Il Vocaboletano – #21 – La Janara

Siamo arrivati al ventunesimo episodio del Vocaboletano curato da me e crisalide77.

Oggi in via un po’ alternativa voglio introdurre un termine legato al folklore e all’occulto locale seppur non proprio natìo dell’area napoletana.

Janara: nella credenza popolare con questa parola si suole indicare una strega originaria delle zone rurali del Sannio. Essa si aggira di notte per le stalle e ruba cavalli per cavalcarli lungo le campagne fino allo sfinimento, abbandonandoli poi con le criniere intrecciate (è per questo che Umberto Balsamo poi doveva andare in giro a scioglierle!).

È molto pericolosa soprattutto per i bambini: li rapisce o li fa ammalare di notte per gelosia in quanto alla Janara è negata la possibilità di concepire.

Anche gli adulti devono stare in guardia da costei: sembra che ami sdraiarsi su di essi mentre dormono, per appesantirne il respiro o immobilizzarli durante il sonno.


È il comune fenomeno della paralisi del sonno che, in tempi antichi di superstizione e credenze veniva imputato alla presenza di esseri maligni per la casa.


La Janara non è soltanto dedita ad atti malvagi: per il suo legame profondo con la terra, conosce le piante, i segreti delle erbe e i modi per preparare medicamenti di erboristeria. In origine la figura non era associata col demonio ma era più assimilabile a una entità pagana: soltanto in epoche successive la Janara fu accostata al Diavolo e fiorirono leggende su riunioni infernali tra Janare tenute sotto un grande albero di noce lungo il Sabato, il fiume che bagna il Sannio.


All’albero di noce sono stati attribuiti tanti significati. Per la forma dei suoi frutti, simili a testicoli, è considerato carico di simbologia fallica. Il gheriglio interno ricorda un cervello. Inoltre il noce ha natura ambivalente: le sostanze che produce possono essere utili per rimedi medicamentosi, ma possono anche essere tossiche se mal manipolate.


Con la loro maestria nella preparazione di pozioni, le Janare sarebbero in grado di volare grazie a un unguento da spalmare sul corpo. Come la Margherita di Bulgakov (Il Maestro e Margherita) che volava dopo essersi cosparsa di una crema donatale dal demone Azazello.

Per difendersi dalla Janara un metodo molto efficace era quello di lasciare fuori l’uscio durante la notte una scopa di miglio capovolta. La strega si distrarrebbe per contarne i rametti fino al mattino, quando alle prime luci dell’alba è costretta a ritirarsi.

Un altro rimedio sarebbe quello di appendere fuori la finestra un sacchettino pieno di sale: anche in questo caso la megera si intallierebbe (ricordate che significa?) a contare i granelli evitando così di insidiare casa.

Per poterla catturare, invece, bisogna afferrarla per i capelli e rispondere alla sua domanda “Che cos’hai in mano?”.

Al che bisogna rispondere “Ferro e acciaio” per poterla bloccare. Se si risponde “Capelli”, lei scappa via!

Ascolta l’audio

Etimologia – Il nome deriverebbe da Dianara, seguace o sacerdotessa di Diana, dea della caccia e anche di incantesimi notturni. Potrebbe anche essere legato a ianua, cioè porta, perché come detto la strega è dedita a insidiar l’uscio di casa.

L’altra Janara – Esiste una versione marina della Janara, quella di Conca dei Marini (Salerno). Le Janari locali sono donne normalissime, mogli e fidanzate di pescatori e marinai. Essendo la vita dell’uomo di mare spesso lontana dalla terraferma, queste donne, per solitudine prolungata, cadevano in uno stato di cupezza e malinconia che le portava a diventare streghe e a praticare malefici.

Alcune, come le Sirene di Ulisse, attiravano sugli scogli i marinai per giacere con loro e poi sacrificarli al mare.

A essere onesto, io di strega del beneventano conosco solo questo:

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Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

Non è che l’indiano abbia fascino solo perché è con-turbante

Ero un bambino impaziente. Una volta mi regalarono un calendario dell’Avvento. Dopo il primo giorno avevo già aperto tutte le porticine per sbirciarvi dietro. Salvo poi tentare di reincastrarle nuovamente per coprire il misfatto.

Non ricordo quando l’impazienza mi si è trasformata in ansia. Riesco sempre a essere pronto per uscire in anticipo sul tempo accettabile riconosciuto come anticipo.

Non sono più impaziente su avvenimenti programmati a lungo termine. È come se non riuscissi ad accoglierli più con l’entusiasmo di un bambino. È probabile che sia normale, da adulti. Eppur me ne dispiace molto.

Mi sono guardato allo specchio mentre mi provavo dei maglioni. Mi sono visto brutto tanto.

Ma non sono brutto o, quantomeno, non lo sono in maniera preponderante. Diciamo ho una bruttezza anonima, si può diluire nella massa. Sono anzi capace di assumere qualche posa conturbante, con la giusta illuminazione e un certo grado alcolico. Nel sangue altrui.

Mi sentivo brutto per una percezione di diversità. Allo specchio ho avuto uno sguardo su me stesso, non riconoscendomi come ricordavo.

Mi chiedo cosa io abbia fatto negli ultimi venti anni. È il tempo che sono andato a dormire e mi sono risvegliato con i piedi più grandi. Che poi mi sono sembrati di nuovo più piccoli, prima di scoprire che le taglie delle scarpe sono state ridefinite.

L’imbarazzante visione della mia bruttezza mi ha fatto fuggir via dal camerino.

Non prima di aver riposto i capi, onde evitare di incorrere in qualche battibecco con un guardiano dalla forma squadrata. Non era quel che poteva definirsi, con un cliché, un armadio. Avrei detto piuttosto un comodino. Brutto e imbruttito ancor più dall’espressione arcigna che è forse costretto ad assumere per lavorare.

Fuori una donna che non ho nemmeno guardato in volto ha provato a vendermi del Dio. Ho fatto un gesto di diniego con la mano. Un’altra donna più avanti ha provato a vendermi del Politico. Ho ripetuto il gesto di diniego.

Lo spaccio dovrebbe essere illecito.

Non è che per giocare a polo devi spegnere il riscaldamento

Il ritorno al lavoro dopo un periodo di ferie è un evento traumatico, in genere. È una sveglia del lunedì mattina moltiplicata in modo esponenziale.
È una cefalea pulsante.
È un programma televisivo pomeridiano dove una donna racconta di essersi ripresa da una sbronza dopo che le è apparso Paolo Brosio e il pubblico inquadrato si commuove e fa anche l’espressione di chi non si accorge di essere inquadrato.

Per me non è così.

