Non è che l’endocrinologo di Gaudí studiasse le ghiandole surreali

Mi mancavano un po’ di esperienze surreali – era almeno una settimana che non capitavano – e per fortuna me ne è arrivata una.

Ho sostenuto un colloquio su Zoom, questo software di videoconferenze che il mondo del lavoro ha scoperto durante la quarantena e che invece in realtà pare serva pe’ scopa’ (virtualmente):

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Le grandi inchieste del nuovo corso di Repubblica che ora sembra Vice News. Prossimamente: “Intervista a quello che ha inventato il birra pong, che vi spiega come funziona”

Quindi raccomando a chi volesse fruire del sesso in multiconferenza di essere informato (su cosa?) e fluido.


Io ho un problemino alla spalla che invece mi rende un po’ rigido, sarà per quello che non frequento questi ambiti, non ho la necessaria fluidità.


Amenità a parte, mi sono collegato all’orario concordato per il colloquio cui avrebbe partecipato Tizia (che si occupava della selezione) e Tizio, il Presidente. Sottolineo, il capo.

All’inizio c’era connessa solo Tizia, che mi ha fatto un paio di domande di rito.

Poi ha fatto irruzione Tizio nella videochiamata. Uno che pareva il sosia di Vinicio Capossela – con tanto di coppola in testa pur trovandosi dentro casa – appena svegliatosi (e magari era così. Alle 6 del pomeriggio). Ha salutato, poi ha poggiato il telefono per terra (tutti noi il telefono lo mettiamo sul pavimento, specie durante una conversazione) facendo Continuate, continuate mentre intanto girava per casa.


Quando dico sosia di Vinicio Capossela è per dargli un volto e visualizzarlo, ma la cosa non contiene alcun giudizio di merito, anzi. Più che altro il problema era che sembrava si fosse appena alzato dal letto.


Mentre quindi continuavo a parlare con Tizia lui ha interrotto chiedendomi per cosa mi fossi candidato. Quando gliel’ho spiegato ha detto che non stavano cercando per quella posizione in questo periodo.


L’annuncio per quella posizione era stato pubblicato 3 giorni prima.


E poi ha iniziato a parlarmi di altre tre-quattro attività in cui loro sono impegnati, chiedendomi Sai fare questo? Ti sei mai occupato di quest’altro? Poi di nuovo ha detto Continuate, continuate.

Tizia ha ripreso a farmi domande, collegate comunque alla posizione per cui mi ero candidato (ho capito quindi che doveva essere una situazione à la Schrödinger, un annuncio attivo e non attivo nello stesso momento), poi ha fatto di nuovo irruzione lui – come se ciò che stessimo dicendo non fosse rilevante – a parlarmi ancora di altre attività e cose che fanno e poi chiedermi Ma hai fatto questo? Come ti vedi a fare quest’altro? No perché io ad esempio non l’ho mai fatto non saprei come farlo. E poi ha invitato di nuovo Tizia a riprendere.

Questo copione si è ripetuto per una terza volta, finché ci siamo congedati con una sorta di dichiarazione di intenti: mi avrebbero mandato cose più dettagliate su quelle attività di cui mi parlava Tizio, con la promessa di risentirci.

Credo che attiverò il filtro spam e bloccherò i loro indirizzi email.


Nota: qualcuno potrà chiedersi Ma con chi hai parlato? Con una società di marketing piramidale? Una setta? No, in realtà è una Fondazione che dall’esterno pareva abbastanza figa e che da 20 anni a questa parte fa cose molto fighe. A quanto pare però a capo c’è uno svalvolato. Che ha una casa senza piani d’appoggio dove posare un telefono.


La prossima volta mi faccio invitare a un fluido sex party.

Non è che al cittadino indignato basti una crema emolliente per calmare l’irritazione

Ho riprovato l’ebbrezza di andar dal barbiere e ho smesso di andare in giro con una coppola à la Peaky Blinders per nascondere un tentativo di taglio casalingo mal riuscito.


È bella la coppola ma non quando ci sono 30°.


Andare su prenotazione e non dover attendere un paio d’ore è certamente un’innovazione, ma qualcosa nel contesto è venuto a mancare: le presenze solite.

L’habitat del salone di un barbiere è stato, dai tempi antichi, il social network per eccellenza, dove la predominanza l’hanno sempre avuta i discorsi d’indignazione (magari più pacati ma pur sempre con quel dna di sdegno primigenio).


Prova ne è Per l’invalido, una celebre orazione di Lisia del V secolo a.C.; in questa, l’imputato, tra le varie accuse mossegli doveva difendersi dall’ospitare nella propria bottega (quella di un barbiere, per l’appunto) mascalzoni dediti a insolenze e cospirazioni verso il prossimo.


Io confesso di provare un piacere al limite del feticismo per i discorsi dell’uomo della strada, purché a piccole dosi e dal peso specifico contenuto. Potrei sembrare un po’ borioso e con la puzza sotto il naso – e probabilmente è così – ma il mio non è un esercizio di scherno e dileggio, quanto più un interesse viscerale di chi vuol conoscere e capire il mondo che lo circonda.

