Non è che serva un camionista per un buon rimorchio

Una volta mi dissero che chi scrive a qualcuno dopo le 22:30 non lo fa per amicizia.

Mi chiedo come abbia fatto l’autore della riflessione a giungere a tale, precisa, conclusione.

Conclusione precisa ma ahimè incompleta di eccezioni e corollari. Quando scrivono alle 22:29 cosa vuol dire: “Soffro di ansia da prestazione e mi anticipo”? “Ti desidero ma non fino a quel punto”?

E quando vorrebbero scrivere alle 22 ma all’improvviso va via la connessione e il messaggio resta in sospeso e viene inviato, poniamo, dopo le 23? Insomma, conta l’intenzione o il tempo limite?

Quante complicazioni con questa modernità.

Ho ripensato a questa cosa quando ieri sera un’amica mi ha scritto intorno mezzanotte. Per parlare di Dostoevskij.

In realtà mi aveva scritto una prima volta alle 22, poi c’è stata un’interruzione e ha proseguito a mezzanotte e oltre.

Che confusione, quindi! Come andrebbe considerato questo evento?

Ovviamente si scherza, ho premesso che trattasi di un’amica.


Amica-amica, no amica con beneficio.

 


E poi scrive di Dostoevskij, chi approccerebbe così? Certo sarebbe stimolante – non per la peristalsi, beninteso – che le persone interagissero in via non amicale in tal guisa.

“Sai, quando mi hai nominato lo starec Zosima ho provato qualcosa…”

Anzi, perché limitarsi solo al romanziere russo:

“Escile le Tesi di Kant”
“Voglio vedere il tuo Zibaldone”
“Sono troppo sfacciata se ti chiedo di farmi vedere il tuo Pendolo di Foucault? Ne ho già viste altre edizioni ma non mi hanno soddisfatta…”

Una volta mi vedevo con una ragazza che, non ricordo in che occasione, mi tirò fuori l’Ἀποκολοκύντωσις (Apokolokýntosis). Non è una metafora sessuale.


Trattasi di un testo satirico attribuito a Seneca riguardante la trasformazione dell’Imperatore Claudio in una zucca.


Dato che fu divertente, da quell’occasione, ogni tanto, glielo facevo ripetere. Al posto di farmi dire “Quanto sei bello” (che poi neanche lo sono e sarebbe suonato poco credibile), lei mi pronunciava Ἀποκολοκύντωσις.

Sì, sarebbe divertente e originale.

Per cortesia, non ditemi che però è solo Il sogno di un uomo ridicolo. Va bene, magari Dostoevskij a tarda ora non è mica un piatto leggero. Si rischia di finire a fare Le notti bianche come un Idiota, lo capisco: ma non c’è bisogno che mi trattiate come un Adolescente!

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Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi

C’è una persona su negli uffici dirigenziali con la quale, a distanza, non credo di aver instaurato un buon rapporto.

Diciamo pure che mi sta sul cazzo, per usare un termine sociologico.

Non mi piace il suo modo di porsi, un po’ maestrina e un po’ indisponente. Un atteggiamento che purtroppo ricorre anche in me, per questo so riconoscere subito una persona che si comporta così.

Ci siamo solo scambiati delle mail e non avendo mai parlato di persona o a voce (tranne la prima volta che me la presentarono, al telefono, quando lei esordì dicendo “Comunque noi siamo già in contatto su Linkedin”- nota, non era affatto vero), non abbiamo familiarizzato. C’è sempre un po’ di tensione nei nostri testi, per non dire che sembra che ci manderemmo volentieri a fare in culo se non ci trovassimo in un contesto professionale.

Mi conforta aver scoperto che non sono il solo a non tollerare i suoi modi.

Una volta credo di averla proprio fatta sporca. Lei mi aveva cercato al telefono e, non ricevendo risposta, scrisse una mail mettendo in copia il mondo intero esordendo con Gintoki, ho provato a chiamarti ma non ti ho trovato, facendomi fare brutta figura come se io non fossi reperibile in orario di lavoro.

Siccome non sono per niente rancoroso e vendicativo, risposi alla mail scrivendo: Ciao, sentiamoci pure domani per il confronto da me richiesto in data xx (vedasi mail di quella data) e già che ci siamo parliamo pure di quell’altra questione, da me richiesta in data xx (vedasi sempre mail di riferimento).