Sono il tipo di individuo che, sin dai tempi delle scuole elementari, vive il rientro con positiva agitazione.

Nei giorni precedenti avverto tristezza per la fine delle vacanze, ma quando è il mattino del ritorno al dovere mi ritrovo invece piacevolmente ansioso di ricominciare, rivedere persone note con cui condividere esperienze, scoprire le novità che il nuovo inizio porta.

Tale fanciullesco entusiasmo si è poi ogni volta rivelato effimero. Durava il tempo necessario per tornare a odiare le persone note e le esperienze color marrone che le riguardavano. Senza considerare che le uniche novità che la vita offre si trovano al massimo nel volantino di un supermercato che deve liberarsi dalle eccedenze di magazzino spacciandole per nuove offerte.

Durante il periodo della scuola, il ritorno dopo le vacanze di Natale significava fare i conti con i termosifoni che non funzionavano a dovere, essendo stati spenti per due settimane. È ciò che sta accadendo anche in questi giorni in vari istituti lungo lo Stivale. È bello vedere una continuità storica tra le generazioni.

Quando ero a scuola io però nessuno mai ha sollevato polveroni per il fatto che in classe eravamo costretti a stare col cappotto.
Anche perché probabilmente visti i nostri edifici sarebbero stati polveroni di amianto e non era il caso quindi di sollevarli.

Alle elementari per esorcizzare il gelido periodo alcuni di noi inventarono “La Banda FBI”, con un arzigogolato collegamento logico.

Si sa che gli investigatori vanno in giro sempre in cappotto o impermeabile anche a Ferragosto. Tanto per loro poco cambia perché in qualsiasi periodo dell’anno c’è buio e/o pioggia e/o freddo. Ebbene, noi che indossavamo il giaccone in classe e nei corridoi eravamo quindi come dei detective.


È un po’ come dire che mettendosi una boccia di vetro in testa si è un astronauta. E solo ora realizzo che questa sarebbe stata un’idea più divertente di quella dei detective.


Domanda: ma se tutti indossano giacconi e cappotti cosa rendeva degni di appartenere “all’FBI” solo alcuni?

La simpatia.

Una delle regole non scritte del mondo infantile è che qualsiasi decisione viene presa democraticamente a simpatia. Se piaci sei dentro, se non piaci sei fuori. Insomma, le giurie popolari non le hanno inventate mica gli adulti.

E io piacevo o no?

Io a dire il vero sono sempre stato “un tipo” e quindi andava come capitava.
Alle volte ero dentro, altre volte ero fuori.

Ironia della sorte quando crescendo si è cominciato a parlare di ragazze mi sono sentito anche io, come tanti, dire “Sei simpatico, ma…” al che ho replicato “Allora se ti sto simpatico formiamo una banda!” ma lei mi ha guardato strano ed è fuggita.


Per la cronaca, fui “dentro” l’FBI, ma solo perché avevo un bel giaccone che aveva anche uno stemma sul petto all’altezza del cuore che sembrava tanto un distintivo. Ebbi quindi il dubbio che non fossi io quello simpatico alla banda, ma il mio giaccone, e provai un sentimento di rancorosa invidia.


 

Non è che una pellicola al Monte di Pietà sia un film impegnato

Peggio di un adolescente con uno smartphone c’è un anziano con lo smartphone.

Mia zia, all’età di 70 anni, è passata alle nuove tecnologie e ha effettuato il passaggio verso una componente fondamentale della modernità: le foto su whatsupp.

Oggi durante il pranzo domenicale mi ha mostrato le foto che le mandano i suoi amici, o i figli dei suoi amici.
Tutte foto di neonati. Ha la memoria piena di progenie altrui. Se qualcuno trovasse quel cellulare penserebbe che sia di un pedofilo.

Gliele mandano per condividere i nuovi arrivi. Poi è cominciata una condivisione non richiesta: adesso prima ancora che il bimbo nasca lei si trova inserita già in un gruppo whatsupp per la futura condivisione delle foto del nascituro. Immagino sia una sorta di prelazione, per dire “In caso di nascite concomitanti io ho la precedenza perché ho creato il gruppo prima”.


Sorvolo sull’esistenza di scambi di foto di ecografie. Il dibattito teologico odierno è: la foto del bambino comincia solo al momento della nascita o è da considerarsi tale già nell’ecografia? C’è la scuola di pensiero conservatrice che sostiene che il diritto alla foto nasca al concepimento, il che spiegherebbe l’esistenza di gruppi whatsupp – in cui io non mi trovo inserito, purtroppo – in cui vengono scambiate foto di vulve.


Capisco che la gente faccia ciò perché orgogliosa di mostrare agli altri la bellezza della propria prole, al grido di “Questo l’ho fatto io”. Però qualcuno dovrebbe far presente che i bambini non sono tutti belli. Alcuni son bruttini. Lo so che sembra una cosa orribile da dire, ma è la realtà. E posso ancora dirlo perché non ho prole (credo). Poi diventerò genitore anche io – forse – e comincerò a dire che i bambini sono tutti belli e a mandare foto non richieste.

Poi “bruttino” è relativo, magari è questione di punti di vista oppure è una fase. Nella vita si cambia, si cresce, si attraversano varie trasformazioni.


Io, ad esempio, ero un bel bambino. Ora sono un adulto medio, medianamente tollerabile esteticamente dalla media della popolazione. Da ragazzino invece la pubertà mi fece diventare rachitico e ingobbito e dai tratti vagamente mediorientali, cosa che mi attirò un po’ di bullismo verbale fintoxenofobo durante il periodo dell’ascesa del terrorismo internazionale.


Non essendo realmente mediorientale, non potevo in realtà lamentarmi: quindi peggio di essere vittima di xenofobia c’è il non essere vittima di xenofobia ma sentirsi tale lo stesso.


In una pausa da mia zia e dalle sue foto, ho dovuto spiegare a Padre, che commentava i risultati della Mostra del Cinema di Venezia, perché mai uno che fa film di 4 ore in bianco e nero debba essere idolatrato come artista. Io ho fatto presente che ci sono anche artisti da 90 minuti a colori, un film d’autore non è tale solo per durata o effetto sulla pellicola.

“Allora perché ha vinto a Venezia quello lì?”

Non ho saputo replicare. Mi sono giustificato dicendo di non essere un critico cinematografico e allora mi ha spento affermando “Allora neanche tu sai perché quello lì deve essere considerato un artista” e mi sono dovuto arrendere alla sua logica.

