Rispetto ed Eccitazione

(una libera versione di Orgoglio e Pregiudizio)

Quando una festa va scemando verso la fine è come ritrovarsi su di un campo di battaglia. Il grosso dell’esercito è andato via, restano dispersi vivi, feriti e morti. Stasera mentre attendevo di levare le tende, ho agganciato una moribonda.

Urge una premessa. Avevo letto di recente, credo su un blog, un quesito su se fosse lecito provarci o meno con una ragazza ubriaca (da sobri). Ora, non ricordo quale fosse il blog e chiedo perdono per prendergli l’idea senza citarlo. Se l’autore legge qui, manifesti la propria esistenza. Stasera mi è tornato in mente lo stesso interrogativo.

Mentre attendevo di sgombrare il campo, dicevo, stravaccato su un divano, aggancio una moribonda. Una ragazza che non conoscevo prima della festa e che per tutto il tempo non avevo neanche considerato. Non credo stesse proprio ubriaca marcia, stava nello stadio stordimento-mi manca un po’ l’equilibrio/cado-mi si scioglie la lingua-faccio osservazioni strane. Diciamo che nella scala dove il marciume è l’ultimo step (prima del coma etilico), lei a vista credo stesse due gradini sotto con un piede alzato verso il penultimo.

Eravamo rimasti da soli e abbiamo cominciato a parlare, uno di fronte all’altro. Poi mi alzo e mi siedo di fianco a lei. Ci parlo e la guardo parlare, ne osservo i lineamenti del viso, tutto, e penso che mi farò avanti. Avevo anche creato un contatto: a forza di stropicciarsi gli occhi, il mascara le era andato a farsi un giro per tutta la palpebra lasciando scie come se fosse passata una sudicia lumaca, così tiro fuori un fazzoletto dicendo che l’avrei aiutata a toglierlo*. Mentre con una mano compio questa azione di maquillage, con l’altra le tengo il viso. Era il momento perfetto per baciarla, era lì, stesa davanti a me. Avevo calcolato tutto, la padrona di casa che era in giro a rimettere in ordine si era allontanata e ciò mi garantiva una finestra temporale di libertà adeguata (non credo sarebbe stato elegante davanti a lei).

Invece non ho fatto niente. Perché ero sobrio (infatti avevo bevuto molto poco) e mi è sembrato di approfittare del suo stato di stordimento. Certo, nulla toglie che avrebbe potuto poi allontanarmi, mi sembrava in grado di intendere e di volere abbastanza.

Però non lo so, mi sembrava di non essere ad armi pari. Mentre riflettevo, la finestra temporale si è chiusa e si è fatta ora di andar via.

La prossima volta mi ubriaco anche io e tagliamo corto.

* La mia “geniale” tecnica, messa a punto nei laboratori Garnier dove vengono anche testati i rasoi pentalama e gli assorbenti in lactifless, consiste infatti, prima di agire, nel creare un contatto fisico preliminare innocuo ma confidenziale, tipo sistemare i capelli, la maglia e così via. Una cosa più da personal stylist che da seduttore, diciamo. Manderò il cv a Enzo Miccio.

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Il tempo guarisce ogni consolazione

Si dice spesso che i gesti valgano più delle parole. Il che è sicuramente vero, a una persona che vive un momento di difficoltà può bastare un abbraccio, un braccio intorno la spalla, il tocco della mano. Un gesto che esprime vicinanza.

Ci sono però situazioni in cui non è possibile usare i gesti. Vuoi perché la conversazione si svolge al telefono, vuoi perché tra le due persone non c’è molta confidenza col contatto e così via. A quel punto si ricorre alle parole.

Già, ma quali parole?
Frasi introdotte da “andrà meglio” o “col tempo…” mi sembrano retoriche, vuote e banali. E se è vero che il tempo può in effetti lenire certi dispiaceri, non è comunque di sollievo sentirselo dire. E anche pensare che le cose cambieranno non è affatto meglio. Chi lo dice che ci saranno miglioramenti e la situazione non peggiorerà? C’è un indovino presente?

Cos’è allora giusto dire o fare per aiutare qualcuno?

Sono intorno a noi

Dopo aver esaminato le strane presenze che popolano il mio ufficio, è il momento di una carrellata generale sulle entità soprannaturali in cui è possibile imbattersi negli ambienti lavorativi, cercando di capire chi siano, cosa vogliano, perché sono tra noi.

La donna bionica – Qualsiasi donna normale il secondo giorno dopo aver fatto lo shampoo deve ricorrere alla coda, perché i capelli sono così unti che ne esce fuori olio d’oliva. La donna bionica, invece, ha sempre i capelli in perfetto ordine, anche a costo di usare ogni settimana l’equivalente di acqua contenuta nel lago Bajkal. Iperattiva ed energica come Ben Johnson, è sempre elegante e curata: probabile che si alzi alle 4 di mattina per passare in sala trucco anche se, cosa inspiegabile, il suo aspetto è sempre fresco e riposato. Va in palestra per tenersi in forma, non mangia nulla durante la pausa pranzo per mantenere la linea e non si capisce come si regga in piedi per 8 e più ore. Anfetamine?
Le più agguerrite possono trasformarsi in Supertope (si veda voce corrispondente).

