Non è che in viaggio puoi fare i conti senza l’hostess

Delle volte, in stazione, mi soffermo ad ascoltare la voce sintetica che annuncia le partenze. Ricorda che esiste altro oltre un mondo fatto di alte velocità e grandi ritardi, di località note e gettonate.

Mi affascinano i luoghi più disparati dislocati lungo lo stivale. Il treno IC proveniente da Nduja Calabra e diretto a Vergate sul Membro è in partenza dal binario 14. Ferma a Sdraio a Mare, Santa Maria di Buonadonna, Città di Bordello, Reggipetto sul Reno.

Mi piacerebbe viaggiare  più spesso lungo lo Stivale, seguire il paesaggio che scorre lungo il treno – perché è il mondo intorno che scorre, il mezzo è fermo, non so se ve l’hanno detto – esplorando la realtà di posti a me ancora sconosciuti.

Poi ricordo lo stress psico-fisico che comporta un viaggio in IC o Regionale e la voglia tende a scemare. Negli IC quando sali a bordo spesso trovi gente che dorme e considera lo scompartimento come composto da due letti, non da 6 posti a sedere. Oppure c’è una famiglia con un numero imprecisato di bambini che si comportano come delle scimmie evase da uno zoo, col beneplacito dei genitori che già sono costretti a subirli a casa e non si prendono quindi la briga di seguirli nel treno.

Non è sempre tutto negativo, però. A volte si fanno conversazioni interessanti con gli altri passeggeri.

Come quando m’imbattei in una coppia di anziani che da Modena scendevano ad Aversa dai parenti. La signora partì dall’Emilia parlando col tipico accento di quelle zone ma man mano che il treno scendeva giù incominciava a cambiare intonazione e parole. Arrivò ad Aversa che parlava come Nino d’Angelo.

Una volta invece mi stavo lamentando con un mio amico seduto di fianco, che mi aveva svegliato mentre mi ero assopito, facendogli presente che mi ero alzato alle 6 e che avevo sonno. La signora seduta di fronte mi fa: Poverino! Si è svegliato alle 6!…Sai a che ora mi sveglio? Alle 3, per prendere l’IC ed arrivare a Pomezia ed essere a scuola a insegnare alle 8:30.

Al che ho imparato una cosa: bisogna stare attenti a ciò che si dice in treno perché ci sarà sempre qualcuno intorno a te che avrà un interesse specifico nell’argomento e/o qualcosa da ribattere. Come quella volta che stavo spiegando a un amico che sul CV quando ci si candida a offerte di lavoro è utile espungere le esperienze non attinenti o poco rilevanti: se ti stai candidando per una banca, non scrivere che in passato hai fatto il bagnino, ad esempio.


DIDASCALIA LAVORATIVA
In teoria, uno dovrebbe preparare un cv fatto ad hoc per la posizione cui si sta candidando.

In pratica, per come la vedo io, nel mondo odierno questa minchiata non funziona più. Se non vuoi stare a casa a videogiocare tutto il giorno a retrogames sugli emulatori online, devi prepararti a fare tutto. Dal cameriere, al postino, al cassiere, all’arzigogolatore, in attesa poi del posto che ti permetta di fare ciò che volevi e/o per cui avevi studiato. Devo togliere quelle esperienze dal curriculum perché non attinenti? Perfetto. Salvo poi venire escluso a priori perché risulterà che dal 2011 al 2015 non ho fatto nulla, così il selezionatore dirà “Ah! Questo di sicuro passa le giornate sugli emulatori di retrogames e non ha mai lavorato!”.


DIDASCALIA SUL RETROGAMING
A proposito di videogiochi: ecco cosa mi sta rovinando la vita in questi ultimi giorni (sono tutti gli originali, non sono meri rifacimenti):
http://www.ssega.com
http://www.snesfun.com
http://www.8bbit.com

per non parlare di archive.org che ha caricato online un catalogo di giochi DOS.

Io vi avverto. Questo l’OMS non lo dice: questa roba fa male più della carne rossa e dà dipendenza più del formaggio che dicono sia come una droga (infatti al contadino non devi far sapere quanto è buono il formaggio nelle pere).


In quel momento intervenne un tipo vicino a noi, dicendo: Scusa perché hai parlato di bagnini?…Sai io sono bagnino, che poi in realtà si chiama addetto alla sorveglianza balneare, ho anche il diploma…
E io gli rispiegai la cosa del CV. E lui di nuovo insistette sul fatto che per fare il bagnino aveva fatto un corso ed era stato certificato.

Insomma, meno male che era arrivato il momento di scendere perché non ho capito cosa si aspettasse da noi, un riconoscimento ufficiale? Un posto di lavoro? Mah.

Un capitolo a parte meritano gli amori da treno. A volte innescati da qualche scambio di parole. Altre volte invece fatti di platonicismo puro, come il Sommo Poeta ci ha insegnato. Basta un dettaglio, il libro che legge, il tipo di abbigliamento, la musica che dalle cuffiette prorompe all’esterno, per farmi capire che può essere la donna della mia vita.


Insomma, una che ad esempio ha una borsa con dei gatti disegnati sopra può essere una cattiva persona? Può essere una ragazza non interessante? Io non credo.

Può essere una malata di mente? Questo è probabile.*


* Io credo che le donne che amano i gatti non stiano a posto con la testa. E lo dico da gatto, amante dei gatti, amante delle donne che sono amanti dei gatti e amato da donne che erano amanti dei gatti.


Almeno fino a che non è il momento di scendere dal treno.

I viaggi lunghi e con soste frequenti hanno quindi un loro perché: purtroppo noto in me un imborghesimento che mi porta a scegliere le alte velocità. E, a tal proposito: perché gli steward/le hostess a bordo di Trenitalia sono sempre scazzati mentre quelli di Italo sono giovani, splendenti e sorridenti come un spot Mentadent?

