Non è che puoi essere certo di fare un piano se non hai una fabbrica di strumenti musicali

Devo salire a Genova alla sede centrale della Sgranocchia&Sottrai dove lavoro. Non avrò tempo per fare il turista – arrivo a metà giornata e poi il giorno dopo mi aspettano 8 ore di meeting&cotillons per poi ripartire – ma avevo cercato, in modo strategico, di ritagliarmi qualche momento personale nel tempo libero.

Per dire: mi avevano proposto come alloggio l’albergo su sulla montagna, di fronte il quartier generale, dove la sera probabilmente resti solo tu e Batman. Ho chiesto se avessero altre proposte più centrali.

Il mio piano per il giorno di arrivo era: aeroporto-albergo-sbrigare un po’ di lavoro sfruttando il wifi-Acquario. Gli acquari mi piacciono, anche se anni fa mi ero detto fosse ora di smettere di andarci. Vasche sporche, pesci sacrificati, visitatori scostumati. Alcuni aspetti che non trovavo piacevoli e che mi disturbavano.

Però l’Acquario di Genova non l’ho mai visto e avrei sempre voluto. E l’albergo, la seconda proposta, sarebbe proprio lì vicino!

Mi ha scritto Apprensina.

– A che ora arrivi?
– Alle circamenounquarto
– E come ti sposti?
– Va be’ prendo il treno per arrivare in centro…
– Lascia stare ti vengo a prendere io e saliamo su al Quartier Generale
– Ah…ok, grazie…

Va be’, pensavo, quando avremo finito poi sarò libero come un cinghiale a Roma. Ci vorrà del tempo per scendere dalla montagna ma poi potrò fare quel che voglio.

Mi ha scritto Esausta.

– Comunque noi per cena ci siamo, eh
– Ah…che cool!
– Sì sì abbiamo organizzato per quelli a Genova
– Wow!

Non è una trasferta. È un sequestro.


Oh uno ringrazia sempre per la disponibilità, la gentilezza e le attenzioni, ci mancherebbe. Il fatto è che passo sempre per quello che non chiede per eccesso di educazione – spesso è vero che mi comporto così – ma in casi come questo non chiedo passaggi e compagnia perché non li voglio!


Non è che per forza sei in un magazzino se stai in mezzo alle scatole

Questa che racconto è la parabola del farsi i fatti propri. Detta anche del creare tempeste in bicchieri d’acqua.

Poniamo, per semplificare, che per il mio lavoro mi abbiano dato in gestione una scatola. Questa scatola è stata confezionata da una persona, addetta all’ufficio confezionamento scatole. Il mio compito è sorvegliare e gestire la scatola, che materialmente serve per lavorare a una persona, che chiameremo, per comodità, Piercarolamba.

Il problema è che Piercarolamba al momento non potrebbe utilizzare Scatola, perché ne ha già una che la impegna sino all’anno prossimo. E Piercarolamba può giocare solo con una scatola per volta: sono le regole.


Ci sarebbero in verità altre sottoregole, che prevedono di poter frazionare il proprio tempo e avere più scatole con cui giocare. Però Piercarolamba non ha sbloccato questo privilegio e quindi deve tenersi una scatola per volta.


Eh però intanto Scatola è stata confezionata, ormai. Sta qua.

Il problema, comunque, non mi riguarda. Ripeto, il mio compito è buttare un occhio a Scatola ogni tanto e verificare che non la rompano o che non ci mettano dentro cose che non vanno e che i soldini di cioccolato che stanno dentro Scatola vengano spesi in modo accorto e pertinente.


Sì, le scatole sono piene di soldini di cioccolato ma solo per chi è stato bravo.


Parlando l’altro giorno con la mia Responsabile, che chiameremo per finalità narrative Apprensina, mi sono lasciato sfuggire questa cosa. In realtà è stata una rivelazione molto estemporanea, sulla quale stavo sorvolando, roba del tipo «E poi abbiamo la nuova Scatola di Piercarolamba che al momento sta giocando già con una scatola, però va be’, ti ho già parlato delle mie vacanze?».

Apprensina è andata in apprensione. E come si fa, e come non si fa, questo non è irregolare però non è moralmente accettabile, adesso dobbiamo capire come si può agire, se qualcuno viene a chiedere, provo a informarmi, eccetera.

Io, sempre perché non mi faccio i fatti miei, provo allora a chiedere all’addetta del confezionamento (da qui in poi: Scatolicchia) se, all’epoca della fabbricazione di Scatola, si fossero posti il problema di una sovrapposizione di scatole.

