Non è che l’albergatore abbia un fucile di precisione per fare il checkin

Il bello di passare i 30 è quello di non doversi più giustificare.  Arrivo al sabato sera che sono stanco e a mezzanotte spesso sono a letto. Delle volte me ne sto direttamente a casa perché tanto nei giorni precedenti son già uscito.

Non è che io mi ammazzi di fatica. Anzi, mi sembra di non far niente. Eppure in settimana per impegni vari dormo poco e il mio tempo se ne va via senza neanche salutarmi.

Come se non bastasse, ho preso l’impegno di dare un aiuto a un’amica che gestisce un B&b e che è partita per un mese per il Giappone. Durante il week-end mi occupo dei check-in, che dovrebbero essere a orari fissi come nella maggior parte delle strutture di questo mondo. Ma siccome la mia amica vuol esser il top di gamma, come diceva quel tale, accetta check-in a qualsiasi orario.

Per tal motivo mi ha dato le chiavi della sua stanza personale: se c’è qualcuno che arriva alle 23 è più comodo e umano che io mi fermi lì nel Bed&breakfast.

C’è però un fatto che mi ha lasciato molto deluso. Prima di andarsene, ha chiuso a chiave l’anta dell’armadio dove tiene la biancheria intima! Che malfidente! Dico io, dopo tanti anni che ci conosciamo!

In verità la prima cosa che ho fatto appena entrato in stanza è stato guardare dentro l’armadio. Perché mi fa sentire tranquillo: non riesco a stare in un posto senza sapere cosa c’è dietro delle ante.

Quando vado a vedere una casa in affitto, la prima cosa che faccio è ispezionare dentro i mobili.

Quando dormo in un albergo, per prima cosa della camera guardo l’armadio.

E non certo per cercare dell’intimo!

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Non è che ti servano buone scarpe per affrontare un passo di un libro

Oggi non ho avuto neanche il tempo di entusiasmarmi per la notizia della conferma del rinnovo del mio contratto che sono stato impegnato in una call durata 80 minuti. Quanto una partita di rugby.


Si dice call perché telefonata è volgare: telefoni a tua madre, a tua sorella, alla tua ragazza, ai tuoi amici. Al lavoro fai solo call. Ne fai così tante che dopo ci fai il call.


 

Una delle due partecipanti, con cui non avevo mai parlato perché subentrata da poco, mi ha fatto: Gintoki, ciao, noi già ci conosciamo da tempo, su LinkedIn ci seguiamo da molto prima.

Come, scusa?

Per sicurezza sono andato a controllare. Non siamo in contatto e non lo siamo mai stati. Chissà costei con chi mi ha scambiato: dico io, Gintoki, l’unico, inimitabile, gatto domestico dotato di favella, confuso con chissà quale tizio qualunque?

Lei e l’altra persona con cui ero in comunicazione fanno parte dell’Ufficio Grandi Progetti. Detta così farebbe presupporre che ci siano uffici anche per i piccoli e medi progetti. E uffici per i progetti metà e metà che non si capisce da che parte vogliano stare.

Invece no. Solo Grandi Progetti. Ha un che di megalomane e classista.

Dopo circa una quarantina di minuti dall’inizio della telefonata, quando ancora non si vedeva la fine, ho cominciato a sentire un richiamo fisiologico. Succede, quando bevi mezzo litro d’acqua in un’ora.

Fingo di ignorare il richiamo.

Per 10 minuti.

Poi 20.

Mi sembrava brutto sospendere la telefonata adducendo scuse, così continuavo a resistere.

Al trentesimo minuto del secondo tempo della telefonata ho iniziato a camminare per l’ufficio – tanto ero rimasto completamente da solo – e a esibirmi in passi di danza e contorsionismi vari per tenere a freno la necessità. Ho fatto dei movimenti che neanche la Carolina Kostner dei giorni migliori.

Mentre mi esibivo nelle mie mossette, è entrata d’improvviso l’ultima persona che vorresti vedere mentre fai cose imbarazzanti e che non era affatto previsto arrivasse lì, in quel giorno, in quell’ora, in quel momento.

Chiariamo: non vorresti mai che qualcuno ti vedesse mentre fai cose imbarazzanti. Ma in una lista ipotetica, all’ultimo posto c’è di sicuro una persona: la psicologa.

Io sono terrorizzato dalla categoria. Temo non escano mai dal personaggio e anche quando gli stai parlando di cosa hai mangiato a pranzo durante una pausa caffè penso che loro stiano analizzando il tuo modo di parlare per capire quali conflitti irrisolti tu abbia col tuo pene.

Colto in flagranza di carpiato, ho fatto finta di nulla fingendo di fare stretching perché i migliori fisioterapisti consigliano di prendersi cura della propria salute in ufficio.

