Non è che basti sbattere contro una rotativa per fare una testata giornalistica

Quando compro un biglietto del treno cerco di scegliere sempre un posto isolato, in fondo alla carrozza.

È più che altro per una questione di comodità: non hai qualcuno di fianco da disturbare se vuoi alzarti o che a sua volta ti disturba se deve alzarsi. Non c’è qualcuno di fronte che osserva quel che fai o che stende le gambe costringendo le tue a riporle sotto il sedile come un bagaglio a mano.

In realtà poi non mi dispiace aver di fronte qualcuno con cui scambiare due chiacchiere generiche. In genere. Attualmente invece non voglio avere contatti col prossimo. Non si sa mai. Potrei ritrovarmi con un terrapiattista. Un respiriano. Un fan dei Modà.

Potrei poco tollerare una simile eventualità.

La settimana scorsa ho avuto una sorta di crollo nervoso dopo una serie di eventi.

Ho dato una testata contro il pianale del portabagagli di un furgone. Nello stesso punto in cui la settimana precedente avevo dato una testata contro la sbarra sporgente del portapacchi dell’auto.


Sia il pianale che il portapacchi stanno bene e hanno rinunciato a farmi causa per lesioni.


Nei giorni precedenti avevo cominciato ad avere dei presagi di rovina incombente. Salivo in auto col pensiero che mi sarebbe venuto addosso qualcuno. Così, de botto, senza senso.

Sarà che ho cominciato a vedere intorno a me molti incidenti. Ogni volta che trovavo traffico sapevo che era accaduto qualcosa più avanti. Oggi un tizio è finito addosso a un altro che aveva inchiodato di colpo.

Anche io ho inchiodato di colpo a uno Stop per non entrare nel bagagliaio di uno. Lo zaino che avevo sul retro si è ribaltato. Si sono ribaltate anche delle mensole che trasportavo. Per fortuna il portatile aziendale che avevo nello zaino ha attutito il colpo sacrificando il proprio schermo per impedire che le mensole si rovinassero.

Nello stesso giorno una persona al lavoro mi ha fatto alterare. Dopo averla messa a tacere, non pago, nel gruppo Whatsapp le ho scritto un panegirico di repliche punto su punto, accusandola, insieme alle altre persone del suo gruppo, di “indolenza e neghittosità”. Era dal 2012 che non utilizzavo questa espressione.

Come mai tutti questi anni prima di ripescarla? Sarò stato indolente e neghittoso?

Non è che il fotografo pensi in negativo

Non odio l’umanità ma diciamo molto spesso trovo difficile conviverci.

Io lo so che è fatta di tante brave persone ma costoro sono troppo distanti da me e se è vero che un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce, allo stesso modo uno che spacca i maroni fa più casino di uno che evita di infrangerli.

Tra campagne di odio, campagne elettorali, campagne stampa, campagne marketing, io mi voterei alla cementificazione selvaggia per rinchiudermi in un cubo di cemento (abusivo) e isolarmi.

Vorrei provare a isolarmi da tutto ciò, spegnere tv, radio, computer. Purtroppo tutta la negatività ti raggiunge e ti circonda mentre sei sulla Circumputtanaevesuviana.

Anche al lavoro ascolti commenti di cui faresti proprio a meno a costo di forarti i timpani come Siegfried di Orion, Cavaliere di Asgard.

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Poi capita che ti chiamano da un’associazione, ti invitano a farti una passeggiata da loro. Vorrebbero qualcuno che li aiutasse a pianificare le attività, ti chiedono un confronto, senza alcun impegno.

Tu vai, anche se convinto di non essere la persona che fa al caso loro. Li ascolti, ammiri il loro impegno ed entusiasmo. Però fai presente che forse dovrebbero puntare su qualcun altro. Dici che proverai a far girare la voce tra qualcuno che potrebbe essere interessato, ti scusi per aver fatto forse perder loro tempo.

Allora uno ti risponde: “Tu sei venuto fin qua per venirci a trovare. E questo è già tanto”. E lo afferma con una tale spontaneità e solarità che sai che è sincero.

