Non è che il giurista vada dal medico per esser certo di avere una sana Costituzione

Tempo addietro, a un imprenditore aeronautico locale furono assegnati i lavori di riqualificazione di una rotonda. In cambio ottenne la possibilità di piazzarvi in mezzo un modello di cacciabombardiere storico uscito dalle sue fabbriche, come elemento pubblicitario.

Un gruppo di cittadini protestò, in quanto la nostra città ripudia la guerra. Anche se metà della popolazione credo ignori il termine “ripudiare” e l’altra metà è sempre in guerra con qualcuno.

Le rimostranze non sortirono effetti perché a nessuno gliene cale né tanto né poco.

Una protesta più mirata a mio avviso sarebbe stata quella di puntare il dito contro la bruttezza dell’aereo. Perché brutto è, ma proprio tanto.

Io inserirei nella Costituzione italiana un emendamento contro la bruttezza:

L’Italia ripudia la bruttezza come mezzo di espressione delle proprie attività manifatturiere ed edili.

Ai creativi che vogliano proporre ardite soluzioni architettoniche dalla dubbia valenza estetica si potrà rinfacciarne la bruttezza agitando un saldo principio costituzionale:

– Lei non capisce, questo è design
– No, questa è merda. Si levi dai coglioni, la Costituzione lo impone!

“Il sonno della ragione genera gli ecomostri” (M2 Building – Tokyo)

Nello stesso periodo della caccia al caccia, un altro collettivo cittadino si presentò al Palazzo della Regione per delle rimostranze di matrice sociale.

Il loro intento era presentare delle firme per chiedere non ricordo cosa. Forse il ritorno del gelato gusto Puffo o l’obbligo di salviettine umidificate nei bagni dei locali per esigenze onanistiche.


Prima di ridere per quest’ultima proposta vorrei raccontare il caso di un conoscente cui, per un ecodoppler penieno, fu iniettato un vasodilatatore in sede locale.

Terminata la visita, il membro non smaltì per qualche ora successiva gli effetti del farmaco e così il conoscente, come tentativo di cura al suo priapismo, pensò di risolvere la cosa in maniera autonoma nei bagni di un pub. Quale fu la sua sorpresa nel constatare poi l’assenza di materiale per nettarsi nei suddetti bagni. E quale fu ancora la sua sorpresa nel constatare che l’atto manuale non aveva sortito effetti conservando il membro una certa tumescenza! Ma questa è un’altra storia.


Ebbi l’ardire di chieder lumi a uno degli appassionati esponenti di tale richiesta. Mi sentii dire:

– Sappiamo che non è ammissibile e la rifiuteranno, ma noi lo facciamo per far vedere.
– Ah.

È un po’ come se tu chiedessi di uscire a una ragazza che sai non uscirebbe con te neanche fossi l’ultimo uomo sulla faccia della Terra. Le amiche ti hanno detto che quella ti vede come il fumo negli occhi. Anzi, quando ti vede vorrebbe buttarsi del fumo negli occhi per accecarsi. E pur ammettendo che le amiche siano soltanto maligne e false, ricorda che una volta la stavi incrociando per strada e lei si è buttata in un cassonetto dell’umido per non salutarti e questo vorrà dir qualcosa. Ma tu ti presenti lo stesso a chiederle di uscire. Per far vedere.

Io comunque senza nulla toglier all’appassionato esponente non vidi nulla ma sono miope quindi sono giustificato.

In ogni caso proporrei un secondo sub-emendamento alla Costituzione, quello contro le azioni inutili:

L’Italia ripudia l’inutilità come mezzo di spreco delle energie pubbliche.

Il problema è che coordinato all’altro emendamento, quello contro la bruttezza, rimarrebbe forse ben poco di non ripudiabile.

E allora forse dovrei emendarmi io.

Diario di una Pest – Viaggio

Per dare un senso alla mia presenza in Ungheria e offrire un servizio pubblico (e non pubico, cioè un servizio del c.), vorrei inserire nel blog una rubrica con alcune informazioni utili per chi, per svago, lavoro o traffici illeciti volesse recarsi a Budapest. Comincerei, in modo banale, dalle informazioni sui trasporti.


