Non è che non condividi il segreto del successo perché poi non è più un segreto

Siccome sto utilizzando poco questo spazio, ho deciso di cominciare ad affittarlo a chi ne può avere bisogno.

Il primo ospite che ha deciso di utilizzare questa finestra per parlar di sé si presenta da solo. Anche perché non ho idea di chi sia questo tizio.

Ciao amici di WordPress, com’è??

Sono Augusto Fatturoni-Brembilla di Vado Ligure, il primo imprenditore di imprenditorialità con uno spataflione di K di folluoerz sui socials. Se volete scoprire come faccio il grano, il Grana e pure il Parmigiano, comprate il mio libro

L’UNICA IVA CHE CONOSCO È LA ZANICCHI
E ALTRE 1001 STORIE PER ESSERE AUGUSTO FATTURONI-BREMBILLA (CHE SAREI IO)

dove vi svelo i successi del mio segreto.

Oggi voglio raccontarvi una cosa assuuurda, tipo hashtag #mindblowing della settimana.

Allora, ieri sera a cena in questo ristorante di uno chef skillato, che è tipo come quelli con le stelle ma con l’upgrade, trovate la storia nel mio account Instagram @SonoVentitreMaNonÈl’Età.

Quando avevo finito di mangiare ed ero già al quinto rutto, pazzesco quello che sto per raccontarvi, sono venuti a chiedermi di pagare. Cioè mi hanno chiesto dei soldi, capite l’incredible situation?

Io gli ho fatto un discorso come quelli che faccio nella mia azienda, la Vado di Corporation, dove insegno a essere i manager di sé stessi per licenziarsi da soli.

Gli ho fatto: «Ragazzi, io vi dico mettetevi in gioco. Voi siete qui per fare un’esperienza, quella di cucinare per me e servirmi. Non pensate a essere pagati. Siate umili. Nella mia azienda io assumo soltanto cinquantenni. E sapete perché? Sono così ridotti male che per riuscire a trovare un lavoro si abbasserebbero a tutto per un tozzo di pane. Mica prendo i giovani: stanno ancora a sognare cose che non avranno. I sogni, capite? Cioè siamo ancora a questo? La gente crede di potersi permettere sogni? Allora noi influenzers che le facciamo a fare le stories sui socials se non per farvi immaginare di vivere le nostre vite? Non vi servono sogni e nemmeno i soldi. Vi diamo noi quello a cui dovete pensare. I giovani oggi vogliono soltanto stare sul divano a farsi le canne. Io invece all’età loro già mi facevo venire il mal di schiena a piegarmi sul tavolino a pippare. Siate diversi, siate umili, siate affamati: così poi venite a lavorare per me per due spicci».

Questo è pure il discorso che ho fatto alla Polizia che è venuta a prendermi.

Conoscete un buon avvocato? Il mio pure dice di voler esser pagato, che old school mentalità raga come si vuol far successo così, non lo so.

Se anche voi volete affittare questo spazio come ha fatto Augusto Fatturoni Brembilla, scrivetemi!

Non è che nell’antichità se la Macedonia avanzava la mettessero da parte

Le trasferte di lavoro sono sempre un momento interessante.

In genere ti trovi sempre a venir preso in ostaggio, dentro e fuori l’orario lavorativo, in nome di uno spirito di fratellanza aziendale.

Quantomeno sul dormire, cercano di trattarti bene mandandoti in un buon hotel. E qualcuno, di un altro dipartimento, ironizza anche: «Ah ecco che fine fanno i soldi della Spurghi&Clisteri, e bravi!» con quel classico tono di sarcasmo che sa un po’ di Sto scherzando ma un po’ lo dico sul serio.

Poi tu pensi che quando hai chiesto informazioni a chi è lì da più di tempo di te riguardo l’ultimo adeguamento salariale hanno risposto che siamo ormai quasi al decennale dell’evento, compatisci il sarcastico perché, poverino, lui non sa niente.

E dire basterebbe pure dare uno sguardo alla mensa per capire che certi investimenti sono bloccati.

Dove lavoro io, a Napoli, non c’è una mensa. A Genova, credo potrebbe anche non esserci e cambierebbe poco. Il giorno che ero lì ho chiesto quel che mi sembrava meno peggio, uno spezzatino di carne con verdure.

Le verdure consistevano in: qualche fetta di carota bollita, due fette di zucchine (fritte), un paio di fagiolini, qualche cecio, due fagioli rossi (crudi), piselli sparsi, qualche fetta di patata, un paio di pomodori, qualcos’altro non identificato, tutto mischiato nel brodo della carne.

Praticamente era il cestone dell’Autogrill con i cd musicali avanzati perché invenduti.

Ho portato un sacco di avanzi con me. Avanzi di racconti della mia collega, con cui ho viaggiato. Ha sempre racconti di lavoro, di pettegolezzi di lavoro, di inciuci di lavoro. Del resto, è da 10 anni che lavora lì. Ci sono 10 anni di avvenimenti che le avanzano nel frigo.

Sono un utile riempitivo del tempo, per evitare silenzi, mi rendo conto.