Durante tutti questi siparietti, Madre sullo sfondo invece faceva facce. Del tipo “Che palle” o “Basta” o “Vuoi dire a tua zia che poteva risparmiarsi di portare un 1kg di paste perché nessuno le mangerà?” e io replicavo con l’occhiata de “Diglielo tu perché siete voi due che non vi mangiate un cazzo che c’avete i gusti raffinati e la crema la volete se fatta con le uova bio di una gallina bio che prima di farle uscire le passano la vaselina (bio) nel culo, con la scorza di limone di Sorrento inumidita dall’ultimo alito di fiato prima di spirare dal vecchietto che lo coltivava ancora come gli aveva insegnato suo nonno”.


È un’occhiata che ho messo anni a perfezionare. Dovrei vincere io un premio a Venezia, purtroppo non ho ancora trovato un regista che sappia valorizzarmi.


E alla fine sono giunto a conclusione che siamo noi adulti a essere pessimi, i bambini son molto meglio.

Non è che il pallavolista scarso si dia al cabaret perché le sue battute fan ridere

Che io abbia un senso dell’umorismo discutibile, da far rabbrividire anche un inglese e degno di comparire sulla cialda del fu-Cucciolone Eldorado (quello attuale è una pallida imitazione), credo sia noto a chi legge i miei post.

Gli ungheresi, comunque, hanno un senso dell’umorismo tutto loro.
Così “loro” che lo tengono per sé e non lo mostrano a nessuno: non ho ancora avuto a che fare con un ungherese che abbia sense of humour. Non è che non ridano mai, quanto piuttosto sembrino non arrivare proprio ad apprezzare l’ironia.

L’ultimo esempio l’ho avuto questa mattina.

Internet non funzionava in ufficio. Anzi, in tutto lo stabile. Anzi, in tutta la strada e la rete non sarebbe tornata prima di sera.

Allora, io, Aranka Mekkanika e R. dell’ufficio finanza – man mano che passano i giorni sembra diminuisca sempre più il personale presente – decidiamo di tornare a casa e lavorare da lì portandoci dietro i laptop dell’ufficio.

Dopo aver smontato il mio, mentre mi avvio verso l’uscita tenendolo sottobraccio come uno che si è appena fregato un’autoradio, dico ad Aranka Mekkanika

– Ehi, credi che riuscirei a venderlo a piazza Blaha?

Lei rimane impietrita.

– Scherzavo, eh
– Non è divertente.

Va bene, convengo che non sia stato un intermezzo brillante quanto un Woody Allen dei tempi d’oro. Però, come si dice in questi casi: e che cazzo, dai.


Non sono poi così sicuro che Woody Allen, quantomeno la versione di anta anni fa, faccia loro ridere.


Blaha Lujza è la zona dove vivo. È un po’ borderline.

  • È zona di transito di pendolari (crocevia di linee di tram e una metro) e i pullman scaricano lì turisti cinesi. Non capisco perché solo cinesi: in città arrivano gruppi organizzati di italiani, inglesi, tedeschi…ma i cinesi, spesso dai 40 in su, vengono tutti sversati lì, coi loro cappellini (le donne) e i pantaloni ascellari (gli uomini).
  • C’è un uomo sandwich che gira lì intorno al mattino e pubblicizza un kebabbaro che fa anche il gyros e le pizze. Il suo sguardo perso nel vuoto, l’andatura ciondolante e l’espressione allegra come una retrospettiva su un genocidio non sembrano molto invitanti per i potenziali clienti ma io se fossi un uomo sandwich avrei un aspetto anche peggiore.
  • Ho un club-disco di fronte casa che nel week end fa orario continuato e la domenica mattina raccoglie quelli che dalla sera precedente sono rimasti in piedi. E sono anche un discreto numero: sospetto facciano uso di doping.
  • C’è un tizio che ogni venerdì pomeriggio si piazza in piazza (se fosse stato in strada si sarebbe instradato?) a suonare la batteria. Sempre la stessa ritmica: ormai potrei ripeterla a memoria sul pentolame.
  • La zona pullula di senzatetto alcolisti. Innocui. Ho più timore quando mi ritrovo circondato da gente in blazer.

A proposito di blazer, ho notato, un po’ ovunque all’estero, la tendenza da parte di molti di andare al lavoro in monopattino. Ragazzi, ragazze, adulti, persino compassati manager.


Sono sicuro che qualcuno interverrà dicendo: Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito andiamo al lavoro in monopattino! Non lo metto in dubbio, ma io non posso saperlo prima di venirlo a sapere.


Sarebbe bello si diffondesse, anzi, se ne sdoganasse l’uso anche dalle mie parti in Italia.

Mi stavo chiedendo, se in Terra Stantìa uscissi in monopattino, sarebbe più probabile che io venga picchiato o messo a testa in giù in un cassonetto? O entrambe le cose?

Non è che sei nuotatore perché il sabato pomeriggio vai a fare le vasche in centro


Anni or sono venni a conoscenza che nello slang urbano giovane del Centro-Nord andare a passeggio lungo il corso principale della propria città si dice “Fare le vasche”, per analogia con l’attività natatoria che prevede per l’appunto di andare avanti e indietro lungo uno spazio limitato¹. Mi chiedo però perché girare intorno a una medesima area allora non si dica “Ehi raga, andiamo a farci un circuito?” e cambiare improvvisamente verso e tornare indietro non sia “Bella raga, facciamoci ‘sto contropiede”.


¹ Anche se forse l’espressione sta cadendo in disuso. Mi sembra tipica degli anni novanta.


Si dice sempre che si impara solo buttandosi in acqua.
È un’affermazione sbagliata, in quanto su di me non vale. L’infallibilità dell’enunciato viene quindi a cadere, un po’ come la storia di Popper, noto zoofilo, e dei cigni bianchi che molestava.

Nella mia presentazione in questo blog (Chi mi credo d’essere?) ho accennato al mio rapporto conflittuale con l’acqua.


Ogni frase di quella presentazione ha un suo retroscena o aneddoto collegato e un giorno spero di spiegarli tutti.


A scanso di equivoci, io mi lavo.
Mi riferisco alla piscina, cui da piccolo fui iscritto in modo coatto perché “Il ragazzo è gracilino, dovrebbe fare sport”.

Io non ero d’accordo e, come tutti i bambini maschi, volevo giocare a calcio. Sembra che però non fosse di giovamento alla salute.


E io che speravo di essere convincente dicendo che il calcio fa bene alle ossa¹.


¹ Ironia della sorte, il calcio anni dopo mi è costato due fratture al braccio e diversi traumi alla caviglia che ancora oggi fanno sentire i loro effetti.


Inoltre, a casa mia veniva considerato sport da giovani delinquenti.