Mancandomi il contesto della barberia, durante questi tre mesi ho scoperto, su segnalazione di un amico, un gruppo facebook di indignati (il titolo della pagina precisa proprio che sono degli indignati) della mia città. Mi offre dei retroscena su una realtà nella quale io non mi sono mai integrato e che cerco di recuperare attraverso un’analisi dei contenuti veicolati attraverso lo strumento social.

A inizio quarantena ricordo il post di un cittadino che lamentava di essere uscito di casa per andare a fare la spesa e di aver visto troppe persone in fila al supermercato. Un altro ha risposto “Sì vero anche io, è uno scandalo”, un altro faceva eco “Anche io sono uscito e ho visto un sacco di gente ma cosa hanno da uscire” e così via finché qualcuno ha fatto notare che probabilmente si erano quindi visti tra di loro.

Qualche giorno fa, invece, una cittadina preoccupata postava la foto di un vespidae appoggiato contro la sua finestra, annunciando terrorizzata l’arrivo, anche nella nostra città, del terribile calabrone asiatico o vespa killer: il sindaco cosa fa? Perché non interviene?


Ogni inizio estate arriva la notizia della vespa killer, perché si sa che certe vespe fanno giri immensi e poi ritornano.


A parte qualcuno che faceva notare che al massimo era un comune calabrone, il vero genio è stato quello che ha commentato scrivendo Bravi fate bene proteggetevi: zanzariere di XXX a YYY (nome di città) tel. 000000. Marketing 1 – 0 Indignazione.

Molte poi in questa pagina le segnalazioni di disservizi: la TIM per cadute di linea, l’Enel per interruzioni energia elettrica, le Poste per il postino che sbaglia sempre buca delle lettere. Purtroppo queste aziende, per evidente codardia, ancora non hanno deciso di iscriversi alla pagina degli indignati e le denunce cadono nel vuoto.

Infine, il dibattito che mi ha illuminato: le piste ciclabili costruite per accaparrarsi i voti dei ciclisti.

Analisi del contesto: a fine 2019 è stata creata una pista ciclabile (anche spezzata) che fa il giro di un isolato. Lunghezza: 600 metri. Presenza di noi ciclisti (occasionali e regolari) in città: insignificante. Per dar l’idea, in base al principio Gallera occorrerebbero due ciclisti per formarne uno.


Il principio Gallera è quel fenomeno fisico per cui, per esempio, se metto vicine sul fuoco due pentole d’acqua quando la temperatura di entrambe sarà a 50° potrò dire che la temperatura dell’acqua sarà 100.

 


Però a quanto pare qualcuno ha il timore che una segreta lobby del pedale stia tramando per mettere le mani sulla città.

E secondo me hanno ragione. Ho visto le città europee cosiddette bike friendly: Berlino, Copenaghen, Utrecht e così via. I ciclisti, da noi esemplari timidi e timorati, lì sono sciami sfreccianti che travolgono tutto e tutti. Le strade appartengono a loro, non frenano mai ma scampanellano per terrorizzare come fossero tanti Hector Salamanca.

La verità è che ogni popolo oppresso si trasforma in oppressore: per questo la lobby del pedale fa paura, perché la storia è destinata a ripetersi.

Indignate, gente, indignate.

Non è che ti serva una fionda per lanciare una moda

Con i campionati sportivi fermi, la mia attenzione attualmente è dedicata a una gara virtuale molto avvincente: quella delle ricerche Google.

Mi sono fatto un giro su Google Trends per dare un’occhiata su come stanno andando le ricerche in Italia:

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L’interesse per il popolo cinese si mantiene alto, ma la new entry movida potrebbe essere in grado di raggiungere il primo posto e gli scommettitori ci credono molto. Stazionari i runner, di cui presto non importerà più nulla a nessuno. Ho evitato di inserire nella ricerca i congiunti, in quanto chiaramente fenomeno sporadico. Dopo un picco stratosferico tra il 26 e il 30 aprile (tal che le altre linee al confronto si appiattiscono), poi hanno perso popolarità e nessuno vuol più saperne.


Il che ha senso: i parenti sono come il pesce, dopo 3 giorni puzzano.


Le persone hanno sete di conoscenza e si pongono domande. Padre ad esempio l’altroieri si chiedeva: «Ma perché la chiamano movida se non si muovono e stanno tutta notte nello stesso posto?».

Al che ho detto che non è da intendersi come “persone che si muovono” ma più come “ambiente animato”.


Sulle origine etimologiche del termine, rimando a un esauriente articolo de Il Post.


La spiegazione non ha convinto molto neanche me, in realtà: a una certa ora guardando negli occhi i presenti si nota più animazione in un cervello sotto formalina al museo.

Ma come fare per garantire ai bar di lavorare, alle persone di uscire, alle norme di distanziamento di essere rispettate, a chi fa sta davanti al computer di non far impennare i trend di ricerca?