Le seguenti informazioni sono aggiornate a febbraio 2017.

Voli
Le compagnie low cost che collegano l’Italia a Budapest sono due:

  • La Ryanair con voli da/per Bergamo (Orio al Serio), Pisa e Roma (Ciampino);
  • La W!zz Air, compagnia di bandiera ungherese, con voli da/per Catania, Lamezia Terme, Bari, Napoli, Roma (Fiumicino), Bologna e Milano (Malpensa).

Se poi vi sentite mossi da spirito nazionalista – visto che è lì lì per fallire  – potreste sborsare dai 120 ai 200 bigliettoni per un volo con Alitalia, per viaggiare come su una low cost ma con in omaggio un panino di plastica come snack gratuito. Potete mangiarlo o pastrugnarlo con le mani per rinforzare i muscoli.

W!zz Air
La W!zz fa pagare qualsiasi upgrade. Deve probabilmente ancora finire di rimborsare i geniali ideatori del logo col punto esclamativo ed Elton John per i diritti sulla livrea viola e fuxia.

Il bagaglio a mano piccolo – per intenderci, quello che riesce a entrare sotto il sedile – è gratis, quello più grande (56X45X25 CM) costa:

  • 18 euro se acquistato con la prenotazione
  • 20 euro se acquistato dopo la prenotazione
  • 35 euro in aeroporto
  • 1 anno di carcere se lo tirate addosso alla hostess per frustrazione.

Io seleziono sempre il bagaglio a mano piccolo (42X32X25 CM) e poi contestualmente acquisto l’imbarco prioritario (5 euro), che dà diritto a portare un ulteriore collo con sé, dalle dimensioni massime di 40X30X18 CM. Come collo aggiuntivo porto con me la borsa del portatile e la riempio di roba. In pratica complessivamente è come se portassi il bagaglio di un trolley, ma a un prezzo inferiore.


Non so se la mia strategia abbia una falla o meno – nel caso non l’ho ancora individuata -, però mi ci son trovato bene.


Non dimenticate di fare il check in online.

Mezzi alternativi
Esiste un comodo (!) autobus notturno della Baltour che fa Firenze (h 17:00)-Bologna (19:00)-Padova(20:45)-Venezia(21:20)-Trieste(00:15)-Città sconosciuta ungherese-Altra città sconosciuta ungherese-Budapest (8:00 del giorno seguente). Attenzione alla posizione in cui vi addormentate. Non è bello portarsi via un bracciolo dei sedili perché vi è rimasto incastrato nello sterno.

L’aeroporto
Volando con una low cost, a Budapest vi verrà riservata l’area poveracci. Infatti i gate dal 12 al 19 dell’aeroporto di Ferihegy sono disposti in un capannone di lamiera, cui si accede tramite una passeggiata in mezzo a un percorso di ferro che sembra quello di un mattatoio.

Una volta atterrati, se siete fortunati troverete la navetta sotto l’aereo, altrimenti, come è successo a me una volta, vi farete una passeggiata di qualche centinaio di metri al freddo e al gelo fino all’uscita.

Arrivare in centro
Usciti dall’aeroporto – è molto piccolo – a sinistra troverete la zona taxi. Si prenota al chioschetto, dove vi daranno il numero del vostro mezzo. Una corsa in centro costa in genere tra i 20 e i 25 euro. Il viaggio dura una ventina di minuti. I tassisti non sanno l’inglese o lo sanno molto poco. Il prezzo della corsa sanno scandirlo benissimo però.

A destra, invece, più avanti c’è la fermata del 200E, l’autobus che fa il tragitto Aeroporto – Kobanya Kispest (kobània kishpèst), capolinea della metro 3 (la linea blu) che arriva fino in centro. In genere i turisti che alloggiano in centro scendono a Deak Ferenc Ter (dèak fèrenz ter), dove si incrociano metro 3, 2 (la rossa) e 1 (gialla), senza contare poi tutti gli autobus che passano di lì. Per arrivare occorrono in media una 40ina di minuti e un centinaio di bestemmie contro quelli che sull’autobus sono d’intralcio perché non scorrono in fondo.