Allora un po’ ti rincuori. Puoi ancora incontrare brave persone e portar una scintilla di positività con te.

Non è che il medico si lavi con l’Anitra WC perché è un prodotto per la pulizia dei sanitari

Trovo assurdo che ci sia bisogno di affiggere un simile cartello, ma è evidente che educazione&modi appropriati non appartengono a tutte le persone.

Capitò anche una volta a Madre, nel rivolgersi a una farmacista: “Signorina, scusi…”. Io la ripresi con un colpo di gomito: “Madre, per favore…”. E Madre non è affatto una persona ottusa, nel senso di persona che ottende. Eppure è evidente che anche lei risente di una certa cultura dominante maschilista che vuole che a un uomo in camice ci si rivolga con deferenza, a una donna in camice con confidenza.

Premetto che trovo ridicoli i titoli e gli appellativi. Io stesso, quando al lavoro mi dissero che dovevo presentarmi come “dottore” – non in quanto medico ovviamente ma in qualità di laureato – mi sentivo un po’ ridicolo. Ma sarà questione di autostima e di sindrome dell’impostore.


La sindrome dell’impostore colpisce le persone che non sentono un traguardo e un successo come propri, giustificandoli solo come frutto del caso e/o di circostanze fortunate. Essi vivono nella condizione di sentire di non meritare una posizione e temono di essere prima o poi scoperti.


Laddove però esistono contesti formali trovo molto irrispettoso che ci si rivolga a un uomo in un modo e a una donna in un altro.

Fatta tale premessa, al foglio che ho pubblicato all’inizio di questo articolo vorrei fare un’aggiunta sotto il dottoresse: “Ma davvero?”.

Perché l’ambulatorio veterinario che frequento e dove è presente quel cartello sembra gestito come una bancarella del mercato. La titolare fa sia il medico che (male) l’assessore all’ambiente e ha l’aria perenne di chi ha ricevuto una botta in testa e perso la memoria.

Un paio di mesi fa avevo la gatta ricoverata per un ciclo di terapie. Andai a vederla per controllare come stesse e la titolare disse a un tirocinante:

– Questa è la gatta col tumore allo stomaco
– Eh?

Dissi sbiancando

– Ah no no scusa mi sono confusa col cane di quell’altro.

Ah. Ah. A soreta.

Nell’ambulatorio si alternano non so quante dottoresse. Perché ne incontro sempre una diversa. Ho rinunciato a imparare i loro nomi.

Il problema sorge quando devi tornare più volte e a ognuna devi raccontare la storia daccapo perché non si parlano tra di loro. Anche perché quando si parlano ognuna ha la propria versione:

(dottoressa 1) Si deve operare, bisogna aprire
(dottoressa 2) Non si deve operare, basta un prelievo con l’ago
(dottoressa 3) È guarita
(dottoressa 4) Scusa, tu sei?
(va avanti con altre dottoresse)

Avevo la gatta -una quasi ventenne- che pisciava sangue come una statua della Vergine e la soluzione offertami da una dottoressa era darle un integratore e comprare un diffusore di feromoni perché “Sarà colpa dello stress”.

Le diedi solo l’integratore perché 25 euro per uno spruzzatore erano troppo. Tornai dopo una settimana:

– Ma tu lo spruzzatore non l’hai messo, vero?
– No
– Eh…bravo. Hai visto?

Alla fine quindi lo comprai visto che mi si indicava come corresponsabile della patologia per la mia negligenza sparagnina e inoltre tra i due il medico è lei.


I gatti possono soffrire di stress, è vero, e la cistite può esser causata da questo fattore.


Ovviamente non servì a nulla, così dopo un’altra settimana le facemmo un’ecografia e scoprimmo una palla di sangue che occupava 2/3 della vescica e cominciammo quindi delle terapie col cortisone. Avremmo potuto iniziarla facendo un controllo sin da subito ma non si può certo rinunciare a un po’ di feromoni sintetici. Che per la cronaca non sono serviti a niente, a parte che io adesso ho voglia di fare pipì sui muri.

