Non è che il blocco note sia il divieto di diffondere musica

Ho acquistato un piccolo taccuino con penna incorporata, investendo ben 1 € da Tiger. Carta riciclata perché ho una coscienza. Carta riciclata probabilmente impastata da un bambino bengalese.

Ho deciso di portarlo sempre con me e provare a prendere nota di tutto ciò di cui prenderò nota.

Ho deciso di portarlo con me ed evitare di tenere a mente quel che devo ricordare.


In genere prendo appunti solo mentali. La memoria mi ha sempre funzionato bene. Soltanto che, per evitare di dimenticare ciò che ho mentalmente appuntato, le cose continuano a girarmi in testa e rimescolarsi e venire su come dopo aver mangiato la peperonata. Voglio quindi verificare se, scrivendole, io riesca a scaricarle dalla testa e ad avere la mente più libera.


Ho deciso di portarlo con me e fingere che mi interessi ciò che mi stanno dicendo tanto da prenderne nota.

È vero che potrei segnar le cose con il cellulare. Purtroppo su alcuni aspetti sono conservatore. Antico. Vecchio dentro.


Seppur una cassiera di Mercato Trionfale due giorni fa porgendo una bottiglietta si è riferita a me esclamando Questa è der ragazzetto. Non so se una persona debba offendersi o inorgoglirsi, in questi casi. Ma per quel poco che ho imparato da Roma ho capito che in realtà, così come qui a Napoli, ci sono cose che non bisogna chiedersi. È così e basta, non c’è giusto, sbagliato, brutto, bello, nero, bianco: Napoli e Roma sono fenomeni quantistici, dove tutto è niente e niente è tutto.


Le cose scritte a mano sono le migliori – Dinosauri conservatori contro la modernità

Ad esempio non mi trovo bene con gli ebook e credo che continuerò ad avere libri cartacei.

Ho deciso inoltre che la prossima casa in cui traslocherò dovrà avere un giradischi perché Spotify mi ha stancato.

Le persone hanno bisogno di un’àncora di sicurezza. Io ho bisogno di un ancòra. Che qualcosa ancora ci sia. Che qualcosa ancora prosegua.

Ho ancora dei posti miei.

Ho ancora delle persone vicino.

Ho ancora degli insegnamenti da ricevere.

I Melvins ancora fanno uscire dischi.

Tutto ciò è rassicurante. E degno di nota.

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Non è che devi metter mano al portafoglio per spendere una buona parola

Non potrò mai ritenermi un buon massaio fino a quando non sarò in grado di far per bene la spesa.

Ho difficoltà a pianificarla per l’intera settimana, non essendo in grado di quantificare gli acquisti necessari per un lungo periodo. Cosicché, mi trovo ad acquistare giorno per giorno quel che mi serve per la cena e, al massimo, per il pranzo del giorno dopo.

Fanno eccezione i bastoncini di pesce di cui riempio il frigo di scorte per l’intero anno prossimo venturo.

Ultimamente pensavo di aver fatto progressi, riuscendo ad andare al supermercato una volta ogni due giorni.

Poi mi sono reso conto che stavo semplicemente mangiando di meno. Me ne sono accorto una mattina che sono uscito di casa. Era una giornata ventosa e le folate mi stavano portando via: Mondogatta è arrivata la bora qui?, pensai. Poi una vecchietta di 1 metro e 50 mi ha superato di lato placida e tranquilla e allora ho pensato che forse stavo perdendo troppo peso.

Gestire gli acquisti è impresa non semplice.
Oppure semplice, quando non acquisti un bel niente come ho fatto io.
O come fa BB (non Brigitte Bardot), la segretaria amministrativa dove lavoro.

Da lei per scucire l’acquisto di un foglio di carta devi aspettare mesi e devi riuscire a convincerla che quel foglio di carta sia davvero necessario, invece di usare il vetro della finestra e l’alito per prendere appunti con le dita.

L’altro giorno cercavo un pennarello.
Sono passato davanti a BB con noncuranza, canticchiando a bocca chiusa Don’t you want me degli Human League, fingendo di dirigermi al distributore d’acqua. Poi, all’ultimo momento, ho aperto le ante dell’armadio della cancelleria.


Mentre lo cercavo, mi sono accorto che in italiano – a differenza dell’inglese dove si dice hum, che ha un che di onomatopeico – non esiste un verbo per identificare il canto a bocca chiusa.


Bisognerebbe inventarne uno, che sia così sorprendente da far restare a bocca aperta prima di chiuderla per canticchiare!


