Non è che il giudizio su un muro spetti ai poster

Durante il confronto televisivo, i tre candidati alla segreteria di un partito hanno parlato di quali poster durante l’adolescenza avevano nella propria cameretta e quali metterebbero oggi (fonte Sky):

“In Camera da ragazzino avevo il poster di Gigi Riva. Oggi metterei Yuri Chechi che si è rotto il tendine come me, mentre ballavo”

“Io avevo il poster di Berlinguer e Allende. Oggi aggiungerei Mandela”

“A 15 o 16 anni? Prima avevo Baggio, poi l’hanno venduto. Inoltre Duran Duran e Bob Kennedy. Oggi metterei Obama, ha cambiato la storia”

Tralasciando dibattito, opinioni politiche e giudizi, queste risposte mi hanno dato parecchio da riflettere.

Sono giunto alla conclusione che io non potrei mai essere un candidato alla Presidenza del Consiglio, né alla segreteria di un partito, né all’amministrazione di un condominio e forse neanche alla guida di un circolo di bocciofila non agonistica.

Se ripenso ai miei poster non so che immagine io possa mai trasmettere.

Ad esempio c’è una Suicide Girl. Mi scuso con Un Artista Minimalista (non uno a caso, ma L‘Artista Minimalista, anche se in realtà è Un Artista Minimalista ma non uno a caso) perché ho dimenticato di nuovo di recuperarne il nome. Prometto di farlo.

Poi c’è Brody Dalle, una spacciatrice punk. Spaccia sé stessa per cantante, infatti. In questa diapositiva è ritratta 15 anni fa prima di andare a un pranzo di gala dove conoscerà il futuro marito Josh Homme dei Queens Of The Stone Age:

E poi ci sono Darth Vader e Spiderman.

Quale ispirazione potrei mai trarre e che esempio fornire?

Immagino una mia intervista durante la campagna elettorale:

– Dottor Gintoki, cosa risponde all’appello del Presidente della Repubblica all’unità nazionale durante il periodo elettorale?
– “I tuoi poteri sono deboli, vecchio!”
– Parole forti. Alcuni punti del suo progetto politico sono poco chiari e oscuri e lei sembra reticente a spiegarli. Ritiene forse che l’elettorato debba creder ciecamente ai suoi intenti?
– Trovo insopportabile la sua mancanza di fede (prova a strangolarlo con il pensiero)!
– Mi scusi, cosa fa?
– Io sono tuo padre!

oppure

– Dottor Gintoki, come immagina essere Presidente del Consiglio?
– Da un grande potere derivano grandi responsabilità.
– Ah.

Al di là del discorso politico, i miei poster non avrebbero avuto alcun appeal neanche da un punto di vista puramente socio-antropologico. Chi mai li avrebbe voluti ammirare?

Vuoi mettere, invece, dire a una donna “Vuoi salire su da me a vedere i miei poster della Prima Repubblica?”?


La Seconda Repubblica è mainstream. La Prima Repubblica, un tempo disprezzata, oggi è vintage d’autore. È come quei jeans anni Ottanta che sembrava uno/a avesse il pannolone. Guardati con sospetto sino a qualche anno fa, ora tornano di moda.


Insomma, chi sa se mai sarà vera gloria. Ai poster l’ardua sentenza.

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Il Vocaboletano – #15 – Taluorno

Siamo giunti al 15esimo episodio del Vocaboletano! Come cos’è? È il corso di napoletano facile presentato da me e crisalide. L’avevo già detto? Va bene, non ditemi che è diventato un taluorno

Con questo termine si suole indicare una noiosa ripetizione, costante e fastidiosa, puntuale come una cambiale. Anzi, proprio una cambiale può essere considerata un taluorno. Può esserlo una rata. Le bollette. Il traffico sulla tangenziale delle 8 del mattino. Anche il collega assillante e fastidioso con l’alito di toner esaurito può esser qualificato come un taluorno.

