Se il mago non riesce a usare la bacchetta, è ansia da prestidigitazione

Mi fanno notare che cammino come un robot. Avanzo muovendo le gambe a scatti e calcando il piede sul suolo. Sarà per questo che consumo le suole delle scarpe più di un podista.

Eppure non sono pesante.
Porto in giro 73 kg scarsi di uomo fatti di ossa e pelle e tanti nervi infasciati o intrecciati. Non ho gangli nervosi: soltanti (soltanto tanti) nodi che nel complesso mi rendono rigido come una tavola di legno di abete.

Sembro la scopa animata da Topolino in Fantasia.

Sarà a causa di questa costituzione lignea che ho sempre dei tarli in testa. Il lato positivo di avere dei buchi nel cervello, però, è una mente sempre arieggiata dove poter stagionare pensieri.

Da bambino avevo la scatola gioco de L’Apprendista Stregone.

Passavo più tempo a fingere di giocare con le palline e il foulard e la bacchetta che a imparare i trucchi. Anche perché alcuni erano davvero ingenui, come la scatola magica (quella rossa con la picca nera) col doppio fondo:  quando la giravi il doppio fondo cascava e faceva rumore, svelando il trucco. Anzi, non c’era neanche necessità di svelarlo, lo spettatore lo intuiva da prima. Il brutto di voler mostrare i propri giochi agli adulti: devono rovinare sempre la magia (è il caso di dirlo) di tutto.

Eppure per un breve periodo sono stato convinto che nella vita avrei fatto il mago (tra le altre 1000 cose che avrei voluto fare). Ma non un mago da strapazzo di quelli che leggono le carte (sì…le carte da centomila che si facevano dare dai clienti…), ma un grande illusionista. E sottolineo grande, perché non ha senso immaginare di diventare qualcuno se questo qualcuno non è grande, no?

Comunque delle magie le so fare. Ad esempio:

  • far sparire velocemente del cibo dal piatto come un pitone fa con la preda
  • far morire una discussione e riportarla in vita
  • far calare il gelo
  • cambiare colore dall’imbarazzo
  • parlare con i gatti, infatti quando imito il loro miagolìo loro mi rispondono (magari dicendo Che gatto sfotti, imbecille?)
  • faccio spegnere i lampioni quando ci passo sotto

Mica male, no? E voi che magie fate?

Me lo direte dopo. Adesso sparisco:

Se ti piace al buio, ecco un post a luci rotte (ma tieniti le mutande)

Ho assistito per giorni al processo di mummificazione di un limone, lasciato da Coinquilino sul tavolo da cucina dopo averne grattugiato la buccia.

Ogni mattina mi siedevo davanti al limone chiedendomi “Lo getterà? O sta tentando di ricreare la scoperta della penicillina?”. Poi ho ceduto io e l’ho depositato nella spazzatura dopo aver sognato che una muffa intelligente mi infettava il cervello trasformandomi in uno zombie. Lo sapevo che prima o poi giocare a The Last of Us mi avrebbe fatto male.

Lo stesso tavolo ho scoperto fosse visitato da delle formiche esploratrici. Come faccio a sapere che fossero esploratrici? Beh, si aggiravano singolarmente come a cercar qualcosa e poi una mi ha visto e ha esclamato “Il Dottor Livingstone, suppongo?”.

Ne ho uccise tre la settimana scorsa, prima di partire per il week end. Sono tornato e ho visto che sono aumentate. Mi chiedo se Coinquilino se ne sia accorto. Ho preferito provvedere io: esistono molti metodi naturali per liberarsi delle formiche, chi più chi meno efficace ma a impatto ecologico zero e facilmente creabili con cose che si trovano in ogni casa.

Pertanto, utilizzateli.
Io non avendo tempo ho preso il Baygon (sponsor time!) dallo sgabuzzino e ho spruzzato di polvere le vie di accesso dal giardino.

Intanto la luce del piano cucina è morta. Suppongo che se la lasciassi così al mio ritorno dopo il ponte del 1° la ritroverei nelle medesime condizioni. È incredibile come ci si accorga dell’utilità di qualcosa solo quando questa non c’è. Speriamo se ne accorga anche Coinquilino e provveda. Oppure magari gli piace cucinare senza riuscire a vedere l’interno della pentola.

Infine, ieri, sempre in cucina sono stato protagonista di un episodio leggermente imbarazzante.

Apro il frigo per prendere il latte, butto uno sguardo fuori e vedo, proprio sulla soglia della porta che dà sul giardino, un paio di mutande da donna. Mi sporgo, guardo su e vedo che la signora del piano di sopra aveva steso i panni, quindi le saran cadute. Beh – ho pensato – si affaccerà e quando se ne accorgerà richiamerà l’attenzione per riprendersele.

Mentre facevo colazione ha ripreso a diluviare e la signora non si affacciava, le mutande eran ancora lì e l’acqua intanto trascinava il terriccio delle piante verso di loro e ciò mi dava molto fastidio. Mi irrita che cose altrui stiano nei miei spazi, poi mi dà ancor più fastidio che le cose si sporchino.

