Non è che il film sulle difficoltà di una ragazza che ripara auto si chiami “Arranca Meccanica”

La settimana scorsa, quando l’ho messa in moto, l’auto ha iniziato a fare titic titic titic.

Ho pensato ci fosse un pezzo di plastica incastrato sotto.
Quando ho controllato, ho visto che lì c’era un cavetto che pendeva col morsetto che toccava l’asfalto.

Tutti i meccanici di fiducia (mia e di conoscenti) sono in ferie e di andare dal primo che capita non è che abbia tutta questa propensione. È possibile che vada lì per sistemare il cavo estinto e mi senta dire di dover sostituire il motore. So di poveri tapini entrati in officina per un cambio d’olio e usciti con un preventivo per un’auto di Formula 1.

Constatato che freni, acceleratore e volante funzionassero, ho girato un po’ – per esigenze – con l’auto tichititteggiante.
È un rumore molto irritante e l’impotenza di non potervi porre rimedio lo è ancor di più.
Dopo un po’ viene voglia di forarsi i timpani come un Cavaliere dello Zodiaco.


Il Cavaliere d’Oro Aldebaran del Toro, nel combattimento contro Syria che usava melodie ipnotiche, decide di rompersi i timpani. Comprensibile, anche a me la cantante Syria mi è sempre stata sulle balle.


So che molti lo conoscono come “Toro” e basta, ma, così come tutti gli altri Cavalieri, nella versione originale hanno dei nomi e non ci si rivolge a loro soltanto col nome delle sacre vesti. Qual sgomento, ad esempio, quando all’epoca scoprii che Pegasus non si chiamasse affatto Pegasus: e io che avevo sempre pensato che fosse una fortunata combinazione che uno che si chiamava Pegasus ottenesse l’armatura di Pegasus.


Inoltre ho il timore che la gente in strada oda tale rumore e mi osservi.
Questa sensazione mi incute disagio e soggezione.

È come andare in giro con le scarpe nuove che scricchiolano e cigolano.

wikiHow fa presente che nascondere la cocaina nelle scarpe che cigolano è rischioso, in quanto il rumore attira l’attenzione

Mi è successo una sola volta, per fortuna. In prima media.

È una di quelle cose per le quali da bambino potresti rischiare di essere pestato.
E io ero ancor più preoccupato in quanto piccolo.
Da piccolo ero piccolo. Sembra tautologico, ma il fatto è che mi trovavo un anno avanti gli altri. O un anno indietro, non l’ho mai capito. Insomma, per la mia età ero avanti nel sistema scolastico avendo fatto la primina, ma ero indietro come età rispetto ai miei compagni.

Una volta, con quelle scarpe indosso, stavo attraversando il lunghissimo e vuoto corridoio tra i bagni e l’aula.
L’eco delle mie scarpe sul pavimento cigolava tra le pareti scrostate che custodivano il prezioso amianto di cui sono farcite le nostre strutture.
Sgnek sgnek sgnek sgnek.
Sgnesgnesgnesgnesgnek.
SgneeeekSgneeekSgneeek.
Che accelerassi il passo o rallentassi non cambiava molto: se andavo più veloce per arrivare il prima possibile in classe facevo tanto rumore, se andavo piano per esser leggero prolungavo lo stillicidio.

All’improvviso, da un’altro corridoio, dalla direzione opposta svolta l’angolo uno studente di terza. Alto il doppio di me.
Vado avanti facendo finta di niente.
Quando ci incrociamo, lui passa oltre. Poi si ferma e si volta fissandomi le scarpe. Mi volto anche io. Per un attimo lo guardo sperando che passi questo messaggio telepatico: “Rumore? Io non sento niente. Il rumore è nella tua mente”.

Purtroppo non gli arriva la comunicazione o non si convince.

Si avvicina.
Adesso mi mena.
Mi scaraventa giù dal finestrone del primo piano verso il canestro da basket in cortile.
Mi leva le scarpe e le usa per malmenarmi per vedere se cigolano anche contro la mia faccia.
Mi costringe ad ascoltare canzoni di Ivana Spagna.

Invece lui si presenta porgendomi la mano. Era anche pulita, cosa rara per un ragazzino delle medie.
Per un attimo esito, temendo che fosse un trucco per una mossa di aikido. Ma decido di fidarmi. Facciamo conoscenza e chiacchieriamo.

Da quella volta è divenuto il mio amico del corridoio.

Non l’ho mai visto fuori la scuola né in altri luoghi. Lo incrociavo soltanto di passaggio tra i bagni e l’aula e ci salutavamo o facevamo due chiacchiere.

