Ducale

In queste strade
ciottoli di quiete
l’ombra nera mia
pian pianino si stempra
scevro d’angoscia
placasi il pensiero
il cuore, lieve,
s’innalza a un refolo birbante.

L’arte della felicità

Stavo scrivendo uno dei miei soliti post stupidi, quando su fb mi hanno linkato questo trailer

Si tratta del lungometraggio animato di Alessandro Rak (disegnatore, animatore e ora anche regista) appena presentato alla 70ª Festival del Cinema di Venezia.

L’arte della Felicità è semplicemente il racconto di una storia.La storia di due fratelli che una volta suonavano insieme e che oggi si sono separati. Uno chiuso nel suo taxi, per le strade di Napoli, l’altro tra gli incensi di un tempio in un’ oriente immaginato, poco importa che sia su un monte sperduto in Tibet o tra le radici senza tempo dei templi di Angkor Wat (XL-Repubblica)

«Ho isolato un momento di “bruttura” della città, un suo scorcio in un momento di massima defaillance, legato alla percezione del protagonista. Volevo creare un piccolo quadro degli abissi in cui le persone possono precipitare solo attraverso la loro percezione. Perché poi basta un cielo che si sgombra a far posto a pensieri completamente diversi» (Adnkronos)

Nei cinema sarà presente da fine ottobre.

Non sarebbe bello riprendere Berlino

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Gin-san rientra in Italia, portandosi dietro da Berlino…un bel raffreddore. Grazie al clima teutonico di agosto, con 10 gradi in meno rispetto l’Italia; giri con la felpa, poi si abbassa il vento e senti caldo, la togli, la rimetti, eccetera. Se non ti ammali tu lo farà il tuo compagno di viaggio, che poi infetterà te. Del resto si dice che si guarisce dal raffreddore passandolo a qualcuno.

Dato che non ho voglia di scrivere un bel post lineare e descrittivo come l’etichetta di una scatola di sugo pronto Star, annoterò un po’ di considerazioni sparse raccolte nella città dell’orso rampante.

Prendere l’aereo col naso tappato e sperimentare la sordità durante decollo/atterraggio è sempre un’esperienza surreale e angosciante.

Berlino odora di curry. E nei posti che non sanno di curry sei tu a portarvi quell’odore, perché ti si attacca alla pelle tipo Venom.

Il currywurst è il piatto tipico. E anche l’unico. Sembra che gli autoctoni non riescano a concepirlo diversamente: se provi a chiedere un wurstel alla piastra normale, senza ketchup né altro, ti guarderanno interdetti. Probabilmente è come chiedere da noi una pizza senza nulla sopra.

Il tasso di incidenza della figaggine nelle donne tedesche dai 20 ai 30 sembra essere superiore a quello nostrano. Ma per misurazioni più accurate servirebbero ulteriori studi.

Berlino è una città multietnica. Eppure, persone di colore sembrano essere rare. Poi vai al Gorlitzer Park e li trovi tutti lì, a vendere il fumo, in gruppi di 4-5 ogni due metri.

 La lingua tedesca riempie le parole di vocali inutili. Ad esempio, leggi “Schlesisches” e ti chiedi come si pronunci. Semplice, basta togliere le e: sh-li-s-sh.

I berlinesi sono cordiali e gentili. Ma occhio a non passare alle 5 di mattina sotto le sopraelevate della metro, perché potrebbero vomitarvi in testa. Non è voluto, è che è il posto ideale per il post sbronza sulla via del ritorno a casa.

Se siete donne, i soliti tedeschi reduci dal post sbronza tenteranno di attaccare bottone.

 La differenza con gli italiani è che questi ultimi tentano sempre di attaccare bottone, prima, durante, dopo la sbronza o in assenza di essa.

Se girate dalle parti di Kreuzberg, fermatevi al Café Kotti, a venti metri dalla metro di Kottbusser Tor. Ottima birra (ma dov’è che è cattiva?), ambiente carino (ci sono poltrone e divanetti), si fuma all’interno (sigarette, cannoni…) e si scrocca il wifi. A volte c’è musica dal vivo.

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 Anche se non si è studenti di scienze naturali val la pena andare al museo di storia naturale a vedere il brachiosauro più grande del Mondo (certificato dal Guinness) e l’Archaeopteryx, uno dei meglio conservati. Basta essere stati normali bambini che hanno giocato con i dinosauri!