Il che, guardando alcuni iscritti alle scuole calcio dalle mie parti, era in parte vero.


La piscina dove fui iscritto mi inquietava. C’era un bar all’ingresso dove a volte mi fermavo a prendere una pizzetta perché dopo l’attività sportiva mi veniva fame. L’impasto era vischioso e il sugo di pomodoro puzzava di vernice.

Per accedere agli spogliatoi si dovevano scendere delle scale, sbarrate da porte automatiche e dotate di allarme. Come in una casa circondariale.

Una volta provai a nascondermi nei suddetti spogliatoi per poi scappare perché non volevo entrare in acqua. Si scatenò una caccia all’uomo in tutta la struttura, culminata con me che venivo identificato e bloccato mentre mi trovavo con indosso accappatoio, asciugamano in testa a celare il volto e costume bagnato ai piedi per fingere di avere appena finito il turno. Fui additato al pubblico ludibrio.

In acqua ricordo soltanto episodi curiosi. Come quando una compagna di corsia di fianco a me, afflitta da catarrus horribilis, con uno starnuto sputò in acqua una chiazza di muco di dimensioni notevoli. Un’altra bambina, alla vista di tale isoletta gialleggiante* di leucociti morti, vomitò. Ricordo ancora il suo pranzo, che doveva constare di prosciutto a dadini.


*Gialla+galleggiante¹.


¹ Io mi scuso per la nauseante immagine ma non posso nascondere la verità e voltare la testa dall’altra parte. Salveeny eroicamente avrebbe fatto una foto a muco e vomito per sensibilizzarci tutti.


Una volta fui invece centrato in faccia da una tavoletta, lanciata da un’istruttrice che voleva rendersi simpatica con l’istruttore ma che difettava in mira. Lei per consolarmi, con una carezza dietro la testa, mi disse “Se a fine lezione vai al tavolo laggiù, vicino la mia borsa trovi una gomma da masticare”. Io andai ma non trovai nessuna gomma. In fondo non la volevo neanche ma era per quietare i sensi di colpa della mentecatta.

A parte questo, io avevo di mio una fobia dell’acqua. L’ansia si accentuò quando un giorno, mentre nuotavo a dorso convinto di avere ancora il gancio di sicurezza dietro la testa, mi voltai e vidi che l’istruttore a bordovasca l’aveva tolto a tradimento.

È come quando si impara ad andare in bici senza rotelle: ti lasciano andare senza preavviso. Ma io, da buon imbelle, mi spaventai e finii sott’acqua. La cosa si ripeté altre due volte di seguito.

Mi affidarono a un ragazzo poco più che adolescente. Non ho capito mai se fosse un istruttore o uno che si allenava lì, comunque era il mio tutor anti-fobia. Lui sembrava mi odiasse. Facevamo però attività divertenti: ad esempio mentre nuotava a delfino io mi aggrappavo a lui tenendogli le braccia intorno al collo e respirando in sincrono. Ovviamente, molte volte inalai acqua. Il tempismo non è mai stata una delle mie abilità migliori.

Visti comunque gli scarsi risultati e i primi accenni di una colite spastica che mi ero fatto venire, dopo tre mesi i miei decisero di non rinnovarmi l’iscrizione.

Ci riprovarono qualche anno dopo, quando ero in prima media.
La struttura era un’altra. Niente sbarre e allarmi stavolta. Forse non era un bene, dato che negli spogliatoi, dove potevano accedere anche i genitori, quando lasciavi la borsa in un punto la trovavi poi gettata via in un angolo da chi veniva dopo di te.


Ed erano gli adulti a farlo.


Una volta dovetti cimentarmi in una caccia al tesoro per rimettere insieme tutto il mio corredo.

In acqua fui assegnato alla corsia incapaci/traumatizzati, che era composta da me, una signora 50enne, un ragazzino 12enne alto 1.80 che pesava 40 chili, un bambino paffutello che conosceva solo il napoletano e una coppia fratello e sorella, lui due anni più giovane di me e lei di un anno più grande, invece.

L’istruttrice era simpatica. Era una nana svampita.


Ricordo sempre la mia teoria in base alla quale le nanerottole siano delle svampite ma siano anche molto simpatiche ed estrose.


La ragazzina mi piaceva, almeno sino a quando non la vidi vestita. Non saprei come spiegarlo, ma con gli abiti era completamente diversa rispetto a quando era in costume e non mi attirava più. E i suoi capelli non mi piacevano, portando la cuffia non li avevo mai visti.

Perso qualsiasi pungolo ormonale nell’andare a nuotare, non feci molti progressi. In acqua ero sinuoso e agile come una tavola di legno massello.

In compenso mi guadagnai più di una infezione da funghi lì dentro. Avevo i piedi che erano pronti per un sugo alla boscaiola.

Alla fine anche lì, dopo 6 mesi stavolta, i miei non gettarono più il denaro ma la spugna.

Non è vero che nuotare sia come l’andare in bicicletta e non si dimentica mai: io quando oggi vado in piscina non so nemmeno più stare a galla.

“Fai il morto”, dicono tutti.
Sì, grazie.

Il problema è che mi viene sempre da impersonare il morto di mafia newyorkese, con due scarpe di cemento.

Non è che ieri stavo ‘npiedi perché l’otto m’arzo


cit. Andrea Pazienza:


Ogni otto marzo ascolto le polemiche di quelli che dicono che è una festa consumista; di quelli che dicono sia una scusa per dare sfogo a istinti ancestrali repressi; di quelli che ci tengono a erudire il prossimo spiegando l’arcinota verità che è solo una favola la storia delle operaie chiuse nella fabbrica incendiata con l’albero di mimosa accanto e io ogni anno ascolto la stessa lezione dalle stesse persone, che non so se mi ritengano vittima di una lesione nell’area della memoria che mi porta a dimenticare gli eventi oltre i 364 giorni e quindi sentano il bisogno di ripetermi la spiegazione oppure siano loro a essere mentalmente lesionati.

E poi c’è chi ripete che dovrebbe essere 8 marzo tutto l’anno e chi invece dice che non ci dovrebbe essere un 8 marzo perché dovrebbe essere un fatto normale e non eccezionale.

Io, molto confuso da tutto ciò e non sapendo come comportarmi, tento di tenermi fuori dai guai semplicemente rivolgendo un cordiale Auguri alle persone (persone di sesso femminile s’intende, anche se vige ancora quella goliardata che vuole che un maschio spiritoso ti dica auguri e allora pure tu gli dici auguri e tutti e due insieme perpetuate l’universo parallelo da scuola media in cui spesso i maschi entrano) che incontro e mantenendo un atteggiamento di onore e rispetto per tutto l’anno, ben conscio di dover migliorare giorno per giorno perché nella mia vita ho purtroppo mancato di rispetto e, data la mia natura fallibile e fallata, temo possa ancora accadere.


