Non è che ieri stavo ‘npiedi perché l’otto m’arzo


cit. Andrea Pazienza:


Ogni otto marzo ascolto le polemiche di quelli che dicono che è una festa consumista; di quelli che dicono sia una scusa per dare sfogo a istinti ancestrali repressi; di quelli che ci tengono a erudire il prossimo spiegando l’arcinota verità che è solo una favola la storia delle operaie chiuse nella fabbrica incendiata con l’albero di mimosa accanto e io ogni anno ascolto la stessa lezione dalle stesse persone, che non so se mi ritengano vittima di una lesione nell’area della memoria che mi porta a dimenticare gli eventi oltre i 364 giorni e quindi sentano il bisogno di ripetermi la spiegazione oppure siano loro a essere mentalmente lesionati.

E poi c’è chi ripete che dovrebbe essere 8 marzo tutto l’anno e chi invece dice che non ci dovrebbe essere un 8 marzo perché dovrebbe essere un fatto normale e non eccezionale.

Io, molto confuso da tutto ciò e non sapendo come comportarmi, tento di tenermi fuori dai guai semplicemente rivolgendo un cordiale Auguri alle persone (persone di sesso femminile s’intende, anche se vige ancora quella goliardata che vuole che un maschio spiritoso ti dica auguri e allora pure tu gli dici auguri e tutti e due insieme perpetuate l’universo parallelo da scuola media in cui spesso i maschi entrano) che incontro e mantenendo un atteggiamento di onore e rispetto per tutto l’anno, ben conscio di dover migliorare giorno per giorno perché nella mia vita ho purtroppo mancato di rispetto e, data la mia natura fallibile e fallata, temo possa ancora accadere.


A mia discolpa tengo a precisare che non è una questione di contrapposizione uomo-donna: io manco di rispetto in maniera indistinta, spesso pecco e faccio gaffe in buona fede, ma in generale ho una cattiveria che si esplicita in senso democratico. Segue, in parole povere, un principio di maggioranza – mi piace mettermi sempre contro la moltitudine perché sono masochista (50 sfumature di micio) – ma temperato dalla garanzia della tutela della minoranza¹, quindi, per non far sentire escluso nessuno, offendo anche tutti gli altri.


¹ Tra parentesi la gente, chissà perché, tende però a dimenticare questa seconda parte, ritenendo che democrazia = la maggioranza vince e tutti gli altri restano zitti.


Quella di fare gli auguri è un’usanza che seguono tutti.

Io però, ad esempio, non faccio gli auguri di compleanno a chi mi sta sulle palle, per coerenza. Alcuni ci riescono lo stesso. Assumendo che la logica giusta sia quella di avere un atteggiamento lineare, credo che allo stesso modo dei compleanni non a tutte le donne vadano rivolti gli auguri l’otto marzo in virtù dell’idiosincrasia espressa nei loro confronti in altri frangenti.


È come vedere tanti ergersi a difesa dei bambini¹, salvo poi avere un atteggiamento di indifferenza quando poco lontano dalle nostre coste quegli stessi bambini finiscono a fondo con una barca. Se va bene è indifferenza, altrimenti è un vivo compiacimento perché secondo costoro è un problema in meno per noialtri. I più pietosi invece plaudono a un annegamento salvifico che li preserva da una vita di stenti.


¹ Credo che prima gli adulti dovrebbero pensare a difendere loro stessi da sé stessi.


