Liebster Kitten Award

Innanzitutto ringrazio On Rainy Days e Maximwalker per avermi nominato (e non invano) come miglior gatto da compagnia emergente (al di sopra dell’Equatore) di questo mese.

E tu m’hai svegliato per dirmi ‘sta cats-ata?

Salterei preamboli, cappelli introduttivi e capitomboli e andrei subito a rispondere alle domande.

Perché hai aperto un blog?
Perché chiudere un blog altrui pareva brutto. Quindi ho aperto un blog mio nel 2006 per avere possibilità di chiuderlo, solo che poi l’attività ha iniziato a ingranare e ora mi pare brutto chiuderlo, quindi sto pensando di aprire un altro blog da chiudere poi successivamente.

Ci parli un po’ delle tue passioni?
No.
Scherzo, sì.
Mi piace leggere (le etichette al supermercato), andare a passeggio senza meta (sarei un pessimo rugbista), visitare i musei (anche se quando mi vedono auscultarne le pareti con uno stetofonendoscopio chiamano la sicurezza), viaggiare sia fisicamente che con la fantasia (quest’ultimo caso quando non ci sono soldi), guardare film.

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?
Commentare, interagire sono modi per creare una comunanza d’interessi, per dire “Ehi, anch’io!”. Almeno per la tipologia di blog che ho impostato io e per i blog di altri che leggo. Siamo persone diverse, con attività diverse e vite diverse: ma ci riscopriamo in quel “Ehi, anch’io!”.
Quindi in base al numero di “Ehi, anch’io” si può decidere di creare una propria setta, nel mio caso ambisco, come ho accennato in passato, a creare un movimento per l’instaurazione di una Gattocrazia.

Di cosa parli nel blog?
Faccio prima a dire ciò di cui non ho parlato: perché poi credo nel blog di aver attraversato (senza neanche guardare se sopraggiungessero auto) vari argomenti, uscendone sempre indenne o al massimo con qualche ciuffo di peli in meno. Ecco, mi rammarico di non aver parlato mai di giroscopi o di sincrotroni e nemmeno di ricette di cucina a base di insetti, il che è frustrante perché rende questo blog ancora abbastanza incompleto.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?
Loro mi lasciano una ciotola con l’acqua e i croccantini fuori la porta e quando si allontanano io arrivo. Però a volte mi fermo anche a giochicchiare coi gomitoli oppure mi metto a pancia all’aria fingendo di far la lotta.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?
Tra due anni questo blog sarà quotato in borsa e anche in borsetta (nel portafogli no perché non entra), quindi diventerà una S.p.a. con tanto di bagni termali, cioè toilettes con gabinetti e bidet funzionanti ad acqua sulfurea a 80°.

La cosa che sai fare meglio?
Domande di riserva? Ah, ecco: mi riesce bene svicolare dalle domande. Il tempo di girarti e -puff- sparisco.

Quanto tempo dedichi al tuo blog?
Se fosse un lavoro direi una prestazione autonoma occasionale e continuativa.

Come nascono i tuoi post?
Ah, sapevo che sarebbe arrivata questa domanda, prima o poi. Eh, la curiosità. Ok, nascono così: li porta la cicogna e me li fa trovare sotto un cavolo.

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Dizionario delle cose perdute (o di quelle dimenticabili)

Ricordare gli Sbullonati nel precedente post mi ha fatto ripensare a quante cose, personaggi o situazioni, con le quali ho avuto a che fare siano finite sepolte dal tempo.

La lista sarebbe lunga e non è detto che questo post non abbia un seguito con successive integrazioni.

Al primo posto c’è, leader indiscusso, ovviamente lui:

Il telefono in bachelite nera.
I miei nonni ne hanno uno, che ha funzionato egregiamente per decenni, prima di diventare un soprammobile causa rottura del microfono interno. È stato l’oggetto che ha contrassegnato la mia infanzia e anche oltre. Dato che a casa mia, non ho mai ben capito per quale dettame religioso o politico, non abbiamo mai avuto il telefono, per telefonare andavo nell’appartamento di fianco dai nonni. Una volta su due la ghiera girevole mi fregava e dovevo ricominciare da capo perché avevo sbagliato il numero.

Quando ricevevo una telefonata mio nonno rispondeva e poi mi convocava; nel corso degli anni ha usato varie tecniche:
– Il postino: bussava due volte alla mia porta per avvertirmi che mi cercavano
– L’urlofono:  senza spostarsi da vicino al telefono (per la gioia di chi era all’altro capo), gridava il mio nome
– Il postino nascosto: dopo la fase urlata tornò alla bussata, questa volta però sulla parete divisoria in comune tra il suo soggiorno e la mia camera.

Ricordo un’altra cosa di quel telefono: era un intrappola-alito. Dall’interno della cornetta percepivi l’aroma di quel che avevi mangiato prima dell’ultima telefonata.