A mia discolpa tengo a precisare che non è una questione di contrapposizione uomo-donna: io manco di rispetto in maniera indistinta, spesso pecco e faccio gaffe in buona fede, ma in generale ho una cattiveria che si esplicita in senso democratico. Segue, in parole povere, un principio di maggioranza – mi piace mettermi sempre contro la moltitudine perché sono masochista (50 sfumature di micio) – ma temperato dalla garanzia della tutela della minoranza¹, quindi, per non far sentire escluso nessuno, offendo anche tutti gli altri.


¹ Tra parentesi la gente, chissà perché, tende però a dimenticare questa seconda parte, ritenendo che democrazia = la maggioranza vince e tutti gli altri restano zitti.


Quella di fare gli auguri è un’usanza che seguono tutti.

Io però, ad esempio, non faccio gli auguri di compleanno a chi mi sta sulle palle, per coerenza. Alcuni ci riescono lo stesso. Assumendo che la logica giusta sia quella di avere un atteggiamento lineare, credo che allo stesso modo dei compleanni non a tutte le donne vadano rivolti gli auguri l’otto marzo in virtù dell’idiosincrasia espressa nei loro confronti in altri frangenti.


È come vedere tanti ergersi a difesa dei bambini¹, salvo poi avere un atteggiamento di indifferenza quando poco lontano dalle nostre coste quegli stessi bambini finiscono a fondo con una barca. Se va bene è indifferenza, altrimenti è un vivo compiacimento perché secondo costoro è un problema in meno per noialtri. I più pietosi invece plaudono a un annegamento salvifico che li preserva da una vita di stenti.


¹ Credo che prima gli adulti dovrebbero pensare a difendere loro stessi da sé stessi.


Per suffragare la tesi testé enunciata mi rifaccio ad affermazioni che ho udito con gli occhi di questa faccia o che ho letto con le orecchie della medesima, procedendo a sottrarre dal novero delle donne meritevoli dell’Auguri alcune categorie:

– Innanzitutto quelle vittime di strupri o percosse o omicidi che, diciamocelo, un po’ se la vanno a cercare, dai.
– Quelle che, seppur non vittime di violenza, in ogni caso lo fanno apposta a provocare.
– Quelle che tu gli dici “Mi piaci” e loro ti rispondono che “Mi dispiace, mi sei simpatico ma…” che è proprio da stronze. Ti butto fiori e tu mi rispondi picche?
– Quelle che tu le guardi o ne richiami l’attenzione per strada e non ti filano o sembrano addirittura infastidite: ma chi si credono di essere? Ringraziassero di essere guardate.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili durante quella rottura di palle che noi uomini dobbiamo sopportare ogni mese che si chiama mestruazioni.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili perché di sicuro hanno le mestruazioni.
– Quelle che sono acide, isteriche, nervose e volubili perché non fanno sesso abbastanza.
– Quelle cui piace il sesso e quindi son troie.
– Quelle che non dicono che a loro piace il sesso ma tanto, eh? – Gomitatina, occhiolino, risatina – Lo sappiamo che sotto sotto – eh? – son troie.
– Quelle che stanno causando una decadenza della società perché non assolvono più al compito di donna che accudisce la casa: oggi tutte fissate con la carriera.
– Quelle che di sicuro han fatto carriera con chissà quali mezzi…eh? – Gomitatina, occhiolino, risatina.

Procedendo per sottrazione, direi che a questo punto rimanga solo mia Madre: su di lei posso garantire personalmente, altri casi non so. A chi ha qualcosa da ridire, citando Ferenc Pápa (come lo chiamano in Ungheria), tiro un cazzotto.

Quindi volevo far sapere che mia Madre ringrazia tutti per gli auguri.


Questo post che avevo in mente da un paio di giorni giunge tardivo: oggi Saverio Tommasi ha scritto su Facebook un post da cui io, una volta letto, ho pensato di attingere per rimpolpare il mio elenco. Quindi è doverosa la citazione per onestà:

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Anche se Saverio Tommasi mi infastidisce per questa sua velleità da supereroe della morale, che ne fa un aspirante santone – cioè un Roberto Saviano – che non ce l’ha fatta¹.


¹ L’evoluzione stile Pokémon dovrebbe essere: supereroe della morale -> santone. Io mi rendo conto a questo punto di essere un aspirante Saverio Tommasi che non ce l’ha fatta, purtroppo.


² Su Roberto Saviano ho una opinione né positiva né negativa che sarebbe troppo lungo sviscerare qui: diciamo che tendo a scindere il giornalista dall’uomo della predica.


Non è che gli anni passino senza salutare

Ho avuto diversi compleanni, ma un compleanno coatto non mi era mai capitato.


Nel senso di forzato, non inteso come un compleanno de borgata in quel de Roma. Anche se sarebbe interessante.


In ufficio, BB (non Brigitte Bardot) ha controllato i miei dati sul server interno. Data del compleanno compresa. È iniziato, quindi, un mese fa uno stalking di avvicinamento.

– Quindi tra poco è il tuo compleanno!
– Ehm…Sì…
– Che bello! Torta!
– …

Perché sembra nell’azienda ci sia l’usanza di festeggiare con fette di torta. Io ho tentato di fare l’indiano sulla cosa. Ho iniziato anche a parlare inglese con l’accento di Apu dei Simpson.

Pensavo di averla scampata, quando mi sono poi ritrovato sullo Skype interno un messaggio da parte di BB (sempre non Brigitte Bardot):

– Allora, per la torta martedì. Ci saranno tutti in ufficio.

Come. Cosa. Quando. Chi. Per qual motivo? Chi ha deciso?

A me non piace festeggiare il compleanno.

Non c’è un motivo preciso.
Metto in chiaro che non sono uno di quelli che Eh un altro anno che ci avvicina alla tomba! Cosa c’è da celebrare?. Anche perché vorrei far notare a costui tutte le cose che fa che lo avvicinano alla tomba per i rischi che comportano (guidare un’auto. Mangiare junk food. Contraddire una donna innervosita) ma di cui se ne frega bellamente.

Diciamo quindi che in maniera pura e semplice mi rompo i maglioni.

