Non è che Conversano sia una città dove si parla molto

Nelle mie vite lavorative, che cominciano a essere in numero discreto, mi sono sempre trovato più a mio agio stando a contatto con le colleghe invece che con i colleghi.

Il motivo è semplice. Durante 8-9 ore è necessario distrarsi e scambiare una parola con qualcuno, se non altro per staccare gli occhi dal monitor e fare una pausa dalle sessioni di videogiochi online.

Essendo una persona che si annoia con facilità, necessito di conversazioni stimolanti. In questo le donne sono più propense a fornire input di riflessione.

A parte discorsi su vestiti e oroscopi. È un rischio da correre e per il quale ho delle contromisure.

Nel primo caso, conscio di essere uno che sceglie come vestirsi in base a ciò che l’armadio gli pone sotto gli occhi in quel momento (discorso che varia in base al numero di capi in fase lavaggio/asciugatura o alla pigrizia nel mettere ordine), utilizzo la psicologia inversa per fornire pareri.

– Ti piace questo vestitino?
– Uhm…tu che ne pensi?
– Non lo so, lo vedo troppo chiassoso
– Sono d’accordo, lo vedo troppo…caotico, ecco
– Poi non so in che occasione andrebbe mai bene
– Infatti, poi resta chiuso in armadio
– Quindi dovrei prenderlo o no?
– Beh, lo prenderesti sapendo di non metterlo?
– Hai ragione, grazie!
– Prego!


Questo breve scambio è un esempio di applicazione di maieutica socratica. Le persone in genere hanno già in sé la risposta, basta farla emergere.


Nel caso degli oroscopi, mi capita sempre qualcuna che voglia da me l’ascendente. La prima volta che mi fu chiesto pensai Uhm, intenderà del sesso?.

In genere rispondo che non lo conosco e fornisco sempre un orario di nascita a caso per il suo calcolo. Mi hanno quindi attribuito decine di caratteristiche diverse e confliggenti ma che sarebbero tutte tipiche di quelli nati il/quando come me, a detta loro.

Con gli uomini la conversazione è un po’ più complessa.
Quando si ha un rapporto soltanto professionale ci si tiene su argomenti comuni.

Calcio e figa.

Il calcio diventa un problema se non si tifa per la stessa squadra, cosa che capita spesso. Il rischio di non trovarsi d’accordo è alto. Anche opinioni che sembrano disinteressate possono essere scambiate per sfottò e gufate:


E probabilmente lo sono.


– Dai, stasera vincete facile

Mi disse una volta uno juventino. Al che quando andai in bagno prima di lavarmi le mani mi accinsi a eseguire un rituale apotropaico intimo. In quel momento il Team Leader stava aprendo la porta, poi la richiuse appena si accorse che c’era qualcuno.

Non so se mi abbia visto o meno, ma quando rientrai fece-con tono canzonatorio:

– Gintoki, dov’eri?
– In bagno
– A fare?
– Eh, quel che fan tutti!

Ho sempre avuto il sospetto che mi avesse visto e frainteso e che da allora mi abbia considerato un onanista compulsivo.

L’altro argomento, la figa, si rivela a volte noioso.

Chiariamo, la figa in sé non è noiosa, ci mancherebbe. Essa non ha alcuna colpa e, anche se tra le tendenze social del momento vien messa in ombra da gattini e ricette istantanee, è sempre un fenomeno evergreen da quando è stata scoperta.

È l’uomo che parla di figa che dopo un po’ si rende noioso. Perché i discorsi di figa vanno privati di una tara di spacconate e vanterie che, come da Convenzione delle Nazioni Unite sulle Divagazioni intorno la Figa, poi non vanno neanche messe in dubbio. Almeno non di fronte l’interessato:

– E quindi poi mi trovavo a Ibiza c’era questa della Papuasia in viaggio studio per una ricerca sui calamari orfani che appena le ho detto che ero italiano non ci ha visto più allora le ho detto Ma quale calamaro ma beccati ‘sto gamberone e lei mi è saltata addosso non ti dico tre giorni chiusi in stanza poi mi ha detto Vengo in Italia mollo tutto per te io le ho detto Sì sì lasciami il numero poi mi faccio vivo guarda se la chiamassi adesso correrebbe subito dalla Papuasia peccato che non c’ho credito mannaggia…

E quindi io stavo pensando di sviluppare una app di intercalari per annuire nei discorsi, dimodoché si possa proseguire con le proprie attività mentre dallo smartphone partono commenti come Ah! Eh! Wow! Grande! Davvero? per gestire simili conversazioni.

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Non è che la città più romantica sia Roma Antica

Mi è sempre difficile comunicare quale sia il mio rapporto con Budapest.

Esordisco sempre con “Tutto sommato non mi manca niente”, che è un po’ come assaggiare un piatto e dire Sì, non è insipido. Non vuol dire che però abbia quel tocco speciale che gli dà corpo e lo rende un qualcosa degno di nota.


Cosa mancherà? Sarà il cumino? Il croccante? Il cumino croccante? Sembra che nella cucina moderna contino soltanto queste due cose.


Ad essere sincero dove vivo ora non mi manca davvero nulla. Ho tutto il necessario a 5 minuti massimo di imprecazione.


