Non è che scrivere un’enciclopedia sia un lavoro molto sentito perché ha tante voci

La collega con cui divido l’ufficio non ha una voce da ufficio.

Nel senso che la sua voce sembra invece quella di una professoressa. Non nel modo di porsi. Mi riferisco proprio al timbro vocale: molto alto e che a volte diviene stridulo. E questo senza urlare ma solo per dire “Prendo il caffè”.

A volte mi diverto a immaginare come dovrebbero collocarsi professionalmente le persone in base alla loro voce.

Nel precedente lavoro avevo un collega a Bruxelles che non ho mai incontrato di persona e col quale ho sempre interagito al telefono. La sua voce non era da collega né ritengo fosse adatta a quel lavoro. Era più da attore di Romanzo Criminale o Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. Insomma credo renda l’idea.

Una volta invece mi chiamò un operatore della Wind per convincermi a passare di nuovo con loro. Sembrava uno speaker radiofonico anni ’90, quando andava di moda il tono basso e impostato.

Esiste poi una voce che può adattarsi a qualsiasi ambito o settore, a patto di averne l’effettiva titolarità e non essere solo uno squallido “wannabe”: la voce del padrone. E non è quella di Battiato anche se quando la senti qualche Gesuita ugualmente ti parte.

Non è che Dante a una donna middle class avrebbe detto “Tanto gentry e tanto onesta pare”

L’altro giorno Kit Harington, che di mestiere interpreta L’uomo che non sa niente, era a Napoli per girare uno spot per una nota coppia di stilisti dallo stile coppole e machismo.

Credo che anziane & babà non facessero parte della coreografia dello spot.

Confesso che a volte mal tollero l’esagerato macchiettismo di noi napoletani nel modo di vivere la città e la sua cultura. Qualsiasi cosa qui è “come da nessun’altra parte”, perché tutto è

– bello
– caloroso
– festoso
– gioioso
(continua ad libitum)

Neanche vivessimo in un sambodromo perenne, cosa che non è affatto vera.

D’altro canto guardando immagini come quella testé postata ci si rende conto che certe cose realmente siano possibili soltanto qui.

Io me lo immagino KH se fosse andato invece a Milano.
Ce lo vedo nell’aperibar aperto a orari casuali – solo su invito nel gruppo segreto su facebook – a mangiare sushi finger style, con gli XX in sottofondo e il dj resident (ma con domicilium sul divano di un suo amico) che muove una levetta che aziona una poetessa iconoclasta che fa performance artistiche facendosi il segno della croce con la mano storta, mentre su un divano un tizio che vive di caffeina e onanismo lavora al nuovo logo di una ditta di spurghi&clisteri sul suo MacBook, cosa che potrebbe anche fare a casa propria ma lì non si farebbe notare. Il tutto al modico prezzo di 20 euro (solo l’entrata per dare una sbirciata all’interno per vedere com’è la tizia abbordata su Tinder che ama i gatti asiatici, le fotografie scolorite e il sesso con la frutta ma solo con la buccia perché fa bene) + consumazione (di un atto sessuale nei bagni perché oggi con l’indietronica si rimorchia).

Una coppia con stile che condivide ansia tramite cloud

La gentryfication non è comunque un fenomeno di cui Napoli è esente.

Ho visto apparire anche qui bar che servono frullati e centrifughe vegane/km0/bio/no additivi, su sgabelli di pallet che d’estate con le gambe scoperte ti lasciano schegge di legno nella pelle. Ma puoi star tranquillo perché è legno bio friendly.

Dovrebbero spiegarmi cosa sia un frullato vegano: non ho mai visto servire frullati di carne. Magari esistono. Madre mi propinava dei beveroni strani quand’ero piccolo, perché ero un bambino piuttosto gracilino: quando disegnavo uno stickman lo scambiavano per un autoritratto fedele.


Lo so che “vegano” in senso esteso riguarda tutto ciò che è compatibile con questa visione, un frutto vegano è un prodotto coltivato senza arrecar danno all’ambiente e ad altri esseri viventi, quindi per transizione un frullato vegano non ha arrecato danno a nessuno, a parte il tuo portafogli.


 

Il Vocaboletano – #5 – Fareniello

Ridendo e scherzando siamo arrivati alla quinta puntata del corso di napoletano facile, tenuto da me e crisalide77. Vi ricordiamo che la versione che trovate in edicola è priva di olio di palma, di glutine, di grassi insaturi, di glutammato e di proteine animali. Però è radioattiva perché stampata su fogli di amianto.


Ieri era San Valentino per chi non se ne fosse accorto: spero che, durante la giornata, nessuna fanciulla sia stata importunata da chi sperava di far conquiste amorose con modi stucchevoli. In una sola parola: da un fareniello.

Si definisce in questo modo il bellimbusto che si profonde in smancerie, fa mille pose e moine per apparir simpatico a tutti i costi, ottenendo al contrario di risultar sgradevole. Cascamorto lezioso e untuoso, il fareniello crede di essere intrigante e supera ogni limite di decenza. Interessato solo ad apparire, si piace e si compiace unicamente di sé stesso.

Origini
La storia dietro il termine risale al Teatro di prosa del ‘700.

Nelle rappresentazioni teatrali tra le figure più comuni in scena c’era quella dell’amatore, del seduttore brillante, del Don Giovanni di turno. Tale ruolo era affidato a giovani di bell’aspetto e intraprendenti. Considerando però che la carriera di un attore non si esaurisce nella giovinezza, per continuare a calcare le scene in quel ruolo c’era chi si truccava per non mostrare i segni del tempo.

Dato che i laboratori Collistar non erano ancora aperti a quel tempo, per apparire giovane l’attore si spalmava in faccia un impiastro casalingo a base di farina. Una farinata. Più passava il tempo e più farina occorreva gettar in faccia con la cazzuola, esasperando anche gli atteggiamenti per sembrar giovanili. Il risultato era caricaturale e ridicolo, tipico di una persona che vuol apparire e sembrare ciò che non è.

Proprio come fa un fareniello di oggi.

Nel linguaggio comune ci si è spostati dai palchi alla strada, dove i moderni damerini continuano a mettere in scena le mosse del fareniello. Non è raro inoltre essere bonariamente canzonati dagli amici quando ci si appresta ad approcciare una donna, al suon di “vai a fare un po’ il fareniello?”.

Perché il fareniello, da buon attore, abbisogna sempre di un pubblico.


Un piccolo aneddoto: anno 2005, tra i banchi dell’università ricordo uno studente che amava mettersi in mostra e che voleva sembrare acculturato snocciolando curiosità storiche. Era alto un metro e sessanta ma quando si esibiva nelle sue smanciose pose sembrava crescere di venti centimetri in altezza. A un certo punto ha raccontato, alla ragazza con cui faceva il brillante, le origini del termine fareniello. Lì ho temuto si stesse per aprire un paradosso spazio-temporale e che un buco nero ci avrebbe risucchiati: un fareniello che racconta del fareniello è un vero corto circuito.