Se la metro è chiusa bisogna scendere prima, ad Határ e prendere un bus notturno.

Il biglietto si acquista alla macchina automatica presente alla fermata.  Accetta anche carte. Conviene comprare direttamente un abbonamento, che è valido per tutti i mezzi. Il listino prezzi è consultabile qui.


La BKK, la società che gestisce i trasporti, ha anche una app per cellulari (in inglese) con cui è possibile controllare orari dei mezzi e programmare spostamenti: ad esempio è utile per andare da un punto all’altro conoscere i mezzi da prendere e la durata del viaggio.


Esiste poi il minibus della W!zz Air, che con 5 euro fa il tragitto Aeroporto – Deak e con 10 euro Aeroporto – Luogo dove alloggiate. Si prenota online. È comodo quando si arriva di sera tardi (l’ultima corsa della metro parte alle 23:30 dal capolinea) o quando al ritorno c’è da prendere l’aereo molto presto al mattino (la prima corsa parte alle 4:30).

È inutile fare le corse per raggiungere il minibus – si prende nell’area parcheggi andando a sinistra dell’uscita dell’aeroporto. Il bus si piazza di fronte la macchinetta per il pagamento della sosta -, tanto parte a orari fissi. Se tutti i passeggeri prenotati sono già a bordo, parte anche prima. Altrimenti bestemmierete perché voi siete lì da mezz’ora e state attendendo due imbecilli che si presentano con molto comodo.

Post in aggiornamento

Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.

Non è che il comandante non soffra il freddo perché ha i gradi giusti

La vita è bella perché ci sono sempre prime volte.

Oggi è stata la prima volta che ho preso un volo con uno scalo non brevissimo: 7 ore trascorse in quel di Fiumiciattolo.

Mi piacciono gli aeroporti.
Sembrano formicai.
È tutto un continuo movimento, sia in superficie che dietro le quinte dove si opera per mantenere in moto costante e uniforme la macchina dell’aviazione civile.

7 ore trascorse dentro me lo han fatto però piacere un po’ meno.


Ovvio, c’è di peggio, tipo rimanere bloccati in aeroporto per una tormenta, la nebbia, le cavallette, una ex fidanzata, oppure attendere per uno scalo di 15 ore. Se e quando mi capiterà, scriverò un resoconto peggiore, infatti.


A questo va aggiunta una sveglia alle 5 del mattino e l’essere andati a letto alle 3 perché la sera precedente ho incontrato più persone di quante ne incontro in genere in un anno intero. Ma non posso atteggiarmi a PR, comunque, la mia misantropia mi rende più adatto a un PRR onomatopeico.

In ogni caso, sono partito da Napoli carico di buone intenzioni deciso a scrivere una lista delle cose da fare per trascorrere il tempo in aeroporto.

Purtroppo, dopo un’ora avevo già esaurito tutto: leggere, controllare le notizie su internet, guardare una serie tv.

I negozi sono per la maggior parte inutili e costosi. A parte per un’occhiata alla vetrina di Intimissimi immaginando a quale ex fiamma starebbe meglio un determinato completo, non solleticano il mio interesse.

A un certo punto ho avvertito i sintomi della carenza di sonno. I rumori di fondo hanno preso a darmi fastidio e rendermi insofferente. Ho iniziato a girovagare in modalità dissociamento sociale: cappuccio calato in testa, sguardo spento ma pronto a replicare torvo alle occhiate altrui.

No, il tale che ho incrociato non gli somigliava, a ripensarci.

Poi sono partite le allucinazioni: mi è sembrato di vedere un tale somigliante a Pharrell Williams, che neanche so bene che faccia abbia ma so che è caratterizzato dagli occhi da orientale e quindi quando ho incrociato un afroamericano con gli occhi sottili mi è venuto in mente. E in testa ho cominciato a sentire Pharrell Williams (quello vero) che mi urlava nelle orecchie “Freedom! Freedom!” sempre più stridulo e angosciante.

