Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.

Non è che per descrivere il Cenacolo parti con “Cena una volta…”

Prima di scrivere questo post ho riflettuto a lungo, per capire se realmente me la sentissi fino in fondo di condividere l’esperienza traumatica che ho vissuto.

Sono giunto alla conclusione che, forse, aprirmi e raccontare potrebbe aiutare altre persone a farsi coraggio e portare all’attenzione dell’opinione pubblica un tema così delicato.

La cena di Natale aziendale.

Ieri sera ho avuto la mia seconda cena natalizia con la Società di qui a Budapest.

L’anno scorso mi tediava un po’ l’idea di parteciparvi. Più che altro era dovuto alla mia avversione per i contesti sociali nuovi. Un po’ come portare un gatto in vacanza: la vivrà come un trauma.


Il primo giorno.
Dal secondo comincerà a farsi le unghie su ogni superficie raggiungibile dalle sue zampe.


Alla fine fu però una cena squisita – ancora sogno quel carpaccio di pescespada – e molto elegante. Non elegante come quelle di Berlusconi, s’intende.

Quest’anno, con la nuova direzione Tacchino&Castora, l’organizzazione era tutta a sorpresa.

Ci hanno portato, ignari della destinazione, camminando al freddo e al gelo, verso un edificio malmesso e chiuso da un immenso portone di ferro arrugginito.

Una ragazza ha aperto e ci ha condotti verso un seminterrato gelido e umido. Lì è stato chiaro che prima della cena ci sarebbe stato un gioco come aperitivo: il luogo trattavasi infatti di una escape room.

Il gioco sarebbe stato anche divertente, se non fosse che mi ritrovavo con la Castora in squadra. In quanto persona assetata di potere e protagonismo, non lasciava esaminare un enigma o una suppellettile della stanza senza che intervenisse a togliertelo dalle mani per dare ordini o dire la propria.

A un certo punto, esasperato, ho pensato di trastullarmi col mio pene e dirle “Vuoi sottrarmi anche questo?”, ma ho desistito perché sono un gentiluomo.


E perché faceva troppo freddo e non mi andava di far brutte figure.


Finito in qualche modo il gioco, è arrivata la seconda sorpresa: la cena si sarebbe tenuta lì dentro. Al freddo e al gelo in un seminterrato a grotta, per onorare la memoria del Sacro Bambino, probabilmente.

La terza sorpresa – e a questo punto eran già troppe – è stata che la cena consisteva in: tranci di pizza di Mamma Sophia.


E non era una gentile signora, la pizzeria si chiama Mamma Sophia. Non capisco perché il fake italiano all’estero debba essere sempre brandizzato “mamma”, “nonna”, “nonno”: e il cugino? E il cognato? Perché non ho mai visto una “Trattoria del cognato”? Cos’è questa discriminazione?


Queste sono le pizze della famosa “Mamma Sophia”:

mammasophia

E qualcuno potrebbe dire “Mah! L’aspetto non sembra male!

No.

Questa non è pizza.

Questa è pizza:

La pizza di Gino Sorbillo

Una volta per tutte: cornicione alto e soffice, l’interno non deve essere croccante e la mozzarella non deve essere ridotta in particelle atomiche bruciacchiate.

Tra l’altro, provenendo dall’esterno dove c’erano -4°, la pizza è arrivata con un principio di assideramento.

Nessuno inoltre aveva pensato che S., la stagista presente nel mio ufficio, non può mangiare farinacei. La poverina è andata al supermercato a comprarsi insalata e tonno (non a sue spese, precisiamo).

La quarta sorpresa erano i regali. Bisognava scegliere un pacchetto a caso e io mi sono fiondato su uno dalla forma familiare: o erano due bottiglie di vino o le guglie di Notre Dame. Era vino.

La quinta sorpresa era che, una volta scartati tutti i regali, ce li saremmo giocati a dadi. 5 turni a disposizione e ognuno poteva scegliere chi sfidare per vincergli il regalo. Nel qual caso, gli avrebbe dato in cambio il proprio.

Per 4 volte di seguito sono stato sfidato dall’ex capo, che puntava al mio vino. Ingordo, in quanto dal suo pacchetto era uscita una bottiglia di crema di liquore irlandese con due bicchieri.

