un intimo momento digitale, per non togliersi i guanti potrebbe far comodo un guanto con l’indice appositamente pensato per.

Ma con la delocalizzazione di qualsiasi attività e materiale umano a un unico dispositivo forse non sarà più nemmeno necessario. Avremo semplicemente clitoridi e peni contactless, basterà avvicinare lo smartphone come quando si vuol pagare alla cassa per attivarli. Andremo in roaming oltre che per avere il 4G, anche per il puntoG e basta.

In attesa del futuro, comunque, io attendo di sapere dalla tizia se Google Maps le ha trovato la sua dimora o se ora è sotto un ponte.

Non è che se Max Pezzali si desse alla biologia canterebbe “Sei un mitocondrio”

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. La giornata sembrava esser costruita per svilupparsi per il meglio. Come primo giorno ero convocato un’ora più tardi, per le 10, con comodo. La mattinata si presentava soleggiata e dalla temperatura fresca ma non fredda. Ideale per andare al lavoro in bici.

Scendo giù le scale per andar a gettare la plastica nei bidoni in cortile e sento un fetore incredibile. Mi guardo intorno. Poi guardo a terra. Avevo calpestato delle deiezioni canine posizionate strategicamente e proditoriamente giusto lì da qualche cane di qualche condomino scappato giù.

Quello era il segnale che qualcosa sarebbe andato storto.

Al lavoro abbiamo iniziato in 5. Le mie nuove colleghe sono tutte donne. La tizia dell’eich arr, parola inglese che sta per Risorses (perché è plurale) Umane, quando ci vede, esclama:

Benvenute! Anzi, BenvenutI! Finalmente abbiamo una quota maschile!

E le mie colleghe:

– È vero, ho sempre lavorato con donne
– Ma io infatti quando stamattina l’ho visto ho detto Un uomo?!

Sono uscito dalla stanza molto contrariato.

In base a cosa hanno pensato che io sia di maschilità uomo? Quale presunzione porta loro a etichettare con leggerezza una persona che non conoscono?

Avrei voluto alzarmi e dire Scusate, ma io sono Gender!. Ma non li leggete i telegiornali? Tutti oggi parlano dell’invasione del gender, addirittura denunciano che sia materia d’insegnamento! Ascoltate i giornali, il gender ormai è ovunque. I cibi che mangiate sono a base di gender. Il gender è il nuovo gender. Solo quelli che vivono nella preistoria non lo capiscono.

E dico preistoria non a caso. E dico che io non capiscono per un solo motivo: la mitocondrialità.

Sabato sera conversavo con due mitocondriologi milanesi, i quali mi hanno fatto aprire gli occhi. Come si sa, i mitocondri si ereditano solo per via materna. Una storia che parte dalla notte dei tempi, da quando le cellule hanno inglobato questi organelli e li hanno fatti propri.

Essendo le uniche a garantirne l’ereditarietà (tal da far parlare di “Eva mitocondriale” – riferendosi non a una sola donna, ovviamente – come origine della specie umana) le donne si può dire che detengono l’esplosivo potere mitocondriale. E vogliono tenerselo!

Per questo non riconoscono (o non vogliono) riconoscere un gender quando ne vedono uno, a mio avviso.

Per questo intendo stabilire regole chiare al lavoro: sono di uominità maschile ma solo perché l’ho deciso io, non perché mi ci avete etichettato voi!