In cerca di tè e contenitori

Ho i miei vizi. Uno di questi, è farmi di tè verde, ne compro in continuazione.

Così, quando tra i vicoli di Bologna ho incrociato un simpatico negozietto di tè e tisane, non ho potuto fare a meno di fermarmici. Sembra un posto d’altri tempi, piccolo e accogliente, e appena entrati si viene investiti da mille aromi deliziosi. La commessa (o proprietaria, non lo so) potrebbe provenire da un film di Miyazaki: sorridente e gentile, sembra metterci passione e delicatezza in ogni gesto.

Sono tornato a casa con un etto di Sencha. L’ho lasciato nel suo sacchettino, solo che, qualche giorno fa, mi sembrava che avesse perso aroma. Sapeva di sacchetto. Pensavo di aver commesso un errore, non ne avevo idea, credevo che andasse bene lasciarlo nella confezione.

Ho pulito un barattolo di latta, lavandolo e asciugandolo per bene, per poi versarci dentro il tè. Quale è stata la mia sorpresa, nell’aprire il barattolo ieri, nel venire investito di nuovo dall’aroma del tè, tornato nel pieno del suo sapore e della sua fragranza. È come se una collocazione non idonea l’avesse fatto ripiegare su se stesso, ma solo momentaneamente, in attesa di poter tornare a esprimersi.

Ho pensato che la stessa cosa accade per le persone. Viviamo in contenitori, fisici (case, città) o immaginari (le persone intorno, il contesto sociale), che ci costringono, ci opprimono, occultano il nostro potenziale. Abbiamo bisogno di una dimensione a noi congeniale, per poterci esprimere al meglio.

Ognuno dovrebbe avere il proprio barattolo di latta, anche solo per 15 minuti, come chiederebbe Warhol.

Siamo del Sud

I miei sono partiti, lasciandomi a badare alla casa e a un numero imprecisato di gatti. Oltre questo, devo tenere a bada mia zia e mia nonna che, sapendomi solo, mi vogliono a tavola per onorare la loro cucina.

Premettiamo che sono un maschio adulto di 28 anni: pur con tutti gli handicap che la mia condizione anagrafica, biologica e sociale comporta, sono perfettamente in grado di provvedere ai miei fabbisogni primari. Ma tutto questo è insignificante quando hai il parentado vicino casa, convinto che tu da solo finisca col morire di inedia e stenti. Tu ti unisci alla tavola, sarà perché una sera non vuoi fare i piatti. Oppure sarà stato lo sguardo implorante dei nonni che sembrano richiedere compagnia: di questo che ne pensa, Ammiraglio Ackbar?

Esatto! Una volta accomodatoti al desco, non fuggirai prima di aver messo su un paio di chili.

Devo precisare che mia zia e mia nonna hanno due diverse modalità di attacco. La prima punta sul numero: è estate, fa caldo, è sera, per cena ti basterebbe un’insalatina e due bastoncini scaldati. Lei acconsente pure, ma vanno accompagnati da un numero imprecisato di altre portate. Mangiare da mia zia vuol dire contemplare pasto completo, da antipasto a dolce. Quando pensi che sia finita, dal frigo tira fuori sempre qualcos’altro che teneva lì pronto per l’occasione.

Mia nonna, invece, punta sulle singole quantità. Per lei un piatto di pasta non sarà mai pieno abbastanza. Quando, alla quinta volta che le hai detto “va bene così”, col maccarone che si suicida cadendo dal bordo perché soffocato dalla calca di suoi simili, pensi che sia finita, subentra mio nonno. Loro due sono i gemelli Derrick della cucina, confezionano il colpo sempre in coppia.

Placata, dicevo, mia nonna, subentra mio nonno, che, dopo essere stato in silenzio (con aria dubbiosa) tutto il tempo, esaminando il piatto esclama la sua frase tipica: Ma è poco! Che gli dai da mangiare a questo ragazzo (ho tradotto dal napoletano)? E la scenetta si ripete per qualsiasi tipo di portata, persino per la frutta.

Una settimana così e mi ritrovate come Giuliano Ferrara.

La situazione mi fa venire in mente uno sketch di 610 (ringrazio chi me l’ha suggerito)

Recensione: Taverna dei Goti

Ieri per Pasquetta siamo andati a Sant’Agata de’ Goti (BN) e abbiamo mangiato al ristorante “Taverna dei Goti”. Quello che segue è un breve commento sul ristorante ed il cibo.

Ordiniamo un menù fisso 20 euro (bevande escluse); si comincia con un antipasto, arrivano

– un piatto con un’oliva a testa (eravamo in 8 ) e delle bruschette con sopra una salsa che pareva pizzaiola;

– un piatto con due tipi di bruschette: alici marinate oppure una crema con dentro pezzi di tonno (io non ho toccato né l’una né l’altra perché non mi piacciono);

– un piatto con: carote sott’olio, pomodori secchi, funghi sott’olio, salsiccia sott’olio, insalata russa, uova sode e fette di rustico.

Il tutto però sempre da dividere per 8 persone, il che rendeva un solo piatto non molto sufficiente per tutti: fortuna che non a tutti piacessero tutte le cose nel piatto quindi le razioni si compensavano. L’antipasto comunque finisce qui: niente affettati o formaggi, per essere un antipasto misto era un po’ poco.

Primi – C’era scelta tra due tipi di primo: scialatielli alla normanna (legumi e salsiccia) e gnocchi ai funghi. Io prendo questi ultimi, si presentano in questo modo: gnocchi con salsa (molto ristretta), funghi e per legare il tutto dentro sembrava ci fosse formaggio sciolto. La ricetta mi piaceva, gli gnocchi un po’ meno: non erano fatti in casa ma quelli economici comprati, inoltre erano inzuppati d’olio; finito di mangiare, nel tegamino rimane un dito d’olio sul fondo. Male.

Secondi – Prendiamo tutti una salsiccia alla brace: due persone una salsiccia normale, gli altri 6 salsiccia di cinghiale. Nel piatto, come contorno, c’era un misto di patate e zucchine e melenzane fritte. Le porzioni però non erano fatte in modo uguale, a chi capitavano più patate e due pezzetti del resto, a chi tutte zucchine e una patata ecc.  Senza contare che erano anche fredde. Una salsiccia di maiale arriva mezza cruda. La salsiccia di cinghiale invece era buona.

Come dolce, una mousse al caffé. Buona, però era ghiacciata, doveva essere fatta sciogliere un po’.

Totale: 22 euro e 50 a persona (contando di aver preso anche 3 bottiglie d’acqua ed una brocca di vino).

Il servizio lasciava un po’ a desiderare: c’erano un ragazzo ed una ragazza a servire, la prima arriva e ci poggia a tavola un bloc notes, dicendoci di segnare le ordinazioni. Non mi pare molto professionale, poi comunque ci ha pensato il ragazzo a raccoglierle. Inoltre, invece di passare a cambiare le posate, ti mettevano a tavola tutte assieme forchette e coltelli, senza manco controllare dove servissero. Conseguenza, ad un certo punto ognuno di noi aveva tre forchette a testa. L’acqua arrivava nelle bottiglie di plastica (non ricordo di averlo mai visto in un ristorante). La tovaglia di carta non sembrava molto pulita.

Ambiente: 5 – molto rustico, forse troppo

Cibo: 6 – a parte gli gnocchi, il resto era buono. Antipasti insufficienti per 8 persone.

Servizio: 4 – da rivedere

Prezzo: 6 – per quello che si è mangiato non è caro, comunque