Ho pensato “Gliele metto da parte in un sacchetto”, ma qui si poneva il problema: se mentre le raccoglievo si fosse affacciata lei o qualcun altro? Che cosa avrebbe pensato vedendo uno che raccoglie delle mutande da donna? Quindi son rimasto col braccio bloccato, finché ho realizzato che fosse molto più strano vedere una persona col braccio bloccato e la mano aperta sopra un paio di mutande come se stesse tentando un’incantesimo o un’evocazione, così gliele ho raccolte e gettate in una busta. 10 minuti dopo sento armeggiare al piano di sopra, esco, vedo la signora e le dico, molto timidamente:
– Mi scusi…credo le sia caduto un capo di biancheria…
– Uh! Mi scusi, vengo giù!

E così il prezioso reperto è tornato in salvo, come nelle migliori pubblicità dell’Amaro Montenegro.

Son quasi certo che un film porno iniziasse in questo modo, purtroppo qui al piano di sopra non abita Sasha Grey.

“Ma guarda che sbadata, ho perso le mie mutande!”

Sarebbe bello se le lavanderie mondassero coscienze, ma sai che spreco di detersivo?

Questo non è un aneddoto che riguarda direttamente Madre, ma una sua collega di lavoro. La tal signora, che chiameremo s. (più avanti spiegherò per cosa sta s.), ama indossare la pelliccia, anche quando non si gela ma c’è quel clima che non è inverno ma neppure primavera. Purtroppo, capita in quest’occasione di ritrovarsi sudaticci e di dover procedere a far lavare il pregiato capo d’abbigliamento, come raccontava s. a Madre: il tutto tenendoci a sottolineare l’inconveniente dell’afrore di sudaticcio che impregna la pelliccia.

Fino a qualche tempo fa, la signora s. si rivolgeva a una determinata lavanderia, prima di scoprire che nel suddetto esercizio vi si recavano anche “i neri” a far lavare i propri capi sporchi (che stranezza! Io in lavanderia invece porterei capi puliti!) e che i gestori poi lavassero tutti insieme i vestiti dei clienti.

Non è per discriminare, eh – precisa s. – ma non voglio che mischino i miei panni con quelli sporchi che portano i neri”.

A proposito de “i neri” della mia città. Da qualche anno si sono trasferiti qui dei ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana, dei rifugiati politici arrivati anche loro come tanti con dei relitti galleggianti sulle nostre coste. Ne conosco uno, fa il cameriere nel pub dove vado sempre, un altro faceva il turno di notte come benzinaio poi il distributore ha chiuso, un altro fa il tuttofare – nel senso che sistema i carrelli, sposta casse e scatoloni, porta la spesa ai vecchietti – in un supermercato. Qualcun altro non so, altri ancora, non trovando lavoro, sono andati via e non so dove siano.

Io di lavanderie son poco pratico, ma non credo che le pellicce vengano lavate insieme alle canottiere e ai pantaloni, di questo son quasi certo.

Sul fatto di lavare tutti insieme i capi dei clienti, non lo so perché come ho detto non frequento lavanderie, ma lo trovo un fatto normale per ottimizzare tempo e risorse e per giustificare quelle enormi lavatrici che vidi una volta da bambino e che mi spaventarono alquanto(a meno che non siano lavatrici per taglie XXXXXXL)! Se io portassi un calzino dovrei aspettarmi che lo lavino singolarmente?

A questo punto posso quindi anche rivelare che s. sta per “stronza”, perché la signora secondo me è di etnia stronza.

Non è per offendere, eh. Non cominciamo. Oggigiorno non si può dir nulla che si viene accusati di essere offensivi. Ma se uno dice un dato di fatto, è per caso un’offesa? Se io dicessi “quello è moro, quello è alto, quello è biondo e quello è basso” starei offendendo? Come ci sono delle persone alte e basse così ci sono delle persone stronze, ma non ho nulla contro di loro, anzi, io ne conosco un sacco di stronzi.

Riflettendo, comunque, credo di aver capito il ragionamento della signora. Deve aver frainteso il concetto di separare i bianchi dai neri quando si fa il bucato.

Se le tue credenze non son popolari, cambia falegname

Mi sono scottato sul dorso della mano con il forno. Inconveniente domestico banale e frequente. Dopo che la pelle ha continuato a scottare e bruciare per un paio di giorni, si è formata una crosta (avrò lasciato attiva la funzione grill) che ha poi lasciato spazio alla pelle riformatasi sotto.

Ecco, da bambino mi incuriosiva sempre il fenomeno per il quale dopo essersi feriti la pelle rispuntava di nuovo. E, acciderba (mi sono iscritto a un club da me fondato per il recupero di esclamazioni desuete), quanti graffi e abrasioni mi procuravo da piccolo. Credo di aver visto la pelle delle mie ginocchia solo verso l’adolescenza. Prima era sempre stata tutta croste.

Un mio compagno di classe mi spiegò il processo per cui la pelle rispuntava di nuovo: sotto la pelle, noi abbiamo un’altra pelle! Semplice, no? Cioè praticamente è come se indossassimo un abito, l’Edgar-abito di pelle. Se non ricordate questa citazione, vi prego di abbandonare questo blog perché siete al di sotto della soglia minima di nerdismo necessaria per bazzicare da queste parti.