«Sì sì ricordo fosse emerso il problema…ne parlai anche a Esausta, però non mi ricordo cosa mi disse». Non mi è stata molto utile, diciamocelo.

Allora, essendo io sempre uno che non si fa i fatti propri, provo anche a sentire Esausta (che, per capirci, è la responsabile dei responsabili come Apprensina).

Esausta non ricorda per niente cosa si sono dette lei e Scatolicchia.

A quel punto torno da Apprensina e le dico che nessuno sa niente di niente e che ormai il fatto è questo. Lei allora dice che prova a capire, a studiare, a informarsi, eccetera.

Oggi torna da me dicendo «Va be’, ormai il fatto è questo (ma va?), teniamocelo così e facciamo spallucce».

Fine della parabola.

Questa storia ci insegna che la verità è una gran bella cosa – e io su questo ho un senso di giustizia molto elevato, per me anche una sciocchezza taciuta equivale a esser dei bugiardi – ma certe volte è meglio chiudere tutti e due gli occhi e dire che non c’eri e se c’eri dormivi.

Non è che se non sei un golfista non te ne freghi di una mazza

Mi arriva incontro per salutarmi.
«Sono ubriaco», mi fa.
Io gli faccio i complimenti per lo stile e l’aplomb che mantiene. «Non si vede», dico senza sarcasmo.
In effetti, di tutte le volte che l’ho visto – non sono molte – non sono mai riuscito a vedere nulla di lui. Imperscrutabile. Non riesco a inquadrarlo.
Non facendo caso alle mie parole, mi congeda dicendo «Dopo la discussione di stasera non so se ci sarò al prossimo compleanno». E se ne va.

Quale discussione? A cosa allude (come supponendo io ne sapessi qualcosa)? Abbiamo parlato un po’ al bancone del bar, ma solo di lavoro e prospettive. Non ho seguito i suoi discorsi con gli altri. Forse ha avuto una discussione con la compagna, in precedenza?

Mi turba questa cosa.

Da bambino smontavo i giocattoli. Non li facevo sopravvivere molto. Mi piace capire il funzionamento delle cose. Da adulto ho smesso di smontare oggetti – anche perché poi ti tocca ricostruirli – ma ho iniziato a cercare di smontare le persone e vederci dentro. E, delle volte, diventa un interesse quasi morboso. Come nel caso sopra descritto, per le vicende di colui che per me è uno sconosciuto – e tal probabilmente resterà.

Ancora, altro esempio. Il mio caro amico, che conosco da quando ero bambino, ha incastrato la sua vita in una routine di abitudini maniacali. È talmente strutturato da diventare angosciante quando deve organizzare qualcosa: comincia a riversarti addosso ansia organizzativa a pacchetti di Eh ma se poi, Eh ma bisogna vedere, Ma poi come si fa se, Poi c’è pure da considerare che. La cosa più divertente è che ha l’ansia anche per conto terzi. Se gli dici che devi arredare uno studio e non hai trovato le librerie che cercavi da *Colosso Svedese* oppure da *Catena francese*, lui ti fa «Eh ma questo è un cavolo di guaio, ora come diavolo fate, come le trovate queste librerie?».

Io in genere quando fa così faccio sempre spallucce. Sapeste che deltoidi con tutto questo allenamento.

Ecco, tutto ciò alla fine non mi riguarderebbe se non cominciassi a chiedermi se stia veramente bene a vivere così. Il suo giro, la sua passeggiata, la sua Peroni, il suo ritiro mensile di Agosto nel paesello, una vita ordinata, schedata, incasellata, sotto controllo, che evita qualsiasi ansia. Probabilmente se vive così è perché gli va bene così. Quello che però mi chiedo è: come sai che non staresti meglio provando a fare cose nuove? A scoprire che una cosa diversa non ti distruggerà? Andando via 3 giorni con la tua ragazza, ora che finalmente hai qualcuno dopo anni di solitudine autoreferenziale?

Non sono fatti miei, ne convengo. Difatti tengo simili pensieri per me.

Di nuovo, un esempio ancora. Un altro amico, piuttosto eccentrico. Assolutamente non curante del giudizio altrui, dall’aspetto non proprio curato. Oserei dire, in realtà, privo di cura alcuna: un caso di malasanità evidente. Anche l’igiene ascellare da questo punto di vista è abbandonata al proprio destino.