Il Signore del Tempo – Lo si vede più in piedi intento a gironzolare che seduto al proprio posto. Ha una relazione extraconiugale con la macchinetta del caffè e relazioni diplomatiche con tutti i dipendenti, anche col parcheggiatore abusivo sotto gli uffici, perché per ingannare il tempo chiacchiera con tutti. I colleghi gli mormorano alle spalle, perché sembra che non lavori mai. In realtà è un genio, non si sa come faccia, ma ha il superpotere di condensare il lavoro di 8 ore in giusto un paio. Probabilmente è in grado di viaggiare nel tempo e sfruttare qualche paradosso temporale.

Cazzima Z* Il grande robot che lascerebbe gli alieni a sterminare l’umanità perché lui è in pausa pranzo, quello che alle 17:29 ha già raccolto la sua roba ed è pronto per uscire alle 17:30 e un secondo anche se c’è del lavoro da sbrigare, perché tanto “se la vedrà qualcun altro”. È sempre in prima linea nel fiondarsi sul buffet quando qualcuno offre qualcosa, ma poi è più facile che Zio Paperone regali denaro che vedere lui offrire un caffè.
* Per i lettori oltre la Linea Gotica: come spiegare la “cazzimma”? Ecco…non voglio dirvelo! Questa è cazzimma.

Il Dottor Divago – Dopo essere stato morso da un politico radioattivo in piena campagna elettorale, è diventato l’uomo capace di investire di chiacchiere inutili e fuorvianti chiunque entri nel suo raggio d’azione. Gli si chiede che fine avesse fatto una pratica e si finisce con lui che racconta dei talloni screpolati di sua cognata. Gli si chiede l’ora e lui comincia a parlare delle vacanze al mare. La regola principale è quella di non farsi mai trovare con le spalle al muro di fronte a lui, se lo si incrocia nei corridoi bisogna essere lesti o a entrare nella prima porta o a dire di essere di fretta prima che lui apra bocca. Massimo rischio quando ci si ritrova soli in ascensore.

Il brontolosauro – Avrà sempre qualcosa di cui lamentarsi. Si lamenta perché è lunedì mattina, si lamenta perché fa troppo caldo, si lamenta perché l’aria condizionata è gelida, si lamenta del cibo della mensa, si lamenta del lavoro, insomma è il re delle lamentele: il Regio Lagno. Il suo cattivo umore è contagioso come un raffreddore, col suo potere è capace di contaminare col malumore chiunque abbia intorno.

L’uomo invisibile – Quello che è internato in un angolo dell’ufficio e non si muove, non parla, non respira. Alcuni lo scambiano per un oggetto d’arredamento, viste le sue elevate capacità di mimetizzazione (o l’inconsistenza della sua presenza in azienda). Quando si palesa dando un segno di sé – uno starnuto, una parola detta per caso – le persone si spaventano prima di accorgersi di lui: “Chi ha parlato?! Chi c’è?!”.

Matrix – Come Neo faceva coi proiettili, lui è in grado di schivare con riflessi incredibili compiti e incombenze, riuscendo ogni volta a farla franca. Oltre che campione olimpico di schivata, è esperto nella delega non richiesta, abilità con la quale scarica lavori ingrati a qualche poveraccio(si veda Lo schiavo).

Houdini – Quello che all’improvviso scompare. Un giorno è in ferie, l’altro in malattia, l’altro in permesso per le nozze del criceto. È lo stratega delle sparizioni. Quando riappare, i colleghi si stupiscono ogni volta. Come avrà fatto? Dov’era finito? Un giorno sparirà sul serio senza lasciare traccia di sé. Un vero mago.

Il microcefalo – Non serve un grande cervello, ma un pennello grande! È il motto dell’uomo da ufficio i cui discorsi vertono sempre e solo su una cosa che inizia per f- e termina per -iga. Il lunedì è il giorno deputato ai racconti delle sue avventure del week-end, sempre con dovizia di particolari vitali per l’esito della narrazione, come il tipo di taglio (non dei capelli) e i dettagli anatomici ginecologici. Il suo potere è la benedizione: quando arriva una nuova presenza femminile in ufficio, lui afferma di doverla battezzare.

Galactus – Anche noto come il Divoratore di Mondi, è un individuo noto per la sua incommensurabile, insaziabile, infinita fame. Quando si spegne l’aria condizionata, quando si fermano le dita sulla tastiera, si può sentire il rumore delle sua mascelle all’opera. La sua postazione è riconoscibile dalle briciole lasciate un po’ ovunque come Pollicino e dalle impronte digitali fatte di unto sul pc. Nei cassetti della scrivania non ha documenti e faldoni, ma riserve di cibo, perché non si sa mai. Il suo nemico naturale è il collega scroccone che arriva all’improvviso e infila la mano nei suoi snack per attingere senza ritegno.

La supertopa – Parente stretta della donna bionica, con la quale condivide la cura per l’aspetto fisico e l’energia, è la donna che in ufficio quando cammina fa venire il mal di mare, a causa degli ancheggiamenti simili al dondolio di una nave sulle onde. I vertiginosi tacchi a squillo che causerebbero problemi alla schiena a qualunque donna normale ne slanciano oltre misura la figura, come se già non si notasse abbastanza. La supertopa soffre di costrizione epidermica ed è pertanto costretta a ricorrere ad ampi spacchi e scollature per far respirare la pelle. Il microcefalo vorrebbe farne la propria preda, ma è lei furba quanto basta per prenderlo in giro senza sganciargliela.