Il mio barbiere.
Don Vicienzo: dagli 8 ai 13 anni sono andato sempre da lui, un vecchio amico di mio nonno. Più che andare direi che mi ci portavano. Esercitava la professione da 50 anni, il suo salone era arredato come 50 anni prima e i tagli di capelli, per coerenza, erano rimasti a 50 anni prima. È andato in pensione verso la fine degli anni ’90 e qualche anno dopo, purtroppo, è venuto a mancare.

Era nemico della modernità: nel suo salone macchinette elettriche per capelli non sono mai entrate. Fino a quando non ha ceduto l’attività, ha sempre avuto una come questa
che io chiamavo la tosacani.

Diamoci un taglio.
A inizio anni ’90, in piena ascesa calcistica di Roberto Baggio, ho sfoggiato per un bel po’ un codino dietro la nuca. Non eccessivamente lungo. Finché un giorno dissi a mia madre di tagliarlo, così, perché mi ero stufato. 1997, Ronaldo era il più forte calciatore al mondo e io mi feci rapare i capelli a zero. A essere sincero il personaggio mi era alquanto antipatico, lo vidi e dissi vah proviamo questo taglio, alla peggio non sarò comunque mai brutto come lui.
Alcune persone mi guardavano come se fossi un poco di buono.
Il mio vicino di casa, individuo che si contraddistingue per la sua intelligenza sopraffina, credo che pensò che io avessi una brutta malattia. E non lo racconto per ridere perché non c’è da ironizzare, però ripensando a lui ancora mi viene un punto interrogativo in testa:
– Il figlio del vicino mi vede passare e mi fa: “Gintoki, ti sei tagliato i capelli?”
– Sì
Il padre si avvicina al figlio e con la mano lo porta via dicendo sottovoce: “Dai vieni XX. Non fare queste domande”

Lo zaino Invicta.
Lo zaino Invicta dominava le spalle degli studenti. O meglio, se la giocava con la Seven. Il mio primo (e unico) zaino dell’Invicta lo ebbi verso la fine della quarta elementare e mi ha accompagnato sino ai primi anni del liceo, quando ha iniziato a scolorire, scucirsi, con i ganci di plastica che stavano andando in pezzi. Non lo gettai ma lo riutilizzai per lungo tempo come zaino per la roba del calcetto. In ogni caso è durato tantissimo, contrariamente a uno zainetto della marca della Vittoria che è durato un paio d’anni prima che si aprisse letteralmente in due e uno zaino venduto nello store della mia Università che dopo pochi anni si era consumato peggio di un jeans trattato con la pomice.

Sabatino.
Il mio Invicta lo comprai da Sabatino, proprietario di una cartoleria non lontana da casa mia. In un piccolo negozietto aveva sempre di tutto ed era gentilissimo e simpatico. Quando non c’era, lasciava l’anziana madre a gestire il negozio. La poverina era servizievole ma un po’ confusa e quando le chiedevi una matita HB lei ti dava una penna, quando chiedevi un quaderno a righe te ne dava uno a quadretti e quando chiedevi matita, penna e quaderno una delle tre cose la dimenticava.

Sabatino cedette l’attività ad altri, che durarono poco perché non la gestivano bene. Ora da una decina d’anni o forse più al posto della cartoleria c’è un negozio che vende profumi e detersivi.

E voi? Avete delle cose perdute (o dimenticabili)?

Come cantava la cicala, “L’importante è frinire”

Gli ultimi pensieri che mi circolano nella mente la sera, prima di addormentarmi, sono anche i primi che si ripropongono al mattino, come l’aglio nel pranzo pomeridiano che viene a fare un saluto alle tonsille verso l’ora dell’aperitivo.

Al mattino quel pensiero serale non circola più fluido e libero, ma è addensato e viscoso, come se fosse fermentato per trasformarsi in qualcos’altro. Vorrei prendere questi distillati di pensiero e imbottigliarli ed etichettarli. Guarda qui, questo Erotico del 2006 che riflessi che ha alla luce. E questo Malinconico del 2013? Ottima annata.

Stamattina al risveglio mi sono rovesciato addosso una Vergogna di Spirito che avevo lasciato a macerare dalla sera precedente. Fermo in stazione centrale guardavo le persone che mi passavano accanto chiedendomi se notassero la mia puzza di vergogna. Arrivavano da destra, sinistra, da dietro e da davanti, incrociandosi e poi allontanandosi. Indifferenti.

In fondo, al mondo non interessa di te a meno che tu non faccia qualcosa che abbia rilevanza. Per esempio se in stazione mi fosse accaduto qualcosa, ciò avrebbe attirato l’attenzione del pubblico intorno, almeno fino a che la loro curiosità non fosse stata appagata e le loro occupazioni non fossero tornate preponderanti nei loro pensieri.

Immaginavo un titolo sul giornale: “Uomo si sbullona alla stazione”.

Voi nati negli Eighties ve li ricordate gli Sbullonati?

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Io avevo quello rosso e quello blu.

Ecco, pensavo a un tastino in petto da pigiare per sbullonarsi.

Poi tanto dopo ti riattacchi e ti rimetti insieme, ma intanto hai distolto l’attenzione dalle macchie di vergogna.