Non è che ci sia la medaglia di bronzo per la Terza Repubblica

“Contro la capitolcrazia turborghese è necessario un nuovo umanesimo transistoriale dematerializzato nel composto dell’organico” scriveva Fusio Diegaro, storico avanguardista scomparso prematuramente durante un coito a tergo con una mietitrebbia.

Egli aveva teorizzato l’avvento dell’uomo del XXI secolo, cogliendo le potenzialità del rapporto uomo-macchina e delineando il profilo dell’essere umano del Terzo Millennio, della Terza Repubblica, del Terzo Segreto di Fahttinlà.

E io un essere umano del genere l’ho incontrato e non è una millanteria.

È l’unico esempio di mullet che io abbia mai visto in vita, essendo stato tale taglio dichiarato fuorilegge nel 1989. Ma lui era un contestatore. Indossava uno spolverino di pelle anche con 30 gradi all’ombra, perché l’uomo transistoriale trasuda umanità.

Vero impegnato politico, se non altro nella speranza che da rappresentante di facoltà potesse elemosinare più facilmente qualche esame per portare a termine una triennale entro 10 anni, agitava il pugno ma forse era solo per praticare del fisting a qualche compagna consenziente.

Leninista con le donne, stalinista con gli uomini, sansepolcrista il lunedì mattina, anarchico il venerdì sera quando scordava il portafogli a casa. Rivolgergli la parola voleva dire finire in un comizio. E pensare che gli avevi chiesto solo che ore fossero.

L’ho reincontrato dopo anni, impegnato a fare dei dj set alle feste di compleanno. Pareva cambiato.

Pensavo fosse a causa dei patemi con una sua fiamma, una praticante di yoga aerostatico. Sembrava più taciturno e nervoso verso il mondo.

In realtà lui si era evoluto verso una nuova dimensione dell’edilismo liberistico, come direbbe il Diegaro.

Ha cambiato look. Occhiale quadrato a specchio viola anche di notte, che crea effetti ottici come quelli del film Tron, codino da Steven Seagal, è diventato un onest’uomo che restituirebbe anche gli scontrini di un commerciante che fattura in nero: glieli fabbricherebbe lui solo per dimostrare che noi borghetalisti spessocratici siamo in profonda malafede. Sempre impegnato a livello teorico, taglia corto con qualunque discorso e argomentazione tua con un “Tutta invidia”.

Lo seguo ancora su fb. È per una democrazia 3.0 nostalgico dell’Armata Rossa e Salvini non è peggio di altri.

Quello che all’individuo poco attento potrebbe sembrare un emerito coglione, è in realtà l’esempio di uomo transistoriale che ha raggiunto la deiezione sintetica uomo-macchina, come avrebbe descritto il Fusio Diegaro. Lunga vita a Fusio (anche se non c’è più)!

Fattore y: dal particolare al generale (dietro la collina)

Dopo aver commentato un post del poliedrico ysingrinus ho fatto delle riflessioni.

Mi sono ricordato che al liceo ho scoperto che la y io la scrivo al contrario, cioè col braccio corto a destra. Era una cosa che mi veniva naturale, non ci ho mai fatto caso. L’insegnante di matematica quando mi chiamava a svolgere esercizi alla lavagna a volte me le cancellava e le riscriveva giuste. Qualche compagno non capiva che lettera fosse o fingeva di non capirlo. Io mi infastidivo: perché perdere tempo su questo particolare?

In realtà è tutta la vita che io stesso perdo tempo sui particolari.

Nelle ultime settimane, per esempio, sono latitante per Almalaurea. Per un paio di mesi mi hanno inondato di mail con la richiesta di rispondere al loro sondaggio post laurea. Dopo il primo messaggio ho pensato che, appena libero per 10 minuti di tempo, mi ci sarei applicato. Quando poi sono arrivate mail insistenti, perentorie come dei solleciti di pagamento, mi sono girate e ho deciso di non partecipare più. Da una settimana sono cominciate le telefonate, anche il sabato,  mattina e sera. Ho messo il blocco in entrata ai loro numeri.

Ecco, questo è uno dei casi in cui mi concentro sul particolare (il mio odio per l’insistenza), perdendo di vista il generale (permettere invece a delle persone di fare il proprio lavoro e partecipare a migliorare un servizio…forse).

Il mondo per me esiste solo in relazione ai particolari. Per dire, fatico in genere a rammentare una strada per andare dal punto A al punto B, a meno che non ci sia qualche cosa da ricordare lungo il tragitto: l’insegna di una trattoria, una casa diroccata, un cartello stradale arrugginito. Può anche trattarsi di qualche segno non definitivo: magari una volta lungo quel percorso ho visto un bambino che giocava in un cortile (io, vagabondo che son io…) e mi è rimasto per sempre impresso.

I miei ricordi funzionano allo stesso modo. Ho la testa suddivisa in tante bacheche dove ci sono appese delle istantanee, di cose a volte completamente insignificanti ma per me divenute particolari.

Un banco scheggiato alle elementari, col truciolato che emergeva fuori che una volta doveva essere chiaro ma col tempo era diventato nero. Un cartello bianco su un rudere con una scritta rossa BOXE, tel xxxxx (no, il numero non lo ricordo. Non sono Rain Man). Una figurina dell’album sulla F1 dei primi anni 90′ volata per terra sul marciapiede. Una tazza a righe arancio e nere. Una bambina orientale che piange sul lungomare di Salerno, mentre la madre si era allontanata a guardare la merce su una bancarella. Una decorazione luminosa raffigurante il profilo di un Babbo Natale, dimenticata appesa su un muro da chissà quanti anni. Un tizio alla stazione che davanti alla biglietteria automatica mi chiede se il treno per Lanciano per il quale stava acquistando il biglietto sarebbe arrivato alle 21 dello stesso giorno, in tempo per la partita (nota: erano le 14 di sabato. La partita era alle 15 del giorno dopo). E ancora, il vento che si alza mentre pioviggina con una goccia d’acqua che mi finisce nell’occhio mentre attraversavo via Duomo, i baffi di un signore sulla 50ina che un giorno notai seguiva una lezione universitaria nella mia stessa aula, la voce di un operatore telefonico del WWF che mi ricordava la scadenza dell’abbonamento, un buco a forma di stellina su una maglia.

E potrei andare avanti e avanti.

Il gatto nero è stato uno dei simboli del sindacalismo anarchico. Potevo forse non citarlo?

Ho invece un problema col generale, col tenere sotto controllo il quadro d’insieme, ricordare ciò che conta. E ho anche un problema coi generali. Ho infatti difficoltà a relazionarmi con l’autorità. In fondo mi ritengo un anarchico, anche se ci vado cauto col dirlo. In primo luogo perché è una concezione più filosofica che politica, in secondo luogo perché la gente ha uno strano rapporto con l’anarchia; le persone immaginano sempre un tipo vestito da Black Bloc che non entra al McDonald’s perché cioè noi dobbiamo combattere il sistema perché cioè il capitalismo, la globalizzazione…cioè, capisci?

A essere sincero io realmente non vado al McDonald’s, ma semplicemente perché un pasto lì è l’equivalente delle calorie che consumo in una settimana.

Questa è una cosa particolare o generale?

Comunque a me una y invertita sembra di vederla anche tra le pieghe della mano.
Giochiamo a “Trova la y invertita che Gintoki crede di vedere” (temo comunque che in foto non si veda)

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