Lei ha alzato la testa come un gatto che sente il rumore della scatola di croccantini.

Posso aiutarti?
Si, evitando di rompere i cog…Ehr…Ho bisogno di un pennarello
Uhm

Quell’uhm stava a indicare che nella sua mente era iniziato questo processo logico-deduttivo: Un pennarello? Cosa se ne farà di un pennarello? Ha davvero bisogno di un pennarello? Perché mai dovremmo consumare un pennarello?.

Si è poi alzata ed andata nella mia stanza, dicendo:

– Forse CR li ha
– No, ho già visto
– Allora puoi usare questi
– Quelli sono evidenziatori. Servono per evidenziare cose. A me serve un pennarello per scrivere cose
– Ah
– Quindi?
– Non l’abbiamo!

E con un sorriso istantaneo fino ai padiglioni auricolari  è tornata a sedersi.

E ora sono due giorni che scrivo sul vetro con l’alito, ma, non so perché, i miei appunti sembrano riguardare solo materiale andrologico/ginecologico.

Non è che il lanaiolo sia ubriaco perché ha alzato il gomitolo

Osservo molto il mondo che mi circonda. Prendo appunti mentali che poi trasformo in post. Quel che non è sufficiente per generare un articolo, resta un semplice appunto. Questa ad esempio è una piccola lista di cose messe insieme riguardo Budapest.

  • Ansia – La gente qui è parecchio ansiosa e catastrofica. Quando sono arrivato mi sono sentito dire che presto sarebbe giunto un freddo tremendo, temperature polari, neve alta. Ho vissuto con l’ansia dell’arrivo della Siberia: cioè che proprio mi sarei svegliato una mattina e avrei trovato tutto ghiacciato, yak e cosacchi all’uscio come fossi finito in un romanzo di Lermontov.
    Ha fatto freddo, certo, e andare al lavoro con -5 e uscire con -5 come se il tempo non fosse mai trascorso non è carino. E ha nevicato un paio di giorni e quando la neve ghiaccia e poi si scioglie per non ruzzolare devi camminare come uno cui le scarpe fanno male. Ma non è nulla di che, eh. Cioè credo che a Bolzano/Bozen se la passino forse peggio. Pensavo mi avessero perculeggiato – del resto i colleghi credono che io provenga da un Paese tropicale dove ci sono 20 gradi anche in inverno – poi parlando con altri mi hanno detto che il catastrofismo qui è proprio abitudine.


    Anche se forse un Paese tropicale lo stiamo diventando, a guardare le temperature di quest’anno.


  • Ansia #2 – La prova di ciò è stata quando in ufficio si è bloccata la maniglia della finestra, che non si chiudeva più. Ovviamente l’avevo toccata io: il mio superpotere di rompere, danneggiare o inibire il funzionamento degli oggetti funziona sempre.

    Forse dovrei diventare un eroe (o un villain) mascherato: Deathtouch sarà il mio nome di battaglia.


    In ufficio è allora iniziato un pellegrinaggio. A turno tutti i colleghi sono venuti a vedere la maniglia, a toccarla, a provare a sistemarla. E ora come si fa, serve il tecnico, e adesso che succede e così via.
    Il tecnico è arrivato, in un minuto ha spostato una molla e la maniglia ha ripreso a funzionare.