Ero dalla parte della ragione, in quanto da 3 settimane attendevo un feedback mai ricevuto. Se mi si fa pesare un’assenza, io faccio pesare una mancanza.

Ahimè questo mi avrà precluso le porte della sua simpatia. Dopo altri simpatici scambi, oggi mi ha scritto:

Carissimo Gintoki, in attesa di vederci il XX, ti chiedo un feedback […].

A luglio dovrò salire su per un “momento formativo” – lo definiscono così – con altri colleghi di altre zone d’Italia. Quel in attesa di vederci il suona come una minaccia. A parte che dove sta scritto che dovremmo vederci? E magari parlarci?

Mi sta facendo capire che mi aspetta al varco. Forse vuol mettermi pressione con questa dichiarazione.

Sun Tzu mi sconsiglierebbe di presentarmi: sto per andare incontro al nemico in casa sua. Condizione sfavorevole.

Potrei anche rinunciare a partecipare, in fondo già qualcun altro ha negato la presenza causa impegni. Però non credo mi disporrebbe bene con tutti gli altri. Inoltre fuggire sarebbe da codardi. Sun Tzu magari non troverebbe vile evitare un confronto svantaggioso. C’è però un’arma cui Sun Tzu all’epoca non aveva pensato perché forse troppo gentiluomo e che io mi trovo a questo punto invece costretto a utilizzare dopo tanti anni dall’ultima volta che l’avevo usata.

ATTENZIONE: Ciò di cui sto per parlare non vuole nel modo più assoluto essere un invito o un’istigazione a utilizzare questo strumento. Anzi, ne sconsiglio fortemente l’uso, già vietato in 53 Stati delle Nazioni Unite per il suo coefficiente di pericolosità e per chi lo mette in atto e per chi lo subisce.

A mali estremi, comunque, estremi rimedi.

Alla mia nemica dovrò fare Il Sociopatico.

Il Sociopatico è un individuo totalmente privo di emozioni e reazioni. Non ostenta indifferenza, lui È l’indifferenza. Non muove un solo muscolo del viso, ha lo sguardo fisso ma non perso: pensa sempre a qualcosa di cui gli altri non hanno idea. Potrebbe essere come cucinare un trancio di tonno o come trasformare chi ha di fronte in un trancio di tonno. L’unico movimento corporeo che si concede è magari un leggero tic. Ognuno può trovarsi quello che più sente congeniale. Ad esempio, può essere un bel vezzo sociopatico quello di toccarsi in sequenza e con ritmo la punta del pollice con gli altri polpastrelli.

Il Sociopatico abbiamo detto che non lascia trasparire niente. Anzi, magari dà feedback – i tanto cari feedback della mia avversaria – spiazzanti pur di fronte a situazioni allarmanti.

Es. Indicano al Sociopatico la sua auto in fiamme:

– Beh…pazienza…tanto dovevo cambiarla…Certo che col fuoco bisogna stare attenti…un mio amico per accendersi la sigaretta aveva dimenticato che il gas fosse aperto…eh la vita è proprio un attimo. Tu fumi vero? Eh sta attento. Va be’ tanto tutti dobbiamo morire, no? In fondo l’essere umano è solo un parassita per il pianeta, gli animali sono meglio.

E se ne va dando all’interlocutore una pacca sulla spalla che sa di malaugurio.

Per poter attuare il Sociopatico avrò bisogno di parlar da solo con la tizia. In questo modo, lei penserà che io non stia bene con la testa e mi lascerà più in pace prossimamente. Se anche dovesse parlarne con gli altri non verrebbe presa sul serio. Hanno tutti una buona opinione di me, lo so per certo. “Sociopatico? Ma chi, Gintoki? Si presenta sempre bene, parla in modo impeccabile”.

Un’unica cosa potrebbe disinnescare Il Sociopatico. Che sia lei stessa una Sociopatica!

Non è che il produttore di guanti sia un tipo alla mano

L’estate sarebbe bella se solo sapessi dove mettere le mani.

Negli altri mesi le tengo nelle tasche di cappotti e giubbotti. Cammino con questa postura e parlo in genere con le persone sempre tenendole ben riposte. Le estraggo in caso di necessità, per sottolineare un concetto, per far loro prendere aria.