Ero anche convinto che se mi avessero aggredito mentre mi trovavo lì lui sarebbe intervenuto. Difatti non sono mai stato aggredito e non si può escludere che siano stati i benefici della sua amicizia.

A stento ricordo che faccia avesse.

Poi le scuole quell’anno finirono e non lo rividi più.
Forse non è mai esistito.
Forse era lo spettro di uno studente morto tragicamente in quell’istituto.
Forse era un’allucinazione prodotta dal suono ipnotico delle scarpe.

Ho pensato che tutti hanno avuto o hanno una conoscenza “da corridoio”. Un contatto estemporaneo e casuale ma ripetuto che entra a far parte della familiarità pur rimanendo confinato a spazi e tempi limitati.

Sono uscito di nuovo con l’auto tichititteggiante.

Però non si è fermato nessuno a parlare con me, attirato dal rumore.

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Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che non credi a un bovino solo perché è una bufala

Una delle cose che mi riesce più difficili è quella di interagire in modo rilassato con altri esseri umani, senza provare un senso di oppressione e fastidio e anche qualche accenno di iperidrosi. Tale sensazione si verifica in particolare in presenza di commessi petulanti, che, ahiloro, sono chiamati a svolgere la mansione per la quale sono stati assunti, cioè quella della petulanteria.

Sembrano gentili e sorridenti, ma ricordate che non sono vostri amici.

Sabato. Supermercato.
Mi dirigo al banco dei latticini per prendere della mozzarella, quando una commessa appostata lì per scopi pubblicitari si volta verso di me esclamando “Un po’ di mozzarella?”, accompagnando la frase con un cenno accondiscendente del capo e un ecumenico gesto della mano.

Al che io, fingendo di cercare altro, cambio all’istante direzione dirigendomi verso lo scaffale opposto al grido di “Oh ma dove sarà mai la Citrosodina?”.

Dopo un giro dell’intero supermercato per prendere altro, torno nella zona formaggi sperando che la commessa non sia lì.
Noto che è distante e girata di spalle, l’operazione è quindi fattibile. Il piano è

  1. Arrivare al bancone con un giro largo fuori dal campo visivo del nemico, senza attirare l’attenzione. Tempo max: 10 secondi
  2. Arrivato sul posto, guardare tutti i prodotti con un’occhiata veloce. Tempo max: 2 secondi
  3. Prelevare “il pezzo”.
  4. Controllare l’etichetta. Tempo max: 2 secondi
  5. Abbandonare l’area.

Arrivato al punto 4 purtroppo il nemico mi è piombato come un falco addosso, e, mentre esclamava “Ci sta pure la confezione singola, vedi questa ne sono due” mi ha strappato “il pezzo” di mano.

– Invece no, questa è una sola…ci stanno pure i bocconcini se preferisci
– No questa va bene (e molla!)
– È 250 grammi, vedi tu se va bene
– Sì (ma fatti i casi tuoi)
– Tieni, ti do pure un po’ di ricotta fresca di bufala

E me l’ha buttata nella busta prima che io potessi chiedere spiegazioni. Poi si è avventata su un’altra cliente.
Non so se fosse omaggio o meno, ma arrivato al bancone dello yogurt la ricotta l’ho depositata lì.


Non si fa, non fatelo e non pensate di farlo. Posare i prodotti a caso, intendo. Ma non volevo tornare in quella zona.


Oggi invece avevo bisogno di un po’ di frutta.
In un altro supermercato.

Mentre sto prendendo la bustina, arriva il commesso del reparto ortofrutta che me la toglie dalle mani e mi fa “Che ti serve?”.

– Ehr…banane.

Dico.
E  dopo che me le ha imbustate ed etichettate fuggo via.

Potrei anche accettare il fatto che siano a mia disposizione anche se io non l’ho chiesto, ma che almeno non avessero l’abitudine di togliere le cose dalle mani altrui.

Altrimenti sto pensando di pedinarli fuori dall’orario di lavoro e strappar via loro cose di mano.
Del tipo, appostato a un parchimetro: Deve parcheggiare? Dia qui le monetine, le inserisco io! Quanti minuti? 10? 20? 30? Ho fatto un’ora, che faccio lascio? Ma sì, al limite si fa una passeggiata, è tutta salute!

Non è che il palestrato vada al negozio di animali per avere la tartaruga

Ogni anno, ad agosto, dai vicini arrivano i parenti dal Nord.

Hanno delle bambine rumorose, o meglio, sono state bambine rumorose per anni. Non so per quanti, a me sembravano a ogni estate sempre delle ottenni. Al che pensavo fossero bloccate da un incantesimo. O che ogni anno venissero sostituite con delle bambine di pari età.