  • Fauna – Di ragazze ce ne sono di iperbelle. Tutte le altre, non sono esteticamente appariscenti. Non sto dando della “brutta”, perché non mi piace mai dare giudizi superficiali su una donna. E poi a volte basterebbe anche un taglio di capelli diverso, un ritocco a un sopracciglio. E quello che constato, inoltre, è la totale assenza della classe media. Il tipo, il non so che, chiamatela come volete. O sono modelle o no. Insomma, non è come in Italia. Per noi medi è un dramma.
    E i maschi? I maschi sono molto brutti. E, guardando gli adulti, credo che invecchiando diventino ancora più inguardabili. Lo dico in modo oggettivo, poi potreste non credere al parere di un maschio eteromestruale (sono soggetto a sbalzi ormonali), ma anche la mia CR ha confermato. E, ha aggiunto, spesso quelli realmente fighi sono omosessuali. Ha sottolineato la cosa rimarcando che fosse uno spreco, cosa che, come mi ha fatto notare Pendolante in un commento, fa il paio con “Che peccato era così bello” quando muore qualcuno.
  • Fauna #2 – Le ragazze ti avvicinano loro nei locali.
    Succede anche al di fuori dei locali, ma lì è meglio non dare confidenza per non risvegliarsi in un fosso senza il portafogli (i vostri reni valgono meno, viste le schifezze che mettiamo in corpo, mi spiace).
  • Usanze alimentari – Lo snack più popolare è il Túró Rudi, una barretta di cioccolato ripiena di ricotta. Il primo effetto all’assaggio è un sapore acidulo, poi diventa buono.
    Peccato solo che dopo lasci una fiatella non gradevole.
  • Usanze alcoliche – Come in tutta l’area Mitteleuropea, la birra non supera i 4 gradi. Così per provare un minimo di ebbrezza ne mandi giù un litro in mezz’ora. Ma l’unico effetto è una minzione interminabile e un tremendo dolore alla vescica se non hai espletato la formalità prima di andartene, aspettando di arrivare a casa.
  • Usanze alcoliche #2 – Come non resistere poi alla tentazione di provare una birra conservata nella plastica?!received_10208714744210880.jpegBottiglione da 2 litri a meno di 2 euro! A meno, c’è solo l’acqua del water, credo.
  • Luoghi – Per bere bene ci sono sempre le birre artigianali, comunque. Da sorseggiare magari in un caratteristico locale arredato con scarti presi da una discarica.
    Ad esempio, vicino dove abito, dalle parti di Corvin c’è una birreria ricavata all’interno di un ex birrificio. O forse vi producono ancora birra, visto il penetrante afrore acido di lievito che vi accoglie all’ingresso e vi accompagna per tutta la serata (poi ci si abitua). Tale posto è un esempio di riutilizzo.

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    Dei bei fusti. Accanto, tizi che bevono.

    Mi è sembrato di stare a casa.
    No, non perché io viva in una discarica o  in un birrificio.


    Magari.


    Il birrificio, intendo.



    È che ero solito frequentare a Napoli un locale, il Lanificio. Si chiama in questo modo perché nella struttura, in origine parte di un complesso di una chiesa, nei secoli passati fu allestita una fabbrica di lavorazione della lana. Il locale è stato recuperato e oggi è un centro di attività culturali e musicali, arredato con oggetti recuperati.IMG_9625-Recovered
    Ed è sorprendente riuscire a creare un luogo di aggregazione, frequentato dalle persone, semplicemente con del pattume. Ma se lo piazzi nel modo giusto diventa “valorizzazione artistica”.
    Un giorno o l’altro svuoterò la mia cantina e metterò in vendita il tutto (a caro prezzo) dietro l’etichetta “Artistic vintage”.

  • Buone maniere – Sembra che sedersi all’interno dei mezzi pubblici sia disdiscevole.
    Quando il mezzo si ferma, infatti, non si scatena la corsa al posto come succede da noi. A volte il tram è pieno e ci sono dei posti liberi.
    Cedere il posto è un’altra cosa poco opportuna. Se non si tratta di anziani col bastone, gli occhiali a fondo di bottiglia, la gobba e una carie in stato avanzato (ammesso che abbia ancora i denti), allora il gesto non è giustificabile. La persona cui cedete il posto vi guarderà male. Se ha buon senso, capirà che non siete del luogo e vi asseconderà sedendosi, malvolentieri.


    È un atteggiamento diffuso anche da noi, a chi viene proposto il posto sorge il dubbio che gli stiate dando del vecchio. Non rispondo per altri, ma a me non frega che siate vecchi o giovani o aitanti: cedo perché  sono gentile e perché  come diceva Gandhi “Sii il posto a sedere su cui vuoi sederti nel mondo”


    In realtà non cedo a tutti indistintamente, ma seguo una scala di valori:
    1) Anziani/Donne incinte
    (oppure, se in stadio avanzato, donne incinte e poi anziani)
    3) Signore con una enorme busta della spesa
    4) Universitarie a fine giornata con due borse da mare sotto gli occhi e un principio di gobba dietro al collo, effetto della sindrome “piccolo scrivano fiorentino”
    5) Ragazzo che ha fatto sedere la propria ragazza restando in piedi, al che mi offro di cedere il posto per riunirli in seduta comune, ma soltanto se è una coppia che giudico meritevole di un atto di cortesia.


Alla prossima per futuri eventuali aggiornamenti.