Non è l’unica credenza che circolava in classe. Credo di averne sentite parecchie di leggende metropolitane in quell’epoca.

Come quando G. disse che all’interno del Vesuvio c’era un enorme e antico diamante che faceva da tappo e che quando il vulcano si sarebbe risvegliato sarebbe stato sparato fuori. Una cosa molto da film archeo-catastrofista, già mi vedo Indiana Jones alle prese con il recupero del reperto, con Harrison Ford a 90 anni che agita ancora la frusta come un giovincello.

Alcune leggende avevano un’utilità pratica. Tipo A. in prima elementare disse che non bisogna mettersi le dita del naso perché si potrebbe danneggiare una vena invisibile che se si rompe poi muori. Da bambini la chiusura di ogni discorso è che poi alla fine si muore. Come mio cuggino che sa un colpo segreto che dopo 3 giorni muori.

Elementi preferiti delle leggende erano ubriaconi, tossici e maniaci vari

La morte è in agguato ovunque, anche tra le cose all’apparenza più innocue. G. (non il G. del diamante, un altro), quando mi vide con un quaderno di carta riciclata disse che la carta riciclata era tossica e che se la mangiavi morivi. Per quale motivo uno dovrebbe mangiar la carta non lo capivo bene. Però una volta convinsi R. a farlo, facendogli vedere che io ero benissimo in grado e sfidandolo a ripeter l’impresa (con carta normale e non riciclata, perché sennò poi muori!). In realtà io imbrogliavo: masticavo, nascondevo sotto la lingua e poi sputavo. Lui invece inghiottì veramente: onore al merito, R. sei stato più bravo di me, perché hai anche resistito ai conati di vomito che ti son venuti dopo.

Paganini non ripete: per questo va male alle interrogazioni

Oggi ho iniziato oggi a dare ripetizioni a un ragazzino. “Ragazzino” è fuorviante, ha 17 anni. Ma credo che l’età biologica e quella reale non coincidano: il mio discepolo dipende in tutto e per tutto dalla madre e non è in grado di studiare in modo autonomo.

Insomma, non esiste – secondo me – che uno studente al quarto anno di liceo abbia ancora bisogno dell’aiuto della madre per studiare, che gli sottolinea il libro o che accorre alle 2 di notte perché lui la sveglia dicendole che ancora deve finire i compiti.

Il meteorologo: tra i pochi giustificati ad avere la testa fra le nuvole

Il ragazzo è sveglio e intelligente, fa domande argute, ma ha la mia stessa sindrome: il deficit di attenzione. Se sta da solo su una pagina aperta, non avanza d’un rigo perché poi si distrae a pensare alla riproduzione dei lepidotteri giganti dell’Amazzonia. Se deve svolgere un compito, due minuti dopo lo abbandona e si mette a fare altro. Quelli come noi ci impiegano di più a fare una cosa, perché siamo cattivi amministratori del tempo. A volte ci incantiamo a pensare ad altro.

Tra parentesi, mentre ero a metà di questo post mi sono alzato e sono andato a giocare col gatto. Così, perché mi girava.

Tornando a noi, più che di uno che gli insegni qualcosa, lui ha bisogno di uno che gli stia accanto e lo pungoli. Uno dei suoi problemi è che non ripete e che non ha proprietà espositiva, quindi oggi abbiamo provato a lavorare su questo, ragionare insieme, fare esempi. Il tutto senza paracadute per me, perché mi aspettavo di partire con storia e invece abbiam fatto filosofia, in cui mi trovavo molto arrugginito.

Aggiungiamo che non ho mai dato ripetizioni in vita mia, tranne che a me stesso ma senza frutto perché non faccio altro che ripetermi di fare o non fare delle cose e puntualmente non faccio delle cose che dovrei fare o faccio delle cose che non dovrei fare. Chiaro, no? Sennò ripeto.

La madre durante la lezione ci ha lasciati soli, ma credo di tanto in tanto prestasse orecchio dietro la porta. Mi ha fissato un altro appuntamento, quindi presumo sia soddisfatta. Il ragazzo non lo so, la scena finale si è svolta così:
– Quindi lei quando è libero?
– Io fino a domenica son qui.
– Allora potremmo fare venerdì. Oppure sabato, che dici, T. (rivolta al ragazzo)?
– … (il ragazzo fissa il vuoto)
– Allora va benissimo, facciamo venerdì. Ma lei è libero anche di mattina?
– Venerdì sì.
– Allora potremmo fare venerdì mattina che è festa a scuola. Va bene, vero, T.?
– …(il ragazzo fissa di nuovo il vuoto ma non si sa se è lo stesso di prima o ha trovato un altro vuoto da contemplare)
– Va bene, allora venerdì alle 10:30. Poi ci penso io a svegliarlo e farlo stare in piedi.

Nel frattempo io debbo rimettermi a studiare e non trovo più i miei libri del liceo.