Lo schiavo – Il suo superpotere è la schiena di mulo, atta a sopportare carichi pesanti, la sua abilità speciale è la remissività con la quale piegarsi a 90° e senza pretrattare. È lo stagista, quello che che dovrebbe tornare a casa prima degli altri perché per legge non potrebbe rimanere senza un senior accanto, in realtà è quello che rimane a chiudere l’ufficio. A volte vi pernotta anche. È quello che “deve fare esperienza”, come gli ricorda il collega che è entrato in azienda a 20 anni con un contratto a tempo indeterminato e che quando ha visto un pc pensava che il supporto per il cd del lettore fossa un portabicchieri.

Per la stesura di questo articolo sono stati sacrificati venti stagisti. Il mulo della foto è interpretato da Nicolas Cage, attore noto per la sua faccia da…mulo.

Se ci sono altre categorie, l’ufficio brevetti etichette è sempre aperto 😀

Meglio morir di vodka che di tedio (?)

Non amo l’odore di kebab per le strade. È paradossale, perché il kebab mi piace molto, invece. Lo prendo sempre farcito di tutto, pur conscio che dopo sembra di aver inghiottito Muhammad Ali perché hai l’alito che stende anche i pesi massimi.

Una volta, in questa città, non c’erano tanti posti dove rifocillarsi. Ricordo la paninoteca storica con i due leoni all’ingresso che esiste ancora oggi, sorta quando appunto questi posti si chiamavano ancora paninoteche e non pub. Vi passavi davanti la mattina e venivi investito da una zaffata di olio rancido della sera prima, potevi avvertirne la consistenza, come entrare in una nube lattiginosa. Ancora oggi il tanfo è rimasto lo stesso, penso che tra 1000 anni gli archeologi che disseppelliranno l’edificio verranno investiti dagli stessi afrori e diranno “Questo era l’odore del XX secolo!”. Mi piacerebbe far la solita battuta dell’olio che viene cambiato solo ogni 20mila chilometri, ma io temo che lì l’olio sia sempre lo stesso e se lo tramandino di padre in figlio.

Nel tempo, dagli anni ’90 ad oggi, sono sorti altri posti dove mangiare un panino e bere una birra, fino ad arrivare all’avvento del kebabbaro. La particolarità degli ultimi anni, invece, è che sono cominciati a spuntare posti dove bere e basta. La loro caratteristica è l’ottimizzazione degli spazi: in un localino delle dimensioni di una stanza singola di un albergo mezza stella, c’è tutto il necessario per prendere da bere. Drink away. La specializzazione è il cicchetto: non è raro trovare il menù con le offerte del momento per spappolarsi il fegato con massimo un paio di euro alla volta.

Non vengono inaugurati solo posti “mini”, comunque: anzi, all’angolo di una delle più importanti (non esageriamo, mò) arterie urbane , ha aperto un mega bar gestito da un noto pregiudicato. Nella villa comunale, invece, in quella che per anni è stata solo una gabbia di ferro e plexiglass di bassa qualità partorita dalla mente perversa di un architetto che pensava di essere un incrocio tra un Renzo Piano e un Calatrava (un Calapiano?) ora è sorto un “coso” abbastanza chic, un club tamarrissimo che credo non sopravviverà all’inverno perché se durante la bella stagione la villa va bene per passeggiare e infrattarsi con la propria metà, durante i mesi freddi è più simile a una brughiera inglese. Con la differenza che però non siete in Inghilterra, non ci sono ampi paesaggi e non c’è Sherlock Holmes. Quindi non definitela brulla, come se foste in un romanzo. No no, fidatevi: è brutta, non brulla.

Questi che ho sommariamente presentato sono solo gli ultimi posti di cui si è riempita questa città e che offrono l’unico svago possibile la sera: bere.

Sì, perché in questa città non c’è un cazzo di altro da fare.

C’è solo un posto in cui si potrebbero organizzare serate con gruppi a suonare, perché attrezzato bene. Peccato che il proprietario sia un incompetente. Il suo unico sforzo è chiamare 3-4 volte all’anno sempre le stesse persone perché solo quelle conosce. Poi c’è stato il periodo delle cover band, ha sparato diverse cartucce consecutivamente.

Io vorrei dire una cosa. La cover band a mio modesto parere ha già poca ragione di esistere, però fin quando è una cover band coi controcosiddetti, ogni tanto ci può stare. Ma se chiami una cover band dei Subsonica, con tutto il rispetto che ho per Samu, Boosta &soci, stai messo male, secondo me.

“Aò, ho fatto scuola”

Il resto delle serate di questo locale è occupato dai dj set (che ormai ne ha fatti così tanti che saran diventati ott, nov, diec…) del dj del locale: un tizio che secondo me si crede Skrillex, ha i capelli tagliati uguale e porta gli stessi occhiali. Peccato che abbia almeno 10 anni di più (10 anni in più sprecati) e quando mixa una volta mi è sembrato di sentire una carica di elefanti, il suono era simile.

Come antidoto alla noia qui non c’è altro. Quindi meglio morir di vodka che di tedio, come avrebbe detto Majakovskij? Sembra che per molti sia l’unica opzione possibile.