Il rumore del silenzio

Sono tornato al punto di partenza come nel gioco dell’oca e di oche qui in effetti ne vedo tante, si spostano come nell’elementare principio del calcio ignorante: Tutti dietro la palla. E allora via un calcio e tutti a inseguire, questo posto si svuota e se ne riempie un altro che fa più trendy, ma chi è che materialmente dia calci non si sa. E io in verità, in verità vi dico che vi prenderei sì tutti a calci, donne e uomini, non vi conosco e mal vi tollero, vi farei volare via con i vostri bicchieri e le vostre sigarette, che con quello che spendete ogni anno di alcool e tabacco potreste finanziare la ricostruzione de L’Aquila, anzi, ne potrebbero costruire due-tre, uno stormo intero di aquile. Ehi tu, aquila, senti un po’, ma cos’hai davanti? Primo, io sono un gatto, secondo, sì è il mio mezzo litro di birra e ne ho bisogno per carburare e farmi piacere tutto questo, sto bene con tutti e con nessuno perché mi manca il silenzio, ma non il silenzio semplice. A me manca il silenzio che ti fa rumore nella testa non quello che sa di vuoto come un frigorifero abbandonato. Dove sei, silenzio? Silenzio. Nessuno che mi risponda. E fa freddo, qui.

Solitudine, chi sei

Solitudine la vana attesa del treno al binario 2,
un ciuf ciuf malandato, affollato, ritardato;
e ripensi ai progetti Grandi Stazioni
e ti chiedi a noi Piccoletti ormai chi ci pensi più;

Solitudine il parcheggio non nato immediato
l’impazienza del gigante alle tue spalle
la lista di onorati avi che gli rammenti
e la sosta a cui rinunci per irritazione;

Solitudine una asettica sala d’aspetto
un centro espiantato da una base X-Men,
a te affidato il ruolo della X, l’ignoto
amici dello specialista a tassametro ti scavalcano;

Solitudine la convenzionale opinione comune
eleva le persone per un Avv., Cav., Dott., Ing. avanti al nome,
salvo profondersi in sbigottimento e incredulità
quando son svelati i loro pederastici prudori;

Solitudine i tuoi messaggi in orari improduttivi,
contatti di educata compagnia
di noia trasmessa come influenza
nell’attesa che ti si asciughi lo smalto sulle unghie;

Solitudine la tua preoccupazione nei miei confronti
che ti preme solo di un’altra tacca al letto
subodorato il tutto prendo le distanze
e non mi chiedi più manco come stai

Solitudine due occhi felini che denudano il cuore
un sussurro sfiorato all’orecchio
e poi una enorme scritta NO FLY ZONE
perché è già classificata come territorio interdetto;

Solitudine il gioco sulla pelle
vestiti che scivolano via
la mente che non si trova più
annegando nel rimorso;

Solitudine, ma chi minchia sei?

Quadretti

Un autobus di linea, periferia di una città-esagono. Vite, schegge, quadretti, si alternano in questa latta su ruote.
6–7 anni al massimo, due bambini appena conosciutisi si baloccano con una macchinina. Paiono compagni di giochi sin dalla nascita. Brum BrumCrshh! Grandi manovre in corso.
Divertimento.
D’un tratto, serio, uno dei due fa: “Devo scendere”.
“Perché devi scendere?”, ribatte l’altro. Il tono, lo sguardo, la frase, tanti pensieri sintetizzati con così poco: Cosa devi andare a fare lì fuori? Non ti diverti, qui? È proprio necessario che tu te ne vada? Rimaniamo per sempre con la nostra macchinina, dai, ci porterà lei in giro per l’universo.
Lui: “Sono arrivato”. Freddo, senza alzare lo sguardo. E corre dalla madre che aspetta vicino la porta.
“Come ti chiami?” gli grida dietro l’altro.
“Christian!”
“Ciao Christian!”. Le porte si son già chiuse. Troppo tardi? Avrà sentito?
L’autobus riparte.
Christian, mulinando le gambette, corre lungo il marciapiede inseguendo il mezzo in partenza, agitando la manina e gridando “Ciao! Ciao!”.
“Ciao! Ciao!” si sente da dentro.

Gli dei preservino sempre la spontaneità dei bambini.

La mia terra è una puttana

Attraverso un enorme atrio fatto di campagna semi-abbandonata e strada statale, l’anticamera della civiltà.
Il buio è pesto. No, pestato. Sembra di sentire lamenti di sofferenza.
È una terra malmenata, calci e pugni di latta e di lamiera, di olio e prodotti combustibili, di chimica e biologia che hanno amplessi selvaggi, orgasmando veleno.

C’è un fetore insopportabile. Puzza, puzza, puzza, come dice il nanetto del Wc Net. Li ho visti, i nanetti, una volta.
Non sono più riuscito a beccare quello spacciatore.
Sentori di zolfo e carne morta, forse qui c’è una dépendance di Lucifero.
La fantascienza racconta che Gojira emerse dalle acque radioattive del Pacifico.
Ecco, dal terreno di qui mi aspetto che prima o poi almeno uno scarrafone ninja possa venir fuori.