Stanco, mi sono quindi abbandonato e assopito su un sedile di ferro, con la testa reclinata all’indietro poggiata sul bordo. Mi sono svegliato con l’intero corpo che formicolava perché probabilmente avevo interrotto il midollo spinale dietro al collo.

Nel giro di una singola mezz’ora un aeroporto cambia: le facce che erano presenti intorno a me prima che mi addormentassi erano state sostituite da altre.

Mi piace immaginare chi siano, cosa facciano, da dove provengano.

Mi fanno sorridere le giovani coppie under 30.
Sembrano appena lavati col Perlana da capo a piedi. Sono morbidi e luminosi e anche smaglianti come in uno spot Mentadent.

Più in là poi vedo in una famigliola quello che potrebbe essere il futuro di qualcuna di queste coppie: il padre che trascina il figlio sbuffando, la madre che ne ha un altro in braccio e rimprovera il marito per la sua incapacità.

Una di queste famiglie mi ha colpito. La moglie ha imprecato contro il marito, troppo lento e impacciato nel farsi largo tra la folla verso il gate, dicendogli: “E muoviti, Cristo-foro Colombo, dai!”.

Avrei voluto fermarla e chiederle se usa altre espressioni, quali potrebbero essere Madonna Veronica Ciccone!, oppure Diomede, figlio di Ares!.

Oppure sono soltanto mie fantasie e il marito si chiama invece Cristoforo Colombo.

~

Negli ultimi mesi ho preso diversi aerei e ho constatato una diminuzione dell’abitudine dell’applauso all’atterraggio (su qualche aereo c’era anche al decollo); sono giunto alla conclusione che l’applauso è collegato alla presenza o meno di gruppi – anche coppie, purché si trovino per coincidenza con altre coppie con la medesima forma mentis – e comitive che affrontano il viaggio con lo spirito da gita di Pasquetta.

La teoria è stata confermata sul volo Roma – Budapest da una nutrita comitiva di frusinati, tutti parenti, che sembrava si stessero recando a una sagra di paese.

Com’è come non è, è scattato l’applauso all’atterraggio, che, a volerla dire tutta, non lo meritava neanche perché è stato dolce come un calcio nel didietro.


DIDASCALIA POLEMICA
Davanti all’applauso in aereo c’è solo, come livello di fastidio, l’applauso a un funerale.


DIDASCALIA FORTEMENTE POLEMICA
In terza posizione, ma in rapida ascesa e non dubito che possa lottare per il primato, il “mi piace” social indiscriminato. Mettiamo che io abbia condiviso un articolo su una tragedia dimenticata anche da Equitalia (ed Equitalia non perdona e non dimentica, mai). Tu, mio “amico”, metti un “mi piace”. Esattamente cos’è che ti piace, inverecondo pistolero del tasto sinistro (o destro, se, come me, siete ambidestri e usate il mouse come un mancino): la tragedia? Perché è ciò che si evince, così come l’applauso alle esequie sembra un congratularsi per la morte. Se non vuoi incorrere nell’equivoco, favella, hai il dono della scrittura, che è più recente ed evoluta dell’indice indipendente.


Applausi a parte, Budapest mi ha accolto gelidamente.
Ho conosciuto i famosi 6 gradi di separazione: sono quelli appunto che oggi pomeriggio mancavano per arrivare allo zero.


Stupido gioco di parole sulla teoria dei sei gradi di separazione. Quella vera, afferma che ogni persona è collegata a un’altra tramite una catena con al massimo 5 persone in mezzo a far da tramite. Esempio: io, questa è vera, sono in contatto con un operaio Fiat (1). L’operaio, avendo avuto anche ruoli sindacali di rilievo all’interno della fabbrica, sarà in contatto, invento, con un qualche manager dello stabilimento (2), che sarà in contatto con un altro super manager (3) che è in contatto con Marchionne (4), che è in contatto con Maurizio Arrivabene direttore Scuderia Ferrari (5), che è in contatto con Sebastian Vettel (6). Sono quindi in contatto col pilota quattro volte campione del mondo tramite 5 persone.