Nella stagione calda, indossando nella parte superiore solo una maglietta o una camicia, non ho dove riporre le mani. Le tasche dei pantaloni sono troppo distanti: tenere le mani lì ti dà una posa troppo ingessata. Quando cammini così sembri un bulletto di quartiere. Quando parli con qualcuno sembra invece tu stia rigido perché a disagio e ciò mette a disagio l’interlocutore.

Ho anche provato a camminare a braccia conserte, come un Cosacco del Don.

Non so che farmene a volte delle mani. E dire che sono uno che le usa tanto, gesticolo, tocco, faccio cadere spesso le cose perché sono maldestro. A volte però vorrei solo un posto dove riporle e tenerle a riposo.

Quando ho una ragazza sempre approfitto per allungarle le mani.

Mi è uscita male. Mi spiego meglio: voglio dire che cerco spesso il contatto. Una spalla, una coscia, un fianco. Anche una tasca. Pensano io sia un tenerone e abbia questo bisogno di contatto affettuoso. In realtà, in modo subdolo, cerco solo di riporre le mani da qualche parte.

Dico sempre: Tienimi la mano. Intendo, tienimela tu per un po’, adesso non mi serve e non so dove metterla. Fammi questo favore.

Succede sempre invece che le donne non capiscano e pensino io voglia andare in giro come una coppietta di adolescenti.

Che in realtà non c’è nulla di male. Gli adolescenti secondo me sanno un sacco di cose rispetto agli adulti.

Io però per ora ho deciso che le mani me le tengo dietro la schiena come un anziano che guarda un cantiere.

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Una foto di mani scattata senza mani. (Impilare tazze può esser un buon metodo per scattare una foto alle mani)

Non è che serva un capotreno dietologo per risolvere i problemi di linea ferroviaria

La vita di un pendolare è un Pendolino che oscilla tra il ritardo e il disagio, disse Schopenhauer.

Siamo così sfigati qui col trasporto pubblico che nella classifica delle peggiori linee ferroviarie non riusciamo manco ad avere il primato: la Circumvesuviana infatti è solo seconda.

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Mi sono reso conto di aver più volte citato in questo blog la Circumvesuviana senza però mai fornire qualche informazione aggiuntiva. Dato che per molti questa linea sembrerà solo un qualcosa di vago e astratto – mi riferisco soprattutto ai lettori oltre la Linea Gotica -, con questo intervento voglio fornire un quadro più completo e, perché no, anche invogliare i turisti a visitare questa nostra a torto sottovalutata eccellenza.

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Il meraviglioso sviluppo tentacolare della Circumvesuviana che con le sue propaggini è in grado di insidiare zone lontane tra di loro e mettere a repentaglio la vita dei loro abitanti

Innanzitutto, esistono due tipologie di treno: il blu e il rosso, un po’ come le pillole di Morpheus. In entrambi i casi rischi di finire in fondo la tana del Bianconiglio e vivere avventure spettacolari.

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I treni rossi sono in servizio da 30 anni. Ricordo che un anno di un treno equivale a un anno di un umano, un po’ come per cani e gatti. Quindi fate un po’ voi in che condizioni si trovino questi simpatici vecchietti.

Come tutti gli anziani, hanno qualche acciacco, sono incontinenti (quando piove le guarnizioni tra i vagoni imbarcano acqua regalando ai passeggeri graziosi giochi d’acqua e cascatelle), fanno tanto rumore ed emanano puzze strane a volte.

Quando i piove i finestrini non si riescono a chiudere. Quando fa caldo non si aprono.

I treni blu sono invece in servizio da una decina d’anni. Hanno meno posti a sedere e anche meno posti in piedi. Ancora ci si chiede lo spazio mancante da cosa sia occupato.

L’aria condizionata ha due modalità: spenta ed effetto Terre dell’Eterno Inverno. Dato che a differenza dei treni rossi i finestrini non sono utilizzabili dagli utenti in quanti sigillati (sono sbloccabili solo uno ad uno dalla chiave del capotreno), per non morire soffocati d’estate l’aria è accesa. È consigliabile salire a bordo con sciarpa e cappotto come se dalle Canarie ci si stesse imbarcando per Tromsø.