Un tipico detto napoletano è Ogni gghiuorno è taluorno. Ascolta l’audio.

Non c’è una ipotesi unica sulle origini del termine. Una vorrebbe farla derivare dal un latino un po’ barbaro tal+urnus, per l’appunto ripetizione. Si tratta di una forzatura, a mio avviso.

L’ipotesi più plausibile è quella che ricollega taluorno al latorno, una litanìa ripetuta e incessante cantata durante le cerimonie funebri. Dal lamento funebre reiterato è possibile sia quindi avvenuto il passaggio, per estensione, a indicare una lagnanza continua.

La cosa interessante è che tale tradizione non sembra essere di origini Campane, bensì Pugliesi, dove esisteva il rito funebre de lu taluerno. Dal taluerno si è arrivati poi al taluorno in Campania.

L’accezione di “canto ripetuto” è presente nel testo di una delle canzoni napoletane più note al mondo, Funiculì Funiculà:

Lu core canta sempe nu taluorno
sposamme oi né

Infine, vorrei usare il pretesto del vocabolo per citare una poesia di Peppino de Filippo, in cui viene utilizzata in un verso:

Ingenuità
Papà me fa ‘na mazziata ‘o juorno,
che me ne ‘mporta? Seh… m’aggia fa’ gruosso!
Allora fernarrà chistu taluorno
e tanno have che ffa’ cu ‘nu brutt’uosso.
– Se sa, quann’uno è gruosso è meglio assaje,
te spasse, tiene ‘e solde, vaje suldato,
vide città ca nun he visto maje…
‘A verità? Pur’io me so’ scucciato.
– Chesto succede pecchè vuje tenite
‘nu pate sulo… Se capisce, allora.

‘O mio pure me vatte, che credite?
ma raramente, quanno vene ‘a fòra.
Pecchè chillo ca vene ogne matina
mme porta ‘e caramelle… ‘a fresellina.

Papà mi dà le botte ogni giorno
ma che m’importa, dovrò crescere
e allora finirà questo tormento
e in quel momento avrà a che fare con un osso duro
Si sa, quando adulto è molto meglio
ti diverti, hai il denaro, sei un soldato
vedi città che non hai mai visto
La verità? Anche io sono stufo
Questo succede perché voi
avete un solo padre. È comprensibile, allora.

Il mio pure mi dà le botte, cosa crede?
Ma di rado, quando torna da fuori.
Perché quello che si presenta ogni mattino
mi porta caramelle e freselline.

Non è che serva un genetista per controllare gli incroci

Mi hanno chiesto se fosse vero che a Napoli la circolazione stradale fosse un po’ borderline.

Ho risposto con una battuta arcinota, cioè che da noi il semaforo rosso non è un divieto ma un consiglio.

Qualche giorno fa guardavo uno spettacolo di Trevor Noah – comico sudafricano e conduttore del Daily Show -, e l’ho visto utilizzare la medesima battuta. Parlando delle differenze tra Stati Uniti e Africa ha detto “I semafori africani sono più un consiglio che un obbligo. Non dicono Stop!. È più uno Stop?“.


Lo spettacolo da cui è tratto è Afraid of the Dark, disponibile su Netflix.


È stato divertente trovare questa corrispondenza. Mi incuriosiscono sempre certi schemi comuni tra posti e realtà lontane.

In Giappone ad esempio smontano i templi e li rimontano da capo per le operazioni di manutenzione. Tu sei lì il giorno prima che saluti come sempre la volpe sacra fuori al tempio e il giorno dopo è sparita e cerchi invano il grappolo d’uva.

Anche in Italia facciamo così. Siamo però più furbi: lasciamo che terremoti e incuria facciano il lavoro sporco di buttar giù le cose per poterle poi ricostruire meglio.

