Il Vocaboletano – 34 – L’uosemo

Ricordo che una sera, dopo una cena a base di pesce quando ormai la tavola era stata già ripulita, si affacciò in cucina la gatta. Miagolava con tono insistito e disperato, quello che utilizza di solito quando vuol qualcosa: si era svegliata tardi e aveva mancato il pesce, anche se ne restava nell’aria l’odore.

Madre esclamò “Ten l’uosemo”.
La guadai stranito. Ma che cacchio voleva dire?

In pratica, l’uosemo è la capacità di percepire qualcosa che non è tangibile, che si avverte nell’aria anche se non si vede. Un esempio concreto è il fiuto del cane, che segue piste invisibili all’occhio umano. Difatti uosemo vuol proprio dire fiuto.

Si tratta di un arcaismo derivato direttamente dal greco antico: ὀσμή (osmé), che vuol dire appunto odore, fiuto. Dal termine greco deriva anche l’italiano usmare, parola desueta che ha lo stesso significato: odorare.


Da cui deriva anche un gioco di parole lombardo con il nome del Comune di Usmate e cioè Usmate Milano.


Il vocabolo non ha connotazioni esclusivamente canine: sentire l’uosemo, infatti, riferito a una persona, vuol dire subodorare qualche inganno celato, avere una cattiva sensazione: “questa faccenda puzza” sarebbe in italiano.

In senso esteso, l’uosemo è l’intuito guida: È gghiuto a (è andato a) uosemo vuol dire che è andato a naso, per intuizione.

Adesso scappo che fiuto odor di croccantini.

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