Non è che l’ISIS possa rivendicare una notizia bomba

A novembre andrò a un festival musicale in Centro-Nord Europa. Non è proprio un buon periodo storico per gli assembramenti di persone durante eventi pubblici.

In genere però non ci si pensa. Le statistiche poi offrono conforto: è più probabile che io sotto casa incontri un tizio con un cacciavite in mano che mi chiede di vuotar le tasche.

E io nella concitazione temo di sbagliare ed estrarre un fazzoletto sporco, perché i fazzoletti di carta li riutilizzo più volte per non sprecare. Prima ne utilizzo un angolo, poi un altro e così via fino ad averli esauriti. E quindi ho sempre in tasca un fazzoletto moccioso. L’uomo del cacciavite, pensando che io voglia prenderlo in giro, mi darebbe allora un’avvitata alla milza.

Un amico che ama far dello spirito ci consiglia di star molto attenti durante il festival che È un attimo eh eh bum eh eh.

Quasi quasi lo compio io un atto terroristico. Così, per coglier di sorpresa tutti. E magari evitar problemi, come lo statistico che sull’aereo porta con sé una bomba perché è improbabile trovarne due sullo stesso volo.

Ho deciso, esplodo io.
Mi faccio saltare i nervi. In uno stanzino tra me e me stesso, senza preavviso.

Prima penso che brinderò.

Brinderò alle domande non richieste e alle risposte non avute.
Ai gomiti nello stomaco nella ressa sui mezzi pubblici e a due dita nell’origine del mondo.
Alle pelle del salame che viene via e ai nervi a fiori di pelle.
Alle ricette di cui ognuno ha la propria e alle opinioni come culi.
Ai bei culi e ai calci in culo.
All’assenza di fortuna e alle occasioni costruite da soli.
Ai film che fanno dormire e ai capolavori inaspettati.
Alle sale d’aspetto, i trasferimenti, gli aerei a orari improbabili e gli autobus transtatali.
Ai regali restituiti e i ricordi non cedibili.
Alle ricerche, gli sbagli, le penitenze, le ripartenze.

E potrei continuare a lungo ma mi fermo sennò mi disinnesco.

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