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Non è che all’ortolano puoi dar dell’hipster perché ha la barbabietola

Per la rubrica “acquisti incauti”, ho comprato l’altro giorno su Amazon una spazzola da barba. Io neanche sapevo esistesse una spazzola da barba, ma se in fondo ci sono spazzole per capelli, scarpe, cani e gatti non vedo perché non debba esisterne una anche per quello. Anche se non ne noto la differenza estetica. Darò un resoconto dopo la prova pilifera.

Il fatto è che il pettine mi stava dando problemi, ultimamente. Arriccia o strappa il pelo.

In preda a questi raptus di hipsteria, oggi ho girovagato in cerca dei famosi pantaloni a quadri che mancano al mio guardaroba, dopo la dipartita del precedente paio. Mentre ero in perlustrazione di negozi di moda giuovine, che per sembrare ancor più giovani diffondono musica ad alto volume o spruzzano profumi nell’ambiente (alcuni negozi puzzano di Alcott, infatti), mi ha telefonato la tizia per la quale ho fatto da “consulente” per la tesi (Puntata precedente qui).

Quando ho visto il nome sul display mi è venuto in mente un verso di una canzone che Valentino Rossi deve aver scritto per Marquez: sembra non sia possibile dimenticarsi di te.


Sì, la canzone diceva “sè” e non “te” ma io le canzoni le storpio come più mi aggrada e si adatta alla circostanza.


Dopo, alla fermata dell’autobus, mentre ero da solo mi sono ritrovato a canticchiare questo verso, però intonandolo come se fosse una canzone di De Andrè.


ATTO DI PENTIMENTO
Domando scusa agli estimatori di Faber.


PRECISAZIONE ALL’ATTO DI PENTIMENTO
Domando scusa agli estimatori e non al cantautore perché lui da persona intelligente non se la sarebbe presa, mentre gli estimatori, in generale di cantanti, attori, scrittori, politici ecc., si offendono come se stessero subendo un torto personale.


Comunque la cosa grave è che per strada quando son da solo ultimamente canticchio. Sintomi di incipiente follia evidenti?


La tizia, con la quale pensavo di aver concluso i rapporti dopo aver completato il lavoro, mi ha telefonato per dirmi che era alle prese col discorso per la seduta ed era in difficoltà.

Precisiamo: suo padre era alle prese con la scrittura del discorso.

Questa qui praticamente non vuole fare proprio nulla, perché ha capito come possono funzionare le cose nel mondo: basta trovare qualcuno che le faccia per te. Anche la mia consulenza non è stata pagata da lei, ma dal ragazzo.

A questo punto non voglio sembrare sessista, ma immagino che in cambio lui ne riceva prestazioni sessuali non indifferenti, almeno!

La cosa ironica è che comunque la tizia sia preoccupata per il discorso, per fare buona impressione sulla commissione: la capisco, parte soltanto da un misero 109. In pratica le basta sedersi ed è già 110. Se si siede e dice “buongiorno”, arriva anche la lode. Nella sua università abbondano le lodi, ma non credo perché siano tutti dei gran geni (anche perché la mia tizia non mi sembra una cima). Credo basti la retta…via.

Comunque ha detto che vuole fare le cose per bene. Proietterà anche un breve video prima del discorso. Un video fatto da qualcun altro, ovviamente, che ha già reclutato.

E io che mi ci pago spazzole da barba con le consulenze.

Non è che si chiama “divisa” perché tagliata apposta per te

Attendevo una veloce risposta per ciò che concerne il colloquio e stamattina è arrivata: non ce l’ho fatta.

O meglio, non è che io non l’abbia superato: la tizia dice che “preferisce rinviare al momento a causa di cambiamenti negli impegni e nella propria situazione, riservandosi di ripensarci a gennaio ma, nel frattempo, incoraggiando anche a vagliare altre possibilità”.

Insomma, è come quando chiedi a una ragazza di uscire e quella ti risponde “Ti faccio sapere, ci organizziamo”, che è un modo elegante per dire no aspettandosi che l’altra persona capisca. Puoi sempre raccontare agli amici che non ti ha respinto ma che sta vagliando attualmente altre possibilità, compatibilmente con le strategie di mercato che la congiuntura attuale esige.


Per la cronaca: no, non ho chiesto alla Tutor di uscire, è un esempio e quindi come tale non basato su eventi reali recenti.


A questo punto posso anche rivelare di cosa si trattava, tanto la scaramanzia è uscita di casa per non tornare più.


Che tra l’altro io non sono neanche scaramantico, semplicemente credo che le cose cessino di essere realizzabili nel momento in cui ne parli troppo e le carichi di aspettative.


Ho sostenuto un colloquio alla FAO.
La FAO, avete presente? La Federazione Autisti Operai.

In serata invece ho sostenuto l’esame da arbitro. Almeno quello è andato bene. Soltanto che mi hanno dato la maglietta di taglia L mentre io avevo chiesto una M.

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Devo cambiare pantaloni della tuta, perché hanno l’elastico inelastico e mi sento abbastanza fantozziano a tirarli su. Vatti a fidare delle cose acquistate a 7 euro da Cisalfa!

E, a proposito di pantaloni, ne desidero ardentemente un paio a quadri. Ho appena gettato i miei preferiti, dopo aver tirato fuori la roba invernale, perché ormai avevano fatto il loro tempo. Io i pantaloni tendo a usurarli in maniera devastante.


Purtroppo lasciarli un’intera stagione nell’armadio invece di gettarli già la scorsa primavera non è servito a farli ritornare agli antichi splendori.