C’è poi una dottoressa che ha un carattere scorbutico. Per esempio, una volta, sempre dovendo fare il consueto riassunto delle puntate precedenti:

– Settimana scorsa ho parlato con la dottoressa…ehm…non ricordo…
– Boadicea? Clitemnestra? Pentesilea?*
– È una giovane
– Più giovane di me? (si indica, con gli occhi sbarrati)
– No no…cioè di me, dico
– Ah ok, no perché già stavo…(e non completa la frase)


* Nomi di fantasia così a caso.


Stavi cosa? Sì, vuoi sapere la verità, lei sembra una liceale e tu sua madre. Ora posso avere il mio responso?

No, qua non ci sono signorine ma teste di clitoride.

Non è che all’estero sei un donnaiolo solo perché ci sai fare con la lingua

Ore 8:49 di questa mattina:

Sono in attesa del modulo e del documento di riconoscimento, ti ricordo che il termine di presentazione è l’8 ottobre.

Ormai dovrebbe essere chiaro di chi sia questa formale e autorevole mail – cui starebbe stato bene in oggetto un bel “SOLLECITO” – dopo la puntata precedente. Ma certo! È di Padre!

Ieri sera gli avevo chiesto se potevo inviare a lui il modulo per votare dall’estero.


Ora è possibile anche per i non iscritti in AIRE e il modulo può essere inviato via posta, via mail, via fax o consegnato a mano anche da terzi.


Dato che non mi fido della ricezione dei documenti da parte del mio Comune, ho chiesto a Padre se potesse pensarci lui, dato che lavora lì.

Ha preso il compito in maniera molto ufficiale.

Mi chiedo se il postino ungherese riuscirà poi a leggere bene il mio nome.

Quando al lavoro mi trovo a scrivere a consulenti del resto del mondo, ce ne fosse uno che riscrivesse il mio nome, cioè Gintoki, in maniera corretta. Alcuni poi pensano che io sia donna e mi rispondono “Dear Ms. Gintoki”.


E non mi chiamo né Andrea né Rosario, che altrove generano equivoci.


D’altro canto il lato interessante è proprio entrare in contatto con persone di tutto il mondo. Anche se il mio feticismo professionale risiede tutto nel parlare al telefono con gli Albionici sudditi di Sua Maestà, ascoltando il loro inglese compìto e formale.

Il che mi fa sentire tanto in imbarazzo per come parlo io. Non ho un cattivo accento, credo. In realtà non ne ho nessuno. Dico Doctah per dire Doctor come fossi nella BBC – troppe puntate del Doctor Who – e poi dico Torono in luogo di Toronto, come un Canadese. Mi chiedo se suoni buffo.

Dove ho invece difficoltà è nelle parole con troppi salti di consonante e di suoni che danno ai mie discorsi un che di sputacchioso. Aggiungiamo anche che ho la esse come Sir Bisss, quindi credo all’interlocutore sembri di ascoltare Donald Duck.

C’è chi poi la lingua la usa troppo.

Oggi in sede è arrivato il Capo de’ Capis, quello da Bruxelles. L’uomo con l’alito di sala d’attesa fumatori e borsa della palestra.

Ha tenuto in riunione me e CR per un’ora per parlare di aria fritta. Quella che usciva dalla sua bocca.

– Che progetto avete in corso?
– Beh ci sarebbe il Laboratorio ACME in Malawi con lo studio sui silos del grano…
– Ah noi abbiamo fatto in Saudi Arabia il progetto per le warehouse bla bla bla…

Ho già problemi di mio con chi parte per la tangente a raccontare i fatti propri, ma ho ancor più problemi con chi intervalla i discorsi con parole in inglese assolutamente inutili: “Abbiamo fatto questo workshop sulla self employability per incentivare la pratica di threesome gangbang interracial…”


Dopo un po’ smetto di ascoltare e sostituisco le parole con terminologie porno.


Questa sera invece mi è capitato per la seconda volta in pochi giorni che una commessa mi dicesse qualcosa in ungherese e, dopo aver spiegato la mia barriera linguistica, questa sbuffasse. L’ho trovato abbastanza maleducato e, col sorriso sulle labbra, ho risposto A soreta.