Avrei dovuto farmi trovare pronto con una qualche scusa, del tipo che non festeggio più gli anni da quando, da bambino, il pesce rosso che mi avevano regalato proprio quel giorno del compleanno si suicidò saltando fuori dall’acqua giù dalla finestra finendo in bocca a una signora che stava sbadigliando rischiando di farla soffocare, quando poi arrivò un dottore che le praticò la manovra di Heimlich solo che nel farlo si eccitò e finì con l’oltraggiarle le virtù da tergo e da allora sono traumatizzato.


NOTA ITTICA
È sorprendente il fatto che un animale si suicidi. In realtà non lo fa per quello, forse è per liberarsi dai parassiti oppure perché l’acqua è sporca o per chissà quale altro motivo.


NOTA ALLA NOTA ITTICA
Un paio di pesci rossi che ho avuto – di cui uno ricevuto a un compleanno – hanno provato a togliersi la vita. Uno ce l’ha fatta.


NOTA BENE
A un compleanno – intorno ai 7/8 anni – ricevetti invece, lo stesso giorno, da parenti diversi, un criceto e un canarino. Della cui gestione e manutenzione – e inseguimento perché un paio di volte il criceto fuggì – se ne dovevano occupare i miei genitori, con somma gioia.
Se un giorno avrò dei figli, se qualcuno dovesse azzardarsi a regalare loro animali penso gli farei fare una brutta fine.
A chi ha regalato l’animale.


O forse basterebbe citare il ricordo – questa volta vero anche se la storia della signora sarebbe stata un bell’aneddoto – di quando il giorno del mio quarto compleanno mio padre gettò delle mie macchinine nella pattumiera per punizione perché, nonostante i suoi avvisi, io continuavo a leccare l’inchiostro. Non so perché lo facessi, forse ero ancora in una freudiana fase orale. Mi piaceva soprattutto l’inchiostro del pennarello Carioca usato per disegnare sui palloncini. Aveva un retrogusto ftalato.

Rispetto ad altri rigidi provvedimenti educativi paterni, non ne fui toccato molto. Non piansi e assistetti gelido chiedendomi se, in futuro, io avrei dovuto fare lo stesso – cioè gettare macchinine – con altri bambini. Perchè pensavo che gli adulti fossero un esempio da imitare in tutto e per tutto e ciò che facessero fosse sempre giusto.


Da adulto ora penso che dovremmo prendere esempio dai bambini.


L’anno scorso invece il compleanno lo trascorsi a litigare al telefono.

Ogni chiamata si concludeva con Stammi bene (con tono ironico) o Al diavolo, salvo poi riprendere 5 minuti dopo. Speravo sempre che il motivo per cui richiamasse fosse per accertarsi che stessi effettivamente andando al diavolo o che almeno stessi cercando l’indirizzo (non è che uno vada a trovare il diavolo – che in fondo l’è un buon diavolo – tutti i giorni, quindi la strada non la ricorda), ma invece la conversazione ricominciava da capo, il che mi dava la sensazione di trovarmi come in quei loop temporali nei film dove il protagonista si sveglia al mattino e vive sempre lo stesso giorno e quindi allo stesso modo pensavo di essere entrato in un loop telefonico dal quale sarei uscito forse dopo secoli non invecchiato ma col mondo all’esterno totalmente cambiato governato da del tofu senziente.


È un’idea di un romanzo distopico che ho in mente da un po’. I vegani oltranzisti conquistano il potere tramite un referendum online che passa inosservato perché c’erano i Mondiali di Calcio Virtuale con la Nazionale allenata da Trapattoni (ogni secolo viene clonato un esemplare di Trapattoni partendo da un suo aforisma conservato nell’Archivo Nazionale di Mai dire Gol); come primo provvedimento obbligano a sostituire tutti i pasti con del seitan e del tofu, ma durante delle ricerche in laboratorio per creare del super-tofu in grado di soddisfare qualsiasi necessità fisiologica – sesso compreso – il materiale per gli esperimenti prende vita e, prima come un parassita si innesta nelle menti delle persone infettandole attraverso i loro orifizi, poi dopo comincia a muoversi autonomamente.


In compenso i compleanni altrui li ricordo bene, tranne in un unico caso: ho un caro amico di cui per anni ho dimenticato il compleanno, ma i motivi sono due: il primo che compie gli anni il 10 e un altro amico il 12 settembre e confondevo sempre le date. Ovviamente il secondo era avvantaggiato perché poi mi accorgevo dello sbaglio sul primo. Il secondo motivo è che una volta, nel 2001, lo festeggiò con noi amici il giorno dopo. Così, per anni ho associato il suo compleanno all’11 settembre perché si era venuta a creare una sorta di sovrapposizione di immagini. Che tristezza d’uomo (io).

La morale della storia è: faceva bene il Cappellaio Matto.

Non è che il lanaiolo sia ubriaco perché ha alzato il gomitolo

Osservo molto il mondo che mi circonda. Prendo appunti mentali che poi trasformo in post. Quel che non è sufficiente per generare un articolo, resta un semplice appunto. Questa ad esempio è una piccola lista di cose messe insieme riguardo Budapest.

  • Ansia – La gente qui è parecchio ansiosa e catastrofica. Quando sono arrivato mi sono sentito dire che presto sarebbe giunto un freddo tremendo, temperature polari, neve alta. Ho vissuto con l’ansia dell’arrivo della Siberia: cioè che proprio mi sarei svegliato una mattina e avrei trovato tutto ghiacciato, yak e cosacchi all’uscio come fossi finito in un romanzo di Lermontov.
    Ha fatto freddo, certo, e andare al lavoro con -5 e uscire con -5 come se il tempo non fosse mai trascorso non è carino. E ha nevicato un paio di giorni e quando la neve ghiaccia e poi si scioglie per non ruzzolare devi camminare come uno cui le scarpe fanno male. Ma non è nulla di che, eh. Cioè credo che a Bolzano/Bozen se la passino forse peggio. Pensavo mi avessero perculeggiato – del resto i colleghi credono che io provenga da un Paese tropicale dove ci sono 20 gradi anche in inverno – poi parlando con altri mi hanno detto che il catastrofismo qui è proprio abitudine.


    Anche se forse un Paese tropicale lo stiamo diventando, a guardare le temperature di quest’anno.


  • Ansia #2 – La prova di ciò è stata quando in ufficio si è bloccata la maniglia della finestra, che non si chiudeva più. Ovviamente l’avevo toccata io: il mio superpotere di rompere, danneggiare o inibire il funzionamento degli oggetti funziona sempre.

    Forse dovrei diventare un eroe (o un villain) mascherato: Deathtouch sarà il mio nome di battaglia.


    In ufficio è allora iniziato un pellegrinaggio. A turno tutti i colleghi sono venuti a vedere la maniglia, a toccarla, a provare a sistemarla. E ora come si fa, serve il tecnico, e adesso che succede e così via.
    Il tecnico è arrivato, in un minuto ha spostato una molla e la maniglia ha ripreso a funzionare.