Ho qui alcune brevi idee/soluzioni per godere della propria movida in Covid, cioè

ENJOY YOUR COVIDA

  1. Installare nelle piazze delle cabine come quelle quando si va a votare. Uno si sistema lì dentro col proprio bicchiere e ci passa la serata.
  2. Lanciare i cocktail a distanza col Super Liquidator.
  3. Far girare elicotteri che spruzzano candeggina a intervalli regolari. E un giorno qualcuno dirà: «La candeggina, la senti? Non c’è niente al mondo che abbia questo odore. Mi piace l’odore della candeggina alla sera».
  4. Alcune popolazioni nell’Africa subtropicale utilizzano la koteka: un astuccio coprifallo di dimensioni variabili; si potrebbe lanciare la moda di utilizzarne uno di almeno un metro di estensione che tenga quindi la misura della distanza di sicurezza.
  5. Rivestire gli spazi di tessuto sintetico e caricarli di elettricità statica, così appena la gente si avvicina troppo e prova a toccarsi, prende la scossa.

Spero che le mie umili idee possano essere un valido spunto per godere umilmente delle proprie serate.

Non è che dei maiali dicano: Avete domande da porci?

Tra le mie diverse identità c’è quella del Domandiere. Ma prima devo fare una digressione.

Durante la quarantena mi ero iscritto a un corso gratuito, online e full time. Poi quando è partito mi sono reso conto nel concreto che non mi interessava più di tanto. Inoltre nel frattempo avevo iniziato un’altra attività.

Ho provato a sganciarmi dal corso inoltrando il mio ritiro ma mi hanno telefonato dall’ente di formazione sostenendo che:
a) non era possibile;
b) pure se fosse stato possibile, dovevo tenere conto che è un corso ad accesso limitato e selezionato e quindi c’erano altre persone che erano interessate e questa volta non hanno potuto accedere perché i posti erano occupati da noialtri selezionati;
c) è un corso finanziato e soggetto a ispezioni da parte dei finanziatori e le defezioni li penalizzerebbero.

Pervaso dai sensi di colpa, sono rimasto iscritto ma precisando che mi sarei sì connesso ma non avrei seguito perché sarei stato spesso impegnato.

Le rare volte che seguo, però, intervengo. Non perché io mi senta realmente interessato a farlo, ma quando il formatore chiede Avete domande? oppure Come sta andando? o ancora C’è qualche suggerimento su come vorreste proseguire? e tutti tacciono io provo pena e disagio per lui. E allora pongo una domanda.

È una vita intera che faccio il Domandiere per intervenire laddove cala dell’imbarazzo. Perché quando qualcuno formula la frase Ci sono domande? e nessuno apre bocca io sento di dover riparare a un torto. Mi riprometto sempre di non farlo, ma poi alzo gli occhi e vedo l’espressione di scoramento negli occhi della persona che in quel momento pensa di aver sprecato ore della propria vita – ore che non torneranno mai più – per distribuire conoscenza a un branco di capre e non riesco a star zitto.

È così che sono diventato il Domandiere.


Ci tengo a precisare che le mie domande non sono poste a caso o sono fuori luogo: negli anni sono diventato esperto di domande precise e circostanziate.

 


Credo di essere maturo abbastanza per sfruttare questo mio ruolo in modo professionale. Mi rendo quindi disponibile a essere ingaggiato per qualunque occasione, corsi, eventi, cerimonie, per porre una domanda al momento opportuno.

Ci sono domande?

Spero di no, perché mi togliereste lavoro.

Non è che il giocatore di poker per fare il galante regali Fiori

Lo studio ti accoglie con dei colori molto neutri e opachi. Bianco, beige, sabbia. Guano. C’è una musica plin plon ovattata in diffusione. Un profumatore d’ambiente in un angolo in basso a destra sparge una fragranza floreale. Di fronte, un vaso con dei veri fiori finti.

Non ho mai capito – e mi fa strano anche un po’ – l’esposizione di fiori di plastica. Secondo me chi li usa per decorarci ambienti è un po’ psicopatico.


Ora son sicuro che tra chi mi legge ci sarà qualcuno che ha fiori di plastica in casa; mi piacerebbe dire No guardate non parlo di voi ma in realtà forse sto parlando proprio di voi: è ora che qualcuno vi dica la verità sui fiori di plastica, mi spiace.


Si dirà che i fiori veri hanno durata breve: fa nulla. Trovo abbia più senso e una certa sua bellezza una rosa secca che una finta. Senza contare che il suo smaltimento non produce rifiuti.

Non è che io voglia fare il Decadente con l’immagine del fiore appassito o che io sia un patito del rigorosamente tutto bio-natural-organic-verde-rotoliamoci nel muschio e facciamo l’amore con le piante.


Questo mi riporta alla mente quella ragazza inglese – storia vera – che afferma di essere innamorata di un albero e di farci anche del soddisfacente sesso. E si tratta di un caso non isolato.