Purtroppo c’è un problema: fatico a trovare pantaloni a quadri decenti. Quelli che vedo in giro sanno troppo di signore attempato, mentre quelli che avevo erano sobri e giovanili come si conviene a un giovane barbuto sobrio e giovanile come me.

Non è che l’imbianchino abbia la sindrome del color irritabile

Mi sono ricominciati gli spasmi allo stomaco. È da una settimana che vanno avanti.

Cause: Poco sonno. Fumo. Preparare un test e un discorso in inglese. Ansia. Quella per il colloquio inoltre era una premura inutile, perché, come ho raccontato, ha parlato per tutto il tempo la Dott.ssa Comesfromthesea. Ora l’attesa di un responso per ciò che concerne l’esito non mi aiuta a rilassarmi.

Non saprei che direzione prendere se fosse andato male. Le alternative che ho non sono a una portata logistica accettabile. Ho il terrore di aver imboccato un percorso di vita non percorribile. Ora non potrei permettermi di andare 6 mesi in Perù per un progetto sulla foresta amazzonica e abbandonare qui la famiglia.

Ogni volta che, mentre sono a Roma, sento Madre al telefono, sembra che a casa stia andando tutto a rotoli. Poi torno giù e sembra tutto a posto. Stanno tutti meglio di me che invece ho perso altri due kg e ora ballo sui 70.


Forse sto facendo una dieta troppo povera. Pezzente, direi.


In verità non va proprio tutto bene: Padre è un mese che ha dei problemi articolari seri, ci sono giorni che si sveglia – ammesso che il dolore lo faccia dormire – e non può alzarsi dal letto perché non riesce. Un infortunio calcistico di trent’anni fa non curato come si deve oggi lo ha praticamente portato ad avere le cartilagini di ginocchio e bacino distrutte. Si riempie di antidolorifici come Dr. House. Padre ha sempre un rapporto un po’ insano coi medicinali: li assume come caramelle. Se l’eroina fosse legale penso utilizzerebbe anche quella.

In virtù di ciò Madre si alza alle 6 di mattina, prepara il pranzo, deve badare ai gatti, va al lavoro, torna e deve badare a gatti, genitori anziani, Padre e a volte pure una zia cui ogni tanto viene la sindrome dell’abbandono – abita a 10 metri da casa – e quindi rompe. A ciò aggiungiamo che lei ha dolori cronici alla schiena.

Come si fa a pensare in queste condizioni di abbandonare tutto sulle spalle degli altri?

Poi succede che torno a casa, devo aiutarli a fare la spesa e Padre arzillo e scattante viene con me, si mette anche alla guida e nel supermercato debbo essere più lesto di lui a sottrargli le casse dell’acqua prima che le raccolga.


Salvo poi la sera stessa lamentarsi perché dolorante.


Secondo Tutor non dovrei farmi tutti questi problemi: devo vivere la mia vita, gli altri hanno la loro. Forse ha ragione. O forse no.

Vorrei discuterne meglio con lei, avendo i miei stessi problemi, e non farlo solo in quelle brevi pause che mi prendo per nascondermi nel suo ufficio. Penso alla fine di essermi convinto a chiederle di uscire. O almeno credo. Non ho ancora capito se in questo periodo ho voglia realmente di uscire con qualcuna oppure ho voglia di starmene completamente da solo a macerare immerso nei miei pensieri. Oppure a Macerata immerso nei miei pensieri.

L’altro ieri, in una sera di sconforto e stordimento psicotropo, ho cercato su Google il nickname che la mia ex ex (ex al quadrato) utilizzava anni fa su un forum. Ho scoperto che lo utilizza ancora o almeno lo ha utilizzato di recente e che è sparsa in vari posti: ha un blog fotografico su tublrm, tumlrb, trublm, brumtl, insomma quella cosa hipster; poi recensisce trucchi, pubblica ricette. Mi sembra così diversa. In realtà è sempre la stessa con più o meno gli stessi interessi, ma mi sembra di non conoscerla più. In effetti, tre anni sono tanti. Si può cambiare.

Anche io, del resto, sono cambiato.

Sono diventato completamente intollerante al latte, ad esempio. Anche quello ad alta digeribilità ora mi dà fastidio. Sono passato a quelli vegetali, ma non ne sono molto soddisfatto. Quelli di riso e avena li trovo stucchevoli, mentre quello di soia, dopo alcuni mesi di tolleranza, oggi lo trovo nauseante. Sa di fagiolino (che scoperta: la soia è un legume) e puzza. Anche il frigorifero puzza di fagiolino una volta aperta la confezione, pure i rigurgiti esofagei sanno di fagiolino e io non ce la faccio più: mortacci soia e dei fagiolini.

Non digerisco più, inoltre, la gente che parla di politica con quell’irritante qualunquismo traboccante della saccenza di chi ha una cultura fatta di Wikipedia e Le Iene e che non vede l’ora di lamentarsi con te, come se un essere umano non avesse altro da fare che stare lì ad ascoltare i loro comizi. Pur potendo anche concordare con alcune considerazioni, ciò che fatico ad accettare è il sentir parlare dei politici come se fossero un popolo di alieni che un giorno all’improvviso è apparso e ci ha invaso, rovinando un Paese onesto, lavoratore e incorruttibile (!).


Immagino il film: Election Day, con il Will Smith italiano, Carlo Conti, che dopo il televoto del pubblico a casa verrà inviato in missione sull’astronave-madre dei Politici.


Anche se osservando alcuni esemplari Buonanno fatico a credere facciano parte della specie umana.