Mare Nostrum che rifletti i cieli, non sia dimenticato il mio nome

Cos’è che rende un essere umano una “persona”?

Se aprissi un libro di diritto o dei trattati di filosofia avrei definizioni soddisfacenti.

Ma cos’è per me una persona?

A mio avviso è la somma di singole identità.

Perché parlo di singole identità? Perché credo nella natura molteplice del nostro Io. C’è un me stesso figlio nell’ambiente familiare, il me stesso amante in un contesto sentimentale, il me stesso professionale in un contesto lavorativo e così via. Tutte queste identità non devono escludersi o essere in contrasto (in caso contrario la mia vita avrebbe dei problemi nel conciliarle. Oppure sarei uno schizofrenico con vite multiple).

Tutte queste identità si riuniscono sotto un nome. Il mio nome definisce la mia persona.

Il nome è un concetto tanto importante che la nostra Costituzione, all’articolo 22, ne sancisce l’inviolabilità:

Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

Senza un nome, non esiste una persona capace di godere dei diritti civili.

Per questo quando raccontano di cento, duecento, trecento, quattrocento, cinquecento, seicento, settecento vittime e così via (per convenzione giornalistica poi si adotta una cifra che diventa standard nella comunicazione della notizia), mi chiedo sempre: e i loro nomi? Qualcuno li ritroverà? Qualcuno li comunicherà? Qualcuno li piangerà?

Ieri, oggi e per i prossimi giorni (finché una spolverata di oblio non ripulirà le coscienze) si è parlato, si parla e si parlerà soltanto di identità. A volte alcune son crudeli, inesatte, odiose, sprezzanti, costruite non so su quali basi o dati.

Il migrante.
Il clandestino.
Il disperato.
Il fuggiasco.
Il sopravvissuto.
Il parassita.
Il delinquente.
Il terrorista.

Queste sono identità che la gente crea e attacca come le taglie sui capi di abbigliamento. Identità senza un nome.

Senza un nome, la gente non riconosce la persona. Se non esiste la persona, non esiste umanità.

Di umanità si fa fatica a trovarne. Tra chi parla molto, tra chi parla male, tra chi parla senza cognizione di causa, tra chi semplicemente odia. L’hobby oggi molto diffuso tra chi ritiene che l’opinione sia un bene di cui rendere partecipe il mondo è quello dell’hater.

Makkox – Grande opera

Cara micosi ti schivo

Un normale pomeriggio urbano, un autobus discretamente pieno. Alla fermata salgono due 40-45enni. Uno sembra aver molto cura del proprio aspetto. Capello tagliato di fresco e una mosca minuscola sotto il labbro inferiore: un moscerino. Pelle curata, brillantino al lobo sinistro. Si regge alla sbarra, poi toglie la mano e si guarda il palmo dove ha un vistoso cerotto. Racconta all’amico, che sembra un Umberto Smaila abbronzato, del fastidio della ferita al palmo e del rischio di infezione che si corre andando in giro. L’amico fa una battuta sulla necessità di farsi un’antitetanica dopo essere saliti su un autobus. Lui risponde:
– Tu ci scherzi, ma sai quante micosi da contatto si prendono sui mezzi pubblici?

Lascio la sbarra e mi guardo la mano, perplesso.

Un altro pomeriggio urbano. Un autobus turistico parcheggiato in uno spiazzale. La porta centrale è aperta, una turista dai tratti centro-est europei è seduta sui gradini interni. Parla con un’amica seduta sul marciapiede e, nel frattempo, si sfila le scarpe e si spalma una crema sui talloni. Mentre con le mani lavora a un piede, l’altro, nudo, lo appoggia comodamente sul marciapiede. Poi, terminato il lavoro, prende il primo piede e lo appoggia per terra, così com’è tutto spalmato di crema per una bella panatura di asfalto.

Avrei voluto che assistesse alla scena il nostro passeggero “micosi da contatto”.

Poi ho riflettuto. All’estero credo non abbiano molti problemi con le micosi, vista la loro familiarità col contatto tra epidermide e qualsiasi tipo di superficie. Ricordo ragazze inglesi passeggiare al mattino a piedi nudi nella hall di un ostello (dove credo che straccio e detersivo per pavimenti nelle aree comuni fossero innovazioni tecnologiche non ancora pervenute), per poi buttarsi in pigiama (se un paio di calzoncini inguinali senza mutande sotto si posson definir un pigiama) su un divano che una volta doveva essere rosso ma che anni di sudiciume avevano reso nero.

Secondo me il segreto è quella stessa cosa che ci dicevano (o ci dicevamo noi stessi) da piccoli: fa anticorpi. Mangi la patatina fritta caduta per terra? Fa anticorpi. Giochi rotolandoti per terra? Fa anticorpi.

Io ad esempio sono cresciuto così. Giocavo nel terreno. E sottolineo “nel”, perché scavavo delle buche e poi mi ci immergevo in esplorazione. Quando la calura estiva seccava la terra e la rendeva polverosa, a volte ci nuotavo dentro. Forse prima di capire di essere un gatto credevo di essere una talpa. Avrò fatto anticorpi, tant’è che non ho mai avuto problemi epidermici.