Ora, io mi chiedo perché ciò non sia considerato violenza: se un albero è un essere vivente e se tagliarlo, bruciarlo, vandalizzarlo è reato, perché non lo è anche farci all’amore?

Ma soprattutto, tecnicamente, non è un po’ scomodo, irritante, se non doloroso, averci dei rapporti sessuali, che sia per sfregamento o per penetrazione?

Poi per carità, ognuno dei propri orifizi ne fa l’uso che ritiene opportuno: e questo mi riporta alla mente un’altra storia – poi la chiudo qui perché questo post non parla di abitudini sessuali -, quella di un tizio negli US che un giorno del 2005 decise di farsi sodomizzare da un cavallo, mentre un amico lo riprendeva con la videocamera. La storia non finì bene: il buontempone morì dissanguato. O lacerato. O entrambe le cose. Ma il risvolto “positivo” è che ha dato il via al dibattito per una legge contro gli abusi sessuali sugli animali.

Quindi chissà che non si arrivi a una regolamentazione anche per il sesso con le piante.


La mia è più una constatazione estetica: quelle corolle impolverate – perché essendo fatte per durare ovviamente la loro funzione alla fine diventa quella di pratici raccogli polvere da soggiorno – coi bordi zigrinati le trovo veramente brutte.

E anche un po’ ingannevoli perché da lontano ti sembrano fiori veri poi ti avvicini e scopri la realtà: da qui deriva la mia tesi della psicopatia dell’esporli. Chi li acquista lo fa infatti per far sembrare la casa decorata da fiori veri – sennò non li sceglierebbe con cura scartando quelli dozzinali che sembrano ritagliati con delle vecchie forbici – producendosi in un inganno e incurante poi del fatto che poi tale inganno verrà irrimediabilmente scoperto, anzi, dando a qualcuno anche l’idea di comprarli a sua volta, perché il kitsch è virulento.

Non è che per un ballo in maschera devi prendere quella chirurgica

La proprietaria dell’enoteca ha voglia di chiacchierare. Io avevo solo chiesto un’informazione. «È ora di riaprire» dice, «Voglio tenerci chiusi solo per vendere il vaccino». Capisco, le dico. Lei sembra non badare a me e prosegue argomentando che regole e restrizioni sono solo finalizzate a venderci cose. «I disinfettanti. Questi dispenser di igienizzante».

Ché, giustamente, tra tutte le cose che potrebbero venderci, perché non organizzare una bella quarantena per dei dispenser?

Ha ragione, vorrei dirle. Il culo l’hanno infatti inventato per venderci la carta igienica, vorrei proseguire.

Tutto quel che mi vien fuori invece è un accenno di sbadiglio, che lascio sfuggire ben protetto dalla mascherina, stando attento a non tradirmi con la parte superiore del viso. Io non so se gli occhi siano lo specchio dell’anima, di sicuro sono lo specchio di quanto te ne freghi. Un osservatore ben attento potrebbe anche scoprire che espressione stai facendo sotto quel pezzo di garza e tela che porti appeso alle orecchie.

E lì ho provato un brivido. Il piacere di fare qualcosa un po’ sconveniente, ben nascosto in mezzo alla gente. La mascherina è un’allegoria dell’oscenità. C’è chi, per sfida e sfregio, si mostra a bocca e naso scoperti, dando sfogo a tendenze esibizionistiche. Chi invece è molto ligio e pudico e ti fa segno di coprirti, perché nel girare il capo ti è uscito il naso fuori. L’ultima volta che mi ero vergognato per qualcosa che era uscito fuori ero al mare e indossavo dei bermuda.

Bocca e naso come le pudènda.

La mascherina oggetto feticistico. Già immagino modelli più elaborati, fatte di sole striscioline di tessuto che occultano giusto gli orifizi, lasciando quel gioco di contagio/non contagio che lascia poco all’immaginazione.

Abbassati la maschera suonerà osceno e intimo.

Ma soprattutto noi annoiati cronici sbadiglieremo sommessamente senza che gli altri se ne accorgano. Mi sento già tutto preso dall’eccitazione.

Non è che il sub sia uno che ci resta sotto

Il ritorno a una normalità, con tutte le regole e le precauzioni del caso, è segnato anche dal veder comparire delle presenze familiari.

Questa sera io e due miei sodali – a distanze di sicurezza – siamo stati avvicinati da quello che definisco il Re dei Bruciati della città.


I Bruciati sono un gruppo di frequentatori assidui di un ritrovo storico a me familiare, che praticamente negli ultimi 20 anni ha cresciuto me e i miei amici a botti di Bass Scotch e Tennent’s. Una storia edificante, diciamo. Questi avventori, chiassosi e con problemi di equilibrio, li inquadrerei con termini scientifici dicendo ci sono rimasti sotto, da parecchio. Penso avessero familiarità con la keta prima che divenisse Myss.


Dopo avermi chiesto in dono, un giorno che non l’avessi voluta più, la maglietta col logo dell’Atari che avevo indosso, ha iniziato una conversazione, o meglio, un flusso di coscienza con oggetto la quarantena e le restrizioni, di cui non ho un filo logico da riportare o qualche passo specifico, se non uno che mi ha colpito quando ha detto che mio padre è cubico.