Ci riflettevo giusto l’altro giorno in treno, quando accanto a me un giuovine dall’aria Ibiza-sole-figa e sei in pole position!* raccontava a un suo anziano collega come aveva fregato dei perfidi inglesi. Diceva che, mentre era in vacanza a Londra, una sera in un locale un cameriere distratto gli aveva versato addosso un cocktail rovinandogli una camicia. Lui prontamente aveva scattato una foto a testimonianza del fattaccio, e, il giorno dopo, aveva scritto una mail ai gestori del locale. Nel testo diceva che era un loro affezionatissimo cliente (falso) e che la goffaggine di un loro cameriere gli aveva rovinato un capo di alta sartoria italiana (una camicia OVS…), del valore di 400 euro (90), cui era anche legato affettivamente (falso anche questo, come si vantava di precisare al collega).

I proprietari gli avevano immediatamente risposto, scusandosi e chiedendogli gli estremi per fargli avere un rimborso. Dopo tre giorni sul conto lui si era trovato 200 sterline.

Ecco, costui riflette bene la mentalità arraffona, volgarotta, ignorante e imbrogliona dell’italiano da dito medio. Ma forse sono stati i politici venuti dall’iperspazio ad averci dato cattivi esempi.


Perché in questo blog non si guardano solo Tarkovskij o Truffaut: ci sono altri grandi riferimenti cinematografici:


Per concludere il riassunto di questa settimana, vorrei citare infine un episodio accaduto ieri mattina.

Mentre ero a Termini, in attesa che un ritardo partorisse un treno, osservandomi i pollici per capire se la ricrescita della pelle intorno le unghie fosse sufficiente per ricominciare a mangiarla, mi viene incontro un tizio. 60 anni circa, trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un sorriso inquietante mi si pianta davanti e fa: Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io, senza una smorfia che tradisse la menzogna, rispondo: I’m sorry, I don’t speak italian. E lui si scusa e se ne va.

Dopo mi è dispiaciuto, perché chissà cosa avrebbe potuto raccontarmi un poeta fiorentino e chissà cosa mi sono perso. Ma ho deciso che di fare conversazione con persone strane mi sento un po’ saturo.

Già debbo guardare me stesso ogni giorno allo specchio, al mattino.

Non è che in Paradiso si beva aceto di-vino

Il Sannio non è mia terra d’origine, essendo io nato sul Golfo. Tra l’altro, loro si sentono parte di una comunità specifica che ritiene di avere poco in comune con i napoletani (per quanto, a livello calcistico, laddove tra Irpinia e Salernitano ci sono molti simpatizzanti juventini, nel Sannio c’è molta simpatia per il Napoli).

Conosco quelle zone molto bene, però. E, oltretutto, per anni ho comprato (e a volte ancora oggi) prodotti alimentari originari di lì. Posso tecnicamente quindi dire che il Sannio mi è entrato dentro.

È per questo che una campagna pubblicitaria così dopo la recente alluvione mi ha un po’ colpito. È uno di quegli esempi di marketing “buono”, per quanto, ovviamente, non stiamo parlando di beneficenza per un territorio ma di pubblicità per una cooperativa, grazie alla quale però vivono centinaia (se non migliaia) di persone che hanno bisogno di rimettersi in piedi.

Quindi nulla, volevo condividere.

Non è che la Regina, il Principe etc. sotto l’albero siano i regali di Natale

Pensavo fosse ancora presto. A dire la verità neanche ci pensavo, fingendo di ignorare il problema. Invece stanno per arrivare, lo sa anche Gandalf, visibilmente preoccupato.

Roma. Via del Plebiscito. Ore 20.

Ho visto una vetrina addobbata a tema natalizio, con tanto di albero.

Forse non è neanche la prima, di certo a breve seguiranno le altre.

Non ricordo più quando il Natale ha cominciato a iniziare quando lo decidono i negozi. Forse è sempre stato così e non vi ho mai fatto caso. Da bambino credo che comunque il lungo periodo natalizio partisse quando lo decideva la tv.

In compenso ricordo benissimo che in casa da qualche anno inizia quando Padre comincia a lavorare al presepe. Ogni volta ne costruisce uno lui pezzo per pezzo, interamente in sughero. Si è specializzato nel ricreare piccoli borghi medievali in cui inserire la natività. Di anno in anno il lavoro diventa sempre più certosino e quindi deve iniziare sempre prima. Quest’anno credo sia partito ad agosto.

Qualcuno domanderà: ma che problema hai col Natale?
Nessuno, proprio nessuno. Mi sta simpatico e conosco uno che si chiama Natale, delle nanerottole che andrebbero benissimo come aiutanti di Babbo Natale e poi mi piacciono gli alberi.


Agli italiani non bisogna toccare le luci di Natale, l’Italia (ma solo all’estero perché in Italia invece ne parlano sempre male) e il cibo.


È questa cosa del tempo! Non fate correre il tempo! Che problema avete? Perché affrettate le cose?!

A proposito di tempo: sarà stata una coincidenza, ma la vetrina natalizia l’ho avvistata proprio oggi che la temperatura è scesa in maniera sensibile. Per la prima volta, dopo lungo tempo, ho avvertito una punta di fresco.

So che c’è gente che si imbacucca già come se dovesse partire per una spedizione per l’Antartide, ma io un problema con la regolazione della temperatura corporea interna. Avverto il caldo molto facilmente. Ingerire cibo aumenta inoltre istantaneamente la mia percezione del calore. Sono una centrale termica, in pratica.

È per questo che da ottobre e per i mesi successivi – fino all’arrivo delle ondate siberiane – mi vesto a cipolla.
Nel senso che il mio stile fa piangere.

Non è che a una nave vuota brontoli la plancia

Oggi (ormai ieri per voi che leggete) è stato il giorno del colloquio con la Dr. Comesfromethesea (puntata precedente).

Mi sento alquanto stranito per come sono andate le cose.

Per cominciare, sono stato lì dentro un’ora (comprensive anche di un’interruzione causa visita urgente del responsabile di un Paese africano) e la per maggior parte del tempo ha parlato lei, mentre io prendevo appunti. Era come stessi facendo io il colloquio a lei.