I ciclisti sono una specie pericolosa. Sono tanti e sfrecciano. E non frenano. Del resto, sei tu che invadi la loro corsia, ergo, sei tu nel torto.

Pare sia in voga appendere le scarpe ai fili e a qualunque altra cosa sospesa in aria.

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Se trovi alloggio tramite Airbnb farai conoscenze singolari. Il padrone di casa fan del PiratenPartei che affitta la propria casa e che attualmente non ha una casa dove vivere ma sfrutta prima la casa della ragazza, poi il camper dei genitori, tornando in appartamento per usufruire di comodità moderne quali wifi e lavatrice. Oppure, il coinquilino del padrone di casa, un rumeno che parla 6 lingue che è socio di un polacco (che non incontra mai di persona) col quale ha una società di consulenza che lo porta a viaggiare per l’Europa.

I musicisti che suonano per strada a Warshauer Str. darebbero la paga a molti presunti artisti radiofonici.

La Neue Nationalgalerie dovrebbe essere visitata da tutti, anche da chi non capisce nulla di arte del XX secolo.

I gatti del cimitero di Dorotheenstädtischer Friedhof (ho dovuto copiarlo da wikipedia per scriverlo) si mettono in posa per le foto. Ma attenzione: concedono un solo tentativo, poi, tediati, se ne andranno via.

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Vedi due ragazzi che si tengono per mano e l’Italia ti sembra il Medioevo.

La Porta di Ishtar è così bella e ben conservata da sembrare finta. Considerazione del turista medio quando la vede. Essendo io turista medio, anzi, da dito medio, l’ho pensato anche io.

Che rumore fa la tua città?

È giunto il momento anche per Gin-san di partire. Destinazione: Berlino.
Spero, oltre che di divertirmi, di tornare con qualche foto interessante da postare ed esperienze curiose da raccontare.

A proposito di viaggi e cose stravaganti, volevo cogliere l’occasione per parlare di un paio di progetti artistici che tempo addietro hanno catturato la mia attenzione. Il primo di questi è Soundcities, nato da un’idea del net artist inglese Stanza, che nel lontano 2003 ha iniziato a registrare e condividere sul sito suoni e/o rumori “rubati” in giro per le città che visitava. Il progetto è open, tutti vi possono contribuire, tanto che si è arricchito ormai di molte località mondiali (mi son fatto due risate ascoltando Napoli 😀 ).

Un altro progetto che unisce condivisione e originalità applicate al tessuto urbano, è il Dead Drops. Nasce da un’idea dell’artista Aram Bartholl (berlinese, tra l’altro, siamo in tema) e consiste nella condivisione offline di file tramite chiavette usb cementate negli interstizi di muri cittadini. Qui c’è la mappa mondiale con l’ubicazione delle chiavette. Cliccando sull’immagine e poi sul link, si aprirà una pagina con foto e indicazioni per localizzare la chiave. Anche questo è un progetto open, tanto che anche in Italia le segnalazioni di installazioni sono ormai numerose. Altre stravaganti iniziative dell’artista sono pubblicate sul suo sito ufficiale.

E voi? che rumore fa la vostra città?

Top 10 momenti della vita

Ieri sera guardavo il terzo OAV della serie Otona Joshi no Anime Time: si tratta di una serie per donne, ma è interessante anche per gli uomini. Poi lo stile del disegno (che cambia da opera a opera) è particolare.

Comunque, in questo episodio una donna alle soglie dei 40 faceva un riassunto della sua vita, pensando ai dieci momenti migliori che aveva vissuto. Così, spontaneamente, ho cominciato a pensare anche io alla mia top ten. È venuto fuori questo:

