Non è che devi far riposare gli oli esausti

Ho un problema, sì, uno dei tanti, ma uno di questi non è che proprio mi appartiene. Oppure sì, forse me lo pongo solo io. Il fatto è che noto parecchio esaurimento nelle persone che mi circondano, vedo le loro nevrosi, le loro schermate blu di Windows in cui Razionalità.exe ha smesso di funzionare.

Anche io sono un esaurito. E ho un altro problema, molto probabilmente connesso al primo. Mi destabilizza l’insofferenza altrui. L’insofferenza verso il cameriere che tarda ad arrivare, l’insofferenza verso il semaforo rosso, l’insofferenza verso la pioggia, l’insofferenza verso gli insofferenti.

E seppur io non sia responsabile né parte in causa del fastidio altrui, ciò che gli altri provano ed esternano mi causa malessere. La negatività si spande per l’aria come una fuga di gas ed è contagiosa. Mi consuma le energie e mi rende esausto.

C’è un romanzo di John Kennedy Toole intitolato Una banda di idioti; in questo romanzo il protagonista è Ignatius, un uomo di trent’anni con l’irriverenza di John Belushi – che infatti avrebbe dovuto interpretarlo nel film tratto dal libro – la stupidità di Homer Simpson e l’impeto battagliero di Don Chisciotte. Una sua caratteristica, o frase che ripete spesso, è che in contesti di conflitto lamenta che gli si sta «chiudendo la valvola dello stomaco».

Ecco, nei contesti di malessere e negatività diffusa come una profumazione d’ambiente io sento che mi si sta chiudendo la valvola e vorrei dire basta, smettetela, finitela di svalvolare, ma chi sono per bloccare le valvole altrui?

Sono esausto.

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Non è che la classe non è acqua perché gli studenti non si lavano

Io tutto, io niente, come cantava Guccini. Io che mi reinvento in abiti nuovi, io che ricomincio, io che faccio cose che mai e poi mai avrei creduto.

Accade così che sto tenendo un ciclo di lezioni nelle scuole. Sabato ho iniziato con dei ragazzini delle medie, piccoli e sperduti in un paesino dimenticato dall’ortodonzia. Tranquilli, interessati, mi sono detto che mi piace proprio quel che sto facendo. Il tutto intonando la Pastorale di Beethoven mentre tornavo a casa placido e sereno nonostante una bufera di neve improvvisa che mi ha fatto stringere il volante (e anche qualcos’altro) parecchio.

Oggi invece mi sono capitate delle classi di prima superiore di un ITIS. La colonna sonora nella mia testa:

Qualcosa nell’aria entrando nell’istituto mi diceva che non sarebbe stato facile. Qualcosa che sapeva di pollo in brodo, cipolle fritte e calzino di spugna di rugbista, il tutto lasciato a marinare con un piccione in decomposizione.

Un profumo come di spirito giovanile, parafrasando Kurt Cobain.

Mi sono chiesto: ma io anche puzzavo così, alla loro età? La risposta è sì: ricordo una volta una maglia che avevo usato per fare educazione fisica finì direttamente nella spazzatura, invece che nella lavatrice. Costava meno comprarne di volta in volta una nuova che consumare detersivo.

Le classi credo siano state assortite per carattere.

Quelli vivaci ad esempio erano tutti insieme, nella classe che mi sono ritrovato alla prima ora. Peccato avessi lasciato la mia frusta da domatore a casa, mi avrebbe fatto comodo. Poi ci sono stati gli scoglionati irrimediabili: stavo pensando di recidermi la giugulare di fronte a loro per ottenere un qualsiasi tipo di reazione e scuoterli dal loro coma. Poi ci sono stati quelli della classe degli interessati, che facevano domande, rispondevano bene, quelli della classe dei completi ignoranti, quelli che Sì ma alla fine quando si mangia? eccetera. Tutti divisi in questi macro-blocchi, il che rendeva la cosa più imprevedibile: avevo all’incirca 30 secondi di tempo mentre arrivavano e si accomodavano per capire che tipi fossero e tararmi su una modalità loro più congeniale. Confesso che un paio di loro forse avrebbero trovato congeniali un paio di calcioni, ma sono pacifista e inoltre la mia fedina penale preferisco farla restare pulita.

Però, ecco, devo confessare che quando capitava quello lì che faceva domande, si interessava, ed era magari proprio quello che sembrava più sbruffoncello, perdigiorno, studente svogliato, mi rincuoravo. Pensavo che se almeno in uno di loro avevo acceso una scintilla di un qualcosa, la mia giornata aveva avuto un senso.

Ciò non cambia che sto pensando a una vasectomia per non ritrovarmi, un giorno, ad avere in casa un 15enne, col suo spirito giovanile incluso.