Secondo me le nuove generazioni hanno così tante allergie e intolleranze rispetto a chi li ha preceduti perché, oltre a essere peggiorata la qualità ambientale, da piccoli ci si sporca molto di meno. Tra un po’ negli asili nido daranno da bere acqua e amuchina nel biberon.

D’altro canto, soffro molto invece i malanni di stagione e pure quelli fuori stagione: mal di gola, raffreddori…Ho un sistema immunitario debole.

Dubbio orrendo: sarà perché non ho giocato nella neve e fatto anticorpi?

Mood Music-ma-è-una-carica-di-elefanti-o-viene-dal-tuo-stereo Tag

La poliedrica ladykhorakhane mi ha nominato in questo gioco, il Mood Music Tag. In che consiste? Non l’ho ben capito quindi faccio copia-incolla e spero poi di indovinare bene le regole:

– Per partecipare devi essere stato taggato almeno una volta.
– Scegli almeno 5 tracce musicali (o più) che rispecchino alcune emozioni o stati d’animo al positivo.
– Tagga almeno 5 blogger (o anche di più ) e avvisali di averli taggati.
– Cita il mio blog all’interno del tuo articolo con link diretto o esteso: GHB Memories https://ghbmemories.wordpress.com, scrivendo che l’idea è partita da qui.
– Se vuoi spiega anche brevemente perché hai scelto alcune tracce piuttosto che altre.

Quindi senza indugio, senza tema e senza senso provvedo subito all’elenco delle canzoni, che sono più di 5 perché non sapevo quali scegliere.

1) Bon Jovi – Bad Name

Avevo 9-10 anni e un walkman con la radio incorporata, col quale mi ammazzavo di musica dalle varie emittenti radiofoniche. Questa canzone, pur essendo degli anni ’80, è un classicone e mi capitava spesso di ascoltarla. Mi metteva sempre una bella carica addosso. Non capivo nulla di ciò che diceva, infatti io canticchiavo “iuli-o-ohh, benny benny” (you give love a bad name).

2) Nirvana – Lounge act


C’è un momento nella vita di un adolescente in cui tocca passare ai Nirvana. Ecco, io per ricordare quei momenti dovrei mettere tutto Nevermind perché è l’intero album un simbolo dei ricordi, ma se devo pensare a momenti positivi penso a Lounge Act e al basso di Krist Novoselic: ricordo mettevo in loop l’intro per sentirlo fino allo sfinimento. Poi andavo in giro facendo con la voce tun-tututun tutututu tutu tutu-tun imitando il basso e a volte anche i miei amici facevano tun-tututun tutututu tutu tutu-tun quando uscivamo insieme il sabato sera, a volte eravamo in 3, a volte in 5, a volte in numero variabile ma sempre maschi senza donne e forse era perché facevamo troppi tun-tututun tutututu tutu tutu-tun difatti quando poi ho smesso le donne sono arrivate. Quindi la conclusione è che forse alla donna non piace l’uomo-basso.

3) The Rembrandts – I’ll be there for you

Mi chiedo sempre quanti ricordino gruppo e titolo della canzone e non la conoscano semplicemente come “la sigla di Friends”. Ebbene, in termini di positività, non posso fare altro che citare questa come la mia allegria assoluta, per ciò che identificava: sognavo un divano e un bar e un gruppo di amici eterni adolescenti, per me rappresentava l’ideale della felicità raccolta direttamente dalla pianta, confezionata e venduta in bustine da 10 grammi da fumare. Ah no, forse quella è un’altra cosa. Piccola chicca, dato che io sono un canticchiatore professionista tanto da aver suonato al conservatorio (ma non mi hanno mai aperto), la canzone era da me storpiata in “Il bidet for youuuu”.

4) Moi Dix Mois – Monophobia

Per la maggior parte delle persone credo che questa musica sia una trashata e basta, inascoltabile. Io invece presi una fissa per il visual kei, ancora oggi mi interesso un po’ (ci sono gruppi come i Dir En Grey che sono cazzutissimi e musicisti molto versatili e abili). Questa canzone mi ricorda la Micia. Lei per un periodo scriveva su un forum firmandosi Monophobia. Ah, i forum! Un tempo ero frequentatore assiduo.
Alla Micia piacevano il visual kei e il goth loli e il cosplay. Andammo anche a un Lucca Comics dove Lei partecipò alla sfilata Lolita. Ci ho messo un bel po’ a poter arrivare a considerare certi ricordi con un sorriso e non con dolore per la mancanza. Ecco, quindi visto che sorrido, oggi nella lista pubblico del visual kei, ripensando a un amore. O forse all’Amore.

5) Ska-p – Intifada

Ancora indietro con gli anni, tra i 18 e i 20, in cui il mio impegno politico (o più correttamente il mio presunto impegno politico) consisteva nell’ascoltare canzoni di protesta e urlare slogan alle manifestazioni. Un vero rivoluzionario, non c’è che dire, un Che Gattara de’ noantri. Peccato non ci fosse facebook, già mi vedevo altrimenti a pubblicare link: condividi! sveglia! resisti! ribellati! È così che si cambia il mondo. Come dite? Da quando avevo 20 anni non è poi cambiato? E mica posso far tutto io, scusate!