Potrebbe essere una nuova tecnica di selezione. L’intervistato intervista l’intervistatore.


Tutto è partito quando lei mi ha rivelato che pur lavorando in quell’ufficio (che chiameremo CC) lei in realtà è parte di un ufficio di un’altra sezione (che chiameremo CD). Ho chiesto maggiori informazioni, perché pensavo che la ricerca riguardasse un candidato per l’ufficio CC* e lei ha iniziato a parlare e mostrarmi organigrammi e darmi opuscoli e sventolarmi brochure.


* Questo potrebbe essere stato un autogol da parte mia, purtroppo mi è sfuggito perché sono rimasto spiazzato quando mi ha rivelato la cosa.


Al che io ho iniziato a prendere appunti, per mostrarmi interessato.

L’equivoco si sarebbe potuto evitare se il consulente che mi ha trovato l’opportunità si fosse preso la briga e anche il gusto di chiedere informazioni (avendo un contatto interno, mentre io dalla pagina Linkedin di lei potevo apprendere ben poco) su chi mi avrebbe incontrato. Ma si sa che lui di mestiere fa il Tizio, uno che dà tutto per scontato come un negozio in svendita fallimentare.

È stato nel momento in cui lei stava spiegando nel dettaglio i ruoli e le attività degli uffici che ho iniziato a non capire più cosa dicesse. Quello che ho sentito era: oh kivici up, ghettint ciù off nighidi wapidi bliblidoblidi dalek dalek klingon.

Questo mi succede quando cado nella trappola di voler capire il discorso a livello sintattico perdendo di vista il semantico. Ogni volta che il mio cervello switcha nella modalità parola-per-parola mi perdo.

Tutto ciò è stato il male minore.

A un certo punto dal mio stomaco sono cominciati a partire dei brontolii, inquietanti come quelli di un temporale in rapido avvicinamento quando avevi appena fatto il bucato di una settimana.

Ho utilizzato l’arte del colpo di tosse o dello schiarimento della gola sincronizzati per celare i gorgogliosi rimbombi. Va bene che era mezzogiorno, va bene che Steve Jobs aveva detto “stay hungry”, ma qui si esagerava: perché proprio durante il colloquio doveva accadere?

Comunque il lato positivo del fatto che abbia parlato sempre lei è il fatto che io abbia potuto massimizzare i miei sforzi linguistici. Ero preoccupato dal dover fare lunghi discorsi in inglese – ho già problemi a fare brevi discorsi in italiano -, invece l’andamento della conversazione è stato tale da permettermi di intervenire con argute osservazioni e sagaci phrasal verbs.


Ciò che contraddistingue il p.v. sagace è che è inaspettato. È facile mescolare un get in, un take off, un keep on, un Bon Jovi. Meno è gettare nel minestrone un “knuckle down”.


Ancora una volta ho messo in pratica l’arte della ignoranza non rivelata, e in un’altra lingua, per giunta!

Il prossimo passo deve essere l’apprendimento dello scoglionamento non celato: quando non vuoi/sai dire qualcosa, non esiti a mostrare il tuo fastidio nel dover rispondere.

Un esempio è stato l’arbitro che oggi ha tenuto una lezione sui referti di fine partita. Non spettava a lui, ma il collega che avrebbe dovuto esserci aveva avuto un contrattempo. Dopo essersi arrabattato nello sforzarsi di spiegare alcune cose, nel lasciare poi in sospeso un altro argomento ha detto “Questo, sì, potrei…beh spiegarlo anche io…però non so perché doveva spiegarvelo PincoPallino…io non so spiegare, non parlo con la gente, sono un arbitro”.

Ha detto proprio così: io non parlo con la gente, sono un arbitro.

In quel momento la mia ammirazione per lui è schizzata alle stelle. Da domani la frase di esternazione dello scoglionamento sarà “Io non parlo con la gente. Sono un arbitro”.

A meno che non sia poi il mio stomaco a voler parlare per me.

Non è che tutta la filosofia sia una questione Spinoza

Sono una persona che spesso riesce a fingere bene di sapere cose che in realtà non sa. Se interpellato su un argomento, posso fornire un parere autorevole e saccente senza rivelare la mia ignoranza.

Ricordo un episodio che credo sia illuminante.

18 anni, in un’altra vita (tra l’altro durata poco): arrivo fuori la facoltà di ingegneria, mi avvicino al gruppetto di persone con le quali scambiavo di solito due parole (alle volte mi azzardavo anche a tre). C’è una discussione in corso. Lo Sheldon Cooper del gruppo (uno che una volta di fronte alla spiegazione sul calcolo del volume di un solido irregolare rimase in adorazione osservando la lavagna come un pastorello cui era apparsa la Madonna) mi saluta e mi chiede: “Ma tu ricordi se la derivata di terapia tapioco come se fosse antani ha il grafico a cuspide?*“. E io, con austera sicumera, gli dico: “Guarda, non vorrei dirti una sciocchezza ma credo sia proprio così. Fammi vedere…sì sì, non vorrei sbagliare. Tu che dici?”.


*Non ricordo assolutamente cosa mi chiese perché neanche lo capii, quindi ho sostituito le parole della domanda con qualcosa che più potrebbe avvicinarvisi.

Comunque da quell’episodio compresi che dovevo cambiare aria.


Il segreto dell’ignoranza non svelata è questo: non bisogna rispondere subito, perché la risposta potrebbe sembrare falsa. Bisogna indugiare nel rispondere – non troppo – come se si stesse riflettendo. E poi rigirare la domanda all’interlocutore e concordare con lui. Perché, tanto, molto spesso l’interlocutore ha già la risposta dentro di sé. Bisogna farla uscire fuori.