Non è che il proprietario dell’azienda di fazzoletti sia proprio in grado di controllare il Tempo

Tendo spesso a fare il quadro della situazione. Ma non so dipingere. Ho investito la mia esistenza, dando forse in pegno anche eventuali successive vite, a cercare di acquisire quante più informazioni possibili per ottenere il quadro ogni volta. Avere il controllo.

Una cosa impossibile, com’è intuibile: esistono le variabili, gli imprevisti. Esistono le persone: non si può sapere cosa pensino. Questa è una delle mie più grandi fonti di disperazione. Il fatto di non sapere cosa pensi qualcuno di me o di qualcosa che riguarda me mi mette agitazione, ansia, nervosismo e tante altre cose su cui mi fermo qui perché non ho il dizionario sinonimi sottomano.

Sono conscio sia un bene non essere a conoscenza dei pensieri altrui. Sono anche convinto che però farebbe comodo, in certi casi. Quantomeno per non avere rimpianti.

Non ho mai confessato i miei ‘peccato’. Peccato sia andata male. Peccato che non abbia vinto. Peccato non ce l’abbia fatta.

Ho una lista di ‘peccato’ che non emenderò mai: li porto con me, esistono come se stessero accadendo in questo momento. E forse è così. Siamo abituati a concepire il tempo come unidirezionale. Perché mai? Perché vediamo l’acqua da un fiume andare al mare e non viceversa? Perché gli orologi vanno solo in un senso e non al contrario?Potrebbe essere soltanto la nostra percezione. Magari il tempo non esiste: passato, presente e futuro vivono nello stesso istante, uno dentro l’altro attorcigliati senza inizio né fine come in un disegno di Escher.

Nella mia mente, almeno, è così.

Ho immagini di me seduto all’ultimo banco, sulla sinistra accanto la finestra, in prima elementare, mentre sono impegnato nel mio primo colloquio di lavoro con una che vuole mandarmi a suonare i citofoni per vendere polizze sulla vita, andando in giro sulla mountain bike nuova del mio 13esimo compleanno, bicicletta che ho sfasciato soltanto 6 mesi dopo quel compleanno venendo investito da una Panda rossa, ma era colpa mia, ero troppo distratto dall’aver dato il mio ultimo esame all’università, che mi aveva dato un senso di euforia tale che ho chiesto cosa ci fosse mai in quella canna e mi hanno risposto sempre lo stesso, la differenza è che in quel momento a 17 anni avevo capito come aspirare.

Tutti questi momenti insistono e sussistono insieme, e, seppure persone, cose, edifici, in realtà non esistono (perché non ci sono più o perché sono cambiate nel frattempo), se io focalizzo l’attenzione nel mio ricordo, le vedo animarsi e/o ricostruirsi.

A volte mi sembra di sentire ancora la voce di mia nonna. È un’allucinazione uditiva. Una pareidolia: era qualcuno che parlava e il suono mi era sembrato somigliante a. Così come quando, accovacciato per muovere un cavo dietro al PC, con la coda dell’occhio sinistro mi sembra di vedere la gatta che dalla cuccia si alza per venire a poggiare le zampe anteriori sul mio ginocchio. Questa non è manco un’allucinazione perché più che altro è un’aspettativa di ricordo. Poi mi dico «Ah già» e svanisce.

O forse è la mia testa che sta svanendo.

Non è che uno sceneggiatore si consulti con un sarto su come imbastire una trama

Il mio stomaco non vuole saperne di rimettersi in sesto. E neanche in settimo.

La chiave è: inibitori di pompa protonica.
Io conoscevo lo zaino protonico dei Ghostbusters. E sapevo che non andavano mai incrociati i flussi.

Inibitore di pompa protonica.
Sembra il nome di un’attrezzatura da fantascienza. Trama: i nostri eroi devono fermare un pericoloso criminale dotato anche di superpoteri. L’arma per batterlo è costruire un fucile speciale che lancia raggi che bloccano i poteri del cattivo. Però serve trovare un oggetto particolare, senza il quale il fucile non funziona: l’inibitore di pompa protonica…

Le sceneggiature, fateci caso, sono fatte di standard e di cliché. Lo schema tipico di un film, in genere, è il seguente:

– Viene presentata una situazione iniziale. Vediamo dei personaggi, uno scenario, eccetera
– Tra i 10 e i 20 minuti dall’inizio c’è un colpo di scena (es. il protagonista scopre di avere un figlio e deve improvvisamente prendersene cura; i buoni incontrano il cattivo per la prima volta; muore qualcuno di inutile; la protagonista mentre si rade il perineo si taglia un’emorroide*…)