6) White Stripes – Seven Nation Army

Sì lo so cosa pensate. Mondiali del 2006, poo popopo po poo. Sbagliato. Io ascoltavo i White Stripes prima che diventassero famosi e conoscevo questa canzone da quando uscì, cioè nel 2003. Mi rendo conto di aver detto la classica frase dello stereotipo indie, ma è così. La ricordo perché fu la prima canzone che imparai a fare sulla chitarra (non è che ci voglia molto) e anche una delle poche che imparai prima di appendere le corde al chiodo. E sì, poi mettiamoci anche il 2006 perché fu un’estate divertente, anche se per me un po’ meno perché passai il periodo dei Mondiali chiuso in casa a causa della mononucleosi.

7) NIN – Copy of

Questa mi ricorda la primavera scorsa, per la precisione il Primavera Sound e un pogo spettacolare sui NIN, fatto partire da noi 4 scalmanati, mentre intorno c’era gente tutta composta e ingessata: ma si può? Li abbiamo fatti sgombrare a forza di pogo, attirando altre bestie da concerto. Quel festival è stato fantastico, Barcelona con la giusta compagnia una bella esperienza, tra serate alcoliche, figure di merda e tanta musica. E i panini del Cafe Viena poi sono un orgasmo culinario.

Ecco, ora dovrei nominare altri blogger: ma dato che questa cosa sta facendo il giro già da qualche giorno e tra quelli che conosco vedo già nomine e contronomine, facciamo che cedo a tutti coloro che vogliono un numero illimitato di biglietti con scritto “valevole per una nomina per il Mood Music-ma-è-una-carica-di-elefanti-o-viene-dal-tuo-stereo Tag” utilizzabile da oggi sino al 31 maggio 2015 (le promozioni mica son per sempre!).

Bidet for you!

Reality, sciò!

Secondo me il mondo della televisione avrebbe bisogno di una rinfrescata. Fulminato da questa intuizione mentre scendevo dall’auto (o forse stavo prendevo la scossa toccando la portiera), ho deciso che da grande sarò un autore televisivo e ho quindi buttato giù (dal balcone) alcune idee che sarebbero redditizie perché tanto la gente vuole solo vedere altra gente che si rende ridicola dietro una telecamera. Pertanto, queste che seguono sono delle proposte per dei Reality, sciò! che le grandi e pure le piccole emittenti, dimostrando scarsa lungimiranza, hanno invece purtroppo scartato. Spero in un prossimo futuro di veder invece realizzati questi programmi.

Uomini e Gomme
Il trono di preferito dalle automobiliste è conteso da degli abili gommisti, cui si rivolgeranno delle casalinghe disperate e appiedate da forature improvvise. Tra i belli della prima stagione troviamo Ciro o’ malament e Masto (trad. padrone, capo) Michele, che all’età di 70anni fuma ancora il sigaro come quando aveva 10 anni.

La palpa
Un gruppo di concorrenti viaggerà tutti i giorni sugli autobus urbani nelle ore di punta. Tra di loro si nasconde un doppiogiochista: un maniaco che fingendosi normale passeggero sale invece sui mezzi per toccare sederi femminili di nascosto. Scopo del gioco è individuare la talpa, cioè il palpeggiatore, menarlo di botte ed esporlo seminudo al pubblico ludibrio e alle deiezioni dei piccioni in piazza.

Il Grande Fardello
Chiusi in una cava di marmo (la famosa cava del Grande Fardello), 10 concorrenti sposteranno dei lastroni di marmo unicamente con la forza delle proprie braccia, 10 ore al giorno sabato e domeniche comprese. I partecipanti potranno nominare altri concorrenti da eliminare e sarà il pubblico a decidere quali: chi riceve i voti negativi, dovrà portare anche le lastre di marmo dei concorrenti dai quali è stato nominato, finché non stramazza al suolo. Vince chi resta vivo.

Ah! Mici!
I più bei micioni e gattini d’Italia si sfidano in gare di miagolii, giochi col gomitolo e tanto altro ancora, sotto l’occhio vigile e attento di Maria de Filippi.
Purtroppo il talent sciò non è mai partito perché è impossibile far fare a un gatto qualcosa a comando.

I partecipanti della prima edizione di Ah! Mici! che appena dopo la presentazione del programma si sono acciambellati e hanno dormito una 50ina di ore.

Italia’s Goat Talent
Tre pastori fungono da giudici per esaminare le performance delle migliori caprette nostrane. La trasmissione non andrà mai in onda perché il pubblico in studio si lamenta della puzza. Dei pastori.

L’isola dei fallosi
Chi sono i vip più gettonati? I calciatori! Quindi perché non un reality su giocatori ormai sul viale del tramonto o dimenticati, ma diventati famosi per la loro capacità nel centrare le gambe avversarie invece del pallone? Sull’isola dei fallosi i più abili (?) macellai dei campi da gioco si cimenteranno in varie prove, sempre a tema calcistico. Vince chi prende meno cartellini dall’arbitro. Il gioco è stato bocciato perché giudicato di scarsa longevità: dopo un quarto d’ora sarebbero già tutti quanti espulsi.