È probabile che questa cosa che ho scritto non faccia ridere. In verità non deve: è un dato di fatto. Magari un dato estremizzato, perché come diceva l’agente della forestale “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e quindi una cosa negativa silenzia le altre positive che sono in circolazione.

Resta comunque la realtà.

La cosa dei semafori napoletani mi fa ridere perché non è la realtà.
Non ho mai visto qualcuno passare col rosso, perché saremo anche ladri truffatori bugiardi e sozzi e poco avvezzi alle regole ma non siamo delle pornostar.

Senza contare che attraversare col rosso può esporre a casi di morte e non tutti sono avvezzi ad assumere morte.

Quel che è vero invece è che il giallo invece di un invito a rallentare è un incitamento: Fai presto che sennò scatta il rosso!.

Dovrebbero far più battute sul giallo.

Sul tema di cose che fanno/non fanno/dovrebbero/non dovrebbero far ridere sento spesso molta confusione intorno la satira, anche in virtù di avvenimenti di stretta attualità.

Credo che per definir un qualcosa come satira si debba tener presente una regola fondamentale: deve essere contra potentes. La satira agisce dal basso verso l’alto, non viceversa. Altrimenti è bullismo, è soverchierìa. È quello che fanno decine di pagine facebook ai danni di categorie più deboli credendosi spiritosi.

L’altra connotazione della satira è che non deve necessariamente far ridere. Per farsi due risate spontanee basta l’uomo che entra in un caffè e fa Splash!. La satira dovrebbe invece far dire “Cavolo, è vero” prima che “Ah ah ah” (o “Oh oh oh” se siete Babbo Natale).

Purtroppo trovo che sia un discorso per pochi.

Se da una parte tutti ormai si sentono in diritto di offendersi e indignarsi – ho visto gente alterarsi per delle battute su Trump e Clinton. In Italia. Le persone si offendono, in Italia, per due politici (quindi potentes) d’oltreoceano – dall’altra lato tutti si sentono in diritto di offendere gli altri perché sennò si è accusati di esser tristi e buonisti.

A volte ho degli incubi riguardanti un futuro distopico, tra 20-30 anni, pensando a una generazione che studierà sui libri di Diego Fusaro, avrà fatto tornare in circolazione il tifo e il vaiolo, sceglierà il Presidente del Consiglio con un contest televisivo gestito da Favij e l’ologramma di Maria de Filippi e avrà come obbligo possedere la tessera di Sesso Droga e Pastorizia, pena il pubblico ludibrio.

Non è che le dai appuntamento da Tezenis per stare più intimi

Entro fine maggio lascerò Budapest. Oggi ho comunicato al Tacchino la mia decisione.

Tralasciando tutti i contrattempi che ho avuto e la casa che poi mi picchiava, facendomi capire di essere indesiderato, pure la pianta di aloe è defunta dopo che tra febbraio e marzo era invece diventata un cespuglio rigoglioso. Era ora di levar le tende.

Per di più il sostituto di CR è il sosia di Sam Tarly e io non voglio essere il suo Giòn Snò.

Il Tacchino, quando gli ho parlato, ha reagito di primo acchito con Oh.

Ho già raccontato che molti ungheresi soffrono di ohite. Sia che gli si stia chiedendo di affettare una baguette in panetteria che di posare il portafoglio durante una rapina, la loro reazione sarà sempre la stessa: Oh.

Io me li immagino così in ogni ambito della loro vita.

Prendiamo ad esempio due giovani, Gabor e Judith – nomi tipici locali – colti in un momento di intimità in tutto il loro impaccio e imbarazzo come solo un ungherese è in grado di creare:

Gabor: Cara…pensavo…visto che è da un po’ che ci frequentiamo…ti…ti andrebbe di farlo?
Judith: Oh!
Gabor: Se non te la senti…va bene…
Judith: Oh no no, lo voglio!
Gabor: Oh!
Judith si spoglia
Gabor: Oh!
Gabor si spoglia
Judith: Oh…
Si stendono
Gabor: Oh!
Judith: Oh!
Gabor: Oh!
Judith: Oh!
Gabor: Oh! Oh!…O…h…Oh!!!
Judith: Oh…
Gabor: Scusa…è che mi piaci tanto…
Judith: Anche a Zoltan di Balatonfüred piaccio tanto, eppure è durato di più!
Gabor: Oh!