Le distanze delle necessità le misuro in imprecazioni. Ad esempio, mi sveglio la mattina con la sensazione di avere della carta vetrata in gola e in casa non ho ovviamente lo spray alla propoli. Oppure se ce l’avevo è da buttare, perché i preparati farmaceutici sono sempre in confezioni maxi che vengono utilizzate al massimo per una settimana. Tutto il resto poi va a male.
La farmacia è a 4 minuti a piedi di imprecazioni.


Eppure, questa città non mi appassiona.

Sento di dirlo con cognizione di causa, facendo un confronto rispetto al periodo che ho trascorso a Roma.

La Capitale, premettiamo, al confronto con Budapest è un disagio continuo. La città sembra essere basata sulle emergenze.

Se piove, è un disagio. La città affonda, annega, sprofonda.

Se nevica 1 centimetro ogni 30 anni, sarà un disagio. La municipale chiede l’acquisto di motoslitte. Se non gliele comprano, saranno a disagio.

L’esistenza della municipale è un disagio per i Romani.

Se c’è vento, è un disagio perché qualcosa viene giù.

Se non c’è vento è un disagio perché lo smog ristagna.

Se passano gli uccelli migratori è un disagio perché la città si riempie di guano.

Se c’è il derby è un disagio. Quando non c’è il derby, la gente è a disagio.

La gente di Roma è disagiante.

Ma oltre al disagio la città ha anche degli aspetti negativi, su cui non mi soffermo perché occuperebbero troppo spazio.

Eppure Roma aveva per me un fascino particolare. La guardavo da ogni angolo incantandomi sempre. La osservavo da sopra e da sotto i suoi vestiti. Non ha la biancheria pulitissima, siamo onesti. Però ha un bel corpo.

Roma era bella, col caldo e col freddo, col sole e con la pioggia.

E questi apprezzamenti li dico con disinteresse: non ho nessun parente o amico nell’amministrazione comunale!

Io non so dove andrò a vivere in futuro. So che la mancanza di passione per la capitale ungherese sta un po’ tediando questo rapporto di convivenza. A volte mi accorgo di non guardarla più neanche. E lei forse ci rimane male. Si è appena rifatta un marciapiede dietro casa e io manco me ne sono accorto.

La verità è che sto vedendo un’altra città.
Non Roma, perché è una storia chiusa e non credo nelle minestre riscaldate. E poi non ho capito oggi come funzioni, se prima di voler andare a Roma bisogna dirlo a Peppe.

Penso che per la fine di quest’anno lascerò Budapest per fuggir da un’altra.

Non è che il barista per lo stupore esclami “Apperol!”

A. mi ha detto che lascia il lavoro.
Lascia la società a Bruxelles per volare a Madrid dal novio (il fidanzato).

Un po’ mi dispiace non lavorare più con lei, seppur a distanza. Dall’altro lato, sono sempre felice di sentire di persone che intraprendono dei cambiamenti.

Credo che il cambiamento sia sempre positivo. Fa bene al cervello, perché ne riceve nuovi stimoli. E più riceviamo input, più siamo in grado di comprendere, di avere una visione del mondo che non sia ristretta alla parete della nostra pagina facebook.

Anche io ho affrontato dei cambiamenti nella mia vita.

Come quando intorno ai 3-4 anni ho smesso di far pipì nel bidet.
A dire il vero non fu un passo totalmente spontaneo e voluto. La spinta venne da qualche sonoro scappellotto genitoriale.

Un’altra svolta importante in giuovine età fu passare dalle mutande ai boxer. Non avere più qualcosa che quando l’elastico si slarga lascia sfuggire il meglio di uomo (cit.)  costringendo a vari contorsionismi per ritrovare l’assetto perduto, migliora in modo sensibile le proprie giornate.

A proposito di Gillette, cambiare rasoio da un comune trilama ai pentalama fusion power rangers dragon ball smise di trasformarmi in Freddy Krueger a ogni rasatura.

A far da contraltare ci fu poi la decisione successiva di far crescere la barba, avendo la forza di volontà di superare la fase iniziale in cui sembra che tu abbia fatto naufragio su un’isola deserta e stia or ora tornando alla civiltà.

Ovviamente non tutte le strade nuove portano a risultati positivi. Ma è l’esperienza quella che conta, perché a suo modo è sempre formativa.

Come quando mi sono trovato in uno chalet in montagna lontano 20 km dalla civiltà e col prosecco per lo spritz che era terminato. Non c’era neanche il wifi. Roba da far imbufalire un Salveo Mattini.

Salveo Mattini con il caratteristico maglione verde infuriato perché gli italiani non hanno come farsi lo Spritz

Salveo Mattini con il caratteristico maglione verde infuriato perché gli italiani non hanno come farsi lo Spritz

A quel punto abbiamo tirato fuori dalla valigia il nostro Veneto – inteso come abitante del – da viaggio (occorre sempre averne uno dietro quando si tratta di alcool, a maggior ragione di spritz) che ha avuto l’idea di prepararne uno con quel che c’era in casa:

– Aperol (almeno la base)
– Birra rossa (…)
– Amaro del Capo (!)
– Acqua (serve come moderatore della miscela, come nei reattori nucleari per evitare che la reazione vada fuori controllo)

Il risultato non è esploso e non ci ha uccisi. Già questo  fu un buon risultato. Non credo però che lo ripeterò mai a casa ma resterò fedele alla ricetta classica.