La frenata del treno blu è un tantino decisa e brusca. Per far capire, nel momento in cui il treno frena è in grado di far sperimentare per qualche secondo l’assenza di peso come si fa nei voli parabolici per allenare gli astronauti. L’atterraggio è un po’ da rivedere, invece. Non è simpatico sbattere col muso contro il bordo di ferro di un sedile o vedersi venire addosso un tizio 1,90 per 100 kg.

I passeggeri sono un altro fattore meraviglioso da tenere in considerazione.

Dopo anni di battaglie, sembra aver preso piede il partito del “Lasciate scendere prima di salire”. Qualche frangia dissidente che si oppone a tutto ciò e si vuole buttare dentro il treno appena le porte aprono uno spiraglio c’è sempre, però.

Una frase tipica che il viaggiatore sentirà spesso pronunciare da chi è fuori dal treno e si appresta a salire è “Andate nei corridoi, c’è spazio”. In realtà spazio oggettivamente non ce ne sarebbe, al che gli studiosi pensano che la frase sia slegata da un qualsiasi contesto reale e pratico e abbia più che altro funzionalità apotropaiche. Un po’ come i calciatori che si fanno il segno della croce prima di entrare in campo.

Se tutto quel che ho descritto finora vi sembra irrealistico, vi invito a venire a controllare di persona e a vivere lo splendido mondo della Circumvesuviana. Sperando che un giorno il primato possa esser nostro.

Non è che il tennista meteorologo sia esperto in rovesci di pioggia

Nella puntata precedente avevo raccontato di uno pseudo apprezzamento ricevuto da due tizie reduci da Oxford.

Oggi sono ripassato per la stessa strada e mi sono trovato di nuovo davanti le stesse due fomentatrici di adenoidi. Quando le ho superate, una delle due mi ha fischiato un fiuu fiuu – era più o meno così, scusate ma non so fischiare – alle spalle.

In realtà non so se ce l’avesse proprio con me ma comunque ho accelerato il passo.

Ho visto che lavorano in uno studio di tatuaggi. Tatuaggi brutti e tamarri, a giudicare dalle foto esposte e dalle decorazioni corporee delle due Naiadi.

È da un po’ di tempo che camminando per strada mi sento come un clown e di attirare l’attenzione. A tratti ho l’impressione di dimenticarmi come si cammina: mi guardo i piedi chiedendomi se sto passeggiando correttamente e in quel momento inciampo. Anche su una strada liscia come un tavolo da biliardo riesco a incespicare in un ostacolo invisibile.

Ieri mentre mi avviavo verso la stazione è arrivato un temporale. È bello crescere ma riuscire ancora a farsi sorprendere dalle cose come un bambino: a me capita di farmi sorprendere dalla pioggia.

Fortuna che mi sono ricordato di avere un ombrello nascosto in fondo allo zaino.

Quando ho ripreso a camminare, ho visto una ragazza rifugiarsi al riparo sotto il primo balcone disponibile. Aveva un biglietto per la metro ben visibile in mano – non ho capito perché i biglietti della Linea 2 sono degli enormi e scomodi scontrini – e lì per lì ho pensato di offrirle un passaggio sotto l’ombrello visto che andavamo verso la stessa meta, 200 metri più avanti.

Non che io sia abituato a gesti di cavalleria con le persone sconosciute: ho sempre l’incubo che mi scambino per un maniaco e urlino e la SWAT cali dall’alto per immobilizzarmi e arrestarmi. Ma visto che ora viviamo in un buon momento storico per essere bianchi e italiani e non amare la pacchia dei balconi, ieri mi sentivo più sicuro di me.

Nel momento in cui ho pensato di avvicinarmi ho messo il piede su un chiusino. E lì ho realizzato che la struttura della suola delle Converse non le rende adatte a calpestare una superficie metallica e bagnata ma l’utilizzatore di Converse non lo sa e vola (per aria) lo stesso.

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Son slittato avanti e son rimasto in equilibro su una sola gamba con l’ombrello che mi ha per fortuna fatto da contrappeso impedendomi di cadere lungo per terra. Altro che Mary Poppins.

Il tutto sotto gli occhi della tizia, alla quale vista la mia l’esibizione non ho offerto alcun passaggio tanto la pioggia stava pure smettendo e poi con questo caldo rinfresca pure, no?

Non è che per Don Chisciotte il resto fosse Mancia

Quella volta mi scrisse “Non vedo l’utilità di essere “amici”, “conoscenti””. Virgolette comprese intorno ad amici e conoscenti. E lì fu la pietra tombale sulla conversazione.