Lei mi ha guardato ed è corsa via nella propria stanza.

Ironia della sorte, un minuto dopo, la telefonata, pardon, la call, si è conclusa.

Non è che puoi usar un ansiolitico contro le agitazioni sindacali

Una volta uscii con questa ragazza che mi scriveva da qualche settimana. La conoscevo di vista, ma non ci avevo mai parlato perché sostanzialmente se ne stava sempre a braccia conserte, gambe incrociate e sguardo rivolto verso l’infinito e oltre.

Mi era chiaro che se aveva preso a scrivermi era per un interesse, ma io nicchiavo. Mi ero proprio fatto una nicchia in cui mi ero raccolto e facevo finta di niente perché non avevo proprio idea di cosa avessi da spartire con una donna – bella invero – di cui non conoscevo neanche il tono di voce.

Se non che una sera fu lei che mi inchiodò scrivendomi “Che ne dici di parlare davanti a una birra”.

Accettai.

Ero in ansia. Posso sembrar gatto spigliato sempre pronto con la coda ritta ma quando ci sono situazioni sulle quali non ho un controllo totale mi destabilizzo: chi era costei? Di cosa avrei potuto mai parlarci? E se fosse stata appassionata di trifonie della Mongolia Orientale e yoga trascendentale e quindi non avremmo avuto nessun terreno comune di conversazione?

Senza contare la sua apparenza apparentemente apparente come scontrosa: insomma, non ero nelle migliori condizioni mentali.

La andai a prendere sotto casa. Arrivò trafelata, correndo. Entrò in macchina e cominciò a parlare scusahofattotardiseiarrivatoprimamiofratellosièmessoemiamadrenonsaioggiquantaacquablablablabla.

Parlava a raffica. Masticava le parole. Anzi, le masticava, le risputava e le rimasticava. Io annuivo ma capivo un concetto ogni 3 e una parola ogni 5. Credo mi abbia raccontato che una delle sue amiche è un cane pincher. O che ha messo in casa un’amica facendole impersonare un pincher.

Andammo a prendere una birra. Mentre io sorseggiavo lei l’aveva tracannata tutta. Poi fumò una sigaretta in una sola tirata, aspirandone anche il filtro.

Dopo mi sembrò più rilassata, anche se continuava ad agitare le mani mentre parlava in modo così frenetico che credo abbia creato dei tornado in Florida.

E a quel punto realizzai: avevo di fronte una persona agitata per l’appuntamento. D’improvviso, l’illuminazione: se lei è più in ansia di me, di cosa mi preoccupo? Ho di fronte una persona che avrà i miei stessi dubbi elevati al quadrato.

Ed è così che vorrei brevettare l’invenzione del secolo per tutti noi agitati : l’Ansiogen. Un farmaco in grado di mettere in ansia gli altri. Si potrebbe nebulizzare nell’aria e farlo inalare all’inconsapevole vittima.

Sei nervoso per un colloquio di lavoro? Ansiogen! Metti in ansia il tuo esaminatore, e sentiti tranquillo mentre lui gronderà sudore per l’agitazione!
Primo appuntamento? Agitala/o come una bottiglia di Pepsi e rilassati!

Ansiogen: perché se tu sei in ansia, gli altri debbono allora esserlo più di te!

Non è che il turista se non va in pensione incolpi la Fornero

Sto cercando casa in centro a Napoli. A differenza di altre grandi città, il centro qui è una zona economica a livello immobiliare. Il problema è che da 3-4 anni a questa parte, complice il boom turistico della città, il centro storico si sta trasformando in un conglomerato di B&b o di affitti Airbnb. Tra un po’ ci saranno più turisti che abitanti: è una vera invasione, il Governo cosa fa? Non possono fare i turisti a casa loro? Sapete che ce ne sono alcuni che soggiornano negli alberghi, tutti i comfort, wi-fi gratuito, per soli 35 euro al giorno?

Mentre mi impegno nella ricerca, dormo a casa dei miei. Ciò comporta che capitino inconvenienti che, pur essendo io gatto fatto e cresciuto, mi procurano ancora qualche imbarazzo.

Ho l’abitudine di coprire il tatuaggio di vaselina quando vado in piscina. Precauzione in realtà che mi hanno detto inutile, una volta guarito. In ogni caso, porto il tubetto con me sempre in borsa.

L’altro giorno però non lo trovavo. Poi a casa l’ho visto nel mobile dove ripongo il portafogli, i ciondoli, eccetera.

Dato che sono sicuro di non avercelo messo io, temo che mi sia caduto dal borsone – cosa probabile perché ogni volta che torno dalla piscina lo svuoto per arieggiarlo e non fargli assumere quel bell’odore di calzino sudato aromatizzato al cloro – e uno dei miei genitori l’abbia riposto nella mia zona effetti personali.