Come dicevo sopra, è l’esperienza quella che conta.

Non è che la ginecologa con dei disturbi legati al lavoro abbia le turbe di Falloppio

Non ho mai ricevuto un’educazione sessuale, se si esclude una precoce iniziazione con Postalmarket proseguita poi con l’anime di Lamù.
Senza andare poi a scomodare le pagine della finta posta del Cioè rubato alle compagne di classe.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Fin dal primo episodio evidenziava il proprio potenziale formativo.

Quel che ho poi imparato in maniera più seria l’ho appreso di mia iniziativa sui libri. Un po’ per desiderio di conoscenza, un po’ per quella pruriginosa curiosità che può avere un ragazzino.

La prima reazione fu quella di pentirmi del prurito. Insomma, uno dovrebbe poi infilarsi in un posto umido, a volte maleodorante, dalla dubbia estetica e pieno di batteri? In pratica è come entrare in un ristorante cinese.


Beata ingenuità infantile.


Gli insegnanti non hanno mai offerto molto supporto, seppur i vari testi scolastici trattassero l’argomento, con differenti modalità.

Il sussidiario di scienze delle scuole elementari spiegava in un paio di pagine la riproduzione, anche se senza alcun riferimento anatomico: ricordo i disegni di una cellula uovo (stilizzata) e di uno spermatozoo che vi si appropinquava. Quest’ultimo era raffigurato come fosse un biscione nero.


In pratica sul libro avevo il logo dei Queens of The Stone Age:


Il libro di educazione fisica delle scuole medie era molto più dettagliato e completo.

Peccato che un libro di educazione fisica in una classe sia cosa più inutile di un frigorifero in Groenlandia.

Le due ore scarse – il professore aveva divorziato dalla puntualità – di lezione a settimana erano dedicate soltanto a calcio (i maschi) e pallavolo (le femmine). E se eri masculo non giocavi con le femmine: oggi dicono che ci si ammala di gender, allora ti davano del ricchione.


E qui che si capisce che non serve alcuna educazione sessuale: non si deve inculcare ai ragazzi l’idea che non sia normale dare del ricchione a qualcuno.


Qualche volta, quando si era in pochi in classe, abbiamo permesso alle femmine di giocare a calcio con noi. Loro potevano fare cose riservate all’altro sesso ma solo per gentile e temporanea concessione da parte nostra, revocabile in qualsiasi momento.

In genere la partita finiva quando una ragazza rimaneva acciaccata da una pallonata sul petto o sul basso ventre. Quella fu un’altra lezione di anatomia: le parti intime femminili sono delicate e sensibili anche al Super Santos.

Ricordo una sola occasione in cui aprimmo il libro di educazione fisica, in un giorno di pioggia e con le palestre inagibili.

Il professore lesse un capitolo riguardante la pubertà. Finita la lezione chiuse il libro senza aggiungere una parola di spiegazione, della serie Questo è, il mio dovere l’ho fatto.

Quella si potrebbe avvicinare a essere stata una lezione di educazione sessuale avuta a scuola.

A casa invece l’unico insegnamento ricevuto fu quando Madre mi disse “Non portarci nessun dispiacere a casa, capisci a me“, alludendo al prestare attenzione a non impollinare improvvidamente qualche fiore.

Mi sono tornati in mente questi ricordi dopo aver visto un video su Internazionale in cui una giornalista e una regista si interrogano su quanto le persone, in particolare le donne, conoscano la struttura dei genitali.

I risultati sono un po’ sconfortanti. Saranno magari casi estremi ed estrapolati da un contesto, anche se a volte mi chiedo quanta educazione intorno certi temi ci sia tra la gente.

Se molti devono istruirsi da sé – e io almeno avevo l’interesse verso libri di divulgazione – non posso allora considerare inusitato che ci sia chi confonde vagina e vulva o che pensi che l’uretra sia una cantante soul.


La famosa Urethra Franklin.


In realtà tutto il post era teso ad arrivare a questa battuta.


Il vocaboletano – #2 -‘Nzallanuto

Seconda puntata del Vocaboletano, il corso pratico e veloce per padroneggiare il napoletano nelle sue sfumature! Questa settimana è il turno di crisalide.

Viaggio al termine della notte

La scorsa settimana, il mio gatto-socio Gintoki ha inaugurato questo tour nel nostro dialetto, che vi permetterà di conoscere più vocaboli possibili e anche modi dire,  e di poter  conseguentemente intavolare conversazioni sui più disparati argomenti, rigorosamente in napoletano ovviamente. Premetto che io sono di Salerno,  ma che per anni ho vissuto a Napoli, e che quindi a parte qualche sfumatura nella cadenza, e qualche accartocciamento e acrobazia di suffissi e di cambio vocalico, l’idioma rimane lo stesso di un napoletano che vive a San Gregorio Armeno.