La strada dell’inceneritore. È illuminato come un centro commerciale, la ciminiera sbuffa biancheggiando il cielo. Si annoia.
Operatrici di sesso stradale. Due, tre. L’immancabile focherello nel bidone di latta, dove qualcuno brucia le loro vite come combustibile.

Rifiuti. No, non sono i “no” dei due di picche: quelli fanno male al cuore, questi rifiuti invece fan male anche a polmoni, fegato, tutto. Buste arlecchine decorano il bordo strada, cordoli di plastica per aspiranti Schumacher.

Buche e buio. Sbadabam. Ogni metro d’asfalto è un calcio nel culo della tua incolumità. E lì a volte ci pensi, per un secondo, uno soltanto, ma ci pensi. Potresti fare tu sbadabam contro un guard rail. O contro un’altra auto, perché l’auto del vicino ha sempre più velocità. Vola. Sinistra, sinistra, destra e poi subito sinistra: fossero le elezioni, di sicuro non sarebbe il PD. No, sequenza di curve e svincoli alla cazzo di balena. L’avete mai visto l’organo riproduttivo di una balena? Ecco, non fatelo, se già avete scarsa stima di voi stessi.

Torno a casa. La mia fedele compagna dorme. O fa finta.
Ha preso una strana abitudine: quando mi accovaccio vicino al pc, lei arriva e con le zampe anteriori mi sale sulla coscia destra e tende la testa verso di me. Vuole guardarmi dritto negli occhi. Da allora ogni tanto mi abbasso di proposito, come stasera.
Lo rifà. Non dormiva.
Le unghie ogni volta mi pizzicano la carne. È un dolore sopportabile, quasi piacevole. Ho la coscia costellata di puntini rossi. Se li unisco forse vien fuori qualcosa.

Toh: c’è scritto Ti voglio bene.

Colonna sonora: Jesus Lizard

Incomunicabilità

Oggi mi ha telefonato la Niña. Voleva raccontarmi quel che faceva, i posti che ha visto, un episodio che l’ha fatta pensare a me, solite cose.
E dire che ieri avevo pensato io di chiamarla. Volevo soprattutto sentire la sua voce.

Raccontami.
Raccontami sempre, di capelli e di salsedine, di una cicatrice sul gomito e di un gatto vagabondo, di vestiti e di bimbi felici.
Mi interessa.

Sì, perché per me la Niña non sarà mai una persona comune. La guarderò sempre in modo speciale. A volte mi chiedo se lei sia conscia di ciò. Forse lo sa e magari ne è spaventata. Forse sono io a essere spaventato all’idea che lei sappia.

Mi sembra, in questo modo, di vivere in uno stato d’impasse. Io vorrei che le fossero chiare le mie sensazioni, in maniera assolutamente tranquilla, senza implicazioni. Se mettesse in chiaro che il passato oramai è come un libro di vecchie foto e non possiamo cedere ai sensi né  stare insieme, per me andrebbe benissimo. Le mie emozioni sono a un livello granitico di maturità, mi manca solo renderle visibili, aperte liberamente alla consultazione.

Magari, invece, ci perderemo di nuovo di vista.
E poi ci incontreremo nuovamente.

Per allora, spero di dire le parole che non ho detto.

Senza titolo-1

Nella mia cittadina

Nella mia cittadina c’è la stazione della ferrovia locale che è bella grande. Ha ben 3 sportelli per la biglietteria, ma ne è sempre stato aperto solo uno. All’interno, quattro omini che non si sa come impieghino il tempo. Ci sono i tabelloni, quelli di marca costosa. Non hanno mai funzionato e gli orari sono consultabili su un foglietto attaccato con lo scotch. Le scale mobili funzionano una volta all’anno, forse dev’essere una ricorrenza.

Nella mia cittadina c’è un parco pubblico. Anche questo, bello grande. Sette ettari di prato ridotto a campo di patate, alberi che non fanno ombra e arbusti di macchia mediterranea ridotti a sterpaglie. C’è un laghetto, che, dopo esser passato per tre ristrutturazioni perché appena inaugurato perdeva acqua, ora è diventato una palude. Però pare che i rospi vi si riproducano regolarmente. All’ingresso il visitatore viene accolto da strutture in acciaio e vetro che sembrano serre e, oltre ad essere esteticamente insignificanti, non si è capito a cosa servano. Hanno provato ad affittarne una a un ristopub, il quale pensò bene di non pagare le tasse. Alla fine l’hanno sfrattato, ma il ristopub ha lasciato in eredità calcinacci e rottami, forse come risarcimento delle imposte dovute. Al centro del parco c’è un’altra gabbia per uccelli di acciaio e vetro, grande quanto una casa a due piani, anche questa priva di alcuna funzionalità.