Dopo averlo battuto tre volte – e la terza con un sorprendente 11 contro il suo 10 -, alla quarta ho dovuto capitolare.

Stavo già beandomi comunque della crema di liquore, quando la Castora nell’ultimo turno ha deciso di sfidarmi. Ho perso e alla fine mi sono ritrovato con una candela profumata:

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Credo che a me sia andata peggio di tutti gli altri.
Perfino di B.B. (non Brigitte Bardot), che è tornata a casa con un asciugamanino con su ricamato “Mr”.

Insomma, una tovaglietta da culo pur se maschile può sempre tornare utile, io cosa faccio con una candela profumata?

La accendo mentre faccio un bagno di schiuma come una diva del cinema? Non posso, non ho la vasca da bagno.

La accendo durante una cena seduttiva?
Neanche.
Qui a Budapest mi troverei solo io e il mio notebook con un video di Sasha Grey che, poverina, non potrebbe annusare la fragranza e quindi sarebbe tutto sprecato.

La cena delle beffe non è finita qui.

Al termine abbiamo anche dovuto ripulire tutto.

Sono ancora sconvolto dall’accaduto, ma scrivere mi ha fatto sentire meglio.

Non è che una ditta di intimo assuma un muratore per fare dei balconcini

Da bambino una volta ho impersonato un manichino in vetrina.

Ero con Madre in un negozio di abbigliamento multicolore e, stanco di vederla chiacchierare con una commessa, mi misi a gironzolare per il negozio, finché non raggiunsi la vetrina.

Lì pensai bene di mettermi in posa come un manichino, attendendo dei passanti per assistere alla loro reazione. Non arrivò nessuno per un po’, poi passarono due giuovini sul marciapiede opposto che, notandomi, si sbellicarono dalle risate.

A quel punto dichiarai concluso il mio esperimento.

Mi è tornato alla mente questo episodio dopo aver letto che, nella mia città, un negozio di intimo ha messo in vetrina delle giovani donne, in lingerie.

Sono arrivati tanti curiosi ad assistere, qualcuno poi ha criticato sostenendo che fosse di cattivo gusto, un altro ha esclamato – cito come riporta un articolo sull’argomento – che “Sembra di stare ad Amsterdam” e non ho capito cosa intendesse. Forse quest’oggi in strada c’erano molte biciclette che, si sa, è il mezzo di trasporto più diffuso nei Paesi Bassi, ma non capisco cosa c’entri con una donna in vetrina.

Ho pensato quindi a un’alternativa all’esporre delle modelle, per evitare polemiche da parte dei soliti moralisti radical chic che non vogliono tenere le donne in vetrina e, inoltre, tenere a bada i pruriti dei curiosi che potrebbero rischiare arrossamenti e vesciche per il troppo sfregamento da prurito.

La soluzione sarebbe quella di mettere dei vegani in vetrina, per questi motivi:

  1. si soddisferebbe l’esibizionismo del vegano, che sente la necessità di mostrare a tutti la sua scelta di vita sostenibile, salutare e antisistema, alla faccia della lobby della braciola;
  2. si soddisferebbe il bullismo di quelli che, come me, se la prendono con delle categorie un po’ per moda. Un vegano esposto in vetrina offrirebbe intrattenimento garantito;
  3. con il punto 2. si soddisferebbe il vittimismo del vegano, che soffre di perenne sindrome da accerchiamento: ad esempio il vicino di casa nel condominio la domenica prepara il ragù per avvelenare di proposito il vegano con le esalazioni di macinato, rendendo vana la sua scelta salutare;
  4. il vegano in vetrina potrebbe fare ciao ciao con la mano ai passanti, se volesse: in questo modo mostrerebbe a tutti la sua scelta (di) salutare;
  5. i radical chic criticoni che non vogliono le donne in vetrina non avrebbero nulla da criticare, perché il radical chic ama le tendenze radical e chic e un biovegano in vetrina è chic e radical quanto basta;
  6. togliere un vegano dalla strada sarebbe una buona azione;
  7. le donne ormai sono un po’ passate di moda, diciamocelo, mentre il vegano sarà sulla cresta dell’onda anche per la stagione 2017/2018, a mio avviso.