L’olandese De Jong, uno dei possibili candidati all’Isola dei Fallosi

La pula e il secchione
Un gruppo di nerd deve riuscire a conquistare la simpatia dei poliziotti durante un G8, convincendoli a posare i manganelli per prendere in mano dei libri ed erudirsi. Dal canto loro, i secchioni dovranno evitare di peggiorare le loro già scarse condizioni fisiche sfuggendo a cariche, manganellate e pestaggi.

X Tractor
Ambientato nelle campagne della bassa-alta Val Pusterlenga di Vergate sul Membro, dei nullafacenti che si credono artisti verranno inseriti in un progetto di recupero intitolato “Braccia riportate all’agricoltura”. Il tutto si è arenato a causa di un incidente con Morgan, che, fatto di crack, si è voluto mettere alla guida di un trattore.

Come una rock band satanica, ho registrato un demo-ne

Sono giorni che si ripropone un vecchio pensiero, una riflessione che giace lì – dimenticata – come un animale in letargo prima di risvegliarsi e tornare alla vita: l’origine dell’insoddisfazione. A volte vi penso in maniera scherzosa e mi perdo in considerazioni che divertono soltanto me. Altre mi ci soffermo in maniera più seria.

È lì, quando mi sento più serio, che mi sento anche l’essere meno stabile del mondo, o così direi se avessi una qualche misura di questo universo conosciuto che mi possa dare termini di paragone. Lì percepisco un demone che pianta idee destinate a germogliare.

Noi gatti abbiamo contegno e dignità, ma anche egonismi (egoismi+edonismi).

Se apri la porta, non la attraverseremo: ci compiace l’idea in sé della porta, poi la utilizzeremo quando pare a noi.

Un demone che indica porte: un usciere, anzi, un entriere.

Quale è l’origine dell’insoddisfazione? Quale quella della tentazione? Sono tentato di non cercar risposta e restare insoddisfatto.

Da un frammento di conversazione:
– Quindi è normale che una che conosci appena ti mandi una sua foto a mezzanotte di domenica?
– Ma era una foto in cui faceva la cogliona: si reggeva la testa mentre accanto aveva tre bottiglie di vino. Mica faceva vedere le tette.
– Non c’entra nulla. Cerca di fare la simpatica, è un modo più subdolo per arrivare a qualcuno.
– Eh sì, è rimasta folgorata da me e mi ha puntato.
– Avrà pensato che tu le stia dietro e cerca di attirare l’attenzione.
– Io non vado in giro a fare il simpatico.
– E come si fa a sapere che tu non faccia il cretino con tutte?
– …Eggià, io son pieno di spasimanti, appena arrivo io tutte si girano a guardare me e io mi metto a flirtare…
– No, non è così, non sei quel tipo d’uomo. Non sei uno che attira l’attenzione allo sguardo.
– Ah, grazie mille. Poi mi vieni a dire che debbo rafforzare l’autostima. Bell’aiuto.
– Ma è diverso! Ed è una cosa positiva: tu le donne le prendi di testa.
– Certo, infatti mi chiamano Zidane. Finiamola.
– Idiota.

Essere concentrato sul non distrarmi mi distrae da altre cose

Sono una persona che pensa molto.  Sovente rifletto sul senso della vita. E a volte pure sul senso della vite quando ho il cacciavite in mano.

Questa è almeno la giustificazione che adduco sul mio essere perennemente distratto e con la testa altrove. A forza di ripeterla quasi quasi me ne convinco.

Ultimamente però sto notando un intensificarsi di inconvenienti causati dalla distrazione. Ieri sera, ad esempio, stavo per rimetterci due dita. Ero fuori una pizzeria, mi avvicino alla porta e con la mano sinistra cerco giusto al centro una qualche maniglia. All’improvviso la metà destra della porta comincia a scorrere schiacciandomi anulare e medio nell’intercapedine. E dire che c’era un bell’adesivo sul vetro con scritto “porta automatica” e, sotto e più grande, un altro bell’adesivo con scritto “porta scorrevole”.

Spesso vittime delle mie distrazioni sono gli occhiali. Io li porto. Li porto dove? Da nessuna parte, visto che li tengo solo in casa. Il problema è che quando a volte mi stendo sul letto li poggio sulla sedia che è giusto di fianco. Quando mi rialzo, dimenticando dove io li abbia poggiati, mi ci siedo sopra. Il precedente paio, dopo anni di schiacciamenti, finì in pezzi così.

Li ho portati dall’ottico per raddrizzarli. O almeno credevo di averlo fatto, visto che sono entrato nel negozio sicuro di me esclamando
– Buonasera. Vorrei far raddrizzare questi…questi…
e nel frattempo estraggo la custodia vuota, dove una sagoma tratteggiata a forma di occhiali, in stile cartone animato, lampeggiava segnalando la mancanza.