  • Fauna – Di ragazze ce ne sono di iperbelle. Tutte le altre, non sono esteticamente appariscenti. Non sto dando della “brutta”, perché non mi piace mai dare giudizi superficiali su una donna. E poi a volte basterebbe anche un taglio di capelli diverso, un ritocco a un sopracciglio. E quello che constato, inoltre, è la totale assenza della classe media. Il tipo, il non so che, chiamatela come volete. O sono modelle o no. Insomma, non è come in Italia. Per noi medi è un dramma.
    E i maschi? I maschi sono molto brutti. E, guardando gli adulti, credo che invecchiando diventino ancora più inguardabili. Lo dico in modo oggettivo, poi potreste non credere al parere di un maschio eteromestruale (sono soggetto a sbalzi ormonali), ma anche la mia CR ha confermato. E, ha aggiunto, spesso quelli realmente fighi sono omosessuali. Ha sottolineato la cosa rimarcando che fosse uno spreco, cosa che, come mi ha fatto notare Pendolante in un commento, fa il paio con “Che peccato era così bello” quando muore qualcuno.
  • Fauna #2 – Le ragazze ti avvicinano loro nei locali.
    Succede anche al di fuori dei locali, ma lì è meglio non dare confidenza per non risvegliarsi in un fosso senza il portafogli (i vostri reni valgono meno, viste le schifezze che mettiamo in corpo, mi spiace).
  • Usanze alimentari – Lo snack più popolare è il Túró Rudi, una barretta di cioccolato ripiena di ricotta. Il primo effetto all’assaggio è un sapore acidulo, poi diventa buono.
    Peccato solo che dopo lasci una fiatella non gradevole.
  • Usanze alcoliche – Come in tutta l’area Mitteleuropea, la birra non supera i 4 gradi. Così per provare un minimo di ebbrezza ne mandi giù un litro in mezz’ora. Ma l’unico effetto è una minzione interminabile e un tremendo dolore alla vescica se non hai espletato la formalità prima di andartene, aspettando di arrivare a casa.
  • Usanze alcoliche #2 – Come non resistere poi alla tentazione di provare una birra conservata nella plastica?!received_10208714744210880.jpegBottiglione da 2 litri a meno di 2 euro! A meno, c’è solo l’acqua del water, credo.
  • Luoghi – Per bere bene ci sono sempre le birre artigianali, comunque. Da sorseggiare magari in un caratteristico locale arredato con scarti presi da una discarica.
    Ad esempio, vicino dove abito, dalle parti di Corvin c’è una birreria ricavata all’interno di un ex birrificio. O forse vi producono ancora birra, visto il penetrante afrore acido di lievito che vi accoglie all’ingresso e vi accompagna per tutta la serata (poi ci si abitua). Tale posto è un esempio di riutilizzo.

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    Dei bei fusti. Accanto, tizi che bevono.

    Mi è sembrato di stare a casa.
    No, non perché io viva in una discarica o  in un birrificio.


    Magari.


    Il birrificio, intendo.



    È che ero solito frequentare a Napoli un locale, il Lanificio. Si chiama in questo modo perché nella struttura, in origine parte di un complesso di una chiesa, nei secoli passati fu allestita una fabbrica di lavorazione della lana. Il locale è stato recuperato e oggi è un centro di attività culturali e musicali, arredato con oggetti recuperati.IMG_9625-Recovered
    Ed è sorprendente riuscire a creare un luogo di aggregazione, frequentato dalle persone, semplicemente con del pattume. Ma se lo piazzi nel modo giusto diventa “valorizzazione artistica”.
    Un giorno o l’altro svuoterò la mia cantina e metterò in vendita il tutto (a caro prezzo) dietro l’etichetta “Artistic vintage”.

  • Buone maniere – Sembra che sedersi all’interno dei mezzi pubblici sia disdiscevole.
    Quando il mezzo si ferma, infatti, non si scatena la corsa al posto come succede da noi. A volte il tram è pieno e ci sono dei posti liberi.
    Cedere il posto è un’altra cosa poco opportuna. Se non si tratta di anziani col bastone, gli occhiali a fondo di bottiglia, la gobba e una carie in stato avanzato (ammesso che abbia ancora i denti), allora il gesto non è giustificabile. La persona cui cedete il posto vi guarderà male. Se ha buon senso, capirà che non siete del luogo e vi asseconderà sedendosi, malvolentieri.


    È un atteggiamento diffuso anche da noi, a chi viene proposto il posto sorge il dubbio che gli stiate dando del vecchio. Non rispondo per altri, ma a me non frega che siate vecchi o giovani o aitanti: cedo perché  sono gentile e perché  come diceva Gandhi “Sii il posto a sedere su cui vuoi sederti nel mondo”


    In realtà non cedo a tutti indistintamente, ma seguo una scala di valori:
    1) Anziani/Donne incinte
    (oppure, se in stadio avanzato, donne incinte e poi anziani)
    3) Signore con una enorme busta della spesa
    4) Universitarie a fine giornata con due borse da mare sotto gli occhi e un principio di gobba dietro al collo, effetto della sindrome “piccolo scrivano fiorentino”
    5) Ragazzo che ha fatto sedere la propria ragazza restando in piedi, al che mi offro di cedere il posto per riunirli in seduta comune, ma soltanto se è una coppia che giudico meritevole di un atto di cortesia.


Alla prossima per futuri eventuali aggiornamenti.

Il dizionario delle cose perdute – La carta telefonica


Le precedenti voci sono disponibili qui.
Ricordo sempre che il dizionario è  aperto a suggerimenti su cose nostalgiche o proposte di articoli su questo tema :).


Tra le cose inerenti al tempo che passa che più mi inquietano, dopo i calciatori con cui sei cresciuto che oggi vedi fare gli allenatori (come una volta in un post ricordò Zeus), c’è il fatto che esistono giovani in giro che non hanno mai utilizzato una cabina telefonica. Se oggi Superman nascesse, dove andrebbe a cambiarsi?

Io ricordo anche quando si usava il gettone. Quel dischetto bronzeo (ma che dopo averlo utilizzato un paio di volte diventava nero perché i telefoni pubblici erano sempre sudici come una officina meccanica) rigato che Madre mi faceva inserire dopo avermi preso in braccio.


Faceva la stessa cosa per la 10 lire dell’ascensore. Io ero l’addetto all’inserimento gettoni, un compito di grande responsabilità.