Questa è applicazione della maieutica socratica.


La maieutica era il metodo di Socrate basato sul riuscire a far venire alla luce la verità nell’interlocutore tramite il dialogo.


E, a proposito di filosofia, ho ripreso a dar ripetizioni al ragazzo frustrato (dalla madre). Dovrei occuparmi di storia e filosofia, ma sembra che la madre sia più propensa a fargli fare filosofia.

Quest’anno inizialmente aveva provato ad affidarlo alla mia ex – che gli fa già matematica – ma lei dopo aver speso due ore su Kant ha poi desistito non avendoci compreso nulla.

Secondo la mia ex la filosofia kantiana è un insieme di ovvietà e banalità, diffuse con interminabili giri di parole. Ora, io non voglio difendere il buon nativo di Könisberg e posso concordare che certe cose possano suonare ridondanti o retoriche. Ma bollare così uno sul quale tutto il mondo ci ha sbattuto, ci sbatte e ci sbatterà la testa, mi sembra un tantino presuntuoso. Soprattutto da parte di chi non ha mai studiato la filosofia e per la quale un Kierkegaard potrebbe benissimo essere il nome di un medicinale per i dolori mestruali.


Immagino già lo spot:
Inquadratura di una giovane donna stesa sul divano. Mora, capelli legati indietro, top bianco e pantaloni della tuta grigi, si tiene un cuscino sulla pancia con una mano, mentre l’altra regge la testa.
Arriva la sua coinquilina facciocosevedogentesonounpo’stronzetta, castana, capelli ricci, tutta pimpante come se fosse riuscita ad andare in bagno dopo una settimana

– Allora stasera apericena?
– Non lo so, ho un mal di testa…
(l’amica tira fuori dalla patata una scatolina) Ma da oggi c’è Kierkegaard!
~Intermezzo animato che mostra la magica pillola che entra nel corpo della donna e tramite delle onde lampeggianti come l’attacco solare di Daitarn 3 diffonde i suoi benefici effetti~
Cambio di scena
Un locale all’aperto che dà su una piazza, viavài di persone, vociare di sottofondo. Gruppo di amiche sedute intorno a un tavolo che chiacchierano gaie e spensierate.
Arriva la nostra protagonista, stavolta niente più tuta e capelli legati. Sembra appena uscita da una beauty farm, elegantissima, tacchi a squillo.
L’amica riccia la vede e le fa
– Ma tu non restavi a casa? (sottotitolo: che cazzo ci fai qua che devo rimorchiarmi il tipo che ti interessa)
(con un sorriso a 32 denti come a dire: ti piacerebbe, brutta stronza) Ma io esco con Kierkegaard!
(scoppio di risate false e demenziali da parte di tutte).


A proposito di demenzialità, credo di essermelo già chiesto ma ogni tanto mi ritorna questo interrogativo: perché le donne negli spot pubblicitari, soprattutto quelli che riguardano la loro fisiologia riproduttiva o intestinale, sembrano tutte delle povere mentecatte che non riuscirebbero neanche a trovare la propria testa se non ci fosse uno specchio in casa?


Sono rimasto sorpreso, comunque, nel constatare che il giovane discepolo sia studiando sullo stesso libro che ho utilizzato io più di 10 anni fa. È ovvio che la filosofia non sia cambiata da allora e che Kant&soci essendosi ritirati a vita privata (privata…della vita)* non abbiano scritto altre cose.

In compenso lo stile grafico del libro è mutato. Il mio aveva come colore dominante l’azzurro Nazionale italiana. L’edizione attuale è basata sul rosso Ferrari.

Immagino tra 10 anni cambieranno di nuovo. Consiglierei un rosa Giro d’Italia.


* humour nero


Ho utilizzato humour in luogo di humor perché preferisco il british english a quello americano. Quindi meglio humour, colour, centre e così via.


Non è che ti possa bastare un’ascia per accettare il dolore

Come mi vedo

Martedì ho il colloquio con la Serbellons Mazzant Comesfromthesea. È una roba grossa, anche se poi tecnicamente lì dentro sarei rilevante quanto Jar Jar Binks nella seconda (in ordine di produzione)/prima (in ordine cronologico) trilogia di Star Wars.


Se non avete capito il mio esempio da una parte è un bene perché vi posso assicurare che l’idea che uno come George Lucas abbia pensato a un personaggio così ridicolo è difficile da accettare, dall’altra è un male perché vuol dire che non siete cultori di Star Wars e ciò mi spinge a guardarvi con sospetto.


Da sempre (probabilmente già da quando ero nell’utero materno, al pensiero di dover nascere), quando devo affrontare un evento importante (esami/colloqui/appuntamenti) tendo ad attraversare 5 fasi come quelle del dolore, applicate però all’ansia anticipatoria.

1. Sfiducia. La Sindrome di Charlie Brown.

2. Preoccupazione. Questa è la fase ossessivo-compulsiva, in cui la mente prova a pensare-pianificare tutte le cose da sapere/fare per prepararsi all’evento.

3. Ottimismo. A un certo punto, in maniera del tutto improvvisa e immotivata, come se fosse una scarica di endorfine arriva un picco di ottimismo.

4. Terrore. Quando si scarica l’ottimismo, arriva la voglia di fuga. Sarebbe bello se qui ci fosse un errore di vocale, ma purtroppo l’unico bisogno che avverto in questa fase è quello di fuggire e sottrarmi alla prova.

5. Menefreghismo. In un arco di tempo che può variare dalle 24 ore sino al minuto precedente l’evento ansiogeno, subentra il menefreghismo totale. Mi ucciderà questa cosa? No? E allora chi se ne frega.


