Non è che per ristrutturare casa chiami Ivan Zaytsev perché come alza i muri lui nessuno

L’assistente dell’osteopata mi osserva mentre faccio gli esercizi di allungamento.

Per fare conversazione, mi chiede dei miei tatuaggi. Le parlo del Viandante che ho sull’avambraccio sinistro, che non conosce. Poi mi fa: «Ma tu hai fatto architettura, quindi?».

Ora, perché la passione per il quadro di Friedrich debba essere correlata agli studi in architettura, mi sfugge. Capisco che il primo anno in quella facoltà facciano storia dell’arte, ma non è proprio il primo collegamento che mi verrebbe in mente parlando di un quadro.

L’architetto è un soggetto particolare. Secondo me quello bravo unisce il senso pratico dell’ingegnere con la morbosità di un erotomane. Tu vedi una parete, lui la vede nuda e poi vestita in mille modi come piace solo a lui.

Dare carta bianca a un architetto è pericoloso: ci disegnerà sopra qualcosa che lo eccita.

Io starei cercando di modificare un po’ casa. Mi sono trasferito nell’appartamento che era dei nonni, inizialmente pensavo in via transitoria, poi i colori a zona e il lavoro da casa mi fanno pensare di restare qui.

La cosa più complicata è stata prendere le misure delle pareti con un metro pieghevole che ha ormai le giunture di un ottantenne. Infatti mi ritrovo dei centimetri che ballano tra una stanza e l’altra, e ogni centimetro balla poi una melodia diversa.

Stavo impazzendo quando tra cucina e soggiorno mi trovavo che la parete in comune da un lato era più corta di mezzo metro rispetto all’altra.

Poi ho scoperto che, anche se dall’esterno sono perfettamente in linea, all’interno una stanza è più corta dell’altra. L’ho comunque misurata un altro paio di volte in giorni diversi perché cominciavo a temere la casa fosse viva e mi stesse prendendo in giro.


A tal proposito, se volete un libro che vi farà venire l’inquietudine dello stare chiusi in casa, consiglio Casa di foglie, romanzo di Mark Z. Danielewski.


Prima di pensare di sistemare la casa attuale mi stavo un po’ guardando in giro. Ho visionato annunci e contattato agenzie.

Ci sono due tipi di agenzie immobiliari, mi sembra di aver capito:

– Quelle che contatti e sembra che tu stia dando loro fastidio, al che vorresti chiedere «Ma volete darla via questa casa o vi piace tenervela?»

– Quelle che contatti una volta e ti inizieranno a mandare proposte di continuo, molte delle quali fuori budget ma loro ci provano.

Poi ci sono gli annunci, alcuni dei quali sembrano avere senso dell’umorismo:

  • Centralissimo: un concetto molto vago. Da un punto di vista teorico, ogni punto in sé può essere un centro, basta tracciarvi intorno una circonferenza. Fa niente che all’interno di questa circonferenza ci siano solo terra e sterpaglie, un centro geometrico è un centro!

 

  • Solo persone referenziate: di certo prima di affittare una baracca in rovina uno vuole esser certo di darla a una persona affidabile.

 

  • A pochi passi da…: chi scrive così lo capisco, io ad esempio non ho problemi a spostarmi a piedi, ma ci sono persone per le quali fare 500mt a piedi è una cosa scocciante e ti romperanno le scatole dicendoti «Ma quanta strada mi fai fare?»; il concetto di pochi passi ha un valore molto relativo e varia da individuo a individuo. Però direi poniamoci un limite: sopra il chilometro, non sono affatto pochi passi.

 

Chissà che penserebbe il Viandante, se solo avesse studiato architettura!

Ma che gli faccio io alle donne non so

I più attenti lettori ricorderanno il mio incontro con la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare; da allora l’ho rivista altre tre volte e sono rimasto alquanto perplesso da un suo comportamento.

Venne a casa qualche giorno dopo il nostro incontro, per discutere di alcuni dettagli riguardo la nostra pratica di affitto. Conversammo amabilmente (questa volta, giocando lei in trasferta, fu molto cauta con i suoi discorsi ampollosi e retorici) in cucina e, poi, all’atto di congedarsi se ne andò via correndo.

Non sto scherzando o enfatizzandola cosa: lei mi salutò e poi raggiunse la porta correndo lungo il corridoio, scappando.

Io rimasi alquanto sconcertato, temendo che un qualche mio atteggiamento l’avesse spaventata. Sono molto sensibile al non dare una cattiva impressione, pensate che quando in una strada poco frequentata mi ritrovo a camminare dietro una donna, prima segnalo la mia presenza con un discreto colpo di tosse, poi cambio lato e infine la supero. Come a dire: guardami: non ti sto seguendo!

L’altroieri è venuta di nuovo a casa con un architetto che doveva effettuare un sopralluogo. Salutato il tecnico, è rimasta qualche minuto a parlare con me degli affari che abbiamo in comune. Poi, mi ha salutato con una stretta di mano e si è esibita nuovamente nel suo sprint di fuga da corridoio.

Ieri mattina è ritornata per prendere dei documenti. Ho atteso il momento che mi salutasse per la prova definitiva: dopo aver esclamato “non c’è bisogno che mi accompagni alla porta, tanto qui son di casa, eh eh eh (risata finta)“, se ne è andata di corsa. E con di corsa non intendo di fretta, ormai si sarà capito: intendo correndo. Lo scalpiccìo frenetico dei sandali sul pavimento ha accompagnato la sua uscita di scena.

A questo punto comincio a credere di non essere io il problema, ma che sia lei disturbata mentalmente e mi sono quindi messo il cuore in pace. E sto coltivando la segreta speranza che mi inviti di nuovo a casa sua, perché vorrei tanto potermi congedare esibendomi in una corsetta e, perché no, anche battendo i talloni con un saltello. Perché non mi si dica che io rinuncio a una sfida!