Il vocabolo di questa settimana è: ‘Nzallanuto. L’ho scelto, perchè ogni volta che apro il frigo, mi imbatto nel magnete (della cui creazione ringrazio Sara), e che adesso vi mostro:

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‘Nzallanuto, dalla voce del verbo:

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Dicesi ‘Nzallanuto, di persona che appare distratta, confusa, intontita, stordita, spaesata, con la testa fra le nuvole. Riferito spesso a persona anziana (viecchio ‘nzallanuto); ma non solo…

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Non è che un manager quando fa conoscenza si presenti in PowerPoint

Mi sono arreso al fato che vuole che in ogni viaggio ci sia qualcuno che attacca bottone con me e sente il bisogno di condividere cose.

Domenica sera ero seduto nel minibus all’aeroporto, in attesa che partisse per portarmi nel mio monolocale Pestese. A bordo sale un omino entusiasta. Non so entusiasta di cosa, in ogni caso era su di giri. Mi si è seduto di fianco e mi ha stretto la mano: Hi! I’m Russell!.

Che persona educata, ho pensato.

A me invece capita di parlare due ore con qualcuno senza presentarmi. Quando mi rendo conto della mia mancanza attendo una pausa abbastanza lunga per poterlo fare, con ansia crescente pensando Dovrei presentarmi? È passato troppo tempo e presentarmi dopo farà risaltare la mia maleducazione?.

L’omino ha poi iniziato a parlarmi. Più andava avanti e meno comprendevo: parlava con tono piatto, monocorde, a volte sembrava quasi recitare una confessione. Per giunta guardava dritto davanti a sé e non potevo manco interpretarne il movimento delle labbra.

Annuivo quando capivo qualcosa.

A parte una sua considerazione sul fatto che i Londinesi siano gente noiosa, ho afferrato che fosse un dentista e stesse parlando di cose dentistiche.

È la seconda volta di seguito che uno sconosciuto conversa con me per raccontarmi cose che hanno a che fare con i denti.

E quindi ho pensato che, tra le tante lobby che sono in giro e che vogliono imporci segretamente cose da fare o da assumere, ci sia una lobby del dente che mi sta braccando.

Oppure chi fa un mestiere simile deve sentirsi molto solo e ha il bisogno di parlare con qualcuno.

Poi ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a mostrarmi foto scattate durante i suoi viaggi. Foto molto belle, invero: ho dimenticato di fare i complimenti alla sua app di fotoritocco e presentarla alla mia.

Ironia a parte, le inquadrature erano molto accurate. Di ogni foto mi spiegava quanto tempo avesse atteso per riuscire a scattare quella giusta, la ricerca dell’angolazione, il gioco della ripresa dal basso verso l’alto e via dicendo.

Tutto molto interessante.

Dopo la cinquantesima foto – e non è una esagerazione – il mio interesse era già sotto le coperte.

Ho quindi iniziato a registrare messaggi vocali su Messenger fingendo di essere impegnato in una conversazione, finché lui non ha riposto il suo cellulare.

È probabile che io mi sia mostrato poco socievole. Il sonno e il fatto che capissi poco di ciò che dicesse mi hanno fatto desistere dall’approfondire la conversazione.

A parte questo episodio, come ho già avuto modo di raccontare, a me piace interagire con gli sconosciuti. Non saprei bene spiegare per qual ragione. Forse è solo il piacere, in un mondo dematerializzato, di incontrare vere persone.

Dico “vere persone” e non “persone vere”, in quanto questa seconda categoria – molto inflazionata nel suo pubblicizzarsi – fatico a concepirla; né riesco a capire cosa intendono coloro che, autoreferenziali, definiscono sé stessi come “persone vere”.

Cos’è una persona vera? Si presuppone ne esista quindi una versione finta: com’è? È fatta con materiali scadenti? Si rompe prima rispetto a una persona vera?

Io mi rompo facilmente: sono quindi finto?


Si dirà che finto è chi finge di essere ciò che non è: ma nella sua finzione quel tipo è vero quanto noialtri. Se fosse il finto quindi la sua vera natura? Ma poi, finto rispetto a cosa? Esiste una sua versione originale con cui confrontarlo?


Con questo inquietante interrogativo sono andato a dormire, preoccupato inoltre dalla lobby dentale.

Il vocaboletano – #1 – L’arteteca

Questa sera inauguro un ciclo di post frutto di una collaborazione tra me me medesimo felino e la blu crisalide77, che ha avuto l’idea di iniziare questo viaggio didattico nel mondo del napoletano.

Ogni settimana, a turno, presenteremo un vocabolo e lo spiegheremo nelle sue accezioni e sfumature.

Al termine del corso – gratuito, sottolineo – grazie alle conoscenze linguistiche acquisite con Il vocaboletano sarete in grado di confondervi tra i Napoletani e passare inosservati!

Il vocabolo di questa sera è l’arteteca.

Come tanti termini in dialetto, non è traducibile in italiano con una singola parola. Indica “uno stato di frenesia di una persona che non sa star quieta”.
L’arteteca, quindi, non è. L’arteteca si ha.
Si è solito infatti dire che Chill ten arteteca, Quello ha l’arteteca, cioè non sta fermo.