Lasciate che i felini vengano a me

Ho scoperto che, a mia insaputa, in giro esiste un mio culto religioso. Non ci credete? Eppure c’è chi arriva sul mio blog cercando su internet una cosa simile

Immagine

Non ne ero a conoscenza, eppure c’è già una mia chiesa! E non è affatto esosa, con una piccola donazione volontaria annuale di cibo per gatti potrete farne parte. Convertitevi al potere del maneki neko!

2014-07-16 22.41

(la qualità della fotocamera del cellulare non gli rende giustizia)

Poi ci sono altri che inseriscono termini di ricerca meno mistici su Google e similari, andiamo a dare uno sguardo:

In attesa del proprio principe azzurro
Ci si riduce così:

la fica che voglio io
Dev’essere il nuovo slogan elettorale di Berlusconi, dopo “L’Italia che ho in mente” ha deciso di essere più esplicito.

napoletani alzano il cesso
No, qui ci si siede sopra come in qualsiasi altra parte del mondo.

fumo una canna
E passala, dai!

asia argento bicipiti
Sinceramente quando penso ad Asia Argento mi vengono in mente due cose: che era un mio sogno erotico adolescenziale e che recita e fa film di merda. Ai bicipiti non c’avevo mai pensato.

donne nude con le patate
Un filo d’olio, un po’ di rosmarino e le lasci a riposare nel forno caldo, sono proprio una bontà.

come si fa una vergine
Intendi come fabbricarne una? Domanda a Mucciaccia. Non dimenticare un rotolo di carta igienica e la colla vinilica. Fatto? Bene, ragazzi.

come costruire una vagina
Incontrati con quello di prima e andate insieme da Mucciaccia.

figa calabrese
È piccante.

femmine senza niente
Donne nullatenenti?

sono una ragazza trentenne carina ma gli uomini non mi si avvicinano
Forse se smettessi di mangiare focacce aglio e cipolla qualcosa cambierebbe.

red foto xxx serpenti
Eh?

disegnidei tutti personaggi dei simpson manjula
A parte gli evidenti problemi con la sintassi, deciditi: vuoi tutti i personaggi o vuoi solo manjula?

la rabbia è un veleno che assumi tu
Stai calmo, io sono salutista e non prendo veleni. E poi chi te l’ha detto? Ci conosciamo?

cerco idea per tatuaggio alla figa vediamo foto
Guarda, una bella veduta dell’inceneritore di Abbiategrasso. Il tocco di classe sarebbe rasarsi il pelo pubico in modo da formare una nuvoletta che esce dalle ciminiere. For very chic people.

polizia municipale fica
Osservala mentre ti fanno un verbale, non ti sembrerà così fica.

esempio bolletta doganale tedesca
Chiedi a Frau Merkel.

io in spiaggia
Eccoti:

Se parli di me, io ti bloggo

Ho di recente superato il traguardo dei 300 followers. Un numero importante, che mi mette addosso anche una certa pressione e ansia da prestazione: riuscirò a soddisfarli tutti o no?

Ho pensato, per sfoltire un po’ il numero di lettori, quale trovata migliore di un bel post in cui mi rendo antipatico? No, scherzo. Ma ho constatato che nella mia liste di categorie sociali non ho ancora analizzato quella più rilevante: il blogger. Pertanto, eccoci qui.

Premessa: le categorie, come tutti i miei scritti, sono frutto di ironiche estremizzazioni e non aderenti esattamente alla realtà, quindi non riferite a nessuna persona specifica.
Nessun blogger è stato maltrattato per la produzione di questo post e per i test e gli esperimenti sono stati usati solo blogger i cui corpi sono stati volontariamente donati alla scienza.
Per eventuali reclami, l’URB (Ufficio per le Relazioni con i Blogger) è aperto il 31 settembre, il 31 novembre e il 30 febbraio. Munirsi di numero. Le blogger carine e intelligenti dovranno lasciarlo, invece.

I blogger (questi sconosciuti)

Casa Vianello – Ovvero, la blogger (ma spesso è anche un maschio) che racconta la propria vita tra le mura domestiche, tra sveglie a orari impossibili, gatti che vomitano sui tappeti, coniugi con strane fisime e pranzi bruciati nel forno. La vita è sempre movimentata da assurdi contrattempi ed esilaranti scenette, come in una sit-com. Nei periodi di maggiore frustrazione e soprattutto se ci sono figli in casa può tramutarsi in una Casalinga disperata, che troverà nel blog l’unico momento di relax, dopo una giornata passata ad ascoltare i capricci dei figli, le lamentele dell’insegnante e, dulcis in fundo, i capricci e le lamentele del marito.

Bridget Jones – La sua domanda esistenziale è: “Solo a me capitano gli uomini sbagliati?”. Nel proprio blog racconta le disavventure sentimentali di cui è costantemente vittima a causa di incontri sfortunati. In genere i suoi uomini rientrano in una di queste specie:
– è bello ma noioso, a cena non fa altro che parlare di quando ha vinto il torneo di calcetto condominiale segnando il gol decisivo in finale e della crescita dell’azienda di spurghi & clisteri che dirige;
– è carino e simpatico ma una frana a letto;
– è bravo a letto ma ha i modi garbati di un Neanderthal, terminata la prestazione la caccia via con un calcio, un rutto e una bestemmia (ai più abili riesce di bestemmiare ruttando);
– è bello e bravo ma poi si scopre che è uno che cercava soltanto un’amante (perché ovviamente non aveva detto di essere sposato).