L’utilità.

Qual diamine persona gretta parla di utilità riferendosi agli altri individui? Non è una tariffa telefonica, non stai mica valutando cosa ti sia più utile tra 1000 minuti o 30 gb.

– Salve buongiorno, è il Sig. Gintoki? Sono Gonorrea della Voltafogne, la contatto per questa nuova offerta che le dà un conoscente in più al mese per sempre
– No grazie non ne vedo l’utilità

Non ho mai ragionato in questi termini e forse ho sbagliato. Mi sarò precluso tante occasioni nel valutare l’utile in questo o quel rapporto.

Ci ritorno su riflettendoci mentre mi allontano dalla cena per andare in bagno. Chiudo come sempre la porta tenendola tra la punta di due dita perché penso a tutta la gente che la tocca senza essersi lavata le mani.

La minzione sembra interminabile e io continuo nelle mie riflessioni. È molto bello eleggere a pensatoio un cesso delle dimensioni di un metro per un metro di una trattoria alla buona .

Torno e cominciano ad arrivare i piatti. Io volevo solo un primo: 120 grammi di ziti al ragù napoletano. Alle 23 è meglio star leggerini. Però mi attiravano anche le polpette, sempre al ragù. Ma non ce l’avrei fatta a finirle insieme al primo piatto. La mia vicina di posto pensando probabilmente la stessa cosa allora mi aveva guardato facendomi: “Ce le dividiamo?”. Così le avevamo ordinate.

Non posso dire sia una mia amica. Non mi invita manco ai suoi compleanni. Direi quindi che sia più una conoscente.

E, improvvisamente, col piatto davanti da poter dividere permettendomi di gustare le polpette nella giusta quantità, ne ho vista l’aura di utilità nell’averla come conoscente.

Forse allora è proprio vero. Le persone sono utili. Almeno quando si tratta di cibo.

Non è che il fotografo pensi in negativo

Non odio l’umanità ma diciamo molto spesso trovo difficile conviverci.

Io lo so che è fatta di tante brave persone ma costoro sono troppo distanti da me e se è vero che un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce, allo stesso modo uno che spacca i maroni fa più casino di uno che evita di infrangerli.

Tra campagne di odio, campagne elettorali, campagne stampa, campagne marketing, io mi voterei alla cementificazione selvaggia per rinchiudermi in un cubo di cemento (abusivo) e isolarmi.

Vorrei provare a isolarmi da tutto ciò, spegnere tv, radio, computer. Purtroppo tutta la negatività ti raggiunge e ti circonda mentre sei sulla Circumputtanaevesuviana.

Anche al lavoro ascolti commenti di cui faresti proprio a meno a costo di forarti i timpani come Siegfried di Orion, Cavaliere di Asgard.

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Poi capita che ti chiamano da un’associazione, ti invitano a farti una passeggiata da loro. Vorrebbero qualcuno che li aiutasse a pianificare le attività, ti chiedono un confronto, senza alcun impegno.

Tu vai, anche se convinto di non essere la persona che fa al caso loro. Li ascolti, ammiri il loro impegno ed entusiasmo. Però fai presente che forse dovrebbero puntare su qualcun altro. Dici che proverai a far girare la voce tra qualcuno che potrebbe essere interessato, ti scusi per aver fatto forse perder loro tempo.

Allora uno ti risponde: “Tu sei venuto fin qua per venirci a trovare. E questo è già tanto”. E lo afferma con una tale spontaneità e solarità che sai che è sincero.

Allora un po’ ti rincuori. Puoi ancora incontrare brave persone e portar una scintilla di positività con te.

Non è che per fare un complimento l’economista studi un grafico monetario perché è un “apprezzamento”

Scena1/Esterni/Esterno di una casa
Una signora che abita in strada tutte le volte che torna dalla Sicilia porta qualcosa di tipico. Stavolta torna con del pesto di mandorle. Prima che io possa dire “Grazie” mi ficca un cucchiaio in bocca.

Poi mi fa “Non t’avevo riconosciuto, che bel giovane che ti sei fatto”.

Quindi prima mi ingozza come un’oca poi dopo mi riconosce. Va bene.