È molto usata nei confronti dei bambini che, si sa, sono irrequieti.


O almeno quando ero bambino io era concesso essere irrequieti.
Oggi invece a un bambino vivace diagnosticano 4-5 disturbi comportamentali tutti insieme.


Anche a me da bambino hanno molte volte diagnosticato l’arteteca.

Essendo figlio unico e non avendo coetanei nelle vicinanze di casa ogni occasione di libertà era per me una opportunità di svago. Persino a scuola, anzi, soprattutto. Avevo difficoltà a rimanere fermo e composto sulla sedia (una delle forme di costrizione più violente per chi ha l’arteteca è quella di dover rimanere seduto) e appena suonava la campanella di fine ora saltavo come se sotto avessi avuto un sedile eiettabile.

La mia vivacità generava tal fastidio nelle maestre che più volte sono stato da loro eiettato fuori dall’aula.

Non che a casa fossi più tranquillo, anzi.
Ricordo una volta, che tal era forse l’arteteca che mi scorreva nelle braccia, che riuscii a staccare un cordolo di marmo dal balcone dei miei nonni, semplicemente tenendolo con le mani e spingendolo e tirandolo verso di me, lento e costante. Gutta cavat lapidem, si dice per indicar un lento lavorìo di logoramento. Braccia scassan balconem, aggiungo io.

Credo di averne prese così tante ma così tante che non ne ho più ricevute a lungo perché ne avevo consumato le scorte.

Forse da lì cominciai a guarire dall’arteteca e a diventare una persona più tranquilla.

Anche se, delle volte, sento che mi ritorna a scorrere nel corpo e avverto irrefrenabile il bisogno di muovermi, di toccare, di danzare, di correre, di saltare.

Etimologia
L’origine del termine arteteca non è simpatica e allegra come si può pensare. Deriva infatti dal latino arthritica, che indica la febbre reumatica che comporta, tra le altre cose, la comparsa nel soggetto colpito di spasmi involontari agli arti.

Ci sarà stato qualcuno che, un giorno, vedendo una persona irrequieta gli avrà detto Che hai? L’arteteca? riferendosi ironicamente alla malattia e da lì il termine ha perso il significato originario fino ad acquisire quello per cui oggi è conosciuto.

Non è che con le temperature sottozero reciti aforismi per incrementare “le massime”

Dopo aver passato una settimana con le massime a -8, quando negli ultimi giorni le temperature sono risalite sino a +1/+2 ho iniziato ad avvertire caldo. Sul serio, a un certo punto ho creduto di sudare. In realtà stavo sudando freddo perché la neve caduta si era ghiacciata e camminarci su genera qualche apprensione.

L’inverno crea disagi. Se però parliamo sempre del disagio finiamo col vivere in uno stato di maggior disagio.

Vorrei elencare quindi una serie di motivi per cui vedere l’inverno con una diversa prospettiva:

  • Appena vi sedete apparirà un gatto sulla vostra pancia per tenere caldi i pasti nel vostro stomaco (si sa che il cibo freddo può far male all’intestino, il gatto, quindi, premuroso evita ciò).
  • Non fa caldo. E può sembrare un’ovvietà, ma salire le scale della metro e arrivare al lavoro senza sembrare che ti abbiano fatto un gavettone è una cosa positiva. Anche perché poi desidereresti sul serio un gavettone, ma nessuno te lo concede.
  • Si può bere la cioccolata calda. Nulla vieta di farlo in estate, solo che poi mi sa che si muore. Nel vero senso della parola, controllate sulla bustina di Ciobar e c’è scritto in caratteri minuscoli “Può causare morte se assunto d’estate”.
  • I telegiornali tormenteranno come sempre il pubblico parlando dei disagi causati dal clima, ma quantomeno non diranno di mangiare frutta e verdura come accade in estate.
  • I telegiornali non mostreranno gente coi piedi nelle fontane. Magari c’è chi pattina in una fontana, ma potete sempre sperare che poi cada e si rompa una gamba.
  • Sedersi sulla tazza ghiacciata di primo mattino aiuta a svegliarsi e arrivare scoglionati pimpanti al lavoro.

    A meno che non siate in Giappone e non abbiate la tazza con l’asse autoriscaldante.


  • Si beve volentieri alcool con la scusa di doversi riscaldare.

    In realtà è una leggenda metropolitana, la struttura dei nostri corpi non è adatta a essere riscaldata dall’alcool, ma questo non lo sappiamo e quindi voliamo lo stesso.


  • Il freddo favorisce la socialità e la gente si abbraccia in cerca di calore. Certo c’è poi una controindicazione che è quella dei piedi freddi sotto le lenzuola, ma è un effetto collaterale della socialità: siate grati di avere qualcuno sotto le lenzuola!
  • Nel tragitto dal supermercato a casa i surgelati non si scongelano e il cibo fresco non va a male. Una volta, a luglio, comprai delle banane verdi. Arrivai a casa dopo un quarto d’ora e le trovai nere.
  • Si può svuotare il frigo per pulirlo senza che il suo contenuto marcisca all’esterno.
  • Avendo più indumenti addosso si hanno anche più tasche per riporre le cose. Forse per una donna può essere irrilevante, ma per uomini senza borsa (al massimo uomini col borsello come cantavano gli Elio) è importante. D’estate è un dramma riporre chiavi, telefono e via dicendo. Una volta comprai dei bermuda senza tasche posteriori. Non sapevo dove mettere il portafoglio, se non nei boxer. Un’altra volta invece comprai dei bermuda monotasca: in pratica c’era un unico tascone che univa le due tasche laterali, correndo lungo il posteriore.