Non è che l’eremita estetista sia solito depilare l’asceta


PREMESSA NON FUNZIONALE AL POST
La nuova impostazione grafica del lettore di WordPress è orribile.


Di come ho sfigurato davanti al Maestro.

Durante la cena di celebrazione del Zèzo, mentre assaporavo la mia zuppa di patate e funghi l’attenzione degli altri gentiluomini par mio presenti al tavolo è stata attirata da un’altra patata.

– Secondo me è ungherese

Ha affermato il Zèzo.
Io ho alzato la testa per rispondere che, sì, la mia zuppa era proprio ungherese. Lo si poteva facilmente intuire dalla quantità di aglio. Insieme alla cipolla, è sempre presente in qualsiasi piatto. Forse anche nelle bevande, a vostra insaputa.

Poi mi sono accorto che guardavano tutti alla mia destra. Non erano quindi interessati alla mia zuppa ma a una ragazza che, al tavolo di fianco, cenava sola.

È noto che una donna sola in un luogo pubblico attiri l’attenzione, anzi, le donne girano di proposito da sole per attirare l’attenzione, anzi, le donne nascono donne per attirare l’attenzione.

Anche la mia attenzione è stata attirata da costei.
In primo luogo perché era a braccia scoperte e l’ho invidiata tanto.

Io, anche d’inverno, tendo a soffrire il caldo nei luoghi chiusi e starei sempre a mezze maniche. In ufficio, quando non mi presento in t-shirt, arrotolo le maniche della camicia tante volte sino a bloccarmi la circolazione negli avambracci. Quando diventano cianotici mi rendo conto di aver esagerato.

Eppure, alla cena, per darmi una parvenza di rispettabilità avevo una camicia coi polsini addirittura abbottonati. Soffrivo molto.


La camicia era ovviamente a quadrettini, perché l’uomo rispettabile è un tipo quadrato.


La seconda cosa che mi ha colpito della ragazza è sempre correlata alle sue braccia. Quando le ha alzate, ho notato il folto pelo delle sue ascelle che neanche Chewbacca.

Qualcuno inorridirà.
Io non ci trovo nulla di scandaloso.
È spaventoso un pelo nella zuppa, semmai, solo che i poteri forti distolgono la nostra attenzione verso presunti altri problemi per non far notare il pelo nel piatto.

Seguendo i consigli del Zèzo, uno dei presenti ha conversato un po’ con la ragazza. Il Maestro ha poi suggerito di chiederle il numero per invitarla a uscire il giorno successivo.

Il discepolo cui era rivolto il suggerimento ha declinato, dicendo di non sentirsela e invitando me invece a farlo:
– Fallo tu, dai

Accompagnando le parole con un ampio gesto della mano a indicare magnamini…magnamnit…magnamimini…grande generosità.


Ché poi, quando si descrive, se un gesto della mano non è ampio non è rilevante, un po’ come quando uno che parla deve schioccar la lingua per forza.


Al che ho replicato

– Non voglio e non posso. Inoltre, bisognerebbe vedere se lei è d’accordo
– Eeeh! (tutti in coro)
da intendersi come un “ma che dici”.

Il Maestro Zèzo ha anche aggiunto:
– Se fossi stato io…Mannaggia, qua ci stanno le figlie mie, non posso proprio fare niente…una volta c’era una in… (aneddoto storico sulle avventure del Maestro Zèzo a caso, in chiusura di ogni suo discorso ).

A casa ho poi riflettuto e ho dovuto ammettere di essermi meritato la sua riprovazione.

Mica quando avevo ordinato la zuppa di patate la cameriera ha detto “Bisogna vedere se la patata è d’accordo?”.

Purtroppo il Maestro domani parte e chissà quando avrò ancora occasione di seder al desco con lui.

Non è che vai in giro con un gancio per riuscire a rimorchiare

Ho conosciuto il padre di CR.

Sono stato invitato fuori a cena con famiglia CR (padre, le due figlie e l’Ingrugnito) e amici in due occasioni, tra sabato e martedì: il compleanno di lui – da qui in avanti denominato Zèzo – cadeva ieri, ma in pratica è gestito come se fosse il Carnevale di Rio. Si festeggia infatti per una settimana: giovedì sera è prevista ancora un’altra serata.