Per suffragare la tesi testé enunciata mi rifaccio ad affermazioni che ho udito con gli occhi di questa faccia o che ho letto con le orecchie della medesima, procedendo a sottrarre dal novero delle donne meritevoli dell’Auguri alcune categorie:

– Innanzitutto quelle vittime di strupri o percosse o omicidi che, diciamocelo, un po’ se la vanno a cercare, dai.
– Quelle che, seppur non vittime di violenza, in ogni caso lo fanno apposta a provocare.
– Quelle che tu gli dici “Mi piaci” e loro ti rispondono che “Mi dispiace, mi sei simpatico ma…” che è proprio da stronze. Ti butto fiori e tu mi rispondi picche?
– Quelle che tu le guardi o ne richiami l’attenzione per strada e non ti filano o sembrano addirittura infastidite: ma chi si credono di essere? Ringraziassero di essere guardate.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili durante quella rottura di palle che noi uomini dobbiamo sopportare ogni mese che si chiama mestruazioni.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili perché di sicuro hanno le mestruazioni.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili perché non fanno sesso abbastanza.
– Quelle cui piace il sesso e quindi son troie.
– Quelle che non dicono che a loro piace il sesso ma tanto, eh? – Gomitatina, occhiolino, risatina – Lo sappiamo che sotto sotto – eh? – son troie.
– Quelle che stanno causando una decadenza della società perché non assolvono più al compito di donna che accudisce la casa: oggi tutte fissate con la carriera.
– Quelle che di sicuro han fatto carriera con chissà quali mezzi…eh? – Gomitatina, occhiolino, risatina.

Procedendo per sottrazione, direi che a questo punto rimanga solo mia Madre: su di lei posso garantire personalmente, altri casi non so. A chi ha qualcosa da ridire, citando Ferenc Pápa (come lo chiamano in Ungheria), tiro un cazzotto.

Quindi volevo far sapere che mia Madre ringrazia tutti per gli auguri.


Questo post che avevo in mente da un paio di giorni giunge tardivo: oggi Saverio Tommasi ha scritto su Facebook un post da cui io, una volta letto, ho pensato di attingere per rimpolpare il mio elenco. Quindi è doverosa la citazione per onestà:

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Anche se Saverio Tommasi mi infastidisce per questa sua velleità da supereroe della morale, che ne fa un aspirante santone – cioè un Roberto Saviano – che non ce l’ha fatta¹.


¹ L’evoluzione stile Pokémon dovrebbe essere: supereroe della morale -> santone. Io mi rendo conto a questo punto di essere un aspirante Saverio Tommasi che non ce l’ha fatta, purtroppo.


² Su Roberto Saviano ho una opinione né positiva né negativa che sarebbe troppo lungo sviscerare qui: diciamo che tendo a scindere il giornalista dall’uomo della predica.


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Non è che la mafia dei fiori sia Rosa Nostra

Le andai incontro con una rosa dietro la schiena, celandola come le migliori intenzioni che spesso non vengono mostrate.
In realtà la rosa non era nascosta molto bene. Credo il gambo fosse troppo lungo e lei facesse capolino impertinente dalla mia testa, come le idee malsane nella mente che spesso sono identificabili dall’esterno.

Era un omaggio per il suo onomastico.
La rosa, intendo, non la mia testa. Anche se qualcuna oggi forse preferirebbe quest’ultima, servita con una mela nella bocca.

Non regalo rose, di solito.
Credo però nel fatto che ogni tanto una rosa andrebbe regalata.
Tutti pensano a chi riceve le rose, come se l’azione risiedesse sono nell’atto di ricevere. Dovremmo soffermarci di più invece anche sull’atto di chi la regala la rosa invece che sulla sensazione del destinatario.
Forse il mondo sarebbe migliore se pensassimo di più all’energia potenziale del donare un qualcosa di simbolico.

Mentre mi avvicinavo a lei, un giovane passante che mi vide porgere questa rosa a una ragazza disse qualcosa di canzonatorio.

Da quand’è che le rose non fan più parte delle canzoni ma sono canzonabili? Avrei voluto fermarlo e chiedergli: “Scusa, che problema c’è? Ho le mie rose, oggi, ti disturba?”.

Mi è tornato in mente quest’episodio l’altro giorno, quando le ho inviato un sms di auguri per l’onomastico. Ho questi flashback di tanto in tanto, come se fossero onde di ritorno di un brutto trip causato da una torta all’hashish. Non ho idea di come sia una simile torta, me lo ha raccontato mio cugino che prova cose e non più rose.