Fabio Volo – Il nome dice tutto. Poeta (secondo lui) e seduttore (sempre secondo lui), ci racconta di quando ha incontrato lei e l’ha conquistata dicendole “Io sono un uomo. Tu sei una donna” e così via tra ovvietà e aforismi che fanno presa sul pubblico femminile e anche su quello maschile, che lo identifica come maestro di saggezza e ne assimila le perle.

L’Enigmista – Sottotitolo: “Ma che minchia dice?”. È quello che scrive post criptici, ermetici e oscuri, narrando di “Squarci che liberano la pressione costretta lasciando a terra le nostre velleità…” mentre chi legge penserà “Wow, che bello”. In realtà sta descrivendo di quando ha forato con la bicicletta ed è rimasto a piedi.*

Il confuso – Quello che non sa perché mai abbia aperto un blog, perché mai continui a scriverci e perché mai non si decida a chiuderlo. Ogni tanto pone questa domanda anche ai lettori, che dovranno rispondere “nooo, non smettere” perché sennò fa brutto.

Una fashion blogger

La fashion blogger – La mutazione genetica frutto degli scarti della società moderna sversati nella blogosfera, il Godzilla emerso da acque di colonia radioattive. Ogni giorno c’è una donna che si sveglia e all’improvviso decide che lei dovrà fare tendenza e orientare la moda della stagione (come altre centinaia di migliaia di proprie simili: quante mode escono all’anno, quindi?). Il primo passo dopo il risveglio è l’invasione: facebook, twitter, instagram, pinterest, tumblr, le piattaforme sulle quali sbarca con lo stesso impeto delle truppe Alleate in Normandia. La sua giornata tipo inizia su Instagram, dove pubblica la foto della colazione su un tavolino con vista mare, perché lei non è come i comuni mortali che a casa si fanno un caffè e due fette biscottate, no, lei prende cappuccino (con la cremina e il cacao che formano un cuore), ciambelle e torta, che viene da chiedersi a quanto abbia la glicemia se ogni giorno comincia così. Il dubbio è che vada in realtà a importunare le persone al bar e a fotografare le colazioni altrui. Ci sono poi due scuole di pensiero per ciò che concerne i vestiti da indossare, pardon, per l’outfit: la foto di tutto l’armamentario disposto con cura sul letto e la foto di lei con i vestiti addosso davanti allo specchio. La data dello scisma tra queste due chiese non è ben precisa. Le fotografie sono molto importanti, purché fatte con stile, cioè basta che ci sia una smorfia. Parafrasando Lo Stato Sociale:
Sono così fashion che devo comunque fare una smorfia quando mi fotografo e se non faccio una smorfia allora faccio la smorfia come se non mi accorgessi che mi sto fotografando.
Ogni anno molti fashion blog muoiono di morte naturale per consunzione dell’autrice, nell’indifferenza generale.

La cavia da laboratorio – Una fashion blogger che ha seguito un percorso evolutivo diverso, magari per povertà; convinta del messianico compito di portare luce nel mondo del make up, è la tester per eccellenza di prodotti cosmetici e altre sostanze sconosciute da recensire sul proprio blog. Vista la propria indigenza perenne, si nutre o di campioncini gratuiti che raccatta stando tutto il giorno su internet o di prodotti che scrocc…fa acquistare alle amiche.

Benedetta Parodi – Così come sembra ci sia più gente che scrive che gente che legge libri, ci son più blog di ricette di piatti che di gente che ne mangia. Il mondo dei blog di cucina è lo youporn del cibo, una volta entrati in questa dimensione se ne diventa dipendenti, ci si perde in mezzo a tutti i generi, vegan, slow, bio, fusion, asian, sembrano etichette di video porno invece sono categorie di ricette. La blogger in cucina è la pornografa della tavola, ti mostra piatti che credi di poter replicare anche tu a casa: povero illuso, perché non verranno mai uguali.

Adam Kadmon – È parente di Quello delle verità nascoste che agisce sui social, a volte è la stessa persona. Anche lui si sente investito del ruolo – conferito non si sa da chi – di portatore di luce nelle coscienze ottenebrate degli esseri umani. Il suo blog vi darà la vaga impressione di entrare in un negozietto cinese Tutto a 1 euro, dove non ne uscirete se prima non vi sarete fatti convincere da qualcosa. Non usa mai lo stesso colore consecutivamente per sottolineare una frase chiave, perché non sia mai che cali l’attenzione del lettore. Tutto ciò che racconta è INCREDIBILE, SCANDALOSO e VERGOGNOSO, questi tre aggettivi sono necessari per la certificazione D.o.c. (delirio occulto complottista). La tattica di approccio col lettore è aggressiva come quella di un venditore di Folletto col cliente: se non compri la merce, sei un povero fesso che si lascia sfuggire l’occasione.

