Il biografo parentale

Capita a uomini e donne, superata una certa età (che identificherei dopo i 45-50), di trovarsi propensi a parlare con conoscenti, semiconoscenti e anche perfetti sconosciuti delle imprese del proprio parentado.

I più lo fanno con i figli, per elencare le qualità e le doti della propria progenie, col petto gonfio di orgoglio genitoriale e un po’ di catarro stantio nei bronchi.

In genere la trappola scatta in questo modo: il biografo parte con la domanda, all’apparenza pacifica ed educata, E tu che stai facendo adesso?

La vittima risponde, ma il biografo non è interessato né sta seguendo il discorso: è già pronto a partire con Mio figlio invece sta facendo questo questo e quest’altro ancora…

Se ciò può esser ancora comprensibile da parte di chi ci tiene a mettere in mostra i successi dei figli, resta oscuro il motivo perché l’elenco di traguardi raggiunti debba essere esteso anche al parentado. Esistono individui che ci tengono a farti sapere che Il nipote del cugino di mia cognata si è aperto una ditta di spurghi e clisteri, mentre poi tengo* un altro nipote figlio di un fratello acquisito in prestito che mò se ne è andato a Como perché la moglie aveva fatto il concorso per vigile urbano a Roma poi lui si è messo in aspettativa e lei ha chiesto bla bla bla
* dialettalismo. Qui si usa il verbo tenere in sostituzione di avere, probabilmente un lascito linguistico della dominazione spagnola nei secoli passati.

Il malcapitato tenterà di sottrarsi alla valanga di chiacchiere approfittando del momento in cui l’interlocutore respira, per congedarsi con una frase di circostanza o un Va bene… stiracchiato, inclinando il corpo leggermente di lato per lasciar intendere di essere pronto a mettersi in cammino. L’intera sequenza deve essere attuata in modo veloce, prima che il biografo riattacchi col racconto.

L’altra domanda trappola è la classica E tu sei fidanzato?, che anche in questo caso serve a introdurre il racconto dei matrimoni, passati, presenti e progettati, nella famiglia di chi ha posto la domanda.

Vorrei attuare un esperimento sociologico: al prossimo che domanderà Che stai facendo? Sei fidanzato? rispondere con qualcosa di stravagante e inusitato, del tipo
– Mi sono arruolato nei peshmerga curdi per combattere l’ISIS e il mese prossimo mi sposo con una tatuatrice di ani dedita alla stregoneria per corrispondenza

In questo modo si potrebbe capire se l’interlocutore ascolta o meno ciò che uno dice; in caso affermativo, quantomeno lo si sarebbe disorientato/sconvolto e quindi messo a tacere e si potrebbe proseguire per la propria strada, fischiettando.

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17 Pensieri su &Idquo;Il biografo parentale

  1. ecco si.
    Ammazzerei tutti quelli che ti sommergono di sproloqui sui/lle figli/e.
    E… sei fidanzato/a? che lavoro fai? e quanto guadagni? dovrebbero essere domande ormai rese vietate dalla convenzione di Ginevra.

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    • Esatto! Con queste esatte parole, “a chi appartieni”, che è un modo per identificare la tribù di provenienza.

      Io propenderei per l’adozione di un tartan sul modello scozzese: in questo modo si renderebbe più identificabile la provenienza senza dover ogni volta porre la domanda, non trovi?

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  2. Oltre al fatto di vantarsi della progenie esiste un’inconscia volontà di insinuare nell’ascoltatore il tarlo dell’invidia di modo che possa confrontare la sua vita con quella del biografo e sottolineare come ciò che si possiede, rispetto all’altro, è nettamente inferiore al livello psicoeconomico personale.
    Insomma, mi vantu figghiuma ppè ti fa scattà (leggi scattà con sciccattà)

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    • Io mi rendo conto che la vita sia una merda e si campi di piccole soddisfazioni, quindi ogni individuo vaghi alla ricerca di vittime sulle quali sfogarsi. Il più delle volte a me viene solo da pensare “sti cazzi”.
      Come un tale che, lo raccontai anche in un post, esordì presentandosi con “ah io mi sto prendendo una seconda laurea”
      E sti cazzi?

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Si accettano miagolii

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