Alice che fissava e altri casi (dis)umani

Tim Burton non mi ha ancora fatto causa e io proseguo con torturarne le opere. Ho deciso di riprendere Alice (Staring Girl) mostrandola una volta cresciuta, affiancandola ad altri due personaggi tratti da due poesie, sempre visualizzati da adulti. Le poesie originali dei due nuovi personaggi sono James e Mummy Boy.

Altri racconti: Amore ardente, Voodoo Girl

Alice che fissava e altri casi (dis)umani
Guidava il pettine con movimenti ad arco regolari e precisi. Terminato il lavoro, col palmo della mano passò a lisciare i radi capelli avendo cura di appiattirli sul lato destro della fronte, coprendo in modo parziale una cicatrice che correva dall’attaccatura sino giù allo zigomo. Osservò compiaciuto il risultato. Aggiustò il cravattino e tornò nella stanza da letto. Prese in mano un orso di peluche che giaceva adagiato Immaginetra i cuscini: un fiocco rosso con sopra ricamata la scritta Natale 19.. penzolava dal collo del pupazzo.
– “Anche oggi non ci accadrà nulla di spiacevole, vero, J.?” disse l’anziano signore rivolto all’orsetto. Uscì di casa, tenendo il peluche sotto braccio. 
Raggiunse il Caffè sotto casa, dove si accomodò al tavolino posto di fronte al bancone, a metà strada tra la porta di ingresso e quella che dava sul retro. Sistemò J. accanto alla propria sedia.
– “La solita tazza di tè riempita a metà, con tre biscotti nel piattino, Signor James?” chiese un ragazzo esile, dalle gambe lunghe e magre e dalle braccia ossute, chinandosi verso di lui.
– “Certamente, Jimmy” rispose il Sig. James, guardandolo in quella sottile fessura tra le bende intorno la testa che lasciava scoperti gli occhi, unica cosa visibile del ragazzo.
Jimmy la Mummia tornò reggendo il vassoio dell’ordinazione con una sola mano. Camminava come un equilibrista su una fune, a guardarlo si sarebbe potuto scommettere che avrebbe fatto cadere il tutto, ma al Sig. James servì quanto richiesto senza causare alcun incidente.
– “Grazie. Tieni, questa è per te” disse l’anziano signore, porgendogli una moneta di mancia.
– “Grazie! Grazie!” rispose in modo ossequioso.
– “Jimmy! Smettila di perdere tempo e vieni qui! C’è una consegna a domicilio!” la voce tonante di un uomo dalla statura imponente fece tremare Jimmy. Il ragazzo prese il sacchetto di carta che gli porgeva il padrone e corse fuori. Saltò sulla cigolante bicicletta che teneva appoggiata al muro sul retro del locale e partì zigzagando, chinato sul manubrio.
Immagine
Davanti al negozio di fiori rallentò. Alice stava sistemando delle piante all’esterno. Al suono del campanello della bicicletta si voltò.
– “Ciao Jimmy!” esclamò squillante lisciandosi con le mani uno dei codini biondi.
Jimmy rispose abbassando il capo ed emettendo un suono che avrebbe voluto essere un saluto ma che era più simile a un rantolo. Mentre si allontanava, Alice lo seguì con lo sguardo.
Jimmy raggiunse il condominio dove abitava la Signora Van Dort. Un cartello appeso sulla porta dell’ascensore segnalava un guasto, così dovette utilizzare le scale. Alla quarta rampa cominciarono a venirgli meno le forze. Un lembo di garza si staccò e cominciò a ondeggiare giusto davanti ai suoi occhi al ritmo di ogni passo. Al settimo piano le sue fatiche terminarono. Suonò il campanello e l’abbaiare nervoso di un cane rispose dall’interno.
– “Oh, finalmente! Ce la prendiamo comoda, nevvero? – una donna di mezza età alta quanto un comodino e larga in ugual misura aprì la porta – Forse se perdessi meno tempo a conciarti come una mummia potresti essere più puntuale” disse arricciando il naso.
Jimmy non proferì parola, anche perché non aveva fiato dopo aver salito le scale, e porse con servile cortesia il sacchetto alla donna.
“Aspetta qui, vado a prendere il denaro. Buono, Billy, buono!” disse socchiudendo l’uscio. Un minuscolo cane dalle orecchie più grandi del resto del corpo zampettava intorno le gambe della Signora Van Dort.
Jimmy, sbuffando, appoggiò il capo alla porta. Questa si aprì di colpo, facendolo ruzzolare sul pavimento dell’ingresso.
“Oh santo cielo! Cosa volevi fare? Non ci si può distrarre che tentano di rubarti in casa! Ti farò licenziare! Via via, prendi i soldi. E dammi il resto, non fare il furbo!”
Jimmy rovistò nelle tasche e porse alla donna la moneta ricevuta dal Sig. James. Dopo essersi accertata che la cifra fosse esatta, la Signora Van Dort gli sbatté con violenza la porta in faccia.
Stava per mettersi a tavola per consumare la propria colazione, quando suonò il telefono.
“Oh, ma chi è tanto maleducato da disturbare a quest’ora?” esclamò con disappunto.
“Pronto?…Oh cara…sì sì…oh che disgrazia! Ma certo che lo ricordo, una così cara persona…guarda, sì, certo…Sì sì, è proprio vero…sempre i migliori!…Oh, grazie, anche a te, cara. Buona giornata”. Riagganciò il telefono e si soffermò a riflettere.
“Come ha detto che si chiamava quello che è morto? Farò meglio a mandare subito dei fiori, non vorrei fare brutta figura. Ma non prima di aver terminato la mia colazione. Giusto, Billy?”. Il cane starnutì.