Amélie – Quella che si piace e si compiace della propria stramberia, di essere uscita di casa con i calzini di colori diversi, di aver comprato un paio di scarpe Lelly Kelly e di amare abbinamenti alimentari inusuali che sarebbero classificati dalla CIA come armi chimiche. Tutte cose di cui poi racconterà nei propri post. Ama scattare foto artistiche di altalene appese agli alberi e biciclette appoggiate ai muri. Attenzione: lei in realtà non ama affatto la fotografia, ma ama sé stessa che scatta le foto. Sempre con la testa fra le nuvole e i piedi nelle pozzanghere, perché dovrà poi raccontare sul blog di essersi schizzata i jeans, può avere diversi sviluppi evolutivi una volta adulta, da una Casa Vianello a una perenne incazzata col mondo, ma talune si bloccano a questo stadio di eterna pupa e non sfarfallano. Ne esistono anche versioni maschili che a volte sconfinano nel nerdismo, dove nei casi più gravi dalla crisalide si può assistere allo sviluppo di un tremendo Sheldon Cooper.

Sheldon Cooper – Il saccente nerdone che conosce tutto e il contrario di tutto, o almeno ne è convinto. Odia l’umanità con la quale purtroppo è costretto a relazionarsi e, a differenza della Amélie, pur essendo uno stramboide non è conscio di esserlo, al contrario sono gli altri a risultargli anormali mentre lui si piace e si compiace della propria presunta “normalità”. Può essere una creatura placida e tranquilla, ma è anche in grado di scatenare i propri peggiori istinti quando vede toccate le proprie passioni, potrebbe invocare la pena di morte per chi ha sbagliato la pronuncia di un nome di Game of Thrones, tanto per dirne una.**

Poi ce ne sarebbero tante altre ancora, c’è l’Ulisse, quello che è sempre in viaggio e regala ai lettori reportage fantastici che però gli attirano tante bestemmie per invidia, c’è lo Scrooge che ha sempre qualcosa da lamentarsi e ce l’ha con tutti, c’è la neomamma che fa tenerezza anche se sente la necessità di raccontare con orgoglio della produzione intestinale del proprio figlio, c’è quello che scrive guide su qualsiasi cosa, anche su come si scrive una guida su un blog, c’è il Marchese de Sade e la Lady Godiva coi loro blog a luci rosse, c’è il poeta maledetto/cimiteriale…e poi c’è quello che sfotte gli altri perché non sa che altro scrivere!

* Faccio outing: I did it.
** Secondo outing: mentre ne scrivevo, mi sono accorto di riconoscermi in parte. Però non chiedo la pena di morte, anche perché sono il primo ad avere un problema coi nomi e poi in GOT ce ne sono troppi. ” A morteee!”.

Dopo questo articolo ti senti:
=) Felice
=( Triste
>=( Arrabbiato
=D Segnati le ossa che ora vengo a mischiartele

Falla girare

Per Madre ogni malanno è una cosa “che sta girando in questo periodo”.

Prendi un raffreddore: sta girando, un sacco di gente sta ammalata.

Raffreddore+febbricola = sta girando.

Mal di gola = un sacco di gente sta male in questo periodo.

In questi giorni ho un po’ di dolori addominali causa colite. È una cosa con la quale convivo sin dall’infanzia, mi coglie in periodi di ansia, nervosismo o stress. Madre mi nota alle prese con una tisana calmante e, dopo le spiegazioni, sentenzia:
– “Sta girando ultimamente un virus gastrointestinale, ci sono tante persone che stanno male in questo periodo”.

Io vorrei conoscere il suo campione di riferimento, questo “sacco di gente”, chiedendo anche se siano sempre gli stessi, perché sarebbe il caso di star loro alla larga se sono una discarica di virus e batteri. Saranno degli untori.

Io ho come l’impressione che, in realtà, non ascolti proprio. Un giorno, comunque, vorrei farle uno scherzo. Presentarmi a casa esordendo così
– “Madre, penso di essere gay”.
– “Eh, sta girando in questo periodo, un sacco di gente…”

Presenze da ufficio (bestiario lavorativo)

Di Collega Onicofago ho già parlato. Fortunatamente ora è fuori portata di vista e udito e non assisto allo sgranocchiamento delle sue povere estremità. Per carità, mi rendo conto sia un problema serio e indice di disagio o nervosismo, solo che mi chiedo come faccia a non sentire dolore. All’andata e al ritorno andiamo al lavoro insieme e anche in auto si dedica al proprio hobby. Tiene il volante con una mano, il cambio con l’altra e poi non so come ma mi giro e lo trovo pure con una mano in bocca.

Alla sinistra del mio posto c’è Paperino. La collega che parla con voci e suoni strani. È il suo modo di ingannare il tempo e rallegrare le ore lavorative. Il problema è che lei magari tornerà a casa tranquilla, io invece la sera sento le sue voci che mi risuonano in testa.

Quando non fa vocette, Paperino chiacchiera con Lentiggini, seduta di fronte. Alle volte Lentiggini lascia il proprio posto per venire a fare una chiacchierata tête-à-tête, quando il gossip da riferire è veramente importante. Ho imparato, osservandole, ad adeguarmi ai loro tempi e gestire le mie pause: dato che il mio lavoro dipende da un lavoro che fa Lentiggini, quando le vedo particolarmente prese dal pettegolezzo mi dico ok, posso anche scendere al supermercato giù agli uffici per fare uno spuntino. Anche Lentiggini, poi, fa vocette, ma meno varie ed articolate.

Di fronte a me c’è Collega Invisibile. In 8 ore lo noto solo quando si alza. Delle volte mi dimentico anche che ci sia, anche perché non lo vedo. Allora mi alzo e lo trovo chinato sulla scrivania. Mi chiedevo sempre che diavolo facesse, poi una volta son passato alle sue spalle e ho visto che era chinato sull’Iphone a giocare a un RPG online.