Perché in fondo ognuno usa la lingua come vuole.

Non è che il colmo dello spazzaneve sia andare in bianco

Sono tornato al lavoro aspettando al varco qualche imboscata di Aranka Mekkanica o qualche confessione sentimentale di CR, ma nulla di ciò è avvenuto perché erano entrambe assenti.

Ho provato del disappunto perché in quanto personaggi di questo blog dovrebbero come minimo rendermi nota l’assenza con un preavviso di tre giorni.

Da solo in ufficio e con poco lavoro da svolgere per le prime 3-4 ore (ho udito una parola che fa rima con “mulo” provenire dal fondo della sala da parte di qualcuno il cui rientro è stato meno soft), ho finito con l’indugiare nel pensare. Di solito i miei pensieri non si arrestano mai, ma quando sono fisicamente inattivo penso anche più del solito, finché il processo diventa un rimuginamento ruminatorio, come un bovino che di continuo fa circolare il proprio bolo tra bocca e apparato digerente. E difatti i miei pensieri alla fine puzzano proprio di vacca.

Sabato avevo rivisto Baci rubati di Truffaut. Di quel film apprezzo molto la chiusura nonsense del finale, con la famosa scena “Detesto il provvisorio”.

Oggi ripensavo al protagonista, Antoine Doinel (il ragazzo che nel video assiste sulla panchina con la ragazza al discorso dello sconosciuto): un giovane mediocre, anche un po’ meschino, che si barcamena tra varie attività senza riuscire in nessuna, fino a cedere alla banalità della vita forse per mera presa di coscienza della propria inutilità.

Mi sono rivisto in lui.
Mi sono applicato in varie cose, senza eccellere. Ho vari interessi, senza averne una conoscenza molto profonda di nessuno. Conosco molte persone, ma poche in realtà le conosco realmente e loro conoscono me. Ho affrontato relazioni con la stesso approccio con cui mi preparavo ai compiti in classe di matematica al liceo: sufficienza, spocchia, arroganza, lassismo.


Il primo 6 allo scritto lo vidi al terzo anno. Poi una volta presi un 7 ma avevo 5 all’orale.


Mi sento imperfetto.
Nei confronti di me stesso, innanzitutto. Potrei tollerare l’inadeguatezza nei confronti altrui, ma non riesco a essere clemente tra me e me.

Ho aperto YouTube per distrarmi. Al lavoro mi è concesso ascoltare un po’ di musica in sottofondo, di tanto in tanto. Com’è ovvio, soltanto cose tranquille.

Ciò che di pacato conosco sono Radiohead, National, Arcade Fire e similari, difatti ascolto spesso questi gruppi quando mi trovo in ufficio.

Accedo alla home. Ci sono i suggerimenti sulla base dei video da me visti in precedenza. Mi salta all’occhio Creep: sembra messa lì a bella posta. Calza a pennello quando Yorke canta I want to have control/I want a perfect body/I want a perfect soul.


C’era tra i suggerimenti anche un video didattico su una ceretta pubica femminile, non capisco il perché. Youtube-di-falloppio?


La neve mi ha poi salvato dal cattivo mood. E non è una metafora per indicare la dama bianca, che è una metafora per indicare il motore bianco, che è una metafora per indicare la coca.

Mi sono girato e dalla finestra ho visto che fuori fioccava:

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E poi il fiocchettìo è proseguito:

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Notare la splendida veduta di una tettoia in lamiera in primo piano con sullo sfondo le spalle di due condomini non so di quale epoca storica, forse tardo decadentismo perché li vedo decadere a pezzi.

Questa è invece una veduta di persone che aspettano il tram come di consueto, al termine di una consueta giornata: tram tram quotidiano.

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Anche io aspettavo il tram come di consueto alla fine di una consueta giornata, quindi sono sia osservatore che oggetto – pur non visibile – della scena e ciò mi sembrava molto metateatrale. Con questa idea sono rientrato a casa soddisfatto ma col passo un po’ incerto, perché dove la gente cammina la neve diventa una pappetta sporca e sdrucciolevole, un po’ come dei pensieri grigi e insidiosi.