Nella mia cittadina c’è una piazza che è diventata il centro della movida serale, da quando vi hanno aperto un paio di locali. Questi ultimi hanno poi incentivato l’apertura di locali minori a contorno, utilizzati dagli avventori più che altro per rifornirsi di cicchetti. La piazza ha raccolto persone che frequentavano altre zone e che ora vanno tutte nello stesso posto perché vi si recano tutti gli altri. Non è chiaro chi sia stato l’iniziatore della transumanza. La fauna passa da minigonne inguinali in bilico sui trampoli a rampanti sparvieri quarantenni, attraverso hipster e modaioli vari, senza contare qualche cercatore di risse.

Nella mia cittadina c’è una farmacia, la più importante della città, a due passi dalla sede della Polizia Municipale. Ha un problema nel registratore di cassa: a volte gli scontrini vengono fuori con uno zero in meno, altre volte non vengono proprio fuori.

Nella mia cittadina, in periferia, c’è la sede nuova dei due più importanti licei, che poi si son fusi in uno solo a due indirizzi. In precedenza erano ospitati in un condominio, un salto di qualità. La sede nuova è larga di fuori e stretta di dentro, infatti parte dello studentame frequenta ancora in una sede provvisoria.

Nella mia cittadina non siamo in pochi, ma nemmeno tantissimi. Il che permette il perpetuarsi dell’usanza di chiedere a un volto nuovo “a chi appartieni?“, cioè informarsi sulla sua tribù di provenienza. L’adozione di pitture facciali o di tartan scozzesi faciliterebbe il riconoscimento.


Nella mia cittadina
è usanza, una volta l’anno, che l’amministrazione inverta sensi unici e divieti.

Nella mia cittadina ha aperto un ristorante di qualità, dove puoi mangiare male e pagare tanto.

Nella mia cittadina c’è una squadra di calcio, che ogni anno arriva lì lì per tentare il salto di categoria. Però a un certo punto, malasorte, perde sempre le partite decisive.

Nella mia cittadina c’è il fratello di un noto calciatore di serie A che fa il parcheggiatore abusivo.

Nella mia cittadina ci sono famiglie che vivono in 10 in un appartamento, tutti ufficialmente a carico della pensione del nonno. O del bisnonno, dato che in questo momento la nipote 14enne avrà partorito.

Nella mia cittadina mi sento a disagio. Cammino per strada avvolto da un senso di irrequietezza, inquietudine. Anni addietro pensavo di avere un qualche disturbo sociale, una fobia. Poi, camminando per le vie di altre città, ho scoperto invece di sentirmi bene per strada, tra le persone.

Sulla scia di questo post Il festival della canzone italiana dimenticata (o da dimenticare) vorrei aggiungere quest’altra perla (!!), molto in tema e che avevo dimenticato di inserire. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Non sarebbe bello riprendere Berlino

postdamerplatz - 2

Gin-san rientra in Italia, portandosi dietro da Berlino…un bel raffreddore. Grazie al clima teutonico di agosto, con 10 gradi in meno rispetto l’Italia; giri con la felpa, poi si abbassa il vento e senti caldo, la togli, la rimetti, eccetera. Se non ti ammali tu lo farà il tuo compagno di viaggio, che poi infetterà te. Del resto si dice che si guarisce dal raffreddore passandolo a qualcuno.

Dato che non ho voglia di scrivere un bel post lineare e descrittivo come l’etichetta di una scatola di sugo pronto Star, annoterò un po’ di considerazioni sparse raccolte nella città dell’orso rampante.

Prendere l’aereo col naso tappato e sperimentare la sordità durante decollo/atterraggio è sempre un’esperienza surreale e angosciante.

Berlino odora di curry. E nei posti che non sanno di curry sei tu a portarvi quell’odore, perché ti si attacca alla pelle tipo Venom.

Il currywurst è il piatto tipico. E anche l’unico. Sembra che gli autoctoni non riescano a concepirlo diversamente: se provi a chiedere un wurstel alla piastra normale, senza ketchup né altro, ti guarderanno interdetti. Probabilmente è come chiedere da noi una pizza senza nulla sopra.