Potrebbe essere un’idea: perché dovrei poi accettare di avere un giorno un adolescente puzzolente in casa, se non lo voglio? Una volta che il bimbo è cresciuto troppo lo baratto con il bambino di un altro che invece è stanco di aspettare che il figlio cresca.


A scanso di equivoci è meglio precisare che qui si sta scherzando, oggigiorno qualsiasi argomento è un campo minato*. Tutti si offendono di tutto. Rimpiango il mondo di qualche anno fa, fatto da poche categorie definite, che si sapeva di non dover offendere. Oppure di offendere per sentirsi meglio con sé stessi.


* A questo punto non posso non citare Luttazzi: La vita è un gigantesco campo minato e l’unico posto che non è un campo minato è il posto dove fanno le mine.


Adesso invece le bambine sono diventate adolescenti rumorose, di quelle che urlano contro i genitori come in un qualsiasi film italiano dove le donne urlano sempre anche per chiedere il sale.


In generale, c’è una scuola di pensiero nella recitazione italiana che prevede due modalità: il sussurrato e l’urlato.


Uno di questi giorni ho udito un litigio così acceso e furioso che non sapevo se chiamare la Polizia o la Comencini.

Si son portate dietro una tartaruga.
Il primo giorno l’hanno messa in giardino in un recinto, ma l’animale deve esserne uscito perché poi l’ha raggiunta un gatto e l’ha ribaltata.

Padre ha segnalato ai vicini il ribaltamento e da allora la tartaruga non l’hanno più messa in giardino. Fortunatamente non hanno avuto da ridire.

Già mi immaginavo di finire a Forum perché ho i gatti che ribaltano tartarughe altrui.

Non è che l’intercalare sia la parabola discendente di una squadra di Milano

Se hai la fortuna di trovare qualcuno che riesci a tollerare stringilo forte e non mollarlo [Antoine de Saint-Exupéry]

Conosco una persona che, mentre le stai raccontando qualcosa, per annuire ha come intercalare quello di ripetere “Eh”. Con tono secco, rapido, incalzante. Trasmette ansia, perché sembra che comunichi “E quindi? E allora? Muoviti, che mi annoia”.

Parlare ogni giorno con una persona così penso mi inibirebbe. O mi darebbe ai nervi.

Ho pensato che nella vita per andare d’accordo non contino soltanto le grandi cose. Anche particolari e abitudini possono pesare nella gestione di un rapporto.

Mi immagino la vita quotidiana:

– Cara, sai oggi al lavoro che è successo?
– Eh
– Ti ricordi quel collega
– Eh
– che è andato in viaggio di nozze
– Eh
– in Thailandia…
– Eh
– …e quando è tornato
– Eh
– …va be’, niente, vado a guardarmi Eroi del ghiaccio su DMAX
– Eh

Oppure, non potrei vivere con una persona che lascia posate e stoviglie sporche nel lavello dopo averle utilizzate.

La mia ultima coinquilina a Budapest era così. Era arrivata al punto di aver tutto il suo corredo di pentole, posate e piatti, impilato sbilenco e sudicio in una delle due vasche del lavello. E così per una settimana è andata avanti a cibarsi di cetrioli crudi e yogurt e cereali per la pigrizia di non lavare ciò che le sarebbe servito per un pasto decente.

Io le ho dissi più volte di prendere dalla cucina ciò di cui aveva bisogno: era roba già presente lì e non ne avevo certo utilizzo esclusivo. Ma non l’ha mai fatto, non so se per germofobia (ma considerate le colonie di batteri che lasciava crescere nel lavello, ne dubito), l’obbligo di dover poi pulire perché anche io in quel caso avevo necessità di usarle o perché, essendo vegetariana, era di quelle oltranziste che non vogliono utilizzare posate e pentole che hanno toccato carne.

La gestione di una casa è un’attività complicata e ci ci sono tante piccole cose che possono dare fastidio. C’è chi lascia gli aloni dei bicchieri sul tavolo. Chi non svuota la pattumiera. Chi lascia marcire le cose in frigo.

Poi ci sono quelli che non spengono mai le luci.
Madre è così.
Lascia la luce accesa in una stanza perché tanto poi dopo deve tornarci. Poi se ne dimentica o cambia idea ma la luce intanto rimane accesa finché non passa qualcuno. Abbiamo i consumi elettrici di una discoteca.

Mi chiedo in una scala di valori quali siano le abitudini che rendono le persone più intolleranti verso gli altri e siano fonte di conflitto.