Non è che uno specchio sia stupido se non riflette bene

Non parlo quasi mai di politica qui, anche perché, a prescindere di come la pensano gli altri, a prescindere non mi piace sapere come la pensano gli altri.

Ci sono però delle volte alcune cose che mi offrono spunti di riflessione.

Un politico italiano, ad esempio, ha scritto questo su facebook:

La cosa mi ha fatto parecchio riflettere. E ho riflettuto su tutte le cose che mi fanno parecchio riflettere e così le ho messe in una lista perché non si sa mai se qualcun altro potrebbe parecchio riflettere sulle mie riflessioni.

10. Bruxelles/Strasburgo: nelle stesse città il Parlamento Europeo e politici italiani che ricevono lo stipendio pur non presenziando mai. La cosa fa parecchio riflettere.

9. Norvegia: nello stesso Paese il primato nella produzione di salmone d’allevamento e il killer di Oslo. La cosa fa parecchio riflettere.

8. Groenlandia: nello stesso Paese gli inuit e un alto tasso di suicidi. La cosa fa parecchio riflettere.

7. Toscana: nella stessa Regione i natali di Dante Alighieri e del Mostro di Firenze. La cosa fa parecchio riflettere.

6. Perugia: nella stessa città l’Eurochocolate e Amanda Knox&Raffaele Sollecito. La cosa fa parecchio riflettere.

5. 1985: nello stesso anno sono nato io e una clamorosa ondata di gelo ha travolto l’Italia. La cosa fa parecchio riflettere.

4. USA: nello stesso Paese Scarlett Johansson e l’incontrollata diffusione di armi. La cosa fa parecchio riflettere.

3. Estremo Oriente: nella stessa area geografica il sushi e un tizio con un taglio di capelli orribile che gioca con razzi di cartapesta. La cosa fa parecchio riflettere.

2. Uretra maschile: nello stesso condotto il passaggio dell’urina e dei cromosomi trasmessi ai figli. La cosa fa parecchio riflettere.

1. Internet: nella stessa rete la presenza di vastissime fonti di informazione e la presenza di tanti minchioni. La cosa fa parecchio riflettere.

Potrebbe andare avanti a piacimento ripartendo da capo, ma mi fermo qui. La cosa fa parecchio riflettere.

Non è che per liberarti del mistico lo mandi a fare in culto

Ho un amico che afferma che, da ragazzino, per ingannare il tempo durante le lunghe estati solitarie e tedianti nell’entroterra irpino, ribaltava le mucche.

La procedura non sarebbe difficile. È necessario puntare le mani sul ventre dell’animale e iniziare a spingere con un movimento ondulatorio. Quando l’oscillazione – favorita dal fatto che per quanto grossa la mucca poggia su caviglie sottili – avrà raggiunto il punto critico, una spinta più forte farà accasciare di lato il bovino, che poco dopo si rialzerà come se nulla fosse.

Sono invidioso di non avere un passato di cui vantarmi così interessante come appunto può essere l’esperienza del ribaltamento mucche. Certo, la cosa sembra un po’ scortese nei confronti di animali placidi e tranquilli. Si sa inoltre che gli animali sono meglio di quelle persone che dicono che gli animali sono meglio delle persone e le mucche rientrano nella categoria di animale “meglio” a mio avviso.

Inoltre, sono anche capaci di procedere in fila indiana. Cosa che non riesce ai ciclisti.