Alla mia estrema destra, c’è Collega Silente, invece. Non lo sento fiatare mai. È così silenzioso che ormai non distinguo più quando c’è o quando non c’è. Esce e ritorna dopo mezz’ora, senza che me ne accorga, poi mi giro e lo vedo e mi chiedo Ma quando diavolo è tornato?!. All’inizio pensavo che fosse uno spettro che vedevo solo io e che passasse attraverso i muri.

Ho lasciato per ultime Gargantua e Pantagruel, che oltre a fare un gran baccano – perché quando comunicano si dicono le cose urlando – hanno sempre del cibo a portata di mano sulla loro postazione. Pranzano, poi fanno merenda, poi fanno ancora merenda e poi concludono con una merenda. Oggi salivo in ascensore accompagnato da una scia di aroma di pop corn. Ho pensato: Secondo me porta dritto in ufficio. Come volevasi dimostrare, stavano dando fondo a una confezione formato famiglia di pop corn.

L’altro giorno mentre erano intente a far fuori una busta di patatine mi guardano ed esclamano: Anche tu fai merenda? E io ero lì che stavo mangiando il mio misero yogurt, è stato come avere di fianco all’orinatoio Rocco Siffredi che getta uno sguardo a guardarti proprio lì.

Una volta ho assistito a una conversazione tra Gargantua e l’addetto della mensa che consegna il pranzo in ufficio. Lei si lamentava che il cibo fosse poco salato. Il ristoratore si giustificava dicendo che hanno delle regole alimentari da rispettare sulle quantità di sale, olio, ecc., anche perché loro cucinano anche per una scuola e quindi devono essere rigorosi su certe cose.
Al che Gargantua, anche se un po’ delusa, ci pensa su e poi esclama:
Va be’, tanto poi troppo sale fa male.
Come se ora fosse il sale il problema!

Postilla. Mi son chiesto come appaia invece io agli altri. Probabilmente, dato che me l’han fatto notare, sarò Toro Seduto, visto che mi schiodo poco – almeno rispetto agli altri – dalla sedia. Oppure sarò Collega Fitness, visto che poi ogni tanto mi alzo e faccio stretching a gambe e braccia per non rimanere anchilosato. Eh sì, qui ognuno c’ha le proprie manie.

E voi ne conoscete di personaggi originali con cui condividete il tempo?

Di notte il cielo senza stelle è tutto nero

Guardo in alto e posso scorgere solo qualche tremolante puntino sparso, il resto è tutto un manto scuro che degrada in basso verso un arancio nebbioso, come se la ruggine stesse aggredendo la cupola celeste.

Vorrei armarmi di scalpello e grattare via l’oscurità per far venire allo scoperto le stelle, ma non sono alto abbastanza e non ho scale sufficienti, ho dimenticato anche quelle musicali e ora per me pentatonica ricorda solo che fa rima con catatonica mentre la chitarra è sepolta nella sua custodia-bara.

Allora per la frustrazione vorrei scalpellare me stesso, ma ho paura di scoprire cosa mi si cela sotto pelle, perché ogni volta che mi guardo nudo mi perdo e non oso toccarmi le pene interiori perché mi hanno detto che si vien colti da cecità emotiva. E infatti da troppo tempo mi sembra di brancolare nel buio coi sentimenti.

Il buio. Anni fa andando a letto una volta ho pregato di non svegliarmi più. Non voglio spiegarne il motivo. Non ricordo chi o cosa avessi invocato, forse il dio del sonno, forse il dio della notte o forse il dio del letto, il sommo Eminflex introdotto dal suo vicario in Terra, Mastrota. Avevo una spiritualità panteistica e credevo agli spiriti dell’acqua, del vento, delle cose: se vogliamo, un protoshintoismo inconsapevole.

Ora l’unico spirito a cui credo è quello in cui si immergono le percoche. E credo anche allo spirito di patata. A volte anche allo spirito della patata, se ne incontrano alcune esilaranti ma purtroppo non riesco a farne un buon distillato. Nel tuo intimo c’è vodka.

Mi perdo sorseggiando gocce della tua assenza, buttando un occhio al cielo. E dopo averlo buttato la gravità me lo fa ricadere giù e mi tocca raccoglierlo e ripulirlo dalla sporcizia prima di infilarlo nell’orbita del mio giramento di testa.

Perché se la mucca fa muu il merlo non fa mee?