La citazione iniziale è un falso. È tratta da Bojack the Horseman.


Non è che per la moglie dell’astrofisico contino le dimensioni parallele

Durante un tranquillo spettegolare con un’amica si è finiti a trattare il discorso delle dimensioni.

Lo spunto era stato il commentare una coppia di amici suoi, in cui lui, pur dopo aver lasciato l’amica della mia amica, continua a mandarle sue foto molto intime. La mia amica ha intravisto una di queste foto in cui la beneamata verga era immortalata in primissimo piano.


La questione è un po’ più complessa di così: lui ha lasciato lei, lei scrive ancora a lui, lui le manda foto porno, lei chiede di poter toccare con mano la questione, lui rifiuta.


– Ho visto solo per un attimo ma non sembrava messo male! Ho capito perché lui le manca!…Comunque – ha aggiunto – non sono una che sta a guardare, però un minimo di sostanza ci vuole
– Conta saperlo usare! – dico io, nella più scontata delle battute
– Sì va be’ ma uno standard minimo almeno ci deve essere
– Va be’, poi non è che ci vuol molto a riempire – replico dopo qualche istante di riflessione – La lunghezza è 7 centimetri – riferendomi alle dimensioni della Signora Gina
– 7 centimetri? – mi risponde perplessa
– Beh 7-10…quella è insomma la dimensione – dico mostrando anche la misura formando una C con indice e pollice
– 7 centimetri, veramente? – mi chiede con un’aria perplessa e abbassando la voce
– Sì, poi la vagina è ripiegata su sé stessa, insomma, come un ombrello

E lì sono andato avanti con ginecologia spicciola imparata su Focus.

Mentre tornava a casa, mi è venuto un dubbio ripensando alla conversazione e alla sua aria perplessa: non è che quando parlavo dei 7 centimetri avrà pensato mi stessi riferendo a me? La cosa mi ha causato un brivido freddo lungo la schiena.

Con questa persona, essendo in rapporto amicale, non ho alcuna velleità di tipo erotico-sessuale. Mi turba però l’idea che possa avere un’idea sbagliata su di me in particolare su questioni di portata così intima e personale. Idea che, per la natura appunto del nostro rapporto, non potrei farle cambiare!

Vorrei chiarire l’equivoco, semmai ce ne sia uno, ma non saprei come fare. Chiedere direttamente “Ehi, ma quando parlavo di 7 centimetri di lunghezza pensavi alludessi a me stesso?” mi sembra poco cortese oltre a lasciar capire che sono vittima di pensieri ossessivo compulsivi, cosa in assoluto non vera!

Potrei magari, durante una leggera conversazione, buttar lì una innocente vanteria sulle mie dimensioni. Del tipo: “Ehi, oggi mi stavo lavando, avevo il sapone negli occhi e stavo cercando il tubo della doccia, pensavo di averlo preso invece ah ah ah avevo preso il mio ah ah ah beh hai capito, mi sono confuso! Che roba!”

Però la cosa potrebbe anche esser scambiata per una goliardata spaccona e lasciata cadere nel vuoto.

Per tagliare la testa al toro forse potrei, la prossima volta che mi troverò a casa sua, approfittare di un suo momento di distrazione per denudarmi nel suo salotto e mostrare la realtà dei fatti, con una scusa del tipo “Scusami, mi era entrato un insetto nei vestiti e avevo paura mi mordesse”, oppure “Scusa, ma credevo che i miei vestiti stessero andando a fuoco per combustione spontanea”, o ancora “Scusami, ma dovevo mostrarti il mio pene”.

Terrò aggiornamenti su questa penosa questione.


Quella riguardante la coppia descritta nell’incipit.


Non è che serva un ascensore per mandare giù un bicchiere

Non sapendo nuotare e non amando neanche molto tale attività, come ho già raccontato in passato, mi muovo in acqua col passo del Dr. Zoidberg: a gambe arcuate spostandomi lateralmente.

A volte penso dovrei iscrivermi in piscina almeno per imparare.
Ho sempre rifiutato l’idea anche per mancanza di tempo e danaro. Il primo è una scusa, in quanto il tempo, se si vuole, si trova. Volendo, inoltre, con quello che spendo in birre nei week-end potrei pagare mensilmente la quota di iscrizione. Ne guadagnerei in salute, probabilmente.

Mi sono chiesto quando fosse stata l’ultima volta che sono uscito e non ho avuto un bicchiere in mano.
Non la ricordo.

E poi mi sono chiesto quando ho visto l’ultima volta i miei amici senza un bicchiere nelle loro mani.
Non ricordo neanche questo.