Io non voglio sapere cosa possa pensare un genitore di un figlio con un tubetto di vaselina. Un tubetto fuxia.

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Ricordate che i tubetti – di vaselina e no – si spremono dal fondo. Chi spreme dall’inizio va all’inferno.

Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che ci sia la medaglia di bronzo per la Terza Repubblica

“Contro la capitolcrazia turborghese è necessario un nuovo umanesimo transistoriale dematerializzato nel composto dell’organico” scriveva Fusio Diegaro, storico avanguardista scomparso prematuramente durante un coito a tergo con una mietitrebbia.

Egli aveva teorizzato l’avvento dell’uomo del XXI secolo, cogliendo le potenzialità del rapporto uomo-macchina e delineando il profilo dell’essere umano del Terzo Millennio, della Terza Repubblica, del Terzo Segreto di Fahttinlà.

E io un essere umano del genere l’ho incontrato e non è una millanteria.

È l’unico esempio di mullet che io abbia mai visto in vita, essendo stato tale taglio dichiarato fuorilegge nel 1989. Ma lui era un contestatore. Indossava uno spolverino di pelle anche con 30 gradi all’ombra, perché l’uomo transistoriale trasuda umanità.

Vero impegnato politico, se non altro nella speranza che da rappresentante di facoltà potesse elemosinare più facilmente qualche esame per portare a termine una triennale entro 10 anni, agitava il pugno ma forse era solo per praticare del fisting a qualche compagna consenziente.

Leninista con le donne, stalinista con gli uomini, sansepolcrista il lunedì mattina, anarchico il venerdì sera quando scordava il portafogli a casa. Rivolgergli la parola voleva dire finire in un comizio. E pensare che gli avevi chiesto solo che ore fossero.

L’ho reincontrato dopo anni, impegnato a fare dei dj set alle feste di compleanno. Pareva cambiato.

Pensavo fosse a causa dei patemi con una sua fiamma, una praticante di yoga aerostatico. Sembrava più taciturno e nervoso verso il mondo.

In realtà lui si era evoluto verso una nuova dimensione dell’edilismo liberistico, come direbbe il Diegaro.

Ha cambiato look. Occhiale quadrato a specchio viola anche di notte, che crea effetti ottici come quelli del film Tron, codino da Steven Seagal, è diventato un onest’uomo che restituirebbe anche gli scontrini di un commerciante che fattura in nero: glieli fabbricherebbe lui solo per dimostrare che noi borghetalisti spessocratici siamo in profonda malafede. Sempre impegnato a livello teorico, taglia corto con qualunque discorso e argomentazione tua con un “Tutta invidia”.

Lo seguo ancora su fb. È per una democrazia 3.0 nostalgico dell’Armata Rossa e Salvini non è peggio di altri.

Quello che all’individuo poco attento potrebbe sembrare un emerito coglione, è in realtà l’esempio di uomo transistoriale che ha raggiunto la deiezione sintetica uomo-macchina, come avrebbe descritto il Fusio Diegaro. Lunga vita a Fusio (anche se non c’è più)!

Non è che il professore di educazione tecnica lavori al cinema perché sa fare le proiezioni

Ho recuperato fiato dopo venti giorni di sosta. Di diventare un atleta non mi interessa molto ma io vorrei giusto divertirmi senza poi ansimare come in un porno tedesco.

Ho recuperato fiato e volevo raccontartelo.

Ho recuperato fiato e ora posso parlar di più.

Abbiamo avuto tante conversazioni. Nella mia testa. A un certo punto hai iniziato ad anticipare le mie risposte e ho cominciato a credere che fossi io a esser solo una proiezione dei tuoi pensieri.

Poi mi sono guardato intorno – lo faccio sempre per ritrovare contatto con la realtà – e mi sono reso conto che forse non mi stavi pensando più manco per il gatto. Quand’è che hai iniziato a farlo? Mesi? Settimane? Giorni? Forse non lo hai mai proprio fatto durante tutto il tempo insieme?

Lascio andare via la nostra conversazione.

Va bene così. Vai via. Stendo tappeti per la tua fuga, li pulisco coi miei vestiti, con le mani, con la lingua.

Sì, avrei proprio voglia di leccarti la fuga. Prima di vederti di nuovo scomparire.

Non è che il tennista lavori in un pub per fare il servizio

Non ho più memoria della prima volta che ho messo piede in quel che da anni è il posto di ritrovo post serale solito nella mia città.

Si è così consolidato in una piccola piega del tessuto urbano-sociale da avere assunto connotati da cliché. Basterebbe guardare il contenitore portadolci accanto la cassa per rendersene conto: pasticcini impastati dalle mani della moglie del proprietario, che stazionano lì per anni come semplici oggetti ornamentali, stile Luisona di Benni.