E io mi chiedo, perché vorrei capire: che gli stia bene il suo anticonformismo, il suo non adeguarsi a canoni di etichette nell’apparenza, è pacifico. Ma che realmente non si curi del giudizio altrui, non son proprio convinto: e se questo dispregio dell’apparenza non sia un modo diverso di farsi notare? Ogni volta che è presente, si parla di lui, con lui. Il disastroso taglio di capelli con cui arriva, la bandana che indossa durante un periodo bandana che ha attraversato, un gilet da cacciatore in cui mette dei libri nelle tasche al posto di cartucce e richiami per uccelli, eccetera (in realtà è un bel messaggio: mettete dei libri nei vostri tasconi). Stai realmente bene così o hai creato un personaggio da cui non esci mai, perché senza personaggio pensi di essere poco interessante?


Si potrebbe obiettare che tutti noi andiamo in giro portando un personaggio, alcuni invece un cast intero, anche questo è vero.


Non capisco.

Alla luce delle mie domande capirei chi pensasse che io non abbia proprio una mazza a cui pensare, se sto a cogitare così sugli altri. In realtà non è vero. Ho la testa che esonda di mazze mie, tante, con cui mi arrovello ogni giorno. E come se non bastasse, ci metto pure le mazze altrui, come si è visto.

Forse sono io quello che non sta bene. Oddio!

Non è che tratti le ragazze responsabili come telefilm perché le consideri serie

È settembre, ripartono le serie tv, altre nuove ne vengono annunciate e noi tutti siamo in trepida attesa davanti ai nostri schermi.

Purtroppo sapete cosa manca a queste grandi produzioni che ormai rivaleggiano e superano il cinema? Un po’ di italianità, un po’ di quella fantasia nazional popolare che tanto ci è cara. Ed è per questo che sono intervenuto io e, nelle vesti di sceneggiatore, ho provato a riscrivere la trama di qualche serie famosa.

F4: BASITO!


La casa de Spoleto
In questa serie in innumerevoli stagioni, un geniale individuo noto come “Il Professore” escogita piani arzigogolati per fregare lo Stato e fare un sacco di soldi, con l’aiuto dei suoi soci, chiamati in codice: Assisi, Torgiano, Gualdo Tadino e la bella Acquasparta. I Carabinieri brancolano nel buio e non riescono a incastrarlo, finché non arriva Don Matteo che, raccontando al Professore del Buon Ladrone crocifisso accanto a Gesù che, pentito, si raccomanda a lui per la salvezza dell’anima, lo costringe a redimersi. E il Professore inspiegabilmente si redime. Arriva a quel punto la bella Marescialla (interpretata da Nino Frassica) di cui il Professore è innamorato e finisce tutto in sorrisi e tarallucci.

Il racconto dell’amica geniale/The brilliant friend’s tale
In un futuro distopico gli Stati Uniti, trasformatisi in una dittatura, hanno deciso di vivere come se fossero un rione di Napoli degli anni ’50. Tutte le donne sono quindi costrette a vestirsi quotidianamente come in uno spot di Dolce&Gabbana nostalgico e sessista.

La regina dei Cesaroni
La storia racconta di una bambina prodigio degli scacchi che, rimasta orfana, viene adottata dalla famiglia allargata dei Cesaroni. La bambina insegue il sogno di diventare Maestra di scacchi finché Claudio Amendola non la convince che gli scacchi sono roba da borghesi Pariolini ed è meglio andare a tifare Roma allo stadio.

Il Trono di Gomorra
Johnny Snowastano è l’erede di una potentissima famiglia che dominava il Continente Occidentale di Westerondigliano, finché non hanno fatto fuori il padre pazzo in un agguato. Siccome è un po’ un babbeo e non sa niente, viene spedito a farsi un po’ le ossa lontano da casa. Quando torna non sa comunque niente, però c’ha una bella cicatrice perché mi ha detto mio cugino che una volta è morto. Incomincia a trombarsi sua zia perché così la piazza di spaccio di Approdo del Boss – che la zia si vuole pigliare – resta in famiglia, solo che poi si sa come vanno queste cose nella malavita, finisce che le deve sparare in un regolamento di conti.

Provaci ancora Dexter!
La Professoressa Camilla Dexter (interpretata da Veronica Pivetti) si trova a gestire una doppia vita: di giorno appunto quella di insegnante, l’altra, segreta ai più, di torturatrice e killer di studenti ignoranti e indisciplinati. Una serie che, con ironia e leggerezza, ci racconta dello stress quotidiano vissuto da un docente e di come ripulire in modo efficiente i pavimenti sporchi di materia cerebrale.