In napoletano ‘o zèz è l’uomo che fa il cascamorto, si profonde in smancerie e complimenti, molto spesso per il solo gusto di apparire. Il zèzo, infatti, spesso agisce per colmare un insanabile egocentrismo, tanto che esercita il proprio carisma con chiunque, donne e uomini, vecchi e bambini, per attirare l’attenzione.

Esiste anche la versione femminile, ‘a zèza, che, allo stesso modo della controparte maschile, è tutta moine e vezzi e non chiude la bocca mai.


Le origini etimologiche sembra risalgano al teatro napoletano, da Zeza, diminutivo di Lucrezia, moglie di Pulcinella, che abbindolava il marito con smancerie e atteggiamenti falsi.


Il Zèzo che ho visto all’opera in queste serate è un arzillo 70enne che si è esibito in baciamano e canzoni all’indirizzo delle cameriere, oltre che nel fare conoscenza con giovani donne nei tavoli di fianco.

Ha anche illustrato a noi maschi presenti le tecniche valide per un approccio, accompagnate da aneddoti di quando sono state applicate in giro per il mondo per fare conquiste.

Una di queste tecniche è particolarmente interessante, per quanto non originale.

Il Zèzo sostiene che, quando al tavolo di fianco c’è una donna che reputiamo interessante, per rompere il ghiaccio e far conoscenza non bisogna partire all’attacco bruscamente.

Basta attendere il momento in cui lei prende in mano un bicchiere per bere e, guardandola negli occhi, alzare il proprio bicchiere in contemporanea ammiccando per un brindisi virtuale. In tal modo si crea un contatto e, cito, “poi è fatta, ce l’hai già lì, devi solo chiedere il numero”.

Ha raccontato che, una volta, mentre era seduto a un tavolino a Piazza del Plebiscito, per non farsi sfuggire l’occasione giusta ha atteso mezz’ora col bicchiere in mano aspettando il momento in cui una donna che aveva adocchiato si decidesse a bere.

Alla luce di questo aneddoto ho pensato allora di migliorare la sua tecnica, che è sì efficace ma alquanto statica. Infatti occorre star fermi e seduti a un tavolo in attesa dell’attimo propizio. Inoltre non è detto che si sia sempre così fortunati da avere di fianco qualcuna con cui far conoscenza o che beva.

Si potrebbe allora uscire di casa già con un bicchiere in mano, andando in giro a cercare occasioni da cogliere e brindisi cui ammiccare girando di bar in bar, di bistrot in bistrot, di bettola in bettola.


D’inverno magari potrebbe essere un po’ difficoltoso stare tutto il tempo per strada con la mano che regge un bicchiere, ma in ogni caso non andrebbero indossati i guanti. Avete mai visto uno che brinda coi guanti di lana? Non è elegante, suvvia.


Le bevande da portare dietro andrebbero diversificate a seconda delle fasi della giornata.

Al mattino: tazzina di caffè
Prima del pranzo: un bicchiere di Spritz
All’ora di pranzo: calice di vino
Nel pomeriggio: tazza di tè
La sera: calice di Prosecco
Dopo cena: un boccale di birra


Le bevande sopra esposte sono a titolo puramente esemplificativo. Nulla vieta di utilizzarne delle altre.


Chi volesse dunque sperimentare la tecnica e fornirmi dei feedback è ben accetto. Dimostriamo che possiamo essere zèzi migliori delle vecchie generazioni!

Non è che porti una donna su un fiume bergamasco per prenderla sul Serio

Io sono una persona seria.

Sul serio.

Chi mi vede può dire che sia un tipo serio.

Oppure che mi stia rompendo i maglioni. A volte l’espressione seria e quella smaglionata si confondono. È per confondere l’interlocutore. Come disse Oscar Wilde: È meglio tacere e sembrare scoglionati che aprire bocca e togliere ogni dubbio.

Io sono una persona seria.

Anche se i jeans mi danno fastidio al pacco non mi toccherò mai lì per darmi una sistemata finché non sarò tra le mie quattro pareti dove ci sono solo io e a volte dove nemmeno io ci sono, perché io, il serio, dopo una giornata di serietà sono stanco e vado a dormire per primo.