O anche ai fedeli di una mini processione religiosa che ho incrociato lunedì. Erano in dieci. Quattro reggevano un baldacchino con sopra la Vergine Maria, gli altri erano disposti in fila. Affiancati. Occupavano lo spazio di due camion.

Mi sfugge il perché, ma credo sfuggisse anche alla Madonna. Insomma, credo che potendo scegliere eviterebbe di essere sballonzolata in mezzo a smog e traffico.

Mi incuriosisce sempre la forte compenetrazione del culto mariano nel Sud. Una passione, se così si può dire, che sembra sovrastare quella verso le figure religiose principali, fino a raggiungere risultati – se vogliamo e senza offendere nessuno – un po’ kitsch, come questa opera che ho immortalato sabato all’ingresso di un campo di calcetto tra le campagne incolte e impresentabili dell’agro-nolano:

Che il mondo non sia un posto giusto e perbene lo si evince dal fatto che se una simile opera fosse stata prodotta da Cattelan varrebbe milioni. Lui verrebbe accusato di vilipendio e blasfemia. E quindi varrebbe ancora di più.

La portata dissacratoria nell’opera la si evince dalla sua struttura vagamente vulvare: siamo d’accordo che Malizia sia sotto le ascelle di chi se lo spruzza, ma non posso fare a meno di ricondurre la forma della composizione a “l’origine del mondo”.

Un mio amico scrittore che la penna non l’ha vista, tant’è che sono anni che deve completare il suo libro, vorrebbe dedicare un capitolo proprio alla simbologia femminile presente nelle raffigurazioni mariane.

Nulla di nuovo, ricordo che nell’unico libro suo che ho letto – un errore di gioventù – Dan Brown ci fece una testa così lui e il calice sacro, il femminino sacro, il triangolino sacro eccetera.


Alcuni potrebbero non essere d’accordo col mio commento sprezzante sullo scrittore, d’altro canto la mia è un’opinione dall’alto di un niente, ma la scrittura di Dan Brawn, almeno ne Il Codice da Vinci, trovo che fosse scialba, troppo elementare e senza stile.


Ma se Dan Brown è diventato famoso così allora spero possa diventarlo anche il mio amico.

E come si suol dire: che la vulva lo accompagni.

Il Vocaboletano -14#- Crai

Nuovo appuntamento col Vocaboletano, questa volta crisalide ci porta nel Cilento attraverso le parole di Carlo Levi.

Viaggio al termine della notte

Siamo già arrivati al quattordicesimo appuntamento dialettale. So che leggendo il titolo del post avrete pensato che sono reduce dai postumi di bevute pasquali e che quindi ho sbagliato a digitare la parola di oggi, e invece devo contraddirvi, perchè il termine che ho scelto per voi è proprio CRAI, che oltre ad essere una catena di supermercati (ed è forse lì che l’avete intercettata qualche volta),  è anche un vocabolo che noi usiamo nel quotidiano. Devo aprire una breve parentesi prima di continuare, dicendovi che questo termine viene usato non in tutta la Campania, ma sicuramente in alcune zone del salernitano, compreso il buco in cui vivo io e scendendo più giù verso il Cilento. In effetti la cosa bella del nostro dialetto è che muta a seconda della zona in cui ci si trova, non solo da città a città, ma anche da paese a paese, si possono…

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Non è che se ti chiedono “Parti?” tu rispondi “Festa!”

Ho deciso che per maggio me ne andrò da qui.

Approfittando di un breve ritorno a casa per le vacanze pasquali, comincio a impacchettare e portare indietro alcune cose. Tanto per iniziare, porto via ciò che ha allietato varie mie sere solitarie.

Non i porno. La Playstation.

L’idea di andare via era da alcune settimane che mi circolava in testa. Pensavo fosse un’emicrania. Poi gli ultimi eventi hanno accelerato i miei pensieri.

Non sono tipo da credere ai segnali dell’universo e cose di questo tipo: figuriamoci, se mi dicono karma io rispondo e sangue freddo, daje.