    Non so perché li comprai, in negozio sembravano belli: è quell’incantesimo che porta a credere belli i vestiti visti in negozio mentre poi a casa si trasformano in una zucca trainata da ratti.


    Una volta indossati, misi le chiavi in tasca e quando andai a sedermi me le trovai nel didietro e fu lì che persi la verginità. In inverno non sarebbe successo perché avrei avuto altre tasche a disposizione.

Spero questa breve lista possa aiutare a rivalutare l’inverno. Altrimenti potete sempre stamparla e darle fuoco e sarà stata comunque utile per alleviare il disagio.

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Non è che racconti di quando ti piaceva uscire a bere iniziando con “C’era una vodka…”

Uno dei grandi limiti della democrazia è che tutti si sentono legittimati a far sentire con forza la propria opinione, anche chi democratico non è ma ritiene comunque di poter usufruire dei diritti della democrazia perché, altrimenti, Che democrazia è allora? Quindi fa bene uno a non credere nella democrazia, se questa si rivela una farsa!.

C’è sempre poi chi è lesto nel citare Voltaire, il quale, se fosse tra noi, citerebbe a sua volta volentieri per danni chi lo nomina a vanvera, visto che non ha mai enunciato l’aforisma sulla libertà di opinione che gli si attribuisce.

Facevo queste considerazioni mentre leggevo la notizia del licenziamento di un’insegnante che si era espressa in termini “un po’ accesi” (il gioco di parole non è involontario) contro gli immigrati. In parole povere, secondo lei dovrebbero svolgere un utile servizio come diavolina accendifuoco. Pare che l’ex insegnante voglia ora ricorrere al TAR, non mi è chiaro se per riavere il posto o per far gettare immigrati nei caminetti.

Questo è un caso di opinioni incompatibili con l’esercizio della propria professione. Si può berciare quanto si vuole appellandosi alla libertà di opinione e al diritto di esercitarla nel proprio privato: nel privato, per l’appunto. Se una cosa viene resa nota anche solo a un’altra persona, non è più privata.

Sapendo cosa costei pensa e dice pubblicamente, le fareste educare i vostri figli?


O comprereste un’auto da lei (cit.)?


Metti che poi tornano a casa e cominciano a chiedervi benzina e accendino per un progetto scolastico.

Sul rapporto tra espressioni private e immagine pubblica mi torna in mente un aneddoto di quando, qualche anno fa, ho frequentato un corso in risorse umane. O disumane, visti i partecipanti.

Il docente, un giorno, spiegava che, nel mondo di oggi, bisogna stare attenti a cosa si pubblica online. Se si sta cercando lavoro, non è bene avere come immagine del profilo pubblica su facebook una foto in cui state tra le gambe di un/a modello/a a suggere vodka pura fatta scorrere sul suo torace. Un selezionatore HR che cercherà informazioni su di voi online potrebbe rimanere colpito in modo negativo.


O riconoscersi nel modello.


Udendo ciò, si alzò nella classe una grande mente (o gran demente) e chiese: Ma io non capisco, saranno fatti miei se il sabato sera mi voglio sfondare di vodka?!.

Sì. Ma sarebbe bene non farlo sapere in giro.

Lei non si convinse.

Voi andreste ancora dal vostro commercialista se lo vedeste mentre si accende sigari col denaro (magari quello della vostra parcella) e sniffa coca dallo sfintere di una escort?


Di 3 ore di film di Scorsese ricordo solo:
– DiCaprio e il sorriso al contrario
– DiCaprio che si carica come Braccio di Ferro ma con la coca
– DiCaprio che sniffa dall’ano della escort.
E poi ci si chiede perché quel film non abbia vinto l’Oscar!


È bene quindi che delle cose non vengano mai fuori.

Ad esempio il mio vicino di casa in Terra Stantia pensa che io sia una persona sgradevole, probabilmente. O un imbecille. Comunque, quando mi vede si volta dall’altra parte a volte con torsioni del collo che neanche nell’Esorcista.

Io a mia volta penso che il mio vicino di casa sia una persona sgradevole e un imbecille. Quando lo vedo non mi volto, mi basta tenerlo fuori dal campo visivo guardando fisso un punto lontano.

Non ci siamo mai detti quanto ci troviamo sgradevoli.

Questa è la vera democrazia!

Non è che l’ottico si presenti con un biglietto da vista

Oggi è stato un giorno importante.

Ho ricevuto i miei primi biglietti da visita.

La compagnia sta finanziariamente naufragando, però ora tutti noi dipendenti abbiamo dei biglietti da visita per mostrare che siamo pronti per il mondo del business. È come quando mi dissero – non so se sia vero – che una banca per cui avevo fatto un colloquio teneva ciclicamente sessioni di recruitment senza poi assumere quasi mai nessuno: serviva per mostrare all’esterno che il gruppo fosse in fase di crescita.