In settimana ho poi fatto un’altra vittima: ho rotto un piatto.
Ho sparecchiato, prendendo un piattino, poggiandolo su un piatto più largo e poi mettendo sopra a entrambi un piatto fondo. Ho portato la composizione piattesca sul mobile del lavello e son tornato davanti al portatile per terminare i 5 minuti finali dell’episodio di House of Cards che stavo guardando. Dopo, ho preso il piatto fondo per svuotarlo nella pattumiera. O credevo di aver preso solo lui. Il piattino è rimasto attaccato sotto e non me ne sono accorto: dopo poco giusto a centro stanza Madama Gravità ha vinto su Monsieur Appicicaticcio facendo schiantare il piattino sul pavimento.

Qualche giorno addietro le porte automatiche della metropolitana erano indecise se schiacciare me o portarsi via lo zaino sino al capolinea a Battistini. Giustamente la guardia mi ha fatto notare di prestare attenzione al segnale acustico. Quale segnale acustico? Io credevo di stare ascoltando una sinfonia hawaiana

A proposito: ma questo è il mio blog oppure mi sono distratto e sto scrivendo su quello di un altro?

Lui piantò una ragazza, ma non attecchì per via del terriccio.

Il mio coinquilino resta per me fonte di curiosità e riflessione.

Breve riassunto delle puntate precedenti:
Il nostro eroe Gintoki si è trasferito nella ridente-e-a-volte-piangente-e-a-volte-né-l’una-e-nell’altra-ma-solo-il-lunedì-mattina Roma. Ha una accogliente stanzetta e un confortevole bagnetto in un appartamento dove vive un placido e tranquillo 45-50enne.

Non ho ancora ben capito cosa faccia di preciso nella vita, se non che sia una sorta di produttore, regista occasionale, curatore di festival cinematografici. Ma in sostanza sulla carta d’identità mi chiedo cosa abbia scritto. Probabilmente “artista”: come faccio a dirlo?Beh, come tutti gli artisti si sveglia la mattina quando gli pare e si avvia al lavoro non prima delle 10 e poi torna a casa sempre quando gli pare. Ditemi chi se non un artista ha simili flessibilità orarie!

Vive a base di Saikebon (che per chi non lo sapesse sono i noodles istantanei che per scelta commerciale hanno chiamato “nudolini”, che a me tale nome fa pensare a tutto tranne che alla pasta), eppure ha una dispensa e un frigo pieni di roba, tanto che ogni volta provo vergogna per il mio ripiano semivuoto e decorato da un limone rinsecchito, due uova e una busta di pomodori. Composizione che forma una natura morta, anzi, putrescente.

È germofobo peggio di me. Quando sono risalito su, portandomi dietro un bel raffreddore, e ci siamo incrociati in casa, mi ha chiesto, un po’ preoccupato: Ma è solo raffreddore o una qualche forma influenzale? Quando gli ho detto che era un banale raffreddore si è rasserenato.

L’altra sera ci siamo incrociati in cucina: non ci becchiamo molto per casa, a parte sporadici attraversamenti di stanze accompagnati dal suono di un Ciao come va? che l’eco di un corridoio fa sembrare un discorso molto più lungo.
Butto lì qualche convenevole perché mi pesa il silenzio quando si condivide uno stesso spazio per più di 10 secondi.
Io: (mentre lavo una tazza e un bicchiere) Tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– Sai, ieri ho seguito il tuo consiglio, ho approfittato del giardino e del sole e mi son messo lì a lavorare al portatile.
(sorridendo) Ah, mi fa piacere tu abbia gradito.
– (non so come ma ho risporcato la tazza e mi tocca rilavarla quindi debbo continuare a parlare) Poi all’improvviso è piovuto un pallone dal cielo, non m’ha preso per poco (c’è un campo sportivo dietro casa).
– Ah sì? Ma tu pensa. L’hai ributtato dall’altra parte, immagino.
– Sì. Fortuna non ha colpito le piante.
– Eh, purtroppo capita, ogni tanto trovo qualche pallina da tennis che ributto di là, poi ho un pallone bucato nel ripostiglio…ah hai visto che la peonia è in fiore?
– Ehm…quale è la peonia?
– È impossibile tu non l’abbia vista, vieni, te la mostro.

Confesso e ammetto tutta la mia ignoranza botanica e floreale, ma io so distinguere solo ortensie, rose e margherite. Tutto il resto per me è classificabile come
1) pianta
2) bella pianta
3) pianta con fiore

Bene, fatto sta che dalla peonia è stato poi un buon venti minuti a illustrarmi le piante del piccolo (ma verdeggiante) giardino, con dovizia di particolari. Probabilmente non parla molto dei suoi hobby privati e aveva voglia di condividere.
Mi son chiesto se ne parli alle donne. Perché in tutto questo, mentre io lo ritenevo un asessuato, lui sembra invece non esserlo, almeno a giudicare da una sera in cui sono rientrato a casa e lui cenava con qualcuna in salotto.

Poi non so che fine abbia fatto questa, non si è più rivista per casa. Forse, visto il pollice verde, l’avrà piantata.
Ebbene sì, anche questa volta, caro lettore, tutto il post mirava ad arrivare alla battuta del titolo.