10) Quando ho visto al Louvre il mio quadro preferito.
9) Exit music (for a film) dal vivo. Avevo gli occhi lucidi.
8) Un abbraccio di un amico. In realtà, tutto il contesto in cui ciò si svolse mi riempie di vergogna ancora oggi ad anni di distanza, ripensando al mio comportamento in quel periodo. Per questo è posizionato così giù. Però, un abbraccio sincero, senza nessuna parola, merita di essere inserito in classifica.
7) Quella volta che quella bambina alle elementari mi prese per mano.
6) La ragazzina che mi piaceva alle medie, che, una volta, per ringraziarmi del gesto gentile che le avevo fatto, mi diede un bacetto. Era solo sulla guancia, ma rimasi inebetito qualche attimo.
5) Il primo colloquio di lavoro superato (per ora anche l’unico). Per l’esattezza, il momento in cui il telefono squilla col numero privato: un presentimento mi diceva che era quella notizia.
4) L’ultimo esame della laurea triennale. Come voto fu tra i migliori di quella mia triennale, come svolgimento fu perfetto: per una volta non dovetti aspettare ore per il mio turno, mi ci volle più tempo tra andare e tornare dall’Università che per star lì e sostenere l’esame. E, dopo, uscii dalla facoltà con un senso di leggerezza fantastico.
3) Una giornata in giro, trascinato tra un parco di divertimenti e il lungomare. Nient’altro. Momenti che, mentre li si vive, si vorrebbe intrappolare per sempre e non far svanire.
2) La prima volta. Probabilmente, un disastro a livello tecnico e stilistico. Sentimentalmente, tutto perfetto.
1) Il primo bacio. Sicuramente un’esperienza allucinante, per chi subì. Ci fu un’esondazione di saliva e uno scontro frontale di incisivi (stavano per accorrere i vigili). A ore di distanza, fino a prima di addormentarmi, rimasi con la sensazione di qualcosa delicatamente poggiato sulle mie labbra. È al primo posto perché è come se ci fosse una netta frattura tra il prima e il dopo. Il distacco sembra più netto rispetto al fare sesso la prima volta, in cui invece ci si arriva più per gradi. Almeno parlo per me.

Non ho avuto una vita molto movimentata, in effetti. D’altro canto, non ho dovuto sforzarmi molto per riempire la classifica.

“Questo è zen”

Molto tempo fa, uno studente cercava ogni giorno di capire il vero significato dello zen e, siccome non ci riusciva, il maestro lo colpiva continuamente con il bastone. Arrivò il giorno in cui l’allievo decise di partire per un viaggio, per riuscire a capire cosa fosse lo zen. Dopo un anno tornò dal maestro, e questo gli chiese: “Ora sai cos’è lo zen?“. Allora, il ragazzo rispose: “Sì, questo è zen“, e colpì il maestro con il bastone.

Appunti di viaggio

Alcune annotazioni che ho raccolto dopo il mio recente viaggio a Parigi.

Viaggio: ho volato con la Trawel Fly, che ho scoperto essere un semplice operatore che utilizza aerei di altre compagnie, in particolare della Mistral, compagnia di Poste Italiane. L’aereo era piccolino e non ci hanno offerto nulla, per un bicchiere d’acqua (probabilmente piovana) dovevi chiedere. L’atterraggio mi è sembrato troppo brutto. Al ritorno, invece, la Mistral ha affittato un aereo della Jetran Air, un rottame puzzolente. Però hanno almeno offerto succo di frutta. Atterraggio dolce.

Clima: per 3 giorni ha fatto veramente caldo, sabato avrò trovato 30 gradi. A differenza delle nostre zone, però, almeno non si boccheggia (anche se si suda lo stesso, in tre giorni ho esaurito le magliette e ho dovuto comprarne altre due lì). Poi il clima è cambiato, nuvoloso/variabile con sporadiche piogge. Ma il problema non era questo, era che non sai come vestirti. Anche se è nuvoloso, magari con una maglia a maniche lunghe stai bene; solo che, d’improvviso, si alza un vento freddo e ci vuole un giubbino. Poi il vento se ne va e hai di nuovo caldo. Insomma, i restanti 4 giorni sono stati tutti un vestirsi/svestirsi/rivestirsi.

Lingua: il francese è l’ottava lingua più parlata al mondo, ma i francesi si comportano come se fosse la prima. Partono dal presupposto che tutti lo parlino e, nel caso tu non lo parlassi, non gliene frega niente. Innanzitutto, se non pronunci correttamente le parole, non ti capiscono. Io non so se la pronuncia sia così fondamentale che, nel caso tu la sbagliassi, la frase diventi poi incomprensibile; ma se, ad esempio, arriva un turista da me e mi chiede “Plazza Garibaldo” io capisco cosa voglia. Un francese, invece, non capirà o farà finta di non capire. Secondo punto: anche se gli dite je ne comprend pas o I don’t understand, continueranno a parlarvi in francese come se niente fosse.