Considerando come se la passano oggi alcuni istituti bancari credo che questo trucco non reggerebbe più.


Avere un biglietto da visita personale mi fa sentire finalmente adulto.
Può sembrare una cosa da poco. Oggigiorno ormai chiunque può stampare un biglietto da visita alle macchinette del centro commerciale e scriverci su Hardware Customer Engineer, cioè che in pratica modifica le console dei videogiochi.

Dove è noto che il biglietto da visita sia un qualcosa che rasenta la sacralità, è in Giappone. Esiste infatti un insieme di rituali intorno al pezzetto di carta, che ha un grande valore: difatti si dice in Giappone che senza il pezzetto di carta non vai da nessuna parte.

La cosa non dovrebbe sorprendere, la vita intera di un giapponese è costellata di rituali. Dategli un’azione comune come mondare una cipolla e un giapponese la trasformerà in un rituale, perché magari mondare la cipolla è una metafora sul ripulire l’anima dalle impurità eccetera. In Giappone tale arte si chiama Soffuritto. Il Soffuritto è la base di partenza per il Ra Gu, altro sacro rituale di cui parlerò un’altra volta.

Il biglietto da visita in Giappone va consegnato tenendolo con due mani, rivolto verso il ricevente, in modo che gli sia immediatamente leggibile. Il gesto va accompagnato con un leggero inchino. Anche sugli inchini c’è tutto un galateo di rituali che eviterei di spiegare.


Per cortesia, comunque, non raccontate più in giro la storia che in Giappone gli insegnanti sono gli unici che non devono inchinarsi davanti all’imperatore. È suggestiva, ma è prima di alcun fondamento.


Chi lo riceve lo prenderà con entrambe le mani e lo leggerà con attenzione. Leggere con attenzione vuol dire che non basta notare che sopra c’è scritto Gintoki il Gatto – Esperto felino, ma bisogna soffermarvisi e ponderare la cosa, come a dire “Caspita, costui è Gintoki il Gatto – Esperto felino!”.

Un po’ come quando qualcuno appena conosciuto vi parla con trasporto ed entusiasmo delle sue occupazioni e voi annuite fingendo sorpresa e ammirazione: Ma non mi dire, collezioni statuine di cercopitechi in scala 1:10!.

La prossima volta che, quindi, qualcuno vi darà un biglietto da visita, ricordatevi queste indicazioni. Potrei essere io, magari!

Non è che se cade il testimone gli sposi vengano squalificati

L’anno nuovo cambia tutto per non modificare niente.
In inverno continua a fare freddo, i poteri forti continuano a fortificarsi e l’olio di palma a mietere vittime.

Tra le cose che restano uguali, ci sono gli involontari (spero) doppi sensi che CR ogni tanto mi butta lí.

Premessa: sta preparando il matrimonio con il suo Giggino.
Nozze che dovevano essere sobrie e low cost da tenersi in una cantina agrituristica vicina a un lago in campagna.

I due hanno poi realizzato che tutti i parenti del Giggino nazionale non vogliono affatto perdersi un matrimonio in Ungheria e che quindi si presenteranno tutti insieme (trattasi di almeno 70 persone dalla sua parte) a Budapest e gli andrà pagato alloggio e trasferimenti tra hotel, chiesa e ristorante.

La cantina si è fatta stretta per 100 persone e più.
Ora è diventata una villa settecentesca.

Un altro nodo da sciogliere è quello del prete, perché è necessario che si dica messa in italiano. In realtà non sarebbe obbligatorio, ma pare che gli invitati vogliano capire cosa dica il prete. Al che la mia sorpresa: davvero c’è chi ascolta ciò che dice, oltre a “In piedi” e “Seduti”?

Hanno rintracciato un prete a Budapest che celebra in italiano e che dovrebbe quindi officiare nella chiesa della località di campagna. Sembra però che non si possa operare un simile trasferimento, seppur temporaneo. O non è permesso o, se ho capito bene, pare che il prete locale si opponga.

Ignoravo che sussistesse una giurisdizione per le messe o che i preti fossero così territoriali. Probabilmente c’è anche una lotta per il possesso delle chiese, un prete che esce dalla propria per un momento potrebbe ritrovarsi al ritorno la chiesa occupata da un altro prete che, come un Paguro Bernardo, gira in cerca di locali sacri da abitare.


Da qui l’espressione “scherzo da prete”, per indicare un atto sleale, disonesto e truffaldino.


Infine c’è il problema delle bomboniere.
Una delle cose più inutili partorite dal genere umano, a meno che non vogliamo constatarne l’utilità come reggipolvere.

Non mi si dica che “è un ricordo”, perché ho visto con le orecchie di questa faccia persone che, mentre le spolveravano, si chiedevano di chi diavolo fossero quegli orrori.

Mio cugino per il suo matrimonio diede come bomboniera una dama di ceramica dalle figure astratte alta una trentina di centimetri. Praticamente era un Oscar, solo che alla cerimonia di consegna nessuno sembrava contento di riceverla.