Ma in questa mia seconda esperienza pestese ci sono stati vari inconvenienti che mi lasciavano capire che qui non fosse più posto per me.

Appena sono arrivato, delle sneakers in perfette condizioni si sono sfasciate. Poi due jeans si sono bucati al cavallo. Ho trovato un bell’appartamento, in una zona molto bella. Dopo poco, la casa ha iniziato a picchiarmi: spigoli e ante mi tendevano agguati. Internet è andato ko per una settimana, poi la lavatrice mi ha allagato il bagno, qualche settimana fa il boiler è defunto lasciandomi per una settimana a godermi docce fredde che mi hanno ridotto la libido ai minimi storici. Una porta chiusasi all’improvviso mi ha donato il dito luminoso di ET. E proprio questa sera, mentre ripensavo a tutto ciò, un fusibile si è bruciato nel palazzo lasciandomi senza elettricità.

E non dimentichiamo che sono stato vittima di abusi da parte di un medico magiaro.

Il lavoro è diventato una merda. Chiedo scusa per l’utilizzo della parola “lavoro”. La Castora mi ruba le attività, neanche a una mail sono più libero di rispondere. Lei è strabordante come quella decima di petto che si ritrova. Deve estendere il proprio dominio su ogni cosa. Se fossi ancora vergine anche quello probabilmente mi ruberebbe.

Quando parlo con altre persone – espatriati come me – delle mie perplessità sul rimanere, sembrano non condividere. Alcuni dicono Che vai a fare in Italia, è un Paese fallito.


Detesto gli espatriati che parlano male dell’Italia come un Paese fallito, così come detesto quelli che sono in Italia e parlano male degli espatriati come dei falliti. In generale detesto la gente che parla male degli altri, per questo mi sento autorizzato a parlar male di loro come dei falliti.


Costoro però si trovano in altre situazioni. Hanno un lavoro avviato e/o un partner qui. Alcuni hanno messo su famiglia. Un tizio che conosco va a giocare a calcetto con Rocco Siffredi. In generale, hanno un’àncora qui. Io non ancora. E probabilmente mai.

Conosco anche casi di persone che invece sono tornate indietro. Il lavoro non li soddisfava sessualmente, non hanno trovato ciò che cercavano – una pornostar ungherese come moglie – oppure il loro compagno è fuggito con una giraffa.

Ho provato a lottare contro le mie cattive sensazioni. Mi sono guardato allo specchio e il tizio di fronte a me ha risposto Ma dici a me? Ma dici a me? con tono risentito.

In effetti, perché dovrei lottare contro me stesso quando non sento più motivazioni per restare?

A giugno dell’anno scorso quando andai via da qui ero molto triste. Piansi. Il cielo era grigio e cadevano goccioloni di pioggia sporca, ad accentuare la malinco-noia di quel giorno.

Oggi, invece, per citare dei filosofi metropolitani di cui allego video didattico, Dal cielo mi cadono le palle e i pantaloni si son rotti (!!):

Il Vocaboletano – #13 – Zèza

Come altre parole in napoletano, zèza trae origine dal mondo del Teatro e affonda le sue radici nella commedia dell’arte tra Cinquecento e il Seicento.

Zèza non è altra che il diminutivo di Lucrezia, capricciosa e caricaturale moglie di Pulcinella, ingannato da lei con moine e smorfie e comportamenti maliziosi.

È un vocabolo che si presenta invariato nella versione maschile e femminile, cambiando solo l’articolo che lo accompagna: o zéza e à zèza.

Il significato non è però il medesimo in senso stretto.

Nella sua versione femminile la zèza ripropone i caratteri del personaggio di Lucrezia. È ‘na zèza infatti, colei che cerca di farsi notare a tutti i costi, si perde in ciance, smorfie, moine, a volte in ammiccamenti gratuiti e leziosi. È la classica persona che magari si finge dolce e un po’ svampita per attirar simpatia e sembrar carina.