La Gioconda: ovviamente, si va a Parigi, come si può non andare al Louvre? Ci sono andato domenica, era gratuito (la prima domenica del mese ci sono dei musei visitabili gratuitamente): fila lunghissima, ma scorrevole. Mi sono messo in coda alle 11 e sono entrato poco minuti dopo le 12, ma considerando la lunghezza della fila, è stato poco. Ho girato tutto il Louvre per un totale di 5 ore, ovviamente non sono riuscito a soffermarmi su tutto. Ma una visita alla Gioconda non vuoi farla? Ok, andiamo: c’è un mucchio di gente davanti, ma se vi fate largo a suon di “pardon, pardon” e attendete il vostro turno (la gente va lì davanti per fare due-tre foto e poi va via) riuscirete a vederla faccia a faccia, anche se a distanza, dato che c’è un cordone davanti. Avviso che è una delusione, comunque: piccolina e dai colori molto meno brillanti rispetto alle stampe e alle immagini ufficiali.

Palazzi puliti: una cosa tipica delle grandi città è vedere i palazzi, specialmente quelli che risalgono all’800/700, anneriti dallo smog. A Parigi no. Sono tutti lindi e splendenti come se fossero stati costruiti l’altro ieri. Sì, lo so, è una stupidata o è una banalità, ma anche queste cose ti colpiscono.

Metro: la metro è comoda per spostarsi perché è ovunque e, anche grazie al gioco delle corrispondenze tra più linee alle fermate, ti permette di raggiungere qualsiasi luogo. Ma è sporca e puzzolente e, salvo alcune, le stazioni sono anonime e bruttine.

Cibo: a Parigi si può mangiare cibo di tutto il mondo, lì trovi un greco (inteso come ristorante), lì un algerino, lì un vietnamita e così via. Ci trovi anche italiani, ma i più sono trappole per turisti e magari ti fanno la margherita con l’uovo sopra. Per spirito d’avventura abbiamo deciso di provare una pizzerie consigliata, si chiama “Da Pietro”. Il pizzaiolo è napoletano e questo dovrebbe deporre a suo favore, ma la margherita te la fa con l’origano sopra. Ah-ah non ci siamo, non ci va l’origano sulla margherita (anche se secondo alcune scuole di pensiero sì, ma per me sono in errore!). Poi è piccola, come diametro siamo al livello di quelle vendute di fronte la Circumvesuviana ad 1 euro. Con la differenza che questa ne costava 11. Però la pasta era soffice e gustosa.

Un consiglio a proposito di cibo: non mangiate nel ristorante del Louvre (quello dove si va col vassoio e si ordina stile Mc Donald, dove c’è l’ingresso alla sala Richelieu): cibo pessimo e caro (anche se per gli standard di Parigi in realtà non è caro). Ci sono andato perché non resistevo dalla fame, dato che stavo girando dalle 12, ovviamente loro giocano su questo, sul fatto che molti turisti sono di bocca buona o non capiscono niente di cibo o che hanno fame e non hanno voglia di uscire, mangiare, rifare la coda e rientrare. È stata l’unica trappola in cui son caduto (vabè, su 8 giorni ci può stare).

Impara l’arte e mettila da parte

Oggi, in un impeto intellettualista, ho visitato il MADRE di Napoli. Ci tengo a precisare che non è stata una spinta decisiva a questo mio impulso artistico il fatto che il lunedì l’ingresso sia gratuito.La cosa che più mi è rimasta impressa dell’esposizione è stata Orlan, questa artista francese di cui ignoravo l’esistenza sino ad oggi (e mi chiedo come abbia fatto io a vivere con questa ignoranza).
Cito da Wikipedia:

Sottopostasi a diverse operazioni chirurgiche ha modificato il suo aspetto, con l’aggiunta di protesi facciali, quali corna, riprendendo le fasi mediche in video e conservando i resti organici prodotti dalle operazioni stesse, inserendoli in appositi contenitori che lei chiama “reliquiari”.

Se il fascino avesse un corpo, lei ne sarebbe il cadavere.