fine prima parte
(lo so che ti annoi…riposati, dai!)

seconda parte
(incredibile, sei tornato? Leggi il seguito!)

La Signora Van Dort, con a tracolla una borsetta da cui spuntavano solo le orecchie di Billy, arrivò al negozio mentre Alice era intenta a spruzzare acqua vaporizzata a un cardo. Ordinò un’economica composizione di gerbere e crisantemi e pagò facendo tintinnare sul tavolo il denaro, tra cui la moneta ricevuta da Jimmy. Poi se ne andò col naso all’insù. Mentre Alice stava per uscire per provvedere alla consegna, notò qualcosa nella pianta di caprifoglio che teneva in un vaso all’ingresso.
– “Oh no, signor bruco, questo non va bene!” disse, con la testa inclinata di lato e gli occhi sbarrati. Un piccolo bruco rossiccio e dalla peluria grigia faceva bella mostra di sé su una foglia. Aveva già lasciato un segno del proprio passaggio sul bordo esterno creando un buco a semicerchio e si apprestava a proseguire l’opera.
– “Ti dovrò trovare una nuova sistemazione! – proseguì, avvicinando il naso all’animale. I due potevano guardarsi nelle pupille, o qualsiasi altra cosa abbia un bruco per vedere – Appena sarò tornata, ci penserò”.
Sistemò il mazzo di fiori nel cestino della bicicletta e stava per salire sulla sella, quando si accorse che una ruota era bucata. Si piegò a fissarla, preoccupata. In quel momento passò Jimmy, impegnato in un’altra consegna. Alla vista di Alice lui si fermò di colpo, facendo stridere i freni. Lei sollevò il capo, lo osservò, poi guardò ancora la propria bici, poi di nuovo prese a guardare Jimmy. Il ragazzo deglutì e con un filo di voce le disse
– “Puoi…biciclire sulla mia saletta!”
– “Uh?” Alice iniziò a lisciarsi il codino destro.
– “Puoi salire sulla mia bicicletta!” gridò chiudendo gli occhi.
– “Grazie!” esclamò Alice, che, saltellando, lo raggiunse per andare ad accomodarsi di traverso sulla canna.
Chi li avesse osservati avrebbe notato uno spettacolo ben strano. Un ragazzo conciato come una mummia che guidava una bicicletta, sulla quale portava una ragazza che fissava il vuoto e stringeva un mazzo di fiori funebri sul proprio petto.
Jimmy avrebbe voluto approfittare di quel momento per dire qualcosa, ma la voce non gli usciva. La sua mente vagava confusa nel riflettere su quel che un ragazzo dovrebbe dire quando è solo in compagnia di una ragazza, l’immaginazione lo portava molto lontano senza permettergli di rompere un umiliante silenzio che gli dava un’espressione severa e imbronciata, intuibile anche se celata da uno strato di bende.
Avevano appena svoltato l’angolo quando un grosso topo che stringeva in bocca qualcosa passò loro davanti. Jimmy sterzò d’istinto per evitarlo, andando contro il bordo del marciapiede: la bicicletta si inclinò in avanti e i due giovani finirono stesi lungo l’asfalto.
– “Billy! Billy! Oh cielo! Billy!” la Signora Van Dort accorse col fiato corto.
– “Oh, Billy! Che spavento! Perché sei scappato così, bambino mio? Non devi far preoccupare la tua mamma in questo modo” proseguì, con le mani giunte. Poi si voltò e notò Jimmy per terra.
– “Ancora tu! – ringhiò – Dopo aver tentato di rapinarmi volevi assassinare il mio tesoro? Altro che licenziare, io ti farò chiudere in cella! Guardie!”
ImmagineAlice, in ginocchio, fissava Jimmy che era immobile sull’asfalto, stirandosi entrambi i codini con violenza, quasi a volerseli strappare. Petali di fiori erano sparsi tutt’intorno. Una moneta era rotolata via, arrestando la propria corsa contro un lampione.
– “Puff…Pant…aiuto!” il Sig. James arrivò ansimando. Diede un’occhiata a Jimmy inerte, poi ad Alice, infine alla Signora Van Dort. L’occhio gli cadde sul cane che infieriva su un orso di peluche. Il pupazzo era a brandelli, l’ovatta sbucava fuori come se il corpo fosse esploso dall’interno.
Il Signor James si accasciò al suolo “Oh no, J.! Ora chi mi proteggerà dagli orsi?” gridò, straziato.
– “Signor James – disse Alice timidamente – Jimmy non si muove più. È morto?”
– “Jimmy non è mai stato vivo, ragazza mia. – rispose l’anziano signore, scuotendo il capo – L’ho creato io dal cadavere di un giovane che ho dissepolto dal cimitero”
– “Oooh!” la Signora Van Dort svenne, ma nessuno le prestò attenzione. Neanche Billy, intento a divorare l’imbottitura dell’orsetto.
– “E può aggiustarlo?” chiese Alice, chinando il capo.
– “Può darsi…Ma perché vorresti che lo sistemassi?”
– “Perché…gli voglio bene”
– “Vuoi bene a un cadavere ambulante che va in giro coperto di bende?”
– “Lei vuol bene a J. perché è un pupazzo o per ciò che rappresenta per lei?” disse, sbattendo le palpebre in modo frenetico.
Il Signor James tirò un lungo sospiro.
– “Va bene. Vieni, andiamo ad aggiustare Jimmy” disse prendendo per mano Alice e aiutandola a rialzarsi. Con attenzione, sollevò poi il ragazzo e lo prese in spalla.
– “Ah, dimenticavo – si fermò a indicare una moneta – questa dobbiamo ridargliela. Gli appartiene”. Alice la raccolse e la mise in tasca.
Billy tossicchiò sputando un batuffolo di ovatta accanto alla propria padrona, ancora svenuta a terra.