In realtà non mio padre nello specifico. Mentre lo diceva si rivolgeva a me e al mio amico, ipotizzando, a proposito delle regole, «Se un vigile prende e ferma tuo padre», rivolgendosi quindi a un padre che potrebbe essere quello di chiunque, un meta-padre martire dell’ingiustizia dello Stato.

Ebbene, ha proseguito, il vigile ferma il meta-padre perché è in giro e gli fa la multa e il meta-padre, «che altro deve fare? Lui è cubico».

«È cubico perché come devo dire ci vive dentro, le palazzine dove abita sono dei cubi, la fabbrica è un cubo, la sua vita è all’interno del cubo e quindi prende e paga 500€ di multa nonostante viva magari con una pensione di 600».

Ebbene, vi dirò, ho trovato che il discorso avesse un senso. In base alla parafrasi che ho fatto sulla via del ritorno a casa, quel che voleva dire probabilmente è che l’uomo onesto, l’uomo probo (tralalalalla tralallaleru), vive la sua vita irregimentato, confinato, abituato alle regole e alle imposizioni, cosicché anche di fronte a un abuso di potere come quello dell’ufficiale che lo sanziona per il semplice fatto di esistere lì in quel momento in quella strada in quello spazio di libertà, lui si piega perché la dimensione cui è stato abituato è quella dell’obbedienza.

Mai innanzitutto avrei pensato di ricevere un’illuminazione da un tipo del genere, con cui in verità non ho mai parlato in 20 anni ma che oggi si rivolgeva a me come se ci conoscessimo da una vita. O forse in una fase allucinatorio-onirica mi ha scambiato per un altro.

Mai, inoltre, avrei pensato a mio padre come cubo.


Tutt’al più da adolescente l’ho ritenuto un incubo, il che a ripensarci oggi mi porta a chiedere perché nessuno mi ha elargito talvolta una salutare dose di schiaffoni, ché va bene che la violenza corporale sui figli è sbagliata e non si deve applicare, ma magari due pizze in faccia come terapia anticoglionaggine di tanto in tanto io gliele avrei date a me stesso.


E adesso sono qui, che scrivo, all’interno di una stanza che è un cubo che vedo dopo che mi è stato squarciato il velo di Maya dagli occhi.

E se fossi io il bruciato?

Non è che cerchi attenzione dal succo di pomodoro perché è concentrato

Leggevo su Il Post questo articolo: Perché le videochiamate sono sfinenti. Non potevo fare a meno di andare col pensiero, quando viene citato lo “stress emotivo”, a Infinite Jest e il suo racconto del fallimento dell’esperienza del videofono:

Venne fuori che c’era qualcosa di tremendamente stressante nelle interfacce telefoniche visuali, che in quelle solo audio stressante non era stato affatto. Gli utenti videofonici sembrarono rendersi improvvisamente conto di essere caduti in un’insidiosa ma stupenda illusione riguardo alla telefonia solo vocale. Non l’avevano mai notata prima, l’illusione – è come se fosse stata così complessa sul piano emozionale da poter essere capita solo nel contesto della sua perdita. La buona vecchia conversazione telefonica tradizionale solo audio consentiva di presumere che la persona dall’altro lato stesse prestando un’attenzione completa alla telefonata, e al tempo stesso faceva sì che tu potessi distrarti quanto ti pareva. Una conversazione tradizionale solo vocale – nella parte che si appoggiava all’orecchio la cornetta aveva solo 6 piccoli fori ma la parte in cui si parlava (piuttosto significativamente, parve in seguito) ne aveva 6^2 , cioè 36 – permetteva di immergersi in una specie di fuga semiattenta, ipnotica quanto il viaggiare in autostrada; mentre si parlava si poteva guardarsi intorno, scarabocchiare, darsi una sistematina, levarsi pezzettini di pelle morta dal bordo delle unghie, comporre haiku sulla rubrica telefonica, mescolare qualcosa sui fornelli; si poteva perfino condurre una conversazione parallela interamente separata con un’altra persona nella stanza usando il linguaggio gestuale ed espressioni facciali esagerate, e tutto questo dando sempre l’impressione di essere attentissimo a ciò che diceva la voce all’altro capo del telefono. Eppure – ecco la parte retrospettivamente meravigliosa anche mentre si divideva l’attenzione fra la telefonata e ogni altro genere di piccola cosa, in qualche modo non veniva mai in mente che l’attenzione della persona con cui si era al telefono potesse essere scarsa come la nostra. Durante una telefonata tradizionale, per esempio, mentre si stava eseguendo, diciamo, un attento esame tattile del mento in cerca di brufoli non si era in alcun modo oppressi dal pensiero che l’altra persona al telefono potesse magari a sua volta dedicare una buona percentuale della sua attenzione all’esame tattile del suo mento. Era un’illusione, e l’illusione era auricolare e auricolarmente supportata: la voce all’altro capo della linea telefonica era densa, fortemente compressa e incanalata proprio nel tuo orecchio, e ti faceva pensare che l’attenzione del proprietario della voce fosse compressa e focalizzata… anche se la tua stessa attenzione non lo era, ecco il punto. Questa illusione bilaterale di attenzione unilaterale era gratificante in maniera quasi infantile, su un piano emozionale: si giungeva a credere di poter ricevere la completa attenzione di qualcuno senza doverla ricambiare.