Volendo potrei pure dire, con un numero di passaggi inferiore, che sono in contatto con Marchionne. Ma non è che mi importi molto avere contatti con lui!


E il comandante faceva pure il simpatico, non so se volontariamente o meno: il clima è ottimo – ha detto -, la temperatura è di sei gradi sotto lo zero!


Un -6 non è niente, ci sono città italiane con la medesima temperatura, ma io sono un gatto del Sud, non un gatto delle nevi.


Non è che per fuggire dai pranzi natalizi tu debba fare un pasto col diavolo

Martedì sera un aereo mi riporterà in Terra Stantìa, dove trascorrerò le festività natalizie.

A casa si stanno già preparando le grandi manovre per il ritorno del Royal Kitten. Troverò una tavola imbandita con bistecche alte tre dita e mozzarella di bufala. Alle 23 di sera.
Credo che il 22 lascerò l’ufficio da Piero Fassino e tornerò il 4 gennaio come Giuliano Ferrara.

Ricordo il giorno in cui sono arrivato qui in Ungheria.
Tremavo.

C’era 1 grado quando sono sceso dall’aereo. E il nevischio.
Ero partito con 15.
Altro che escursione termica: è stato un viaggio termico di sola andata con pernottamento all’addiaccio.
Dall’aereo al terminal di arrivo infatti c’era un qualche centinaio di metri da percorrere completamente all’aperto. Al freddo e al gelo. Niente scalette, tunnel riscaldati, niente navette.

E pensare che alla partenza, da Capodichino, fuori al gate c’era un autobus ad aspettare i passeggeri. Nonostante l’aereo fosse a 20 metri dalla porta: in pratica il mezzo ha fatto un giro su sé stesso.

Siamo gente diversa, noi di Napoli.

Tu che la lasci, che posto trovi, di migliore? (Foto di Città metropolitana di Napoli – un blog di Stefano M. Capocelli)

Qui invece sono rudi e duri come solo la gente dell’Est può essere.
Per esempio ho avvistato qualche ragazza in giro con la gonna e senza calze.
I 30 denari li ha considerati buoni per Giuda, non per i collant.

Poco fa ho usato la prima persona plurale (noi di Napoli), ma in realtà io vivo fuori. Sono a 15 minuti d’auto (che possono diventare 60 in certe ore del giorno: un altro scherzo di Albert Einstein) dal lungomare.

La mia cittadina potrebbe un posto qualunque dell’entroterra italiano.
Umido, piovoso e qualche volta anche nebbioso.

Tornerò trovandovi, appena installato (lo faranno il 20: forse è in mio onore), un cacciambombardiere a decorazione di una rotonda. Un omaggio di un imprenditore aeronautico per la vocazione industriale della città.

Tra un bacio sotto il vischio e un bambinello nel presepe, un bel caccia fa proprio tanto spirito natalizio.

Sono contento di tornare.
Famiglia, gatti, qualche amico.
La birra nel solito posto.

Anche se debbo dire che nel corso di quest’anno ho più volte provato una sensazione particolare. Ogni volta che tornavo a casa, dopo uno-due giorni avevo voglia di ripartire. Sento che non ci sia più nulla per me. Avverto una decadenza d’amorosi sensi nei confronti dell’ambiente in cui sono cresciuto.

E pensare che tremavo, al mio arrivo in Ungheria.
Non solo per il freddo. Era terrore.

Sovente, quando mi lancio in qualche iniziativa, mi assalgono pensieri chimelofafareisti. Come se da quell’esperienza potessi non uscirne vivo.

Un appuntamento.
Un colloquio.
Una città nuova.
Un soffitto sconosciuto.

Esempi di attività per me terrorizzanti.

Eppure, sono ben altre le esperienze probanti e rischiose.
Come i/le pranzi/cene natalizi/ie.

Una volta presi un aereo, poi ho dovuto restituirlo


Il post che segue può contenere riferimenti a prodotti commerciali


Qualche giorno fa il faraonico ysingrinus nei commenti di un post mi ha illuminato sull’argomento aeroporti, da utilizzare nelle conversazioni ignoranti col barbiere.