Clicca per ascoltare l’audio

Diverso è il caso in cui si tratti di un uomo: pur facendo sempre riferimento a una persona poco seria, si sta però etichettando un uomo che fa il cascamorto con modi smielati e un po’ falsi. Come stile ricorda un po’ il fareniello di cui abbiamo già parlato.

Clicca per ascoltare l’audio

Ma diversamente da altri termini di cui si è un po’ persa la memoria delle origini storiche, di Zeza ancora oggi sopravvive l’originale versione.

Dalla commedia, nel Seicento, la Zèza si diffuse per piazze e strade come scenetta di Carnevale musicata. La storia, cantata in vernacolo, è quella di Vincenzella (detta anche Tolla), figlia di Pulcinella e Zeza, che vorrebbe sposare Don Nicola. Il matrimonio è osteggiato da Pulcinella, mentre Zeza vorrebbe che la figlia si “godesse la vita” e, essendo dedita sempre a prendersi gioco del marito, fa incontrare di nascosto i due amanti. Pulcinella li sorprende e ne scoppia una lite in cui è però lui stesso ad avere la peggio e dover capitolare, acconsentendo alle nozze.

La canzone nel corso dell’Ottocento venne sempre più boicottata dalle forze dell’ordine per i contenuti troppo osceni e licenziosi ma è sopravvissuta nell’entroterra, dove ancora oggi viene messa in scena con a volte varianti nei nomi dei personaggi e nei dialoghi. Un vero pezzo di teatro popolare che rivive a ogni Carnevale in particolare in Irpinia, dove famose sono la Zeza di Mercogliano, quella di Solofra, quella di Bellizzi, quella di Montoro e mi sia perdonato se dimentico qualche località.

Anche per oggi è tutto e…non fate i zezi. A meno che non sia Carnevale.

Non è che per leggere la mano consulti l’indice

Ieri avevo un senso di oppressione alla gola.

Forse era il Lato Oscuro che tentava di soffocarmi.

È un periodo in cui sento che qualcosa mi stia sfuggendo.

Con questa vaga sensazione addosso, oggi per una folata di vento mi è sfuggita la porta e mi ha schiacciato l’indice. Porta miseria.

In allegato una diapositiva della mia reazione:

Poi ho avuto un capogiro e stavo per venire meno nell’ufficio della satrapa Achemenide che ora mi governa.

L’indice sinistro è il mio dito preferito. Lo uso per cliccare il mouse.

L’indice in generale è l’invenzione più utile dell’umanità dopo la gallina ovaiola. Può fare tante cose. Il dito, intendo. Punta, giudica, stuzzica e prematura anche.

Dicono che sia l’oggetto di osservazione preferito dagli imbecilli anche se a me star sempre a indicare la Luna pure non sembra una cosa tanto normale. Poi lei si offende e scompare.

Una volta mi raccontarono che per scoprire se una persona è avvenente si fa un “test del dito”. Io pensavo andasse tirato: in effetti se una persona si fa tirare il dito in pubblico ha tutta la mia stima. Invece con somma delusione si tratta di una semplice misurazione, poggiando l’indice di lungo sul naso. Non ho capito poi per quale congiunzione di fattori uno debba essere attraente con un dito in faccia. Forse lo è per qualche ditosessuale, non ho idea.

Ci sono poi quelli che, pur non avendo una specializzazione in proctologia, si sentono qualificati a essere un vero e proprio dito nell’ano. Sono bravi, va detto: ti accorgi dell’inserimento quando è già completo ed effettuato.

Ma meriterebbero di essere messi all’indice.

Non è che vai all’ufficio oggetti smarriti perché hai perso il lavoro

Avrei voluto iniziare la settimana Pasquale parlando di una tradizione folkloristica che c’è qui in Ungheria proprio per il giorno di Pasqua e che consiste nel fare un gavettone alle ragazze.