* Accade nel film Wetlands


– A quel punto tutto il film non è altro che una rincorsa della trama verso una nuova situazione di equilibrio, come se esistesse una entropia universale da rispettare. Ci saranno lungo la strada tutti gli ostacoli del caso (la mappa era sbagliata; le azioni in borsa sono in caduta libera; manca l’inibitore di pompa protonica…)
– A 15-10 minuti dalla fine c’è un contro-colpo di scena risolutivo (riappare un personaggio che si credeva morto; un membro del gruppo si rivela un impostore/nemico; un oggetto apparso all’inizio del film e di cui non si capiva la funzione si scopre necessario…)
– Fine

Vale per tutti i film. Per lo meno quelli della grande distribuzione. Pur cambiando genere, attori, regia, sono fatti tutti con la medesima ricetta preconfezionata. È quello che il pubblico vuole vedere. Tutto ciò è rassicurante: ci piace il prodotto, perché sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo bisogno di sapere che tutto andrà secondo quello che sarebbe secondo noi l’ordine naturale delle cose.

Da quando mi sono reso conto che il cinema non fa altro che servire dei polpettoni triti e ritriti*, non riesco più a seguirlo come una volta.


Una di quelle grandi illuminazioni che ti colgono mentre ti togli il lattughino dai denti, del tipo “Ehi, ma nel logo del Carrefour c’è una C nascosta!”


D’altro canto, lungi da sembrare uno snobbone di quelli che “Sotto le 4 ore e a colori non è vero cinema”, dico che mi capita anche di annoiarmi con il cinema d’arte, che ha eppure il vantaggio e il merito di uscire dagli standard di scrittura descritti sopra.

Mi trovo così in un limbo in cui passo serate a chiedermi cosa minchia guardare e alla fine si fa troppo tardi e finisco per non guardare niente, perché non mi vanno i polpettoni triti e ritriti e non mi va neanche un cinghiale seduto sullo stomaco (rappresentato da un film estone in camera fissa con due dialoghi).

Le serie tv sono una buona via di fuga: un episodio dura meno di un film, tengono sempre alta la tensione narrativa (chi più chi meno). Ma anche su quelle negli ultimi tempi fatico a trovare qualcosa di valido.

E poi dicono che mi viene la gastrite!

Non è che a Carnevale ti metti un paio di guantoni da portiere per fare la parata

Febbraio da bambino per me ha sempre significato una cosa: Carnevale. Anzi, due cose: Carnevale e trauma da travestimento. Ho un passato di costumi vergognosi che ho già rivangato abbastanza su queste pagine.

Per evitare che qualcuno cada nei miei stessi errori, ho pensato a dei consigli sui migliori travestimenti per il Carnevale 2019, per grandi e piccini. E pazienza se sono in anticipo di un mese: è Carnevale a esser scostumato presentandosi tardi.

I MIGLIORI COSTUMI PER IL CARNEVALE 2019

Malattia sessualmente trasmissibile
Distinguetevi dalla massa sfoggiando il vostro costume da sifilide, da gonorrea, da candida, da herpes genitale! Sarete l’attrazione della festa e desterete invidia e ammirazione dei presenti.

Remake Netflix
Prendete un costume classico, uno a caso, anche usato, dal vostro armadio dei ricordi, reinventatelo senza senso. Cambiategli sesso (Colombina potrebbe diventare Colombino, per dire) e mettetegli qualcosa di moderno (ad esempio al posto della mascherina un bel paio di occhiali da cantante trapper). Un trucco: create grande attesa per il travestimento, dicendo ai vostri amici nelle settimane precedenti che il vostro sarà un costume eccezionale e, poi, fate in modo che si riveli penoso e osservate la delusione negli occhi altrui!

Inquisizione spagnola
Molto indicato per quelli che amano i costumi storici, il travestimento da Inquisizione spagnola vi darà un tocco raffinato ed elegante senza dimenticare un po’ di sana goliardia degna di quell’epoca. Disponibile nelle versioni Tribunale e Consiglio Supremo, con torturatore professionale incluso. Upgrade disponibile: rogo in piazza.

Commento da hater
Il Carnevale vi disgusta? La gente mascherata è ridicola? Cambierete idea dopo esservi vestiti da Commento da hater! Indossate il vostro disprezzo e nettatevi le terga con i banali travestimenti altrui, con il Commento da hater. Un tocco di classe: decorate il costume con un vezzoso Maalox, ciao rosiconi! che non passa mai di moda!