Io a essere sincero lo stress di restare concentrato non lo avverto: mi deconcentro prima che arrivi. Una volta mi stavo pure addormentando.

Ho provato a immaginare dei rimedi per aiutare chi come si trova in difficoltà di fronte a una video-conversazione e deve mantenere l’attenzione.


AVVERTENZA: L’autore del post declina ogni responsabilità per eventuali danni derivanti da un uso poco accorto dei suggerimenti proposti.


  1. Il fachiro. Difficoltà: Doloroso. Prendere un cuscino, spingervi dei chiodi dentro e poi sedervicisi sopra. Sconsigliato per lunghe conversazioni. Dal riquadrino sullo schermo che mostra la vostra faccia monitorate il vostro stato: se state sbiancando troppo vuol dire che vi state dissanguando.
  2. Il guardone. Difficoltà: Coinvolgente. Aprite una finestra sul desktop con un video porno, così almeno restate con lo sguardo fisso sul monitor. Il problema sorge se vi fate coinvolgere troppo dalle scene.
  3. Il genio. Difficoltà: Recitazione. Muovetevi a scatti e pronunciate parole frammentate a caso, dando l’illusione che la connessione sia disturbata. I più bravi riescono anche a depixelarsi il viso. Se sarete abbastanza convincenti potrete far cadere la comunicazione con la giustificazione dei problemi di rete per prendervi 5 minuti di pausa. Alternativa: bloccarvi in una posa casuale fingendo un freeze.
  4. Il fisionomista. Difficoltà: Non ridere. Osservate bene le facce delle persone in video e cominciate a immaginarle con delle caratteristiche diverse. Mettete a uno i baffi. Un naso da troll a un altro. Le corna a un altro ancora. No, forse gliel’hanno già messe (ah ah ah…).
  5. Lo sparring partner. Difficoltà: Resistenza. Ingaggiate un pugile che vi tiri un gancio al minimo segno di cedimento o di distrazione da parte vostra.
  6. L’imitatore. Difficoltà: Costanza. La tecnica richiede allenamento. Ogni mattina contemplate una foto di Toninelli ed esercitatevi a mantenere il suo sguardo concentrato: PALAZZO CHIGI - CONSIGLIO DEI MINISTRI

Ma l’idea migliore viene sempre da Infinite Jest:

il Tableau trasmissibile (Tt) […] era in pratica la fotografia di un essere umano incredibilmente in forma e attraente e ben fatto le cui reali somiglianze con il chiamante si limitavano alla razza e al numero di arti, e il cui volto rivolgeva uno sguardo concentrato in direzione della telecamera videofonica. Sullo sfondo c’era l’arredamento sontuoso ma non ostentato del genere di stanza che rifletteva al meglio l’immagine di sé che si desiderava trasmettere, e così via.
I Tableaux erano semplicemente fotografie d’alta qualità a pronta trasmissione, ridotte a formato diorama e fissate con una staffetta di plastica alla telecamera videofonica, non molto diverse da un coprilente.

(Si può sempre prendere spunto e sostituire la propria foto con quella di un Toninelli)

Non è che per spostarti devi avere una buona Regione

Lo sapevate? Siamo in piena Fase 2, il che vuol dire che riguardo le cose che si possono fare, ci sono 3 opzioni:

  1. È possibile
  2. Non è possibile
  3. È impossibile.

Questa è una citazione, bravo chi indovina.


Già, ma in concreto cos’è che si può fare?

Ci penso io a fare chiarezza.

D: Posso riprendere la mia attività di escort d’appartamento?
R: Sì ma si può consumare solo da asporto.

D: Posso andare a prendere il mio cambio di vestiti estivi che ho lasciato in un’altra Regione? Siamo a maggio e ho solo maglioni di lana di alpaca.
R: Puoi mandare un tuo maglione che immagino dopo tutto questo tempo ormai cammini da solo.

D: Posso aprire un negozio?
R: Credo che saresti incriminato per effrazione.

D: Si può praticare del sesso orale?
R: Solo con la mascherina.

D: Sono un prete. Posso andare a sposare una mia amica in un’altra Regione?
R: Credo che il celibato ecclesiastico non sia ancora stato abolito.

D: Devo consegnare un anello, posso spostarmi?
R: Solo se sei Frodo.

D: Posso portarmi a casa una persona che ho appena conosciuto?
R: Sì però il giorno dopo va regolarizzata con almeno una proposta di fidanzamento.