Staring girl

PREMESSA – Questo raccontino un po’ sul fantastico (altrimenti sarebbe inverosimile) nasce come idea per un cortometraggio che avevo proposto al laboratorio di cinema che sto frequentando. È ispirato a una poesia di Tim Burton, cui ho attinto per l’idea della bambina che fissa le cose. Purtroppo il soggetto non è entrato nei quattro selezionati per farne una sceneggiatura. Oggettivamente c’erano altre idee più valide (e spero che il Comune sganci i fondi perché vorrei lavorarci alla realizzazione) però con altre due potevo giocarmela, quantomeno in termini di maggiore praticità nella realizzazione, casomai in futuro le sceneggiature possano diventare cortometraggi. E pensare invece che uno dei soggetti selezionati prevede un museo arroccato su uno scoglio in mezzo al mare, credo ci voglia il budget di un film di Hollywood.
Il fatto è che io non sono molto bravo a vendermi, sono il tipo di persona che dice ma no ma dai fa schifo è poca roba non vale la pena ecc., infatti alla fine non è stata manco letta, l’ho solo raccontata a voce. E non faccio il modesto per finta, sono proprio così.

Questo è il testo originale

I once knew a girl
who would just stand there and stare.
At anyone or anything
she seemed not to care
She’d stare at the ground,
She’d stare at the sky.
She’d stare at you for hours,
and you’d never know why.
But after winning the local staring contest,
she finally gave her eyes
a well-deserved rest

