La trascurabile importanza del condividere

Ho appreso che fosse cominciato Sanremo aprendo la home di Facebook. Non è per fare finto snobismo che affermo che non lo sapessi. È ovvio che sono a conoscenza del fatto che ci sia in televisione questo momento aggregatore nazionalpopolare che è una via di mezzo tra il giorno della marmotta negli Stati Uniti e il discorso della Regina Elisabetta nel Regno Unito. Non ero a conoscenza dell’inizio effettivo e l’ho scoperto dagli aggiornamenti dei miei contatti su Fb, divisi, nell’ordine, in:
– commenti sul Festival di Sanremo
– commenti su quanto faccia schifo il Festival di Sanremo
– commenti sprezzanti su quelli che dicono quanto faccia schifo il Festival di Sanremo
– commenti di quelli che dicono di non guardare il Festival di Sanremo
– tette, culi, frasi retoriche e ridondanti sull’amore, link che vorrebbero essere spiritosi ma avevano già smesso di far ridere quando furono creati, rivelazioni a caso su complotti in corso del NWO e tanto altro da parte dei più irriducibili che ci tengono a seguire una linea editoriale costante.

Ormai quando piove corro a verificare su Facebook per esserne certo, perché la finestra potrebbe ingannarmi.  Io sto scherzando, ovviamente, ma ho come l’impressione che per alcune persone il vero risieda nel condiviso.

Coincidenza, ieri sera sono andato a vedere Birdman (O l’imprevedibile virtù dell’ignoranza). Due parole: finalmente credo di aver visto un film che (probabilmente) vincerà l’Oscar e che mi piace. Accadde anche col Signore degli Anelli, ma lì è scontato, come avrebbe fatto a non piacere?!

Ci sono due cose che mi eccitano in senso artistico: il cinema quando parla di cinema (penso a tal proposito di essere uno dei pochi estimatori di Holy Motors) e il piano sequenza. Nel film ci sono entrambe le cose, anche se l’ultima è posticcia: nel senso, le scene sono in piano sequenza, fuse insieme per poi dare l’impressione che tutta la pellicola sia interamente un piano sequenza.

C’è un passaggio significativo – tra i tanti – in tutto il film, o meglio, in realtà più che un passaggio è una sottotrama che viene a galla nei momenti salienti: la notorietà e l’essere qualcuno. Riggan Thomson (Michael Keaton) è un uomo vecchio. Odia i blogger, Twitter, non ha una pagina Facebook, non compare su Youtube (come la figlia, con la quale è in pieno conflitto generazionale – cliché sul quale non mi soffermerei – gli urla contro): in poche parole non esiste (tra l’altro, “non esisto” è la battuta che dice il personaggio che R. T. interpreta a teatro nella rappresentazione basata su What we talk about when we talk about love di Raymond Carver). I suoi sforzi di costruirsi una identità artistica sono vani, basti pensare che il picco di fama che raggiunge lo deve a una passeggiata in mutande in Times Square, il cui video raggiunge centinaia di migliaia di visualizzazioni in rete. Non svelo il finale, ma il gesto sul palco, oltre a essere l’azione di un uomo preda dei propri deliri schizoidi, è anche la risposta definitiva al pubblico: se è ciò che bramate, ve lo darò.

Illuminante il commento dell’arcigna e severa critica teatrale di fronte allo sfogo del povero Riggan: “Voi non siete attori, siete celebrità”.

Sono uscito dal multisala (a proposito, vorrei esprimere tutto il mio odio per i multisala: supermercati dell’intrattenimento, dove sono costretto a condividere la fila con coloro che sgomitano per l’ultimo film di Siani, il quale non mi ha mai fatto ridere così come non mi fanno ridere gli odierni comici by Zelig, Colorado, Made in Sud e compagnia, contornato da una puzza di pop corn acido e dal rumore delle mascelle di quelli che li mangiano durante la proiezione) riflettendo sulla schiavitù numerica della condivisione e sul rapporto che hanno la fama e la notorietà coi contenuti, un rapporto che vede questi ultimi a mio avviso – ahimé – spesso soccombere.

Ho in passato pubblicizzato la mini serie Black Mirror: l’episodio che mi ha inquietato di più, perché è quello che percepisco come più icastico, è The Waldo Moment. Invito a vedere tutta la serie (sono sei episodi + uno special uscito due mesi fa) ma in particolare questo qui che, pur essendo qualitativamente inferiore agli altri, lascia riflettere sulle dinamiche che si creano tra opinione pubblica e la realtà che si replica e diffonde in rete.

 

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9 Pensieri su &Idquo;La trascurabile importanza del condividere

  1. wow, in un solo post moltissimi spunti.
    Sul discorso Sanremo, io non sono snob e non mi vergogno a dire che ho guardato la prima puntata e metà della seconda, con l’obiettivo (e direi quasi la speranza) di sentire qualche canzone decente. Risultato ahimè non positivo e, forse, vincitore già scritto che Sanremo partisse (i tre tenori in formato mignon). Come tutti gli anni, la speranza viene trafitta dalla delusione.
    Sul discorso Facebook, ho più volte riportato anche io in alcuni post la consapevolezza che ci sono persone che vivono in Facebook: cioè non hanno più un divano, un tavolo dove si mangia, ma ormai si sono dematerializzati in Facebook. Una volta ci si arrabbiava se chiamavi una persona e questa non rispondeva: ora si diventa permalosi se non mi rispondi in chat (e ho anche visto che hai letto il messaggio!!!). Tremendo..
    Infine i cinema di una volta: si potrebbe allargare il discorso ai centri commerciali, che hanno soppiantato negozietti, panetterie, macellerie e botteghe in generale. Purtroppo, questo è il lato negativo del progresso e la risposta di una necessità, da parte dei clienti, di concentrare tutto in un unico punto. Anche i multisala non offrono solo un film, ma quanto meno c’è un bar, un punto ristoro…
    A voi piace un mondo così? Mah…
    Colgo il suggerimento e proverò ad andare a vedere Birdman e anche la serie tv.
    Direi che ho scritto abbastanza… :-)))

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  2. Mi hai fatto quasi venir voglia di vedere il film.

    Per il resto no, sei non sei in rete oggi non esisti, ma a me questa idea ispira tantissimo, ultimamente mi trattengo dal cancellarmi dal virtuale (blog escluso).
    Del retso anche Andrew Sullivan (diciamo tra i capostipiti dei blogger inziali) accusa un pò di stanchezza da questa rete,,,

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    • Sì, il parcheggio…quando non devi allontanarti un paio di chilometri per trovare un posto e, soprattutto, non farti cogliere dal panico quando c’è quell’attimo di annebbiamento che non ti fa ricordare dove sia l’auto! 😀

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  3. Sanremo non lo guardo, non perché fa schifo (non lo so se fa schifo, non lo guardo), ma perché mi urta ascoltare troppa musica-che detto da una che suona è tutto da dire, diciamo che mi infastidisce ascoltare canzoni che non scelgo io-, uno dei pochi musical che apprezzo è The Rock Horror Picture Show. Su Facebook ci sono, ma come contatto falso che lo trovo utile solo quando mi serve a tenermi al passo con le uscite cinematografiche, quelle dei fumetti e le vignette random di Ortolani (che qui posta pochissimo).
    Per Birdman è nella lista di “da vedere”, dopo Whiplash che non parla di cinema ma di musica, e per me va visto.
    PS: Black Mirror è geniale.

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Si accettano miagolii

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