D: Come si fa a capire quando c’è un assembramento?
R: Se alzi un braccio e la gente si sposta vuol dire che eravate troppo vicini, tal da sentire la tua ascella.

D: Potrà riaprire il circo? Ero un lanciatore di coltelli e ora sono fermo.
R: Non possono riaprire al momento. Tu però potresti specializzarti in taglio di capelli a distanza.

D: Posso portare mia suocera fuori?
R: Sì ma mettile guinzaglio e museruola.

Non è che si tiene al decoro durante un conflitto perché è sì una guerra ma civile

L’altro giorno un conoscente mi parlava della situazione geopolitica esistente nel parco dove vive.

Per lavori di manutenzione (cura giardino, tinteggiature, ecc), si rivolgono a lavoratori esterni, originari dell’Africa sub-sahariana. Mi raccontava il tipo che per il suo vicinato non sono tutti uguali.

I vicini tendono infatti a distinguere tra il ne*ro e il ne*retto. Il primo è quello normale (non ho chiesto cosa intendessero per normale), il secondo è quello simpatico, che fa battute ed è sempre allegro.

Dato che i lavori che vengono commissionati sono spesso molto pesanti – in particolare la cura del giardino è sfiancante – in genere la famiglia del mio conoscente tende a corrispondere al lavoratore un compenso maggiore di quanto pattuito.

Ciò però ha sollevato delle proteste da parte dei vicini: la maggiorazione del compenso, infatti, rovinerebbe il mercato. Il lavoratore che ha ricevuto la gratifica la volta successiva se lavorerà per un’altra famiglia pretenderà lo stesso trattamento. Ma c’è di più: potrebbe spargere la voce tra la sua comunità e innescare una spirale di rivendicazioni salariali di gruppo che è chiaramente inaccettabile.

Mi raccontava allora che hanno dovuto pensare a compensazioni alternative: offrire pranzo/cena, regali, insomma trattamenti non pecuniari che non causassero uno squilibrio nel mercato con conseguenti proteste del vicinato.

Tutto ciò potrebbe sembrare un’allegoria del sistema economico e/o politico mondiale, invece accade realmente in un semplice complesso abitato. Sono rimasto affascinato. Ho chiesto di vedere questo posto: ho viaggiato molto ma non sono mai stato nell’Alabama degli anni ’60.

Ho provato a immaginare un seguito di questa vicenda.

Il vicinato contrario agli aumenti salariali dei lavoratori a chiamata a un certo punto proclama la secessione dal resto del parco, rivendicando il proprio diritto a una gestione autonoma dell’economia interna.

Il resto del parco non ci sta e ne scoppia una guerra tra le villette confederate e gli appartamenti unionisti. Trincee scavate tra le linee di bosso e lanci di artiglieria pesante fatta da avanzi dimenticati in frigo. Cucchiare sguainate e bidoni dell’umido come fortini.

Come andrà a finire? Solo la storia ce lo dirà!

Non è che se ti penti di non aver pranzato poi ti senti i rimorsi della fame

È narrato nelle Argonautiche che l’indovino (e re) Fineo ogni volta che i servi gli preparavano da mangiare le mostruose Arpie d’improvviso planavano dal cielo sulla tavola a rubargli il cibo, insozzando ciò che ne rimaneva.

Una cosa simile mi accade quando vado a dormire. Dopo essermi lavato, preparato, coricato, aver letto, tranquillo, spengo la luce e chiudo gli occhi e all’improvviso arrivano. Le mie Arpie sono pensieri che da quel momento si mettono in moto e mi ritrovo a dover scacciare.

Eppure non avrei di che lamentarmi. Il solo pensare di farlo mi fa provare rimorso. Ma questo fa parte di un senso di colpa interiorizzato che si è incapsulato tra la bocca dello stomaco e il tormento. Appartengo alla generazione di quelli che, da famiglie, maestre e comunità educante in generale, hanno subìto la pressione psicologica del “Mangia. Pensa ai bambini dell’Africa”. Una volta quando alla scuola elementare si presentò un’associazione parrocchiale X a distribuire una scatolina in cui raccogliere spicciolini di offerta per l’Africa, donai 10mila lire, per emendarmi dei miei peccati alimentari e anche per comprarmi l’immunità di qualche capriccio.

A 8 anni già ero pratico della compravendita di indulgenze.

Non dovrei lamentarmi. Non lo faccio.

Riflettevo solo che l’attuale situazione rappresenta una sconfitta o una battuta d’arresto per chi come me ha impostato la propria vita in una modalità non stanziale e non improntata a un progetto di vita familiare. Negli ultimi 4 anni ho vissuto in 3 città diverse. Ho avuto relazioni sentimentali – valide per un’autocertificazione – in altre due città, sempre lontano regione a centinaia di km. Nulla di eccezionale o stravagante, beninteso, ma tra le persone strette che conosco, fatta eccezione per una che ha praticamente girato tutto il Medio Oriente, sono l’unico. E oggi, fermo, mi sembra di ritrovarmi con un pugno di mosche.


