Non è che chiami i Ghostbusters per trovare lo spirito del gruppo

Siamo tutti potenzialmente dei bulli, chi più chi meno.
Nel momento in cui troviamo qualcuno ridicolo e condividiamo questo pensiero con altri, diffondendo la maldicenza (che batte la lingua sul tamburo?), stiamo compiendo un atto di bullismo.

Sono giunto a tale conclusione dopo aver visto tante persone, anche miei amici, diffondere – a volte con commenti che sottolineavano l’ilarità della cosa – il video degli impiegati di banca (che non riporterò qui) che partecipano a un contest interno, diventato celebre in questi giorni.

A me non fa ridere. Dietro tutto ciò vi trovo cose per me aberranti, come “lo spirito di gruppo”, “fare squadra”, “il senso di appartenenza”, “l’essere una grande famiglia”. Cose orrende perché giocoforza bisogna sottomettercisi, come fossero la Coppa Cobram.

Alla base di questi imperativi morali c’è l’azienda che spersonalizza il lavoratore rendendolo un qualcosa di sua proprietà che va modellato come il Didò.

Non esiste.
Sul lavoro io do sempre il meglio e mi impegno al massimo, per senso di responsabilità e dovere. E perché ovviamente ci tengo al mio posto di lavoro. Ma il fatturato dell’azienda non è il mio, il marchio dell’azienda non è il mio perché non ne ho uno addosso e non lo voglio avere. Voglio mantenere una mia identità anche all’interno dell’azienda e non sciogliermi nel mare di quest’ultima: ma sapete quanta gente facendo finta di nulla e sorridendo ci piscia dentro?

Anche perché si fa gruppo in maniera autonoma e personale, non perché qualcuno decide di mettere tutti insieme a camminare sui carboni ardenti credendo che dopo si diventi amici fraterni avendo i piedi ustionati.


Quando faccio questo discorso mi danno del comunista.
Allora per stare in pace con gli altri faccio come tutti e dico che in fondo tutto va male per colpa degli immigrati e allora la gente si rasserena.


Ho vissuto anche io degli eventi di animazione aziendale. Una volta dovetti prendere parte a un gioco di ruolo. C’era anche la colonna sonora (rubata al Signore degli Anelli) e un cappello da mago a disposizione. Io volevo quest’ultimo ma invece mi diedero il ruolo dell’acrobata. Il gioco alla fine fallì miseramente perché non portammo a termine la missione.


Ho visto giochi di ruolo con maghi, stregoni, elfi, cavalieri, ladri, assassini ma l’acrobata giuro che mi mancava.


Dopo il gdr c’era poi il momento confessionale e il momento di scrittura di pensierini su una lavagna. Una cosa imbarazzante.

Un’altra azienda invece spese qualcosa come 10mila euro per organizzare una giornata con un noto coach motivazionale. Uno di quelli che vive vendendo libri e dvd del tipo Diventa manager di te stesso o Sii il cambiamento che vuoi vedere in azienda o ancora Falla godere con un dito.


No, forse quest’ultimo è un altro tipo di coach.


La giornata era inoltre prevista di domenica. Quindi, oltre a lavorare 6 giorni su 7 anche il giorno di riposo andava consacrato all’azienda.

Credo di essere stato l’unico a non andarci.

Gli altri sembravano tutti entusiasti, perché poi il coach ha fatto spaccare loro delle tavolette come Karate Kid e ha fatto fare il gioco del Cadi all’indietro che tanto ti prendono gli altri. Io odio il contatto fisico a meno che non sia io a cercarlo, quindi figuriamoci se avrei mai potuto accettare una cosa simile.

Anche l’anno scorso ho avuto un momento formativo di gruppo aziendale. La cena di Natale era preceduta da un gioco aperitivo a sorpresa: una escape room. È una cosa divertente, in genere.

Non è divertente quando invece sei costretto a farla tuo malgrado con colleghi e capi. È stato agghiacciante. E non solo perché le sale erano gelide e umide.

Quindi non mi fanno ridere le performance dei dipendenti che devono sacrificare la propria dignità per dimostrarsi “motivati”.

Certo, poi la motivazione è importante e conta saperla trasmettere. Come quel dirigente che, in un discorso accalorato, ricordava ai dipendenti di come Napoleone, pur dato per fatto e finito, a Waterloo fece il suo capolavoro (cit.)!

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34 Pensieri su &Idquo;Non è che chiami i Ghostbusters per trovare lo spirito del gruppo

  1. L’unica motivazione che accetto è il rispetto della mia dignità da parte del datore di lavoro, anche se per alcuni non è un datore ma un gran elemosiniere. Solo questo mi può far lavorare nel mondo migliore per me e per l’azienda, tutto il resto è fuffa e ipocrisia cui le persone si sottomettono per necessità.
    Bellissimo post, bravo davvero!