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Lo spezzatino avanzato dal ragù della domenica può essere infilato in un panino. Foglia di alloro compresa. Uno dei tanti esempi culinari del ritrovo tipico.

Ricordi inoltre non ho di quando abbiamo cominciato ad avere un rapporto complicato con le cameriere. Complicato forse è un po’ troppo, diciamo che ci sentiamo sempre guardati un po’ male quando osiamo alzare il dito per chiedere, accolti con un grugno che sembra dire Se cercate guai li avete trovati.

La vita da cameriera in un pub è un inferno. Avanti e indietro, ordini che arrivano, ordini che non arrivano, clienti da tenere a bada.

Capisco che spesso ci sia poco da esser gioviali.

D’altro canto – e non lo dico perché sono la parte in causa – credo di appartenere alla schiera di clienti meno complicati del mondo. Sono anni che io e il mio compare ci accomodiamo chiedendo la stessa identica cosa: due Bass Scotch medie. Al massimo, un posacenere di contorno. Non sporchiamo, non strepitiamo, non chiediamo variazioni strane dei menù come panini alla segale cornuta ma senza la cornuta e senza il panino.

Non pretendiamo il posto a sedere: se non c’è beviamo in piedi fuori.

Ci scansiamo come Neo quando le vediamo passare cariche di piatti di trigliceridi esausti.

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Se è porno, cavoli vostri.

Il problema forse risiede proprio nella nostra discrezione e invisibilità: non abbiamo mai creato un rapporto umano con loro. Siamo forse gli avventori anomali, rispetto ad altri che ho visto scambiar qualche battuta con le cameriere e, addirittura, averle fatte sorridere.

Non che io non ci abbia provato a porre le basi di un minimo di contatto civile. Ammetto però tutta la mia incapacità per riuscire a portar a casa un successo.

Ricordo un’estate di due anni fa, in cui – in maniera improvvisa e inspiegabile – il pub divenne fino alle 22-23 di sera meta preferita di famigliole con bambini al seguito che correvano tra i tavoli, si lanciavano cibo, correvano tra il cibo e si lanciavano tavoli.

Sconcertato da tutto ciò, mentre la cameriera puliva il nostro tavolo decorato dai bambini da spruzzi di maionese e ketchup che ricreavano motivi di Pollock, per esser simpatico esclamai

– Certo però che questo una volta era un posto per adulti
– Eh.

Fine della nostra conversazione.

Lo riconosco, la socialità non è arte mia. Un piccolo aiuto dall’altra parte però sarebbe richiesto.

Ieri sera, evento eccezionale, una cameriera mentre riordinava i tavoli fuori in vista della chiusura ci ha rivolto la parola.

Poverina, è nuova: non ha capito o forse non le hanno spiegato che siamo dei paria.

Ci ha chiesto aiuto su come dovesse fare per bloccare scheda e cellulare, visto che nel pomeriggio aveva subito una rapina.

È simpatica. Sarà ancor più doloroso il momento in cui comincerà a lanciarci occhiate di rancoroso disprezzo come le altre sue colleghe.

Non è che devi mettere la freccia per dare una svolta alla tua vita

Capita delle volte al volante di perdere di vista il tragitto esatto, oppur di doversi fermare a riflettere sulla strada da percorrere o ancora di dover invertire la rotta; al che, per non intralciare, ovviamente, le altre auto, in genere imbocco la prima stradina laterale, deserta, inesplorata, magari senza uscita o che comunque non presenti segni né di traffico veicolare né di aerobiosi o di fotosintesi clorofilliana, nella quale insomma io possa essere certo che il mio veicolo non crei intralcio.

Ed è lì che, appena effettuata la svolta, quando alzo gli occhi verso lo specchietto retrovisore mi ritrovo un’altra auto incollata al culo con l’altro automobilista che dallo specchietto vedo incrocia il mio sguardo con i suoi occhietti vispi ed è lì, proprio lì in quel momento, perché deve passare.

E io allora, a parte pensare che esista un’organizzazione di C.A.G.A.C.A.Z.Z.I. (Camion e Automobili Guidati da Autisti Che Appaiono Zelanti Zuzzurelloni Improvvidi) che mi perseguita facendomi comparire qualcuno alle spalle proprio quando vorrei fermarmi, ripenso al fatto che in generale – automobili a parte – vorrei prendermela con l’universo che mi mette ostacoli, deviazioni, interruzioni o qualcuno attaccato al posteriore, ogni qualvolta vorrei raggiungere un semplice lineare percorso nella vita da A a B senza problemi.

Eppur non ci riesco, la mia razionalità mi impedisce di pensar ciò e quindi non so proprio con chi prendermela.

Eppur si muovono (le palle che girano).