Che fa anche schifo, insomma, chi mai vorrebbe tenere in mano delle mosche?


Si dice che “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.

Tralasciando il fatto che slogan come questo mi fanno venire voglia di andare in giro a leccare i sostegni dei vagoni del treno, non mi è chiaro la normalità problematica da non riproporre più quale sarebbe.

Precarietà. Sfruttamento del lavoro. Le fondamentali “Esigenze di produzione”. Inquinamento (no, non significa niente che durante la chiusura sia stato avvistato l’ippopotamo blu della Lines in centrocittà). Queste cose le avremo ancora. Anche di più, ne abbiamo visto esempi. Un esercito invisibile alla retorica – tipo i corrieri in giro anche di domenica – ha continuato a lavorare mentre ci dicevamo facendoci da soli pat pat quanto eravamo bravi perché #iorestoacasa.

Quindi non mi si dicano favole, che appena si potrà tornare a bere in pubblico sennò vi piscio nei bicchieri. Andrà tutto pene.

Quindi io che da una vita cerco di esser normale ora non so in cosa dovrei riprogrammarmi.

E quindi fatico a prender sonno. Cazzi tuoi, diceva il saggio:

Non è che un tipo bizzarro si trovi in libreria perché è il posto dei bei tomi

Lunedì, in giro per delle commissioni, sono andato anche nella mia libreria di fiducia, che quel giorno aveva riaperto dopo due mesi. Ci sono andato in bici, ma, incerto se fosse attività praticabile in quanto spostamento con mezzo di locomozione o proibita in quanto considerabile attività sportiva o ancora consentita purché senza finalità ludico/ricreative, pedalavo in moviola con una smorfia da pagliaccio triste. A un certo punto ho quasi imparato a stare in surplace.

Un paio d’ore dopo, circa, sono stato contento di rimettere finalmente piede nella libreria. Prima della chiusura era il luogo di ritrovo di vari personaggi stravaganti. Ne cito alcuni:
Il Maestro: che un giorno, senza che gli fosse chiesto, si è messo a dare lezioni di scacchi nella libreria e aveva proseguito nelle settimane successive. Un giorno gli è stato fatto notare che la libreria non è un circolo e lui si è giustificato dicendo che voleva fare proseliti per il club di scacchi. Al che il mio amico gli ha chiesto Allora al club di scacchi io potrei presentarmi coi libri a far proseliti per il gruppo di lettura? Il Maestro non è più tornato.
Il Premio Strega: ce ne sono diversi. È il tipo che afferma che nella libreria non deve assolutamente mancare il suo libro, perché lui è autore, sceneggiatore, regista, artista, fanculoalmondoista, Netflix gli ha già comprato per 20mila euro il soggetto (davvero, c’è chi ha detto così). Poi guardi il libro è vedi che a) è scritto per un editore a pagamento; b) è di 50 pagine scritte in font 18; c) ha evidenti errori di sintassi; d) infine se lui è tanto importante e conteso non si capisce perché abbia bisogno di mettere la bandiera in una piccola libreria di città a tutti i costi.


Nota: La mia idea sugli editori a pagamento (da non confondere col self-publishing), frutto di una valutazione generale – che non toglie ci possano essere casi particolari diversi – è che l’autore per loro sia un semplice cliente cui vendere un prodotto: la pubblicazione. Tolto quello, non c’è alcun interesse a una fase di editing, anzi, spesso non c’è proprio un editing, perché non esiste un piano editoriale concordato, fatto anche di promozione e distribuzione (e questo spiega perché l’artista di cui sopra debba andare porta a porta a elemosinare un posto sullo scaffale). Tutto ciò comporta che, alla fine, molti libri pubblicati con edp siano di qualità infima e non solo per punteggiatura e ortografia (che alcuni edp controllano anche) ma soprattutto per costruzione della trama, stile, coerenza narrativa.


Il negozio è triste e sta sempre qua: Quello che viene, chiacchiera, si lamenta per due ore, conclude dicendo No basta non torno più. E poi il giorno dopo ritorna.

Avendo trovato il mio amico a rassettare, gli ho chiesto come si regolasse con le norme igieniche: insomma, la gente raramente entra e dice “Voglio questo libro”. Chi fa così in genere lo fa per un regalo o per uno specifico evento (es. l’uscita programmata di un’opera di una serie). Nella maggior parte dei casi, le persone girano, guardano, sfogliano e leggono. In poche parole, toccano. Quindi, se decine di mani si posano sui libri, mani che sono state altrove, in giro,  come si fa di questi tempi? La gente non può più sfogliare libri?

– Eh o debbo disinfettarli con la candeggina oppure obbligare la gente a comprare i libri che hanno toccato
– Va be’ ma la candeggina li rovina
– Appunto. Quindi?

Ha detto ammiccando al libro che avevo appena tirato fuori dallo scaffale.

Scherzo, non è andata così.
Però il libro l’ho realmente preso perché dopo averlo sfogliato e maneggiato sul serio mi sentivo un po’ untore.