Dicesi conversazione ignorante quello scambio di chiacchiere riguardante una materia di cui non si sa nulla ma della quale si finge competenza per far trascorrere il tempo. È uno strumento utilizzato in tutte quelle situazioni in cui ci si trova costretti a stare con altre persone e si avverte l’urgenza di rompere il silenzio.


Dato che non ho molta dimestichezza, vorrei far pratica sul mio blog.

L’argomento mi è quanto mai attuale, perché dovrò prendere un aereo per partire per le vacanze ma ancora non ho capito se mi sarà possibile o meno. Parto da Fiumicello (o Fiumiciattolo), dove qualche tempo fa un intero terminal (quello da cui parto) ha preso fuoco. Fino a poco tempo fa un giorno sì e l’altro pure era minacciata la chiusura dell’intera struttura, causa contaminazioni tossiche dovute all’incendio. Poi, forse, il fatto che nei mesi estivi centinaia di migliaia di persone transitino per quello scalo avrà fatto passare in secondo piano le condizioni ambientali.


Questo accenno potrebbe essere solo un espediente per annunciare che parto per le vacanze, in ossequio a una consuetudine in uso nei blog, in cui il gestore appende un virtuale cartello di chiusura per ferie: però io non ho detto quando parto, potrebbe essere domattina o tra un mese o anche mai, quindi magari potrei essermi inventato tutto solo per avere una scusa per parlare di aeroporti.


La prima volta che ho preso un aereo, non sapendo se mi avrebbe fatto venire la nausea o meno, presi le pillole contro la nausea da viaggio.

Le pillole mi fecero venire la nausea.

Poi ho pensato che era colpa mia perché forse avrei dovuto prendere anche le pillole contro la nausea causata dalle pillole.

L’aeroporto per me è sempre un posto che mi affascina ma fatico a comprendere appieno.

Perché, ad esempio, mi viene controllata la valigia al microgrammo e poi al duty free posso comprare un paio di chili di prodotti?

Qualche anno fa, di ritorno da Barcelona, mi successe una cosa curiosa. Prima di ritirare la carta d’imbarco, inserisco la valigia nell’apposito scomparto: tutto ok. Avevo preventivamente indossato una felpa che causava un certo gonfiore addominale al bagaglio. Una cosa che fanno tutti, l’importante è non fare la fine di quello che ha indossato tutti i vestiti in valigia e poi è svenuto per un colpo di calore.

Passati tutti i controlli, mi tolgo la felpa e la rimetto in valigia. Al Duty Free compro un po’ di carabattole perché a me piace comprare carabattole e mi imbarco con bagaglio e un bustone pieno di roba. Prima di salire sull’aereo, le hostess impongono un altro controllo del bagaglio: il mio non entra e vogliono rispedirmi indietro. Allora apro la valigia, tolgo la felpa e la infilo nel bustone, chiudo, mostro alla mujer che il bagaglio entra nel gabbiotto e vado avanti.

Fatico ancora a comprendere il significato di tutto ciò.

L’altra cosa che non capisco è come siano tarati i metal detector. All’aeroporto di partenza in genere le scarpe fanno suonare il detector: gomma e tela che suonano?…Ah, giusto: gli occhielli in metallo delle Converse e di tutte le scarpe simil-Converse, come ben evidenziato in fig. 1.

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Fig. 1 – Le mie attuali fantastiche scarpe. Fonte: la mia scarpiera.

All’aeroporto d’arrivo, quando era il momento di ripartire, mi è spesso successo che non suonassero.

Misteri.

Come è un mistero, per il precedente discorso sulla suddivisione del bagaglio, che alcune compagnie low cost ti permettano di portare, oltre al bagaglio a mano, un notebook con la relativa custodia, la quale può benissimo diventare un bagaglio aggiuntivo: basta saper ottimizzare gli spazi e averne una morbida e, quindi, propensa a espandersi.