E che dire di mio zio, che, dopo essersi sposato in Romania, rientrò in Italia con un oggetto di puro artigianato locale: un orologio da tavolo – meccanismo di alta ingegneria cinese che due volte al giorno segna l’ora esatta – incastrato in un pezzo di corteccia?

Per la propria cerimonia, CR avrebbe desiderato anche lei della porcher…porcellana, soltanto che considerando il costo per 150 invitati (il numero cresce ogni volta che li contano) forse sarebbe più conveniente un viaggio su Marte.

Allora le ho buttato lì, tra il serio e il faceto, una idea un po’ freak che avevo sentito qualche tempo fa: regalare agli invitati dei vasetti decorati, con all’interno delle cialde con dei semi da piantare nei vasetti. Un’idea originale e senza olio di palma.

Le ho linkato anche un sito internet di esempio, il primo che mi è capitato davanti su Google, e poi sono tornato al lavoro perché mi stavo annoiando.

Passano dieci minuti:

– Mi piace il pisello odoroso!
– Eh?
– Sì, lo vorrei, devo dirlo a Giggino che lo voglio
– Eh dovrebbe pensarci lui…
– È pure indicato per delicati piaceri, il pisello odoroso!
– Immagino…

Sul sito che le avevo linkato c’era infatti l’elenco dei semi di piante e fiori disponibili per le bomboniere. Lei aveva adocchiato questo:

immagine

Insomma, dopo aver desiderato il cannellone, dopo che il tarallo l’ha fatta godere, ora dice che ha bisogno di un pisello odoroso per delicati piaceri.

Non è che per giocare a polo devi spegnere il riscaldamento

Il ritorno al lavoro dopo un periodo di ferie è un evento traumatico, in genere. È una sveglia del lunedì mattina moltiplicata in modo esponenziale.
È una cefalea pulsante.
È un programma televisivo pomeridiano dove una donna racconta di essersi ripresa da una sbronza dopo che le è apparso Paolo Brosio e il pubblico inquadrato si commuove e fa anche l’espressione di chi non si accorge di essere inquadrato.

Per me non è così.

Sono il tipo di individuo che, sin dai tempi delle scuole elementari, vive il rientro con positiva agitazione.

Nei giorni precedenti avverto tristezza per la fine delle vacanze, ma quando è il mattino del ritorno al dovere mi ritrovo invece piacevolmente ansioso di ricominciare, rivedere persone note con cui condividere esperienze, scoprire le novità che il nuovo inizio porta.

Tale fanciullesco entusiasmo si è poi ogni volta rivelato effimero. Durava il tempo necessario per tornare a odiare le persone note e le esperienze color marrone che le riguardavano. Senza considerare che le uniche novità che la vita offre si trovano al massimo nel volantino di un supermercato che deve liberarsi dalle eccedenze di magazzino spacciandole per nuove offerte.

Durante il periodo della scuola, il ritorno dopo le vacanze di Natale significava fare i conti con i termosifoni che non funzionavano a dovere, essendo stati spenti per due settimane. È ciò che sta accadendo anche in questi giorni in vari istituti lungo lo Stivale. È bello vedere una continuità storica tra le generazioni.

Quando ero a scuola io però nessuno mai ha sollevato polveroni per il fatto che in classe eravamo costretti a stare col cappotto.
Anche perché probabilmente visti i nostri edifici sarebbero stati polveroni di amianto e non era il caso quindi di sollevarli.

Alle elementari per esorcizzare il gelido periodo alcuni di noi inventarono “La Banda FBI”, con un arzigogolato collegamento logico.

Si sa che gli investigatori vanno in giro sempre in cappotto o impermeabile anche a Ferragosto. Tanto per loro poco cambia perché in qualsiasi periodo dell’anno c’è buio e/o pioggia e/o freddo. Ebbene, noi che indossavamo il giaccone in classe e nei corridoi eravamo quindi come dei detective.


È un po’ come dire che mettendosi una boccia di vetro in testa si è un astronauta. E solo ora realizzo che questa sarebbe stata un’idea più divertente di quella dei detective.


Domanda: ma se tutti indossano giacconi e cappotti cosa rendeva degni di appartenere “all’FBI” solo alcuni?

La simpatia.

Una delle regole non scritte del mondo infantile è che qualsiasi decisione viene presa democraticamente a simpatia. Se piaci sei dentro, se non piaci sei fuori. Insomma, le giurie popolari non le hanno inventate mica gli adulti.

E io piacevo o no?

Io a dire il vero sono sempre stato “un tipo” e quindi andava come capitava.
Alle volte ero dentro, altre volte ero fuori.

Ironia della sorte quando crescendo si è cominciato a parlare di ragazze mi sono sentito anche io, come tanti, dire “Sei simpatico, ma…” al che ho replicato “Allora se ti sto simpatico formiamo una banda!” ma lei mi ha guardato strano ed è fuggita.


Per la cronaca, fui “dentro” l’FBI, ma solo perché avevo un bel giaccone che aveva anche uno stemma sul petto all’altezza del cuore che sembrava tanto un distintivo. Ebbi quindi il dubbio che non fossi io quello simpatico alla banda, ma il mio giaccone, e provai un sentimento di rancorosa invidia.