Ciò che ricordo meglio sono comunque le schede telefoniche. Il motivo è legato al collezionismo.

Da piccolo ho sempre avuto il pallino di voler iniziare una collezione di un qualcosa. Iniziai con i tappi di sughero, per poi passare a quelli di alluminio. Una collezione priva di valore che finiva dopo poco tempo nella spazzatura a causa delle frequenti operazioni di pulizia etica (secondo lei era moralmente disdicevole raccogliere tappi) di Madre.

Altre collezioni furono da me abbandonate perché non avevo costanza di seguirle.

Poi un giorno mi capitò tra le mani una scheda telefonica.
Ero in seconda media. Un compagno per disfarsi del doppione mi regalò una scheda raffigurante sulla facciata una pubblicità progresso che invitava all’uso del preservativo.

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Questa pubblicità era molto nota in classe e generava sempre qualche battutina, qualche sorrisino, qualche stupida gomitatina di malizioso umorismo. C’è da capirlo. Non era prevista educazione sessuale a scuola.


Forse è un bene non fare educazione sessuale nelle scuole. Poi si sa che bambini e ragazzini vanno a casa a raccontare ciò che hanno ascoltato e i genitori si allarmano. Dio sa quanto siano vulnerabili e impressionabili gli adulti, abbiamo il dovere di proteggerli da tutto ciò che può turbarli.


Decisi quindi che avrei collezionato schede telefoniche e mi chiesi come mai non ci avessi pensato prima.

Divenni in breve tempo una piaga. Mi appostavo come un’arpia vicino chiunque utilizzava un telefono pubblico per chiedergli se la scheda fosse esaurita e se fosse così gentile da donarmela. Io ero un cacciatore solitario di carte. Esisteva poi chi andava a caccia in branchi per poter controllare più telefoni. Troppo facile in questo modo. La natura di un uomo si vede quando è da solo alla prese con la propria preda.

Quale era il mio disappunto quando mi sentivo rispondere “Le colleziono anche io/Le colleziona mio figlio”. Tuo figlio è così pigro da aspettare a casa comodo la scheda esaurita invece di stressarti per averla? Non merita niente.

La mia raccolta non aveva comunque molto valore. La maggior parte delle mie carte superava le centinaia di migliaia di copie come tiratura. Giusto un paio erano le più rare, ma andiamo sempre nell’ordine del migliaio di esemplari.

Il rituale del ce l’ho ce l’ho mi manca, territorio assoluto del mondo delle figurine, invase anche queste schedine di plastica.

Con i doppioni delle schede ci si poteva poi creare un giochino interessante. Non so come si chiamasse ufficialmente, se mai avesse avuto un nome: era, in modo onomatopeico, un clic-clac. In pratica la scheda veniva ripiegata su sé stessa fino a creare una scatolina con una protuberanza che, se pigiata, faceva clic-clac. Utilità: nessuna. A parte quella di rompere le palle agli altri.

Non so chi l’avesse inventato e mi ha dato da pensare il fatto che, in un periodo in cui il termine virale era ancora quasi esclusivo appannaggio delle malattie e non della condivisione di minchiate social, fosse un giochino diffuso da Nord a Sud del Paese. Mi sono sempre chiesto se, spontaneamente, l’idea del clic-clac fosse venuta indipendentemente a ragazzi sparsi lungo la penisola o se qualcuno avesse avuto l’idea e l’avesse poi diffusa proprio come un virus.

Il boom – Ben presto il collezionismo divenne un vero e proprio affare. In vendita in cartoleria arrivarono raccoglitori ad anelli fatti apposta per conservare le schede, con i fogli trasparenti con le taschine apposite. La De Agostini nel 1999 produsse una raccolta intitolata “Carte telefoniche”, con schede provenienti da tutto il mondo. Mentre le nostre avevano la banda magnetica, altre funzionavano col chip, altre ancora, come quelle giapponesi della NTT (Nippon Telegraph and Telephone), non avevano nulla di tutto ciò perché loro (i giapponesi) devono essere sempre un passo avanti.

Ovviamente io acquistai tale raccolta. Dovrei ancora averla conservata da qualche parte.

I negozi di filatelia si specializzarono anche in schede. Il mio spacciatore di fiducia era il proprietario di un negozio di monete e francobolli. Si chiamava Filippo, un uomo dall’aria placida e tranquilla con un paio di folti baffoni che gli donavano un aspetto ancor più placido e tranquillo. Era molto amico di mia zia perché anni addietro lei gli aveva salvato moglie e figlio durante il parto. Così, quando andavo nel suo negozio lui mi dava delle schede per pochi spiccioli o niente. Tanto prendevo sempre pezzi poco rari, come avevo accennato: quando mi resi conto che fosse impossibile mettere su una collezione di valore, scelsi infatti di puntare sull’estetica. Mi limitavo a raccogliere schede graficamente attraenti.

Mi ha detto mio cugino – Sulle schede fiorirono anche delle vere e proprie leggende metropolitane, legate alla possibilità di poterle riutilizzare anche una volta che il credito fosse esaurito. C’era chi diceva bastasse mettere del nastro adesivo sulla banda magnetica (tentativo che feci anche io dietro consiglio di un amico), chi le lasciava una notte nel congelatore. La tecnica più nota era quella di strusciarla contro lo schermo di un televisore che era stato spento da poco.

Percentuali di funzionamento: 0%. Ma c’era chi giurava di aver sentito dire che un tale gli aveva detto che aveva visto che funzionava.

Con il boom dei telefoni cellulari le schede telefoniche a inizio anno 2000 diventarono via via sempre meno utili. Contemporaneamente, la Telecom iniziò la sostituzione dei tradizionali telefoni pubblici Rotor (in funzione dalla seconda metà degli anni ’80), gli scatoloni arancioni con la cassettina di fianco con il lettore di schede.

Dal 2002 entrarono in funzione i Digito, ancora oggi in circolazione. Furono predisposti per l’utilizzo dell’euro e con nuovi optionals quali l’invio di sms, fax ed email.

Inutile dire che fossero meglio i primi. A partire dal nome: Rotor rende l’idea di lavoro, movimento, operosità. Digito sa invece di bimbominchia. Ehi ciao da dv dgt?. Per non parlare della forma da suppostone racchiuso in un blister di alluminio.

Con il declino del loro uso, le carte oggigiorno sono più affare da collezionisti. Ne esistono molti che vanno in cerca di introvabili pezzi degli anni ’90, ricerca difficile in quanto trovare esemplari in buone condizioni e con magari la banda magnetica non smagnetizzata (un handicap per il loro valore) è sempre più raro.

In rete c’è un catalogo consultabile online con le quotazioni.