Questo venerdì, invece, un po’ in anticipo con questa tradizione, è arrivata una doccia fredda su CR.

È stata licenziata.

Senza preavviso. A meno che con preavviso non debba intendersi il “Mi spiace, devo darti una brutta notizia” da parte del Capo Tacchino. Al che alzo le mani. Su di lui.

La cosa strana è che le hanno sì comunicato di licenziarla ma davanti le hanno presentato un foglio di risoluzione consensuale da firmare. Non mi è ben chiaro dove risieda il consenso del licenziato. È un po’ come quando il Prof al liceo mi diceva “Gintoki, ti offri volontario o ti chiamo io?”.

La motivazione del licenziamento è che non la ritengono adatta a questo lavoro.

Dopo tre anni e mezzo e tre rinnovi contrattuali – fino all’ultimo dello scorso anno, a tempo indeterminato – è un po’ tardiva come presa di coscienza! Ma qui magari amano prendersi un tempo per ogni cosa.

La verità è che da quando il Tacchino è salito al rango di Capo l’estate scorsa, dando anche più spazio alla Castora, i rapporti col management si sono deteriorati alquanto. Mancava poco ci si scambiasse lanci di saliva negli occhi durante le riunioni.

Dopo aver ricevuto la pessima notizia, CR ha ricevuto una mail personale da parte della Castora in cui le comunicava tutto il suo dispiacere per una decisione che comunque fa bene a entrambi – società e dipendente – e le augurava poi tante care cose.

I rispettivi uffici distano due metri in linea d’aria e due porte di separazione. Lei però manda una mail. Purtroppo soffre di una grave forma di sbilanciamento del peso verso il deretano, che la porta a limitare i movimenti. Lo cantano anche Tiziano Iron e Carmen Sconsoli: Pesare il culo con entrambe le mani ci vuole coraggio.

Quando ha dato la notizia a me e S. la stagista, il Tacchino mi ha anche detto che sarei stato io il Senior dell’ufficio da ora in poi. Ne avrei fatto volentieri a meno.

Deve aver letto i miei pensieri, perché poco dopo, quando ha inviato una mail a tutti ringraziando CR per il lavoro svolto, ha scritto che la Castora coordinerà ora le attività.

Considerando che lei ha i modi di una tiranna sarmatica, la cosa non mi suona piacevole.

Praticamente io sono un Senior Pupazzo Rockfeller. Sento già la mano di lei nel sedere e i video su YouPorn: Hungarian longteeth & lazy ass, fisting Neapolitan Cat Worker.

Il Vocaboletano – #12 – ‘Ntufà

Viaggio al termine della notte

Mi scuso con tutti per il ritardo con cui ho pubblicato il capitolo dialettale, ma son successe un pò di cose che mi hanno fatto perdere sia la concezione del tempo che la giusta concentrazione.

Siamo al dodicesimo capitolo del nostro viaggio in questo idioma tanto amato in tutto il mondo. Sto esagerando forse? Ma no! Ci son canzoni, film, opere teatrali, poesie, libri che testimoniano l’amore per questo dialetto ed io e gintoki stiamo cercando di rendervi attivamente protagonisti di questo dialetto.
Allora non perdiamoci in chiacchiere, ma passiamo alla parola di questa settimana che è: ‘NTUFA’.
La cui pronuncia esatta è:
https://drive.google.com/file/d/0B3DEqXtt0pPZVXhZam1FWlJUVzg/view?usp=sharing

Vi metto quì di seguito lo stralcio che ho preso dal mio vocabolario di napoletano.

ntufà.jpg

Si pensa quindi che il verbo riflessivo ‘ntufarsi provenga proprio dal sostantivo tufo.
In effetti se una persona si è ‘ntufata, vuol dire che è talmente di cattivo umore, che si…

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