Dopo alcuni convenevoli, nel salutarla lei mi strizza la guancia e mi fa, di nuovo “Ti sei fatto proprio un bel giovane, che il signore ti benedica, che bel giovane”.

Scena2/Esterni/Marciapiede
Passo davanti a due tizie sedute su una panchina che così a naso avevano l’aria di letterate dedite alla degustazione di rutti e alle gare sportive di sputo del nocciolo di ciliegia.

– Wee, guarda questo. Wee dove vai?

Accelero il passo.

Scena3/Interni/Piscina, in acqua
– Istruttore: Allora ragazzi, 200 metri stile solo braccia e gambe incrociate
– Ragazza: E come si fa?
– I: Come sarebbe come si fa? Dai, te lo mostra lui (indicando me), guarda che bel ragazzo, guardalo guardalo.

Io ovviamente mi rifiuto e faccio andare avanti la tizia. Così almeno le guardo il sedere.

Scena4/Interni/Piscina, docce
Un signore, che già una volta quando gli avevo porto il doccino che serve prima di entrare in vasca mi aveva spruzzato d’acqua dicendo “Eh, altro che barba, ti devi sciacquare pure in petto”, mentre ero sotto la doccia mi guarda dalla testa ai piedi e poi mi fa: “Eh barba capelli ti dei lavare sotto sopra dappertutto, ti ci vorrebbe un autolavaggio”.

Rido. Poi penso che forse voglia il mio sedere e rido di meno.

Scena5/Interni/Piscina, spogliatoi
Rientro, un tale mi accoglie così:
– Wee, maschione.

Faccio un cenno con la mano e vado via.

Abbiamo trasmesso il Presa per il culo day 2018.

Oddio, la signora forse era sincera nel suo apprezzamento. Ma si sa come sono le signore di una certa età, dicono Come ti sei fatto bello, Come sei cresciuto, anche al cactus curvo e ingiallito nell’aiuola di fronte.

Non so perché oggi si siano radunate tutte queste attenzioni verso la mia persona.

Non è che chi prepara conserve stia sempre a pensare al passato

Ho incontrato una persona che non vedevo da anni e che ricordavo come persona brutta e antipatica. La bruttezza non la intendo riferita all’aspetto esteriore ma proprio alla personalità.

Si sa che la mente può portare su percorsi fuorvianti e adattare anche i ricordi, facendo apparire più bello ciò che così bello non era e più brutto ciò che così brutto non era. Essendo io uno che plasma di continuo il proprio passato come l’esperto in materia mi ha insegnato*, mi capita spesso di interrogarmi su quanto le mie convinzioni odierne su eventi e persone di tempi trascorsi siano aderenti alla realtà.


* E se non sapete chi, peste!


Una delle specialiste più note e riconosciute al mondo, storia vera, è la Dottoressa Elizabeth F. Loftus, psicologa esperta nella memoria e sui meccanismi che la regolano. I suoi studi hanno dimostrato che eventi, idee, condizionamenti e qualsiasi altro intervento successivo alla data del nostro ricordo possono modificare quest’ultimo convincendoci che siano vere cose che non lo sono affatto.

Orbene, i miei ricordi di un tempo possono quindi essere fallaci, ma la mia capacità di plasmare il passato ha fatto sì che oggi questa persona si presentasse brutta e antipatica così come io credevo di ricordare.

Vorrei quindi lanciare una speranza a tutti coloro che hanno dubbi e ripensamenti sui propri trascorsi: impegnatevi a fondo perché potete renderli anche peggio di come ricordavate, in barba a tutti i tuttologi fessoscopici di questo mondo.

 

Non è che il pastore faccia solo battute pecorecce

– Posso entrare oggi, per recuperare domani che è chiuso?
– Guarda che domani è rosso sul calendario, non si recupera. Non si entra quando ci sono i giorni rossi. Noi vi facciamo recuperare i turni quando non potete venire per un problema vostro, questa volta ormai sei qua e va be’ ti faccio entrare ma di solito non si può
– Grazie.

Tu abbozzi e ringrazi con tanta umiltà perché ti sta facendo un favore dall’alto della sua magnanimità. Che non sai manco dirlo senza incartarti. Magnanimità. Vorresti chiedergli se fa tali questioni anche a quelli che sono conoscenti suoi che delle volte vedi passare senza manco passare la tessera sul lettore. Tutti sono clienti ma alcuni sono più clienti degli altri, è evidente. Ma tu devi abbozzare e ringraziare perché ti sta facendo un favore.