Il tasso di incidenza della figaggine nelle donne tedesche dai 20 ai 30 sembra essere superiore a quello nostrano. Ma per misurazioni più accurate servirebbero ulteriori studi.

Berlino è una città multietnica. Eppure, persone di colore sembrano essere rare. Poi vai al Gorlitzer Park e li trovi tutti lì, a vendere il fumo, in gruppi di 4-5 ogni due metri.

 La lingua tedesca riempie le parole di vocali inutili. Ad esempio, leggi “Schlesisches” e ti chiedi come si pronunci. Semplice, basta togliere le e: sh-li-s-sh.

I berlinesi sono cordiali e gentili. Ma occhio a non passare alle 5 di mattina sotto le sopraelevate della metro, perché potrebbero vomitarvi in testa. Non è voluto, è che è il posto ideale per il post sbronza sulla via del ritorno a casa.

Se siete donne, i soliti tedeschi reduci dal post sbronza tenteranno di attaccare bottone.

 La differenza con gli italiani è che questi ultimi tentano sempre di attaccare bottone, prima, durante, dopo la sbronza o in assenza di essa.

Se girate dalle parti di Kreuzberg, fermatevi al Café Kotti, a venti metri dalla metro di Kottbusser Tor. Ottima birra (ma dov’è che è cattiva?), ambiente carino (ci sono poltrone e divanetti), si fuma all’interno (sigarette, cannoni…) e si scrocca il wifi. A volte c’è musica dal vivo.

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 Anche se non si è studenti di scienze naturali val la pena andare al museo di storia naturale a vedere il brachiosauro più grande del Mondo (certificato dal Guinness) e l’Archaeopteryx, uno dei meglio conservati. Basta essere stati normali bambini che hanno giocato con i dinosauri!

I ciclisti sono una specie pericolosa. Sono tanti e sfrecciano. E non frenano. Del resto, sei tu che invadi la loro corsia, ergo, sei tu nel torto.

Pare sia in voga appendere le scarpe ai fili e a qualunque altra cosa sospesa in aria.

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Se trovi alloggio tramite Airbnb farai conoscenze singolari. Il padrone di casa fan del PiratenPartei che affitta la propria casa e che attualmente non ha una casa dove vivere ma sfrutta prima la casa della ragazza, poi il camper dei genitori, tornando in appartamento per usufruire di comodità moderne quali wifi e lavatrice. Oppure, il coinquilino del padrone di casa, un rumeno che parla 6 lingue che è socio di un polacco (che non incontra mai di persona) col quale ha una società di consulenza che lo porta a viaggiare per l’Europa.

I musicisti che suonano per strada a Warshauer Str. darebbero la paga a molti presunti artisti radiofonici.

La Neue Nationalgalerie dovrebbe essere visitata da tutti, anche da chi non capisce nulla di arte del XX secolo.

I gatti del cimitero di Dorotheenstädtischer Friedhof (ho dovuto copiarlo da wikipedia per scriverlo) si mettono in posa per le foto. Ma attenzione: concedono un solo tentativo, poi, tediati, se ne andranno via.

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Vedi due ragazzi che si tengono per mano e l’Italia ti sembra il Medioevo.

La Porta di Ishtar è così bella e ben conservata da sembrare finta. Considerazione del turista medio quando la vede. Essendo io turista medio, anzi, da dito medio, l’ho pensato anche io.

Geroglifici che trombano

Tutti i blogger rimangono sorpresi dagli accessi al proprio blog tramite termini di ricerca strani, strampalati o, addirittura, inquietanti. Ho dato un’occhiata alle mie statistiche di un intero anno, debbo dire che sono niente male. È tutto vero (purtroppo).