Gli aeroporti mi divertono perché ognuno è fatto in un modo. C’è chi si sviluppa in lunghezza, chi in altezza, chi in profondità…la caratteristica comune è che tutti prevedono di dover percorrere chilometri per uscirne. Mentre il tragitto di entrata ho notato che è in genere molto più breve, anche se il terminal è lo stesso. Ho iniziato quindi a favoleggiare sull’esistenza di distorsioni spazio-temporali all’interno delle strutture aeroportuali, che dilatano o restringono tempo e spazio a seconda dell’orientamento del moto dell’osservatore.

Negli aeroporti si mangia da schifo, ma non ho compiuto un’indagine approfondita al riguardo – da buon terrone sono della scuola “presentarsi già pranzati anche se parti alle 10 del mattino” oppure “mi porto la merenda da casa” – e non saprei supportare la mia affermazione con solide argomentazioni. E questo schifo costa anche quanto un pranzo in un ristorante stellato.


DIDASCALIA GASTRONOMICA
Se invece avete mangiato bene in un aeroporto, vi prego di segnalarlo nei commenti.


L’individuo che mi incuriosisce di più è l’omino che smista la fila ai controlli: è un addetto tuttofare o un omino specializzato?

All’aeroporto di Osaka c’erano ben tre omini smistatori: un omino che ti indicava una grossa scrivania dove prendere e compilare i moduli di arrivo, un omino all’inizio della fila che controllava se il modulo fosse compilato prima di farti passare, un omino che ti diceva quando stare fermo e quando avanzare verso il controllo dell’identità e la raccolta delle impronte.

Se la nostra società contemplasse l’uso degli omini in ogni ambito, la disoccupazione si azzererebbe.

Gli omini della sicurezza dell’aeroporto di Francoforte sul Meno sono gentili ma severi ed è bene non farli incazzare. Da qui il mio ribattezzare in “Francoforte ti Meno”.

Direi che ho materiale sufficiente da sottoporre al barbiere.

Anzi, se arricchiste il post con i vostri commenti sugli aeroporti, ve ne sarei grato perché potrei essere in grado di sostenere più conversazioni ignoranti per più sedute di taglio capelli!

Il calcio fa bene alle ossa. Se non le rompe

Che sia in un parcheggio con i pali delle porte rappresentati da zaini e giubbotti, su un campo di calcetto per la settimanale partita con i colleghi o in un campo regolamentare per il campionato di Infima Categoria over 30 Scapoli-Ammogliati, ogni uomo (e anche qualche donna) avrà tirato due calci a un pallone nella propria vita. In certi casi saranno stati giusto due calci e poi basta, per poi appendere le scarpe al chiodo in via definitiva. In ogni caso, sicuramente si sarà fatto conoscenza con i soggetti dall’atteggiamento delinquenziale e la fedina penale poco pulita descritti qui sotto.

L’allegro chirurgo – Se non porta a casa una tibia dell’avversario, un alluce fratturato o un naso rotto, non è lui. Doctor House dell’agonismo, entra in campo e con un’occhiata riesce a individuare la vittima il paziente prescelto e, prima dello scadere dell’incontro, l’avrà lasciato rantolante sul campo con qualche pezzo in meno. Potrebbe sembrare un calciatore dalle scarse doti tecniche, così brocco da non riuscire a centrare la palla. Sbagliato: lui si disinteressa volontariamente del pallone e va convinto sulle articolazioni altrui con precisione chirurgica. Frase tipica: “È lui che ha messo la gamba”

Il campo dopo un incontro

Lo zappatore – È un uccello? È un aereo? È Superman? No! È una zolla di terra volante! Abile dissodatore di campi da giuoco, lo zappatore a ogni calcio dato al pallone scava solchi nel terreno utili per piantarci bulbi e tuberi, difatti è il calciatore più amato dai contadini. E più odiato dai proprietari di campi da calcio. Il suo colpo segreto è l’offuscamento della vista: mancando totalmente la sfera (il che potrebbe sembrare un errore da parte sua, in realtà è un gesto totalmente voluto), getta col piede una manciata di terra negli occhi dell’avversario, che, una volta accecato, potrà essere abilmente superato. Gli zappatori più scarsi esperti riescono a rovinare anche i campetti sintetici. Frase tipica: “Il campo non è buono”

Saranno fallosi – Da non confondere con l’allegro chirurgo, i saranno fallosi sono quelli che sai per certo che durante la partita causeranno l’interruzione del gioco centordicimila volte: gomitate, trattenute, calcetti sullo stinco, alitosi mefitica sono le armi loro preferite per disturbare le azioni avversarie. Frase tipica: “Ho preso la palla”.