Io sono così serio che poi non mi riconosco più di fronte alle persone.
Esse sono come uno specchio: in ogni individuo con cui interagisco vedo un me stesso.

E allora vorrei dire a chi mi sta parlando Scusa, mentre mi parli io penso che vorrei sistemarmi il pacco perché mi dà fastidio, ma non posso perché giusto un momento prima mi ha detto quanto fossi serio che non sono tipo da sconcezze allora mi sembra di deludere le idee altrui e finisco col riconoscermi ancor di meno tutto perché ho un jeans che forse non andava bene per me ma che porto con ostinata serietà.

 

Non è che uno che naviga nell’oro se poi fa regali sia il Nababbo Natale

Tutti hanno qualcosa da chiedere a Babbo Natale ma delle esigenze di quel vecchietto nessuno si preoccupa mai.

Cosa desidera Babbo Natale?
Cosa sogna quando, tornato a casa, lascia gli stivali all’ingresso, smette l’abito rosso, lancia sulla poltrona la panciera, il tutto come se fosse una lavoratrice del sesso un po’ stagionata?

I suoi detrattori dicono che per aver lavorato un solo giorno – anzi una notte – all’anno matura il diritto al vitalizio pensionistico e questo sia scandaloso e quindi non avrebbe diritto di pretendere niente. Anzi, forse dovrebbe dimettersi perché in fondo chi l’ha votato ‘sto Babbo Natale?

D’altro canto il vitalizio è più che fittizio (bella rima): quand’è che andrà mai in pensione?
E forse questo è un bene, con tutti gli anni di contributi versati capirete che pagare la pensione a Babbo Natale manderebbe in crisi la previdenza sociale.

Per tal motivo si continuerà a ritardarne sempre di più l’uscita dal mondo del lavoro, finché non tirerà le cuoia. Questa cosa me lo fa sentire un po’ più vicino.

Forse potrei essere il prossimo Babbo Natale.
La barba la ho già, anche se è nera e dubito che si incanutirà mai del tutto. Credo che volgerà in un grigio piccione esausto e mi toccherà quindi tingerla di bianco.

Per metter su pancia potrei sempre chiedere consulenza a mia zia.
Bisogna sapere che lei ha per 40 anni provveduto al regime alimentare di mia nonna diabetica. La cara anziana fin quando ha vissuto è sempre stata in perfetta salute e non si è mai privata di nulla. Il segreto stava nel dosaggio preciso a livello subatomico di ogni singolo alimento.


Da qui il modo di dire che Si stava meglio quando c’era il regime alimentare, non come oggi che ci sono i vegani, poi c’è quello che si sveglia la mattina e decide che è meglio mangiare tutto senza glutine perché l’ha letto su internet, l’altro che segue la dieta del gruppo sanguigno, quella che segue la dieta delle targhe alterne e così via. Capirete che mettersi d’accordo per un pranzo crea una paralisi totale organizzativa ed è per questo che il Paese va a rotoli.


Tutta questa attenzione scientifica ma monotematica ha privato mia zia della capacità di saper cucinare per gli altri.

Ignora le quantità equilibrate di olio, sale, condimenti vari e singoli ingredienti per i non diabetici. Il risultato è che per non sbagliare e trovarsi a offrire di meno oppure a cucinare piatti insipidi, abbonda di qualsiasi cosa. Dall’olio al sale, dalla cipolla all’aglio, per non parlare di tutto il contorno di altri ingredienti che aggiunge per un singolo piatto.

Una volta mi disse: “Ti preparo una coscia di coniglio”.

Nel piatto ho scavato in mezzo a litri di pomodoro, cipolle, teste di aglio intere, rami di rosmarino, grani di pepe che sembravano pallettoni di un archibugio, porcini ancora attaccati al cesto di vimini, una corona di alloro forse rubata a un laureato, prima di trovare una coscetta piccola e smunta come quella di un Fassino che, com’è ovvio, alla fine di tutto aveva sapore tranne che di coniglio.

Una settimana a casa sua sarebbe sconsigliata da tutti i dietologi.

Babbo Natale, trema: il tuo posto un giorno sarà quindi mio.