Lui piantò una ragazza, ma non attecchì per via del terriccio.

Il mio coinquilino resta per me fonte di curiosità e riflessione.

Breve riassunto delle puntate precedenti:
Il nostro eroe Gintoki si è trasferito nella ridente-e-a-volte-piangente-e-a-volte-né-l’una-e-nell’altra-ma-solo-il-lunedì-mattina Roma. Ha una accogliente stanzetta e un confortevole bagnetto in un appartamento dove vive un placido e tranquillo 45-50enne.

Non ho ancora ben capito cosa faccia di preciso nella vita, se non che sia una sorta di produttore, regista occasionale, curatore di festival cinematografici. Ma in sostanza sulla carta d’identità mi chiedo cosa abbia scritto. Probabilmente “artista”: come faccio a dirlo?Beh, come tutti gli artisti si sveglia la mattina quando gli pare e si avvia al lavoro non prima delle 10 e poi torna a casa sempre quando gli pare. Ditemi chi se non un artista ha simili flessibilità orarie!

Vive a base di Saikebon (che per chi non lo sapesse sono i noodles istantanei che per scelta commerciale hanno chiamato “nudolini”, che a me tale nome fa pensare a tutto tranne che alla pasta), eppure ha una dispensa e un frigo pieni di roba, tanto che ogni volta provo vergogna per il mio ripiano semivuoto e decorato da un limone rinsecchito, due uova e una busta di pomodori. Composizione che forma una natura morta, anzi, putrescente.

È germofobo peggio di me. Quando sono risalito su, portandomi dietro un bel raffreddore, e ci siamo incrociati in casa, mi ha chiesto, un po’ preoccupato: Ma è solo raffreddore o una qualche forma influenzale? Quando gli ho detto che era un banale raffreddore si è rasserenato.

L’altra sera ci siamo incrociati in cucina: non ci becchiamo molto per casa, a parte sporadici attraversamenti di stanze accompagnati dal suono di un Ciao come va? che l’eco di un corridoio fa sembrare un discorso molto più lungo.
Butto lì qualche convenevole perché mi pesa il silenzio quando si condivide uno stesso spazio per più di 10 secondi.
Io: (mentre lavo una tazza e un bicchiere) Tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– Sai, ieri ho seguito il tuo consiglio, ho approfittato del giardino e del sole e mi son messo lì a lavorare al portatile.
(sorridendo) Ah, mi fa piacere tu abbia gradito.
– (non so come ma ho risporcato la tazza e mi tocca rilavarla quindi debbo continuare a parlare) Poi all’improvviso è piovuto un pallone dal cielo, non m’ha preso per poco (c’è un campo sportivo dietro casa).
– Ah sì? Ma tu pensa. L’hai ributtato dall’altra parte, immagino.
– Sì. Fortuna non ha colpito le piante.
– Eh, purtroppo capita, ogni tanto trovo qualche pallina da tennis che ributto di là, poi ho un pallone bucato nel ripostiglio…ah hai visto che la peonia è in fiore?
– Ehm…quale è la peonia?
– È impossibile tu non l’abbia vista, vieni, te la mostro.

Confesso e ammetto tutta la mia ignoranza botanica e floreale, ma io so distinguere solo ortensie, rose e margherite. Tutto il resto per me è classificabile come
1) pianta
2) bella pianta
3) pianta con fiore

Bene, fatto sta che dalla peonia è stato poi un buon venti minuti a illustrarmi le piante del piccolo (ma verdeggiante) giardino, con dovizia di particolari. Probabilmente non parla molto dei suoi hobby privati e aveva voglia di condividere.
Mi son chiesto se ne parli alle donne. Perché in tutto questo, mentre io lo ritenevo un asessuato, lui sembra invece non esserlo, almeno a giudicare da una sera in cui sono rientrato a casa e lui cenava con qualcuna in salotto.