Bitcoin
Esclusivo e originale, il travestimento da criptovaluta è ottenibile soltanto collegandosi a una complessa infrastruttura informatica sfruttando la potenza di calcolo del proprio PC per contribuire al mantenimento della infrastruttura stessa (una roba da smanettoni). Il costume verrà sbloccato come ricompensa al raggiungimento del contributo necessario. Considerato però che per la potenza che ha un normale computer domestico ci vorrebbero secoli per farlo, le strade sono due: dotarsi di un hardware da 1 milione di euro oppure partecipare in cooperativa in rete con altre migliaia di smanettoni ed essere ricompensati con un pezzetto di costume a testa. Più esclusivo di così!

Epidermide di Donald Trump
Attenzione, diffidate dalle malriuscite imitazioni: alcuni negozianti fraudolenti spacciano il costume intero da Trump, spogliato di ciuffo di capelli color pulcino denutrito, dito alzato e voce fastidiosa, come quello della sua pelle color succo ACE. Non fatevi ingannare: il travestimento originale è l’unico costruito interamente con una bella dieta a base esclusivamente di carotenoidi (carote, zucca e pomodori) e rinforzata da creme abbronzanti di pessima qualità e ustioni da lettino solare.

Reddito di Cittadinanza
La novità del 2019! È fresco, brioso, desiderato, adatto a giovani e meno giovani. Disponibile anche la versione premium con Navigator personale dal Mississippi che vi seguirà ovunque, anche al bagno e in versione illegale con beni immorali.

Non è che serva un consulente del lavoro per i muscoli doloranti perché sono contratti

Ogni tanto mi piace scrivere guide o tutorial o consigli in generale. Non l’avessi mai fatto. Sempre più persone mi fermano per strada dicendomi «E perché non parli di questo?!» cui fanno eco altri «E allora quest’altro?!». Io in genere svicolo indicando una ONG in lontananza e scappando.

Mi sono reso conto però di non aver affrontato mai, con dovizia di particolari, un tema importante come quello del lavoro. In particolare, i contratti. Quali sono? Come funzionano? Come ottenerne uno? A due di queste domande posso rispondere e, per farlo in maniera chiara e comprensibile, utilizzerò come esempio le relazioni  uomo-donna (o uomo-uomo o donna-donna).

TIPI DI CONTRATTI DI LAVORO

A chiamata
Quando ti cercano per andare a letto senza impegno, anche all’ultimo momento, non avendo trovato di meglio. Poi, ognuno per la propria strada.

Prestazione d’opera occasionale
Una trombamicizia: ci si vede quando capita, per non più giorni consecutivi e senza alcun vincolo. È possibile avere altre relazioni nello stesso tempo. Ha però una durata limitata, anche se c’è qualcuno che se ne approfitta e la trascina oltre quello che sarebbe il consentito. A volte capita che chi inizia questo tipo di contratto, pardon, di relazione, spera in qualcosa in più; oppure, capita che si affezioni alla situazione. Sbagliato. Le prestazioni occasionali difficilmente diventano qualcosa in più.

Partita IVA
Chi sostanzialmente si vede e tromba con chi gli pare perché tanto è convinto che non deve rendere conto a nessuno. Poi però arriva qualcuno incazzato, possono essere ex amanti o mariti traditi e rispondono ai nomi di Finanza, Commercialista, Agenzia delle Entrate.

Apprendistato
Chi inizia una relazione sperando che sia a lungo termine, ma, nel frattempo, deve superare tutta una serie di scogli e di prove per dimostrare di essere la persona giusta.

Tempo determinato
Una relazione che sembra stabile, in cui si fanno anche progetti e magari si va a vivere insieme e ci si abitua all’idea di qualcosa a lungo termine. Ed è in quel momento che finirà perché «Mi spiace, non posso tenerti con me».

Tempo indeterminato
Una relazione fissa, stabile, l’auto, il mutuo, gli animali domestici, il set per la fonduta. Hai investito per tutto questo e poi ti rendi conto che non era quel che volevi e ti senti incastrato. Ma ormai hai un’età, per non restare a spasso ti tieni quello che hai così com’è.

Stagista/Tirocinante
Chi si vede con qualcuno sperando di contare qualcosa, mentre invece magari è solo il suo oggetto sessuale. Pur rendendosi conto di essere sfruttato e di valere poco, spera che mettendo in luce le proprie qualità l’altra persona si accorga del suo valore e decida di tenerla con sé. Ed è in quel momento che questa persona dirà «Mi dispiace, non mi sento di impegnarmi in un rapporto a lungo termine». Due mesi dopo incontri questa persona per strada con la fede al dito.

Lavoro in nero
Chi è in una relazione clandestina. Può andare avanti per anni, con l’aspettativa che prima o poi le cose cambieranno e la relazione verrà ufficializzata e legittimata. Non avviene mai.

Spero ora sia tutto più chiaro!