Il convinto – Prendete una dose di urlo di Tardelli, una corsa di Mazzone sotto la curva, un Al Pacino in Ogni maledetta domenica e una vita di frustrazioni, fate cuocere a fuoco spento e otterrete un essere irritante dalla smisurato spirito competitivo. Gioca ogni incontro come se fosse la finale della Coppa del Mondo, prima della partita ci tiene a fare un discorso di incoraggiamento ai compagni (intenti a grattarsi gli zebedei o a scaccolarsi), a ogni gol esulta come se fosse appunto il Tardelli nell”82 e quando gli altri decidono che “basta così per oggi” ci rimane male come se la moglie avesse detto di non voler andare a letto con lui. Cosa che, tra l’altro, avviene regolarmente tutte le sere quando torna a casa. Frase tipica: “Forza ragazzi oggi vinciamo”

Il numero 1,0 periodico – Prende la palla direttamente dalla propria area, salta tutti gli avversari, poi torna indietro, li salta di nuovo, fa una giravolta, la fa un’altra volta, si ferma, fa un doppio passo di samba e poi sbaglia tutto, dando la colpa alla scarpa, al pallone, a un filo d’erba e a tutto ciò che può avergli impedito di realizzare il gol della vita. Nel frattempo, i compagni di squadra con ampi gesti e qualche bestemmia lo invitavano a dare il pallone a qualcuno di loro. Frase tipica “Ma come ve la passo se non vi fate vedere?!”

Quello che si porta la ragazza – C’è sempre uno che si porta dietro l’ultima fiamma, costringendola a seguirlo nelle proprie esibizioni sportive. In genere son due i motivi per cui portarsi dietro la ragazza: mostrare a lei le sue doti atletico-ginniche e mostrare agli altri che c’ha la donna. Sia nel primo che nel secondo caso, ai diretti interessati non frega proprio nulla. La ragazza, inoltre, passerà tutta la durata dell’incontro china sullo smartphone o a parlare con un’altra sventurata ragazza di un altro calciatore. Frase tipica: “Hai visto quel gol che ho fatto?” (ovviamente lei non avrà visto un bel niente)

Non mi toccate che son di vetro – Con un alito di vento va giù lungo per terra, un contrasto lo farà rotolare sul campo agonizzante, una manata gli causerà la perdita di un bulbo oculare. O almeno questo è ciò che sembra a giudicare dalle sue spropositate reazioni per ogni minimo contatto. Dotato del potere della lettura del pensiero, si butta per terra appena intuisce che l’avversario ha solo pensato di allungare il piede nella sua direzione. Frase tipica “Ma questo è fallo!”

Il padre – Vittima di un mai superato trauma calcistico per non essere riuscito a diventare una stella del calcio a causa di quell’infortunio a 40 anni che gli ha stroncato una promettente carriera, il padre che segue gli incontri dei figli è l’essere dalla simpatia di un Borghezio che si fa endovena dosi di Vittorio Sgarbi. È convinto che il proprio pargolo sia vittima di un complotto da parte di avversari, compagni di squadra, allenatore e terna arbitrale, che gli impediscono di far bella figura; ogni azione dovrebbe sempre passare tra i piedi del prediletto, ogni tiro in porta non effettuato dal divin bambino ma da un altro giocatore è un tiro sprecato e, nel caso la giovane promessa si divori un gol colossale, è solo per una combinazione sfortunata. Suoi nemici giurati sono altri padri, altre vittime di traumi calcistici iperconvinte delle sopraffine abilità pedatorie dei figli. Frase tipica: “L’allenatore non capisce niente”