Delle volte, però, gradirei proprio il silenzio: che Tizio dell’Ufficio Alfa fu trasferito nella città Beta al posto di Sempronio che ha preso il posto nell’ufficio Gamma eccetera nell’anno domini 2017 può importarmene relativamente, soprattutto se non ho idea di chi siano Tizio e Sempronio.

Forse accumulerò anche io aneddoti o forse no. Tendenzialmente ho un difetto di base che mi rende inadatto a essere animale sociale lavorativo, inserito nei meccanismi che creano socialità: non me ne frega niente. Parliamo di cibo, di attualità, di quali sono i nostri gusti in materia di scampagnate, dei cormorani orfani, qualsiasi cosa, ma non del pettegolezzo da ufficio, ve ne prego.

Incontrare altre persone una volta giunti su a Genova è stato proprio invece un ripetersi di queste dinamiche. Un giorno e mezzo sempre ascoltando fatti e cose di altre persone, passate e presenti, della Spurghi&Clisteri.

A cena, ritrovandomi in un lato del tavolo con persone che avevo identificato come meno sociali, ho gettato la carta del parliamo di fatti nostri per variare un po’ sul tema pettegolezzi&cose di lavoro.

E se poi diventerò, per questo, argomento di pettegolezzo, per lo meno stavolta potrò dire: «Gintoki? Ah, sì, lo conosco!».

Non è che se metti qualcuno da parte è perché ne hai imparato l’arte

Non ci si aspetta mai che certe cose capitino a sé stessi. Eppure, poi, quando accadono, ci si rende conto che, veramente, nessuno ne è immune.

Sono qui oggi a denunciare un caso di sessismo subìto.

Diciamo che io e M. stiamo mettendo in essere un’organizzazione di una cosa da organizzare. Un paio di mesi fa, abbiamo parlato con una persona che si occupa di organizzare per chi appunto vuole organizzare.


Sì, tutto ciò è successo due mesi fa. So già che qualcuno polemizzerà dicendo Ah e perché denunci solo ora?.


A quanto pare quella di costei è una presenza necessaria: a noi bastavano un tavolo e delle sedie, ma sembra esistano annessi e connessi vari e c’è una persona che si occupa di ciò.

La cosa non mi crea problemi, se non nella misura in cui la suddetta organizzatrice ho notato parlava rivolgendosi solo a M:
«Tu cosa avevi pensato? Tu cosa volevi? A te come piacerebbe?».

In pratica, alla sua presenza, io ero un semplice cartonato.

Un po’ deluso dal primo incontro, ho sperato che, magari, il secondo sarebbe andato meglio.

Invece si è ripetuto lo stesso copione. Al che, a un certo punto, non ne ho potuto più e ho chiesto:
– Mi scusi, ma perché parla rivolgendosi solo a lei?
L’organizzatrice, un po’ in imbarazzo, si è schermita:
– Ah no mi scusi, è che non sono molti gli uomini che si interessano…

Gli uomini. Quindi io vengo messo in disparte per il mio sesso. Io non esisto, non sono una vera persona. Sono una coppia di cromosomi XY col pene e null’altro.

A parte poi vorrei sapere chi gliel’ha detto a costei che io sia uomo? E se fossi io una donna e M. l’uomo? E se fossimo entrambe donne? E se fossimo entrambi uomini? È incredibile la superficialità con la quale si affrontano le cose.

Rimettete sempre al suo posto chi vi giudica solo per il vostro pene!

Non è che chiami la Piaggio per un problema con una vespa

La primavera porta con sé tante cose.

Ad esempio, calabroni grossi come elicotteri.


Nostrani, non quelli asiatici di cui si sente ogni tanto parlare. Ma, comunque, ipertrofici come usciti da una Virgin con un cocktail di steroidi.


Ne ho trovato uno ieri sul vetro, lato interno, della finestra della camera da letto. La finestra era chiusa e anche la porta della stanza. Un giallo perfetto per Arthur Conan Doyle. Un giallo-nero, anzi.

Ho pensato: lo schiaccio. Ma si ponevano due problemi. Il primo era dover ripulire il delitto e, considerando le dimensioni dell’imenottero, ci sarebbe stato tanto da pulire.

Il secondo intoppo era il rischio che il bersaglio avrebbe potuto evitare il colpo e irritarsi un po’ per il tentativo. Insomma, non fa piacere ricevere una ciabattata, lo capisco.

Così ho preso un contenitore e ho intrappolato il vespide contro il vetro. Poi, con il metodo del foglio fatto passare al di sotto, ho aperto la finestra e l’ho posato sul balcone.

Qui subentrava comunque il problema del da farsi: come eliminare il calabrone? Sollevare il contenitore avrebbe comunque potuto portare l’essere a rivolgersi contro la mia persona.

L’ho quindi lasciato intrappolato aspettando morisse per carenza d’aria.

Com’è come non è, stamattina era ancora vivo, seppur abbattuto. A quel punto mi è sembrato veramente di compiere crudeltà (sarebbe stata meglio una morte veloce) e il karma avrebbe potuto punirmi, quindi, approfittando dell’intontimento dell’insetto, ho spinto il contenitore verso il bordo del balcone, aspettando se ne andasse via verso l’apertura creatasi.

Così ora ho rimesso in libertà un pericoloso essere che magari pungerà qualcuno.

Il karma tornerà a punirmi lo stesso.