Realizzare che le cose che facciamo non ci uccideranno né metteranno a repentaglio la nostra incolumità è un grande passo. È probabile che mi uccida un’auto mentre attraverso la strada per andare alla sede del colloquio, ma non certo il colloquio in sé: eppure la mente umana ha uno strano modo per scegliere le proprie priorità e preoccupazioni e sembra che la mia vita invece dipenda da ciò che avverrà mentre sarà seduto su una sedia a farmi valutare da una sconosciuta.


Il tizio (perché il mondo ruota tutto intorno a tizi e tizie) che fa da consulente che è riuscito a trovarmi questa opportunità, non è stato molto utile riguardo i dettagli. Non ha saputo dirmi a) chi fosse la tizia che mi fa il colloquio (una cosa risolvibile per lui con una telefonata o con un minuto su Google, come ho fatto io); b) a quale settore/dipartimento facesse capo; c) che figura nello specifico stesse cercando.

Lui, inoltre, le ha scritto in italiano; io le ho scritto in inglese visto il suo nome e cognome e considerato che è di oltre-oltreoceano (bisogna scavalcare due oceani per raggiungere casa sua, insomma): quando l’ho detto al tizio, lui ha fatto “Ah bravo, hai fatto bene, infatti volevo dirtelo”.
E perché non me l’hai detto? Pare che stai a fare un altro mestiere.

E quindi ho capito che se mai riuscirò a vincere le mie 5 fasi dell’ansia, da grande voglio essere un tizio. Uno che fa qualcosa ma che non si sa che cosa faccia.

Non è che tu possa fare a meno di un gatto in un momento topico

Abbiamo un topo in Casa Romana.

Questa è la notizia che un visibilmente turbato Coinquilino mi ha riferito con lunghe e ridondanti locuzioni. Degno fratello di cotanta sorella (la padrona di casa, specializzata in conversazioni ampollose e retoriche, oltre che nella fuga dai corridoi), mi ha narrato di come si è imbattuto nell’essere invasore, la propria sorpresa (mimata durante il racconto con una teatrale gestualità per manifestare il suo sconcerto), il dubbio sulle contromisure da prendere per eliminare l’intruso.

Mi ha coinvolto poi in una ricerca degli escrementi del ratto nel piccolo giardino, indicandomi ogni sostanza sospetta sul suolo al suon di “Questa secondo te cos’è?”.
Sì, aspetta che ne prendo un campione e lo analizzo in laboratorio. Darei anche una passata di luminol per controllare se nelle ultime ore abbia assassinato qualcuno.
Mi sentivo uno di CSI e avrei voluto esclamare qualche frase à la Horatio Caine, del tipo:

Quando il gatto non c’è
– pausa per inforcare gli occhiali –
i topi cagano.
Yeeeeeeh.

Prima aveva raccomandato me e Astro Nascente di non lasciare cibo in giro e io avrei voluto aggiungere “Ringrazia questa stonsa che non porta mai fuori la spazzatura ma la lascia lì a fermentare” ma prima di aprir bocca mi ha trascinato nella ricerca di reperti organici.

La cara ragazza ovviamente nonostante la mia richiesta non si è fatta passare neanche per l’anticamera e il guardaroba di quel teatro dell’opera diroccato che ha al posto del cervello di portare mai fuori la spazzatura. Allora io un giorno avevo deciso di fare come la Gran Bretagna fece quando Hitler si mangiò Austria e Cecoslovacchia: sbattermene.

Avevo utilizzato un mio sacchetto dove gettare la mia spazzatura non organica, mentre la pattumiera strabordante l’avevo lasciata a lei sperando che, nell’atto di premere e comprimerne il contenuto per far posto ad altro pattume, vedesse la mano tranciata dalla mandibola di un limone mutante formatosi dagli avanzi di ravioli, lattine di bevande gassate e vasetti di gelato. Purtroppo ciò non è avvenuto e ora non ho più fede nei b-movies.


Mi sarei anche accontentato che la roba schizzasse tutta fuori e le insozzasse le mani come una volta successe a me nel cercare di chiudere il sacchetto, ma sembra che io debba anche perdere fede nel potere salvifico e karmico dell’invocazione del Dio Anubi.


E dire che è ridicola la situazione: rifiuti organici io quasi non ne produco affatto – a pensarci è assurdo quanta spazzatura invece produciamo con carta e imballaggi nella società di oggi -, la maggior parte di essi è costituito spesso soltanto da bucce di banana perché ne sono un gran divoratore (Padre da anni infatti mi chiama gorilla). Purtroppo non conosco modo di riutilizzarle, anche se al liceo sapevo di una tizia che le faceva seccare, le tritata e le fumava.

Non ho idea della reale utilità di questa pratica, dei benefici in termini di sballo da essa derivanti e dell’esistenza o meno di un mercato di fumatori di bucce. Non voglio pensare all’idea che in tutti questi anni di ingerimento banane io abbia dilapidato un potenziale patrimonio: avrei potuto metter su uno spaccio di bucce di banana tritate e creare un impero, sarei stato il Pablo Escobanan dell’hinterland napoletano.


Per la cronaca in questo momento il topo è rinchiuso nel ripostiglio, dove Coinquilino l’ha avvistato questa mattina, in attesa che ingerisca il veleno o che almeno raccolga l’invito scritto sulla confezione: ESCA.


 

Non è che siccome sei un artista puoi fare il quadro della situazione

Ho saputo che nella casa dove vive la mia amica sono arrivati due tizi. Inizialmente non graditi, perché quell’appartamento era sempre stata abitato da ragazze e la mia amica si era trasferita lì appunto per questo motivo.

Uno dei due si definisce “artista espansivo”, giuro non sto inventando nulla. Quando l’ho saputo ho immaginato un tale che va in giro ad abbracciare la gente e dar loro pacche sulle spalle.