Poi non so che fine abbia fatto questa, non si è più rivista per casa. Forse, visto il pollice verde, l’avrà piantata.
Ebbene sì, anche questa volta, caro lettore, tutto il post mirava ad arrivare alla battuta del titolo.

Spero di non incontrare la gatta della mia vita proprio il giorno che avrò usato il collutorio come shampoo

ZACH BRAFF
Oggi mi sono avviato al lavoro un’ora prima.
Non è stato per zelo o per concorrere al Premio Stachanov, ma per distrazione. L’orologio del bagno segna l’ora esatta per 7 mesi all’anno, cioè durante l’ora legale. Per il resto dell’anno non viene sistemato, perché è appeso in alto e ci si dimentica o ci si rompe i maglioni di regolarlo.

Così, senza pensarci, l’ho guardato mentre ero intento nelle mie abluzioni, ho visto l’ora senza ricordarmi dell’errore e mi sono preparato per uscire passando a pensare a tutt’altro.

Il vantaggio di avere la testa continuamente staccata dal corpo è il poter sviluppare un efficiente pilota automatico. Il corpo compie tutte le azioni senza alcun controllo cosciente, evitando errori. C’è voluto del tempo per allenarlo: da bambino dopo la colazione mi capitava di buttare il cucchiaino nella pattumiera e il vasetto vuoto dello yogurt nel lavandino, oppure di gettare nel water i calzini sporchi. Tutto perché me ne stavo tra le nuvole.

Il lato negativo è che quando poi dovresti essere attento non lo sei: così capita che io torni in me quando sono ormai a 500 metri dal lavoro e realizzi l’errore guardando per caso l’orologio.

Non volendo presentarmi in anticipo e dovermi sobbarcare un’ora in più di pratiche, sono andato a fare un giro da Media World. Ovviamente ho parcheggiato senza pensarci, così all’uscita stavo per non trovare l’auto. Fortunatamente il pilota automatico ha avuto la lungimiranza di piazzarla giusto davanti all’ingresso: già mi vedevo a dovermi assentare causa smarrimento dell’auto in un centro commerciale e finire pubblicato su Ah ma non è Lercio.

Non è tutta colpa mia, è che sono sovrastimolato da cose su cui mi capita di tornare a riflettere più volte. Ho il cervello fatto come lo stomaco di un ruminante.

A volte sento quindi il bisogno di assentarmi da me e dalle azioni di routine. Vorrei mettermi su un treno per allontanarmi anche solo due giorni, fissare il paesaggio, parlare con degli sconosciuti, fare colazione nel primo bar che mi ispiri. Costringere il pilota automatico a disinserirsi perché sarò obbligato, con cose nuove, a prestare attenzione.

Ora la domanda che di solito la gente si fa è: ma si può sapere a chi o cosa diavolo pensi?

Non sono in grado di dirlo. In questo momento è il pilota automatico che scrive e non ha accesso ai file di memoria.

Vorrei concludere il post con un’altra perla proveniente da Arkham Asylum (il posto dove lavoro). Tornando a casa, mi hanno dato da pensare le considerazioni di Collega Onicofago, sempre interessante fonte di riflessioni. Mentre si parlava della violenza sulle donne, è venuto fuori un suo commento secondo il quale nelle situazioni uno ci si deve trovare per poter giudicare. Si parlava di uomini che escono di testa e passano alle mani (o peggio). Lui citava un esempio di un tizio tradito dalla moglie dopo 4 giorni di matrimonio. Questo tale perse la testa e tentò di ucciderla. Secondo il collega, è ovviamente sbagliata la violenza ma è anche vero “che certe cose ti fanno perdere la testa e bisogna trovarsi in queste situazioni per capire”.

C. O. (che non è nuovo a queste uscite) credo sia il tipo di persona che non torcerebbe capello a persona alcuna, son convinto di ciò, comunque. Sembra che io a volte dipinga un mostro. Ma mi trovo a riflettere sull’effetto che possono avere le opinioni sue e di chi ragiona come lui, persone che sono o saranno padri di famiglia ed educheranno i figli.

Le opinioni sono come il dna. Si replicano e possono dare origine a mutazioni pericolose.