Non è che l’affarista a casa abbia solo mobili da incasso

A. ha commesso un errore che potrebbe costarci qualche decina di migliaia di euro, ammesso che il progetto vada in porto.

Ha messo in copia in una mail me e un altro, cosa che il destinatario istituzionale di tale messaggio di posta non vuole che si faccia.

Tutto qui? Una cosa simile costa migliaia di euro?

Le regole non le scrivo io. Sono meccanismi imperscrutabili. Viviamo in un mondo che ruota intorno a cose di cui ignoriamo i lati nascosti.

Le costituzioni non si toccano.
Ma non possiamo esserne sicuri senza aver visto la loro cronologia internet.

I vaccini provocano gli autisti, che infatti sono sempre irritati e in sciopero.

Erano quindi le 8 di sera e via Skype ho detto ad A. – in preda a crisi ansiose autolesioniste a causa dell’errore commesso – di staccare, tornarsene a casa e farsi una dormita.

Giacché io a casa già c’ero andato. Stavo in mutande sul divano a grattarmi i Gintokini e quindi mi sentivo in colpa per la poveretta ancora chiusa in ufficio.


A meno che non fosse anche lei andata a casa e si stesse grattando altro, cosa che avrebbe potuto stimolare un piacevole prosieguo telematico di serata ma ahimé la timidezza reverenziale umana in tali approcci inibisce sempre questo tipo di relazioni.


Lei ha continuato a scusarsi prima di staccare, perché questo errore vanificherebbe un mio lavoro di due settimane.

Io le ho risposto placido e tranquillo, con filosofia: Non fasciamoci la testa prima del tempo.

Sono zen come un monaco?
Ebbene sì.

O almeno è ciò che faccio credere.

In realtà non me ne frega un gatto.

Non riesco a provare irritazione, perché che non arrivino dei soldi alla compagnia non me ne cale né tanto né poco.

E non son quei soldi a pagarmi lo stipendio. Non sono una gallina e non sono pagato a quantità di uova prodotte.

Beninteso, se la compagnia non incassasse danaro, presto o tardi il mio stipendio diverrebbe un onere eccessivo, quindi, che sia in modo diretto o in modo indiretto, la cosa finisce per tangere anche me.


Se fossimo in Marocco finirebbe per Tangeri?


Eppure non riesco a preoccuparmici con tensione emotiva.
È sempre stato così. Non sento lo spirito di squadra intorno al capitale aziendale.

L’ultima volta che invece ho preso a cuore le sorti di danaro non mio, anni fa, mi è poi venuta la gastrite.

E la cosa buffa è che non mi era mai capitato invece per il denaro mio, quello del mio portafoglio. Al massimo è arrivato un rodimento anale, ma quello è scontato.

Non sono comunque scevro da partecipazione emotiva in campo professionale. Ma riguarda più questioni che mi toccano sul personale o che mi provocano una reazione istintiva.

Ad esempio se ti vedo prendere la pizza con l’ananas ti guarderò male per qualche giorno.
E no, non ti giustifico perché non sei italiana: siamo nel XXI secolo e certi valori devono essere riconosciuti altrimenti qui non si capisce più dove stiamo andando a finire.

E tu invece pensi ai destinatari delle mail mentre nel mondo accade ciò?

Non è che a dicembre nel monastero addobbino l’abate

È più forte di me.
Cerco di stare lontano da determinati argomenti, per quieto vivere.
A volte ci riesco, altre volte no.
Finisco per sentire qualcosa dentro che mi rode e mi spinge verso quell’argomento.

Ho deciso quindi di parlare dell’evento principale di questo dicembre.

Il Natale.

Il Natale è come le Olimpiadi.
Si attende con trepidazione e grande entusiasmo.
Salvo poi lamentarsi perché la sua organizzazione crea tanto traffico per le strade, sperpero di soldi e, alla fine, diciamocelo, finisce sempre tutto in un magna magna.

Uno dei temi scottanti intorno al Natale riguarda il presepe.
Non si è ancora capito se non bisogna esporlo pubblicamente per evitare di attirare il terrorismo dell’ISIS oppure se bisogna invece farlo per evitare di attirare Matteo Salvini.