Vorresti fargli notare che si può entrare lo stesso anche nei giorni rossi, magari meglio mettere un asciugamano prima e lavarsi bene dopo, ma lui c’ha sempre l’aria funerea di uno cui è morto il rosmarino sul balcone – tra l’altro solo con te, perché puoi giurare di averlo visto ridere – e quindi qualsiasi battuta pecoreccia per rompere il ghiaccio sarebbe fiato sottratto all’attività aerobica.

Ti chiedi cosa tu gli abbia fatto per stargli così sul cazzo da non rispondere manco a un Buonasera ma probabilmente lo scoprirai solo tra diverse stagioni quando ti rivelerà che ti odia perché hai fatto cadere un penny bloccando le porte*.


* Se non capite la citazione problemi vostri.

 


Non è vero, sono buono e rivelo la soluzione.


Quindi puoi solo ricordare quel vecchio adagio che recita: Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia: e qualcuno la sta combattendo contro di te.

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che tu debba aprir la porta per fare un’uscita a vuoto

Negli ultimi tempi non ho molta voglia di uscire e fare cose, a meno che non si tratti di mangiare. La conversazione riempie la mente ma il cibo riempie molto meglio dice un antico proverbio ticinese.

Giacché però mi conosco e so che anche quando non ho voglia di far qualcosa poi la faccio e scopro di divertirmi, mi son fatto trascinare a una serata diversa dalle altre.

C’è questo tale che, in cambio di una cifra simbolica, apre le porte (e soprattutto la cantina) della propria villa per ospitare serate di musica e cibo da dita e degustazioni di vino.

La differenza tra il degustare e conciarsi di merda sta tutta nel modo in cui tieni il bicchiere in mano. Il risultato però è il medesimo: il giorno dopo non ricordi come ti abbiano riportato a casa.

A questi eventi si presenta molta gente strana.

Mentre parlavo con due amici, un tale ci si è seduto di fronte:

– È libera?
– Certo…
– Ma ci sono persone del posto, qui? Non ne ho ancora incontrata una…
– Non saprei…lei è autoctono?
– No no io vengo da (non capisco dove). Voi di dove siete?
– Io e lui (indico il mio amico) da Terra Stantìa. Lei (indico la mia amica) da Località-di-mare.
– Ah va be’ lei quindi è bagnata.

L’abbiamo ignorato mostrandogli il gelo emanato dalle nostre spalle.

Nel corso della serata è tornato più volte tra noi tentando di attaccar bottone ma ha avuto poco successo.

Conosco bene la paura di far una gaffe o un’uscita a vuoto, per fortuna ho un forte istinto di autoconservazione che mi porta a mordermi la lingua prima di dir cose irreparabili, sacrificando l’organo per un fine superiore, cioè mantenere la dignità.

È importante mantenere sempre la disinvoltura.

Mi sono presentato a uno che pensavo fosse il proprietario. Apriva bottiglie, mesceva vino, intratteneva persone.

Non era il proprietario ma un tizio che passava di lì. Ma sono stato disinvolto fingendomi una persona cordiale e socievole.

Una signora si è girata verso di me dicendo qualcosa mentre scendevo le scale. L’ho fissata con uno sguardo inquisitorio come a dire Chi sei e cosa vuoi?. Mi ha guardato quasi spaventata esclamando un ciao interrogativo. In realtà prima si stava rivolgendo alla sua amica dietro di me. Quando me ne sono accorto ho finto di aver sentito un rumore in un’altra stanza e sono scappato via. Sempre disinvolto.

Mentre ormai il vino cominciava a mietere le prime vittime, un tale con una camicia più brutta delle mie ci si è avvicinato battendo le mani – fuori tempo – e mimando mosse di danza, credo per invitarci a unirci a un ballo cui lui era l’unico partecipante perché tutte le persone erano a morire stravaccate da qualche parte.

L’ho ignorato fingendo di essermi ricordato di un mio commilitone durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre con disinvoltura ma con un livello di difficoltà esponenzialmente aumentato dai gradi alcolici.

Siamo andati via dal luogo relativamente presto. Direi prima che la situazione si trasformasse in Eyes Wide Shut.

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