Un mad man in famiglia
Un occhio puntato sulla famiglia di Don Draper, stimato pubblicitario della periferia di Roma, alle prese con divertenti ed eccentriche avventure che coinvolgono i figli, la moglie, il nonno, l’alcool, le prostitute, la droga, insomma la vita di un qualsiasi italiano medio.

House al Sole
Intrighi, tradimenti, morti sospette, voltafaccia, traffico impazzito, sole e mare e pizza: tutto questo è House al Sole, la fiction che narra le vicende di Franchino Sottobosco, portiere di condominio di Napoli che sogna di diventare Presidente degli Stati Uniti. Purtroppo appunto è di Napoli e quindi al massimo può ambire a diventare amministratore di condominio.


Sono sicuro che queste proposte faranno il picco di audience!

Non è che ti serva un’auto veloce per inseguire la perfezione

Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.
È il 13 agosto. La camera di un B&b. Lo stesso dove il giorno dopo il cane della proprietaria proverà ad assaggiarmi la tibia (ma il 13 di agosto non sapevo sarebbe avvenuto ciò). È appena uscito il quarto film del Rebuild of Evangelion, nonostante la connessione pessima noi lo guardiamo in streaming da un portatile poggiato in bilico su un angolo del letto (perché lì, in quel punto, si concentrava il segnale wifi). Finalmente, dopo 3 film distribuiti in un arco di tempo di quasi 15 anni, arriviamo al finale del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.


Chi non ha mai visto Evangelion o non sa di cosa si tratti troverà le mie parole oscure. Pazienza: non sono determinanti per il prosieguo del post.


Perfezionarsi. È una vita che inseguo la versione migliore di me stesso. La perfezione non è di questo mondo, ne sono conscio. Lei me lo ripete spesso. Eppur vorrei essere sempre impeccabile, esente dal difetto, lindo, fresco di bidet [come la nota ansia materna, non sia mai tu avessi un incidente e ti portassero all’ospedale e poi ti dovessero svestire non trovandoti a posto la canottiera pulita eccetera e fai fare brutta figura, come se in quel momento la cosa fondamentale dovesse essere l’apparenza].

Eppure, ecco, io sbaglio, poi mi sento in colpa, mi pento; accade anche e spesso quando si è tanto vicini, contigui, legati, si finisce sempre poi per cozzare contro qualche spigolo che hai lasciato lì e non avevi visto che era da togliere per perfezionare.

Temo anche l’errore di una mancanza, che è come il batuffolo di polvere lanuginosa che non avevi visto, infido e insidioso. Così, l’altroieri: mi vesto, compiendo come usuale l’operazione sempre a rate. Metti i calzoni bevi il succo lavati la parte sopra (il sotto abbiamo già dato prima di mettere i calzoni, tranquilla mamma!), vai a prendere la polo riempi la borraccia torna in camera a prendere le scarpe.

Lei è lì, materassata, rannicchiata in posizione fetale, una maglietta (presa a un concerto per coprire le spalle dall’aria frizzante di campagna) e i miei pantaloncini. Ammiro la sua perfezione, i miei vestiti con la sua forma, il suo corpo che odora dei miei vestiti che odorano di me e i miei panni che odorano di lei, una è tutto. Devo prendere il portafogli – tanto è vuoto ma almeno la patente credo serva averla in giro (certo che quest’obbligo di avere la patente è una privazione della libertà eh!). In genere a questo punto della mia procedura di vestizione stile Re Luigi lei apre gli occhi e io la saluto, oggi invece no, è stanca – penso. Socchiudo la porta della camera da letto senza darle un bacio, esco cercando di non far rumore per non svegliarla.

Si sveglia in quel momento. «Sei scappato», mi scrive. Ma io ho raggiunto l’auto. Ho la connessione dati staccata, non ricevo il messaggio. La tangenziale è bloccata, una Smart e un camioncino hanno pensato di unirsi in terza corsia [niente conseguenze per gli umani interessati]. Arrivo 35 minuti dopo in ufficio, il mio intelligentofono si collega al wifi della struttura. Lei è preoccupata, pensava ce l’avessi con lei e per questo non l’avevo salutata.

Ecco, la mia idea di perfezionamento personale è anche questo, evitar qualcuno possa star male o soffrire per le mie azioni o dimenticanze o quel che volete, anche in casi come questo dove è stato solo un’equivoco, ma – diamine – è nei dettagli che si vede la perfezione [hanno detto che l’affermava Leonardo ma secondo me non è vero] e io, sincero, voglio darmi al dettaglio. Come un supermercato. Che da me si possa trovare solo convenienza e cortesia.


Comunque guardate Evangelion.