Invece pare che un “artista espansivo” sia uno che prende vecchi oggetti o rottami, li aggiusta e dà loro nuova vita, “espandendo” la loro vitalità, la loro potenzialità intrinseca.

Insomma, è il tipo di persona che vorrei incontrare quando mi sento frustato per avere qualcuno da insultare.

Infatti l’altra sera, mentre ero dalla mia amica, sono andato nella stanza dei due tizi e ho spostato i loro oggetti. Tipo invertire i deodoranti, i libri, cambiare di posto alle sigarette.

L’artista – riflettevo – va a vivere da solo, ma la madre cucina per lui e gli rassetta la stanza. L’artista quindi è colui che non si occupa delle vili faccende domestiche.

Mi ricorda quelli che lasciano casa perché non sopportano più i genitori, salvo poi potersi permettere di vivere da soli perché i genitori sostentano le loro spese. Sarebbe bello se i genitori dessero loro un motivo in più per essere odiati, smettendo di trasferir denaro ai figli.

Per carità, io non posso parlare, dato che i miei genitori purtroppo devono ancora in parte contribuire al mio baritono (non posso mantenere un tenore) di vita. Però io ho superato quell’età in cui posso permettermi di odiare i miei genitori. Adesso sono loro che hanno l’età giusta per odiare me.

Oggi ho compiuto un atto artistico. Il mio portafoglio, che si era bucato lasciando pericolosamente fuggire le monetine, è stato da me rabberciato con un pezzo di stoffa. Sono emotivamente legato a quel portafoglio, quindi mi dispiaceva separarmene.

Ora il mio dubbio è: avendogli ridato nuova vita, posso considerarmi un artista espansivo? Il problema è che espansivo non mi ci sento affatto – può, ad esempio, peggiorarmi la giornata se una persona che non è nella mia green zone mi tocca -, quindi non vorrei usurpare un titolo.


La green zone è una categoria comprendente persone che possono prendersi delle libertà con me, tipo toccarmi, fare battute, prendere miei oggetti.


Ho pensato allora di creare una nuova corrente: quella dell’artista introverso. L’artista introverso non espone le proprie opere, esercita la propria arte in via solitaria e nascosta. Una mostra di arte introversa sarà composta da una stanza vuota o da una stanza di teli che coprono non si sa cosa.

Se volete essere artisti introversi, potremmo unirci e creare una scuola. Dove ognuno si farà i fatti propri.

How to train your Gintoki


Con la presente dichiaro chiusa la prima serie continua di titoli no-sense introdotti da “Non”.


Dovrei scrivere una bozza di budget e sono indeciso se scriverla durante questa notte e poi dormire in mattinata oppure dormire in mattinata e buttare giù (dal balcone) due sciocchezze nel tempo che mi resterà.

Ho già speso le mie energie mentali per risolvere un importante dilemma. Sulla pista di ballo c’è qualcosa di importante, oggi ne ho avuto conferma via mail. Chi mi ha mandato il messaggio mi ha pregato di scrivere alla Contessa Serbellons Mazzant Comesfromthesea (è anglofona), che leggeva in copia.

Dubbio: la Comesfromthesea è anglofona ma lavora in Italia. La mail che ha letto in copia era in italiano.

Le scrivo in italiano o in inglese? No, perché c’è una bella differenza.

Dopo essere andato agli allenamenti e non averci pensato affatto, tornato a casa ho deciso di scrivere in inglese.

Vedremo se il primo step è andato. Ne restano altri ed è difficile scacciare il demone del fallimento – che nella mia fantasia è impersonato da Charlie Brown – che mi dice Gin, ma tanto non ce la farai.

Charlie Brown e la sua sempiterna gioia di vivere

La cosa divertente è che se va in porto la cosa corro il rischio di trovarmi a essere seguito da un personaggio particolare che è entrato nella mia lista di personaggi particolari.

Tanto per cominciare, ha una certa somiglianza con l’ispettore Clouseau, giusto i baffi più folti. Sono rimasto però molto deluso quando ho fatto notare a tre persone la somiglianza e tutte e tre non avevano idea di chi fosse l’ispettore Clouseau. Ci sono rimasto male ma non perché non avessero compreso la mia battuta, ma per il buon ispettore che non capisco perché non debba essere ricordato.


Se anche voi, lettori, non avete presente chi sia e stavate aspettando una didascalia esplicativa, allora questa didascalia non vi fornirà informazioni didascaliche su di lui perché non le meritate, ecco.


La seconda caratteristica del personaggio è che parla in modo ampolloso e retorico e anche un po’ arcaico. Ad esempio, per dire che leggerà una frase da un libro, dirà che “Ho il piacere di condividere con voi questo passo che trovo pregevole”.

La terza caratteristica è che quando insegna ai corsi, dopo la prima lezione sceglie due volontari (i classici volontari involontari), uomo e donna, per far far loro delle flessioni. Terminata la performance, delizia anche lui il pubblico con delle flessioni.

Ed ha 65 anni, preciso.

La quarta caratteristica è che ha tre figli, uno adulto avuto dalla prima moglie, e due piccoli, di 4 e 8 anni, avuti dalla seconda.

Ed ha 65 anni, preciso.

Sono quindi inquietato e nell’insieme affascinato dall’idea di potermi trovare a gestire un qualsiasi tipo di rapporto professional-tutorale con un simile personaggio.

Ammesso che Charlie Brown sia d’accordo, anche se il fatto che sia un bambino lo costringe alla fine a soccombere. Sarebbe stato più complesso e ingestibile avere come demone del fallimento, non so, Darth Vader, Palpatine o Sauron, solo che loro non li associ al fallimento anche se poi alla fine perdono ma soltanto perché la lobby dei buoni ha deciso che deve essere così. Condividete se avete un lato oscuro!

Però delle volte in altri ambiti Charlie Brown vince lo stesso.