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  2. L’acrobata sono quasi sicuro ci sia in Pathfinder, clone di d&d in cui quello che pensi esiste già, sotto forma di classe, razza o archetipo in generale.
    Il video in questione non mi faceva ridere senza conoscere i retroscena, conoscendoli ancora di meno.

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  3. Il video non l’ho guardato, mi è bastato vedere qualche fotogramma per capire che mi avrebbe messo a disagio. Lo stesso disagio che proverei se il mio capo fosse il Matthew McConaughey di Wolf of Wall Street, che fischietta la canzone dei soldi con tre Martini in corpo. Sarò comunista anch’io.

    E i commenti… vabbè, i commenti su internet non si leggono. Mai.

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  4. Anche da noi, fino a qualche anno fa, rompevano le scatole con questi incontri, giochini, confronti… per fortuna abbiamo cambiato padroni, e quelli nuovi non ci cagano più 😀

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  5. Già, lo spirito d’appartenenza, sudare per la maglia, sanguinare per la bandiera e altre rivoltanti invocazioni aziendali mi rendono nervoso. Come te lavoro al massimo perché a) sono fatto così b) mi piace ricevere soldi e potermi permettere di arrivare a sera senza dover vendere il mio corpo.
    In azienda vendo già anima e altro, quindi il resto mi piacerebbe tenerlo in proprio.
    Solo in un’azienda ho visto la cerimonia della premiazione dei vincitori, dei top seller, dei campioni… è partita Eye Of The Tiger e poi hanno tirato fuori banconote e dato i premi.
    Sono rimasto 3 giorni al lavoro e me ne sono andato.

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  6. Lo scorso anno la nostra project manager ha avuto una figlia. Data la difficoltà di trovare un sostituto valido, il capo ha deciso di mettere me a fare il suo lavoro. E il mio, ovviamente.
    Dopo 4 mesi ho avuto un aborto spontaneo, causato da troppo stress. Dopo 5, una settimana di malattia. Dopo 6, altre due settimane.
    Queste ultime mi hanno permesso di non andare all’evento aziendale per eccellenza, la cena di Natale… che mi ci vedo a mettermi in tiro per fare aperitivo e cena in centro a Milano, in un locale dove se non fosse per l’azienda non mi farebbero entrare se non per fare la sguattera?
    Il mio capo ADORA gli eventi mirati a fare spirito di corpo, tipo un corso sulla comunicazione (tra colleghi e coi clienti) dove appena si è presentato e ha aperto bocca ha tirato fuori due o tre cose che il docente aveva detto di evitare. Noi sghignazzavamo perché siamo persone poco serie, ma c’era da piangere.

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    • Mi dispiace molto per il brutto periodo vissuto. Ecco, questo è un altro aspetto delle realtà aziendali, dove se realmente si è una famiglia – come si sente ripetere in tutte le realtà – dovrebbe star a cuore la salute fisica e mentale dei suoi componenti. Un abbraccio 🙂

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  7. dove lavoravo prima avevano organizzato una giornata all’aria aperta in un parco avventura, con giochi di fiducia non da poco… io che la fiducia l’avevo persa da un po’ e stavo per andarmene da lì ad un mesetto… ho sfanculato e non ho partecipato ( da certe persone nemmeno mi faccio respirare vicino, figurati se mi buttavo giù da un albero con loro sotto a prendermi!)

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  8. Questa cosa del lavoro di gruppo non mi è mai piaciuta. Come non mi piace che non si bocci più alle scuole medie, perché se io sono in grado di fare meglio un lavoro rispetto ad un altro, non è assolutamente giusto che il gruppo si prendi il merito ed io debba condividere conoscenze che, magari, ho fatto tanto per acquisirle. Non so se mi sono spiegata. Poi magari c’è quello che gode dei favori del capo e si becca pure l’avanzamento di carriera. Nei lavori di gruppo, sia a scuola che all’università, ho sempre contribuito facendo il 90% del lavoro. E’ nella mia indole e sinceramente se vedo che il lavoro prende una brutta piega faccio di tutto per salvare il salvabile. Il risultato è stato che ho beccato lo stesso voto di chi invece se la grattava durante i lavori, e la cosa (visto che sono ambiziosa, ma non furba) non mi piace.
    Sti coach motivazionali mi sanno di logorroici. Vomitano parole senza un filo logico e stanno ore ed ore a sciorinare cosa potresti fare tu per diventare migliore, senza considerare il contesto. Vendi prodotti? Vuoi essere il migliore? Beh, non consideri il fatto che la maggior parte delle persone è senza lavoro e non ha i soldi per pagare le stronzate che vendi. Mio fratello li vede come i Santi in paradiso, ma a me danno fastidio anche solo se dicono buon giorno.

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    • Il coach motivazionale deve essere logorroico: la loro tecnica è proprio quella di stordire di chiacchiere gli ascoltatori, buttando lì delle parole chiave come successo, vittoria, risultato, obiettivo che stuzzichino la gente. Venditori di fuffa.

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