Ritratto dell’eroe da giovane

Lo ammetto, il titolo non è farina del mio sacco. E’ il titolo di una storia di PK, del lontano 1997:

 

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Mi aveva sempre ispirato (il titolo, non la storia), prima o poi ci avrei voluto scrivere qualcosa su. E allora eccomi qua, forse non sarà quello che mi aspettavo di scrivere, ma comunque.

L’eroe da giovane ovviamente sarei io. Fa un pò strano detta così perchè poi sembra che io ora sia vecchio, mentre invece mi trovo solo alla soglia – sullo zerbino e mi ci pulisco i piedi – dei 24 anni. Mi manca quindi poco più di un anno prima di invecchiare: saprete infatti che da un punto di vista biologico quel lento processo degenerativo che viene comunemente detto invecchiamento comincia già dopo i 25 anni (quindi dovrei posticipare questo intervento di un anno forse per dargli più senso?).

Mah. Dicevo, comunque, il ritratto del passato.

Io sono uno che pensa molto al passato, che ama rivedere immagini di quel che è stato e successo nella sua vita. Ma non solo eventi recenti, ma anche cose che risalgono ad anni più addietro, all’epoca delle elementari tanto per dire. Il percorso poi tende sempre a finire nello stesso punto: una volta che sul megaschermo è finito il video dell’eroe in azione nel passato, l’eroe del futuro distoglie lo sguardo e pensa <<Ma come sarebbe stato se…?>>, e spegne il video.

Ad esempio mi chiedo come sarebbe stato se quella volta ci avessi provato con quella ragazzina alle medie, tanto per dire; questa penso sia una cosa comune a molti, hanno tutti una ragazzina delle medie nell’armadio dei ricordi.

Poi c’è qualche prete che ha un ragazzino delle medie rinchiuso in un vero armadio, ma sono altre storie, brutte. (Lo so questa era pesante, ma non potevo farmela scappare).

Ci sono delle volte invece che il ritratto ha degli strappi, dei salti, e allora la domanda è <<Ma cosa è successo?>>. Ad esempio mi chiedo cosa sia successo ad un certo punto della storia al collegamento tra il mio cervello e la lingua, si deve esser danneggiato con l’adolescenza, forse sono controindicazioni della pubertà, gli ormoni, non so. Fatto sta che fino alle medie io ero abbastanza loquace. Da bambino soprattutto, io parlavo in continuazione, ricordo le maestre non sapevano più che fare, inizialmente mi facevano sedere vicino alle femmine pensando che così sarei stato buono, invece no io facevo casino anche vicino alle femmine. Così spesso mi facevano sedere da solo. Voi penserete che sia normale che un bambino chiacchieri molto, no invece, perchè io eccedevo ed ero oltre la media; e poi se è per questo ci sono pure bambini più silenziosi, e sono normali, quindi la ciarla facile non è un fatto scontato per un bambino. Forse avrò via via esaurito la mia scorta di parole, fatto sta che dall’adolescenza ad oggi ho preso a parlare sempre di meno, e negli ultimi anni mi sento sempre più spesso dire che non parlo.

Fortuna che almeno agli esami parlo, sennò penso che la cosa assumerebbe connotati un pò drammatici. A tal proposito, riguardo l’università, l’altra domanda che sorge guardando il ritratto è  <<Come sarebbe andata se a 18 anni fossi stato più cauto e accorto nel decidere cosa fare della tua vita?>>. No, penso che all’epoca il nostro non fosse tanto eroico, ma più “cazzone”, per usare un termine scientifico.

Nella mia storia ci son sempre stati ragni, dopo i gatti sono gli animali che mi piacciono di più, perciò penso di poter concludere mettendo un paio di foto (anche perchè di creare un intervento a parte solo per mettere sto paio di foto di sta roba non mi pare il caso, quindi meglio cercare un improbabile collegamento per trovare la scusa per infilarcele qui dentro), che giusto l’altroieri ho fatto alla scultura esposta al Museo di Capodimonte (ho beccato un raro momento in cui non c’era qualche sfaccendato turista sotto), scultura che raffigura un ragno per l’appunto:

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E questo è quanto.

Mi aspettavo di meglio quando pensavo a quel titolo della storia di Pk dalla quale avrei voluto tirarci fuori qualcosa.