  • geroglifici che trombano – I fumetti porno del 3000 a.C.. Ah, quelle belle immagini di Horus, Nefertari e Anubi che fanno una cosa a tre…Ma come fanno a trombare, così schiacciati e di profilo?
  • femmine nude shock – Capisco che la prima volta che scopri come siano fatte le donne sotto i vestiti non rimani indifferente, ma addirittura rimanere scioccati…Che pensavi che fossero come Barbie?
  • innamorarsi rende stupidi – È vero. Ma tanto non te ne rendi conto
  • donne morte nudedonne nude mortemorte nuderagazze morte nude – Ma sono morte perché erano nude? Non capisco. A parte questo, c’è poco da ridere: ma che mente malata fa queste ricerche? Onde sgombrare il campo da equivoci, spiego cosa c’entri col mio blog. Una volta scrissi un articolo in cui menzionavo la “morte” (intesa come la signora con la falce, tant’é  che anche questo è un termine di ricerca molto diffuso sul mio blog). Da qualche parte avrò parlato anche di donne nude, fatto sta che, sempre nel gioco del post riassuntivo dei termini di ricerca, compaiono assieme i due termini. Da allora non mi libero più del maniaco
  • un grande gusto del macabro – Ce l’ha il tizio che fa le ricerche qui sopra. Ma più che “grande”, lo avrei definito con termini sprezzanti
  • donne nude fanno la morre – La morre cinese?
  • cerco donne nude – Questo qui proprio non vuole perdere tempo, le vuole già pronte. Se te la presentano vestita e poi dopo si spoglia? Non va bene?
  • foto figa lolite grembiule – Non capisco se sia più feticista delle lolite o dei grembiuli
  • sono incazzato nero con i sistemi politici – Sì, ma stai calmo
  • berlusconi vestito da papa, foto berlusconi vestito da papa – Buongustaio
  • berlusconi vs papa – Tipo Freddy vs Jason?
  • domino gioco da stupidi – Dì la verità, ti hanno escluso dalla squadra rionale di domino e ora cerchi qualcuno che la pensi come te per sfogare la tua frustrazione
  • personaggi dei gdr non si cambiano i vestiti – Perché sono sudicioni
  • decreto brunetta anafilassi – Ti capisco. Anche a me venne una reazione allergica dopo aver letto il Decreto Brunetta
  • trenitalia shock allergico – Ognuno ha le sue reazioni. A me trenitalia stimola violentemente la peristalsi intestinale (per dirlo in modo elegante)
  • donne senza niente addossodonne senza niente addosso in tv – Questo qui deve avere massimo 14 anni. La pruriginosa curiosità e l’ingenuità che trasudano da questa frase, mostrano tutta l’innocenza dei primi bollori. Comunque, mio buon amico, sappi che guardare le donne senza niente addosso in televisione, fa diventare ciechi!
  • come’fatta una fica vergine – Questo va a scuola con quello di sopra. E non impara niente, visto come scrive. Comunque, è fatta così. Perciò ti consiglierei di non provare mai a fare sesso
  • cuanti tipi di figheesistono nel mondo – Tantissime. C’è la figa figa, la figa un po’ così, la figa a vapore, la figa in fuga (è difficile acchiapparla), la figa sfiga (poverina, è iellata), la figa foga (travolgente) e via così… E tutte conoscono la lingua italiana meglio di te
  • poppe poppute – Le ho finite. Ho poppe paffute, poppe spoppate, poppe pepate e poppe poo popopo po poo
  • colloquio senza mutande – L’importante è avere la cravatta
  • se una donna continua a sistemarsi la gonna – Dev’essere il romanzo perduto di Calvino, dopo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”
  • l’antica leggenda narra che il re mida per molto tempo inseguì – Chi? Cosa? Non mi lasciare così!
  • uomo basso capelli lunghi – Come si dice…uomo basso, tutto capellasso
  • capa rotta – No, era Capa rezza
  • camminare in salita – È come camminare in discesa, ma al contrario
  • è umorismo prendersela con i deboli? – No. E se hai bisogno di cercarlo su internet perché non lo capisci da solo, beh, hai qualche problema, amico
  • la mia tesi fa schifo – Cacchi tuoi. Consolati: non la leggerà mai nessuno, neanche il tuo relatore, probabilmente
  • io credo in un solo dio ronnie james onnipotent – Brav ragazz, fatt molt ben
  • sopravvivere ai concerti – Non andarci
  • “shock anafilattico” in giapponese – アナフィラキシーショック
  • ti piacciono le riviste di meccanica? – Sei proprio fuori dal tempo

Del silenzio e altre conversazioni

Ho mai riferito del rumore del silenzio? Il suono in sottofondo, come di un frigorifero vuoto, dentro mi faceva eco, dandomi il tormento. Forse ero io l’incapace di colmare quel vuoto, forse ero io il visionario cercatore di fantasmi dove non ve ne sono.

La presenza/assenza, va da sé, mi ha sopraffatto.

Ho mai riferito del silenzio di una conversazione? Possiamo parlare senza dirci nulla. Ascolto, interessato, la melodia della voce, ma non ne ricavo nulla, è come ammirare un fiore senza profumo, è lì, menomato di una sua qualità.

Aspettiamo che faccia rumore, come osservare il cielo che si nuvola? Oppure, andrà bene così?

Due stati, sensazioni diverse, rumore di fondo e fondo senza rumore, due inquietudini che risiedono in me. Passato, presente, crollo.