Per evitare problemi, Padre costruisce presepi nudi che, all’occorrenza, possono essere benissimo spacciati per modellini medioevali.

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Buonasera, buonasera, questa sera in studio avremo Caterina Sforza, Federico da Montefeltro e Lorenzo de’ Medici per discutere della riforma sul Consiglio dei Settanta, di cui avremo un plastico in studio.
[Bruno della Vespa]

Riguardo al cibo, premesso che non so bene quali siano le usanze in altre zone d’Italia, a Napoli è cosa buona e giusta fare il cenone il 24 sera, il pranzone il 25 e, poi, un pranzo anche il 26 con gli avanzi del giorno prima.

Purtroppo capita sempre che non restino avanzi dal giorno prima, quindi si cucina daccapo un pranzone per il 26 per onorare la tradizione perché sennò poi fa brutto e dicono che siamo provinciali, siamo tirati.

Negli ultimi anni una corrente riformatrice vorrebbe si riducesse il numero dei gozzovigliamenti, per dare un taglio agli sprechi alimentari e alle spese correlate.

Tale spinta riformatrice incontra l’opposizione di chi sostiene che abbiamo il Natale più bello del mondo e che vada bene così com’è.

Al coro dei difensori della tradizione ci siamo uniti anche noi non credenti/non osservanti, sostenendo che se venisse abolito il Natale non avremmo poi nulla da criticare.

Certo, rimarrebbe la Pasqua, ma quella se la filano in pochi.
Serve solo per capire in che giorno dell’anno organizzare una gita sotto la pioggia.

Perfino la celebre pastiera, dolce tipico pasquale, si è ormai votata al Natale per acquisir più notorietà.

Comunque la si pensi, al termine di ogni Natale ci si sente così:

Non è che se il chimico ha grande resistenza esclami “Ioduro”

Questa mattina verso le 5 sono stato svegliato da un crampo al polpaccio.
Era proprio lì che diceva “Svegliati! Svegliati! Devo farti vedere una cosa!”, infatti ho aperto gli occhi e, con mia sorpresa, avevo la gamba destra che con la sinistra formava un angolo di 90° gradi.

L’ultima volta che ho assunto una simile posizione è stato anni fa giocando a calcetto, provando ad agganciare il pallone con un atletico gesto volante come Roberto Bolle.

Sentii le anche che facevano uno scatto, come un clac, quindi da allora ho ritenuto opportuno non ripetere più la mossa.

Svegliatomi, fissavo la gamba godendomi quella frazione di secondo prima che arrivasse il dolore, al rallentatore, col tempo che sembrava fermarsi: un moscerino restava sospeso in aria, una goccia di sudore attaccata alla mia tempia come congelata, un ragno che pareva morto e in realtà era morto.

Poi è arrivata la fitta e mi è apparsa la signora Ciccone.

Sono andato al lavoro zoppicando. CR mi ha visto:

– Che hai?
– Eh stanotte mi sono svegliato con un crampo. Mi fa ancora male
Te lo senti ancora duro?
– …

E poi niente, mi ha consigliato di assumere magnesio ma da qui in avanti non c’erano altri doppi sensi e la cosa non mi suscitava ilarità.

Mi sembra di invecchiare e non sentirmi più elastico.

Mi rendo conto del tempo che passa quando realizzo quanti anni siano trascorsi dal celebre spot della Barilla, quello del padre di famiglia che parte e poi in albergo mette le mani nella giacca cercando i preservativi per la escort che ha chiamato e trova invece un fusillo.

Ci ho ripensato ieri, quando ho preso dall’armadio un maglioncino che non avevo ancora indossato da quando sono qui e vi ho trovato un pelo di uno dei gatti di casa.

Allora l’ho rigirato tra le dita, osservandolo con un po’ di commozione. Pensavo a me che torno a casa, entro e c’è il gatto sul divano che alza la testa, mi osserva con lo sguardo da “Ah, sei tu? Va be’” e poi si rimette a dormire.

Dove c’è cazzimma c’è casa.


Se non sapete cosa sia la cazzimma, non ve lo spiego.
Ecco, questo è avere cazzimma.


E comunque volevo dire che lo sento ancora duro da stamattina.