E tutte le persone che vedo in giro.
Anche gli astemi hanno bicchieri in mano.

L’invenzione più importante dell’umanità non è la ruota ma il bicchiere.
Immagino la scena quando non esistevano, nel Paleolitico o giù di lì:

– Grumbolz, stasera andiamo a bere qualcosa?
– Sì, dai, Brugloz. Avrei proprio voglia di latte di mammut fermentato
– Anche io. Certo se avessimo i bicchieri…
– Già, infatti.
– Va be’, sarà per la prossima volta se mai li inventeranno.

Il bicchiere è il vero collante sociale.

E offre anche argomenti di conversazione: ricordo al liceo mi raccontarono la storia di una tizia conoscente di amici di conoscenti che si infilava un bicchiere proprio lì, nell’origine del mondo.

Sì sa come vanno questo racconti. La storia sarà stata romanzata sicuramente. Io credo che in realtà sia frutto di un equivoco e sarà andata così:

– Ehi, ti va un bicchiere?
– Non lo so…Fammi provare!…Gnnn…Ah! Sì sì, guarda, mi va perfettamente!
– …

Non è che il raffreddore ti faccia sprecare Tempo

– Sai che lei è qualche giorno che si fa sentire poco e niente?
– Avrà capito di essere petulante e insistente [Ma non ti lamentavi che rompeva le palle? Ora è un problema se non si fa sentire?]
– No, ieri mi ha scritto dicendo che ha conosciuto un ragazzo al mare
– Ah [Buon per lei! C’è gente che va a prendere Sole e alla fine prende sòle…]
– Cioè dopo che mi rompeva le ovaie, lei e l’ex, che non poteva vivere più, che stava disperata, mo’ trova uno ed è tutto a posto
– Eh beh [Come dicono in Giappone, Kyoto scaccia Kyoto…]
– Forse sarò io all’antica, ma secondo me ci vogliono dei tempi tecnici da rispettare, dopo la fine di una storia. Non so
– Beh ci sono persone con un disperato bisogno di attaccarsi a qualcuno…

Mentre dicevo ciò avrei voluto porre una domanda: Scusa, non era andata così anche tra di noi, con tu che mi tiravi per la camicia verso di te che a momenti mi saltava un bottone – quello dei pantaloni – mentre c’era ancora il cadavere caldo del tuo ex e io volevo fargli marameo mentre non mi vedevi ma si sa che non bisogna macchiarsi di ὕβϱις (hybris) come sapevano i Greci perché poi dopo le cose son finite e io alla fine potevo solo far marameo a ‘sta ceppa?

Ma mentre pensavo a tutto questo ho perso tutto il filo della conversazione e sono tornato sulla Terra mentre ci stavamo già salutando.

C’è una categoria di persone che mi lascia perplesso ed è quella di chi contesta agli altri le stesse cose che fa lui. Categoria a cui credo di appartenere, perché io ad esempio contesto le persone che contestano gli altri. Essendo io contestatore, sono al contempo stesso da contestare.

La seconda cosa che mi lascia perplesso è la definizione di tempo tecnico.
Sembra un concetto mutuato dal mondo sportivo: Ehi, arbitro! Il Mister chiede un tempo tecnico!.

Come si sa quando un tempo è tecnicamente giusto?

Nella mia vita ho sempre sbagliato tempi, sarà per questo che non son diventato chitarrista. Suonavo un tempo in testa che non corrispondeva a quello che stava tenendo la mano. Se adattavo il tempo mentale a quello della mano, quest’ultima lo cambiava a sua volta.

È un po’ quindi come succede con le persone: spesso vanno a tempi diversi nella propria testa.
Che tempi!

Non è che per Italo Svevo le chiacchiere stessero a Zeno

Nel momento in cui mi prometto di smettere di fare qualcosa, sto già iniziando a farlo di nuovo.

È un po’ come l’ultima sigaretta di Zeno Cosini.

Eppur non si tratta di fumo o bere o altri vizi concreti. Non mi è difficoltoso evitare una tentazione concreta.

Ma il cattivo pensiero, il sentimento negativo, l’atteggiamento pernicioso, stati persistenti che convivono in me, sono basati su automatismi che non riesco ad aggirare.

E quindi ogni metaforica ultima sigaretta non lo è mai.

Anche il fatto di voler smettere di far qualcosa è diventato un vizio.

A volte, quando osservo le persone, mi chiedo se anche loro stiano combattendo un vizio nel loro intimo.


Nel mio intimo c’è vizio!


E mi chiedo se stiano vincendo o perdendo o pareggiando ai tempi supplementari.