Mio cugino si pungeva da piccolo con le rose, quando doveva recuperare il pallone finito nei cespugli. Mio cugino si ciucciava il sangue dalla ferita e aspettava che il taglio si cicatrizzasse all’aria.

Mio cugino poi forse è cresciuto, io invece mi ciuccio ancora le dita quando mi ferisco e a volte non so se ciucciare il dito sia più un atto infantile per provare conforto o semplicemente mi piaccia il mio sangue, nel qual caso spero di non diventare un vampiro perché mi cannibalizzerei.

Non regalo più rose, oggi.
Eppur mi punge vaghezza di esse e me ne sento ferito.

Non poteva fare né il fotografo né il centometrista, non avendo un buono scatto

Avete presente quella puntata natalizia dei Simpson in cui Marge si lamenta che ogni anno la famiglia non riesce ad avere una foto di Natale decente? Per anni ho sofferto di questa sindrome della foto sbagliata, in cui in ogni scatto di gruppo ero impresentabile.

Non c’è una foto di classe delle elementari in cui io abbia gli occhi aperti o un’espressione seria, per esempio.

Anzi, no: una in cui magari ero serio c’è. Però ero voltato.
Accadde perché poco prima dello scatto tirai fuori dalla tasca del grembiule una figurina raffigurante Brenda di Beverly Hills 90210 (a proposito: l’attrice Shannon Doherty ha annunciato ieri di avere un tumore al seno. Le faccio i miei migliori auguri e incoraggiamenti di guarigione) perché volevo che nella nella foto comparisse anche lei.

Mi piaceva. E dire che non avevo mai visto una puntata di BH, perché non mi era permesso. Però ne parlavano tutti e si finisce che anche se non hai visto una serie alla fine la conosci. Un po’ come è successo con Gomorra: mi son ritrovato intorno gente che senza aver mai visto un episodio ripeteva le battute a memoria.


DIDASCALIA SOCIALE
Io ve lo dico: avete rotto le palle. Se avete intenzione di fare lo stesso per la prossima stagione di Gomorra, non avvicinatevi a me.


Un giorno notai una figurina di Brenda accartocciata nel cestino della carta. La raccolsi e la stirai per bene con le mani, poi la misi in mezzo ai libri nello zaino. Divenne una reliquia che per qualche tempo portai sempre con me.

Nella foto di classe tentai la mia sortita estraendola dalla tasca: la maestra alle mie spalle mi notò e mi disse “Gintoki posa quella mano”, io mi girai e -clic- in quel momento partì la foto.

Non essendo in epoca digitale, era buona la prima (che era anche l’ultima).

10400086_73034659264_6741853_nQuesto a sinistra invece è uno scatto risalente alla prima elementare: potrebbe sembrare che mi stia tenendo la pancia per un attacco di colite che mi ha mandato in catalessi, in realtà era voluto. Il mio intento era imitare la posa da capo di stato, un po’ Napoleone (la mano), un po’ Churchill (l’espressione seria e imbronciata), un po’ Andreotti (lo stato catatonico).

Il capello a tetto spiovente era utile in caso di pioggia.

foto015In quest’altra foto (4a elementare), invece, avevo inarcato il busto e irrigidito le spalle schiacciando il mento nel collo. Non ho idea di cosa volessi fare, forse anche qui c’è un qualcosa di andreottiano (che ci si vuol fare, erano gli inizi degli anni ’90), ma la smorfia non so cosa volesse significare. Forse la posa era un tentativo di simboleggiare il mio ergermi dalla massa, difatti dei due tapini di fianco a me si può intuire dall’altezza delle spalle che si trovavano più in basso.

Da notare che dal capello spiovente eravamo passati poi al caschetto da Alberto Ascari, che assicurava ottima tenuta anche in caso di vento forte e strada bagnata.

Non sono invece riuscito a trovare né la foto con Brenda né la figurina in questione che pur ero certo di aver conservato.