Il mio racconto

Staring girl

Il ragno aveva catturato una falena. Con quattro zampe le impediva di muoversi e con altre due si era messo all’opera muovendole come le mani di un pianista. Suonava l’ultima melodia che avrebbe udito la sua preda: la sinfonia della morte.
___Alice seguiva la scena distesa sul proprio letto. Fissava il ragno all’opera. Erano tre mesi che quell’aracnide si era insediato in casa facendo di un angolino in alto della stanza la propria dimora. Tre mesi che ogni notte veniva osservato a propria insaputa. Alice fissava le cose, gli animali, le persone. Era capace di restare immobile per ore con lo sguardo fisso sullo stesso soggetto, se qualcuno non fosse intervenuto a portarla via. La madre cominciava a provare imbarazzo per l’atteggiamento della figlia. Per strada era un tormento andare a passeggio, la bambina all’improvviso si fermava come stregata a osservare una formica su un filo d’erba o un’anziana signora alla fermata dell’autobus. Tale scena si ripeteva di frequente, al punto che una semplice commissione che avrebbe richiesto un quarto d’ora si prolungava nel tempo in maniera indefinita.
___Alice non era stata sempre così. Fino all’età di 8 anni era stata una tranquilla e normale bambina come tante altre. Aveva sviluppato quella singolare abitudine da circa un anno. Da allora, erano passati 365 giorni senza che chiudesse mai gli occhi, neanche per trovare ristoro nel sonno. 365 giorni dalla morte del padre in un incidente stradale.
___Era stato un attimo. Un segnale non rispettato, lo stridio dei freni, il suono dell’impatto e le lamiere che si contorcono. Per suo padre non ci fu niente da fare. Alice in quel momento dormiva sul sedile posteriore. Era crollata dal sonno per stanchezza, l’auto le faceva sempre quest’effetto. Era reduce da una festa di compleanno di una compagna di classe, il padre era passato a prenderla tornando dal lavoro. Alice era uscita illesa dall’incidente, ma non era più la stessa.
___Nei mesi successivi la madre si era rivolta a vari specialisti, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti per l’infanzia. Nell’elenco era assente un santone indiano ma solo perché non ne conosceva qualcuno, altrimenti l’avrebbe portata anche da lui. Pillole, omeopatia, rimedi erboristici e terapie i metodi di cura proposti.  Non ci fu mai alcun risultato positivo. La bambina non dormiva più. E fissava le cose.
La prima terapeuta che la visitò le chiese
– Dimmi, Alice: come mai non chiudi gli occhi?
Alice, che nel frattempo stava fissando un bonsai di abete sulla scrivania della dottoressa, rispose con voce monocorde
– Perché così posso controllare le cose.
___Fu questa la risposta che si sentì dire chiunque seguisse il caso della bambina. Cominciarono a interessarsi anche specialisti da altre zone Paese, attirati dallo scalpore che aveva fatto la notizia della bambina che fissava. Specializzandi universitari chiedevano l’esclusiva della storia per farne un caso di studio. La madre fu costretta a cambiare numero di telefono per avere un minimo di tranquillità.
___A scuola il cambiamento di Alice provocò reazioni differenti. Le maestre ignorarono presto la stranezza della proprio alunna, anche perché restava comunque una scolara diligente. Se interrogata rispondeva in modo corretto, anche se in quel momento stava fissando qualcosa che aveva visto fuori la finestra. Ciò su cui avevano rimostranze era semmai l’effetto che aveva sugli altri. Il fatto che li fissasse, poteva indurre gli altri bambini a distrarsi o peggio, turbarli. Le insegnanti consigliavano spesso alla madre di portare la figlia in un altro istituto, dove magari fossero presenti altri studenti “particolari”.
___I compagni l’avevano isolata. “Sei strana!”, “Fai paura!”, “Ragazzi, arriva la strega che vi ipnotizza!”, dicevano. Nell’intervallo allora Alice restava sempre da sola e non giocava con nessuno.
___Un giorno in classe arrivò un nuovo alunno. Marco, un bambino ipovedente. Non ebbe molta difficoltà a integrarsi, anche se durante la ricreazione non partecipava ai giochi degli altri. Restava seduto al proprio banco, proprio di fianco a quello di Alice. I due strinsero amicizia in breve tempo. Parlavano spesso. Alice prese a fissarlo. Anche durante la lezione continuava a osservarlo, disinteressandosi di qualunque altra cosa. Gli altri bambini se ne accorsero e iniziarono battute e risate.
___Marco, alle cui orecchie non erano sfuggiti i commenti dei compagni, durante una pausa entrò in argomento.
– A scuola dicono che fissi le persone.
– Non tutte le persone. Solo quelle a cui voglio bene.
– Tu mi fissi?
– Sì. Io ti fisso tanto.
– Perché?
– Perché se chiudo gli occhi tu scompari.
E restarono in silenzio. Poi Marco allungò il braccio verso Alice. La mano andò timidamente a cercarne il viso, dove si poggiò con delicatezza. La accarezzò. Lui le disse
– Io non ti vedo. Eppure tu sei qui. Non scompari.
Alice aprì la bocca ma non seppe come replicare. La mano di Marco era intanto ancora poggiata sulla guancia. La toccò.
E poi alla fine sorrise e chiuse gli occhi.