  • Perché una zanzara non può pungerti e portarti via quella goccia scarsa di sangue che le entra nel corpo senza rompere le scatole? Perché deve ronzare nell’orecchio e poi saltellare sulla pelle come un gabber impasticcato? Ci si potrebbe mettere d’accordo, io lascerei un cucchiaino di sangue la sera accanto al letto: prendetene e bevetene tutte, questo è il mio sangue e che vi vada di traverso. Lo so che non dovrei incentivare il racket ematico, ma sempre meglio che dare i soldi alla lobby dello zampirone.
  • Perché Paperino va in giro senza pantaloni e poi al mare indossa i bermuda, mette l’asciugamano in vita quando esce dalla doccia e se rimane nudo si copre lì davanti con le mani (senza motivo, aggiungerei, visto che il birillo delle anatre è nascosto dentro il corpo)?
  • Perché alcune donne, pur soffrendo in modo terribile i tacchi, continuano a indossare scarpe col tacco?
  • Perché le donne quando mettono il mascara aprono la bocca? L’occhio mica si apre di più, in questo modo? Post Scriptum: quando anni fa ho cominciato a mettere le lenti a contatto mi son reso conto che inconsciamente lo facevo anche io, quindi ritorna la domanda: perché?
  • Perché i maschi hanno i capezzoli? Per permettere di fare lo scherzo da scuola media o da palestra di pizzicarli a qualcuno e guardarlo contorcersi dal dolore?
  • Perché alcuni uomini soffrono di calvizie degli stinchi/polpacci? Perché nessuno parla di questo problema e in tv non ci sono spot con uomini che vanno al bar e si scusano con gli amici, tipo
    – “Ragazzi, scusate, ma ho un problema intimo…mi cadono i peli dagli stinchi..Ho paura di entrare in ascensore o stare vicino agli altri perché temo che se ne accorgano
    – “Ma dai! – esclama l’amico saccente, aprendo la valigetta e prendendo il prodotto – Ora le tue gambe possono sentirsi sicure e protette con il nuovo xxxx (nome del prodotto)!”
  • Perché i pantaloni coi bottoni hanno progressivamente ridotto a specie in via di estinzione i pantaloni con la cerniera? Troppi ricoveri al pronto soccorso causa peni intrappolati nella zip?
  • Perché nelle raffigurazioni artistiche Adamo (e anche Eva) ha l’ombelico? Non dovrebbe essere liscio tipo Kyle XY? E il cordone l’avrà tagliato un insetto forbicina, vista l’assenza di ostetriche?
  • Perché è così divertente far scoppiare la bubble wrap (la plastica da imballaggi con le bolle) mentre chi assiste alla scena sembra infastidito?
  • Perché a Superman bastano un paio di occhiali e nessuno lo riconosce quando è Clark Kent, così come a Don Diego de la Vega basta una mascherina e nessuno lo identifica con Zorro?
  • Perché il Giappone viene attaccato dai mostri, gli Stati Uniti vengono attaccati dagli alieni e a noi invece non ci fila nessuno, tanto che basta un prete in bicicletta a difenderci?
  • Perché nei film americani se sali per la prima volta su un elicottero o un aereo riesci a pilotarlo e farlo atterrare, così come negli anime giapponesi se ti metti alla guida di un robot che non hai mai visto prima riesci a combattere senza problemi?
  • Perché nei film e nei telefilm americani la gente riaggancia il telefono senza nemmeno salutare? Sono davvero così scostumati oltreoceano? Del tipo:
    L’appuntamento è per domani.
    Ci sarò.
    Clic.
    Oppure:
    John è morto.
    No!
    Clic.
  • Perché l’inglese non si pronuncia come si scrive, cosicché sarebbe anche più facile per chi dimentica di allungare le vocali capire la differenza tra shit e sheet, bitch e beach e così via?
  • Perché andare in palestra o a correre per tenersi in forma e poi la sera riempirsi sistematicamente di schifezze fritte nell’Agip Sint 2000?
  • Perché non concedersi, di tanto in tanto, di mangiare una schifezza per risollevarsi il morale e dover rompere i coglioni a chi lo fa?
  • Perché mai Ti chiamerò trottolino amoroso du du da da da?
  • Perché i Jalisse non sono più riusciti a replicare il successo di Sanremo 1997? C’è lo zampino della mafia della musica che ha ostacolato il loro talento artistico?

E quali sono i vostri grandi perché? Perché mai lo chiedo? ‘mbuto! Su Rieducational Channel!

La gigantesca scritta IKEA

Per andare dove devo andare, per dove devo andare?
Le strade sono due, o l’autostrada o la provinciale, dove, strano a dirsi, si risparmia tempo, oltre che il pedaggio.

Quando arrivo al bivio dove l’autostrada si biforca verso due direzioni diverse – nord/sud -, vedo svettare la gigantesca scritta IKEA. Di sera l’effetto è ancor più suggestivo, da lontano vedi approssimarsi questo bagliore giallo che ti indica la via: la cosa ha un che di mistico. Venite a me, venerate la divinità nordica. Organizzo le vostre vite, sono presente nella vostre case e di tanto in tanto vi faccio anche tirare qualche bestemmia per una vite fuori posto.

Ma sì, quasi quasi mi converto anche io e mi dedico a ristrutturare la mia anima, perché in fondo la casa è come un corpo e la mobilia che c’è dentro sono gli organi e, se qualcuno ci vive dentro, c’è un’anima.

E magari faccio spazio gettando ciò che non serve lungo la provinciale – quella che mi fa risparmiare il pedaggio – che passa poco lontano di lì.

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(notare la mia splendida camicia a quadretti)

Prima di postare le foto ho pensato: che immagine poi do ai lettori che abitano a Vergate sul Membro? Penseranno che qua viviamo nei rifiuti e siamo dei selvaggi incivili?
Poi ho pensato ancora: non so gli altri ma qua io vivo nella pulizia, il problema – caro lettore di Vergate – è che c’è anche chi vuole stare pulito sotto casa propria e preferisce allora nascondere lo sporco altrove, perché non è mica tutta colpa della camorra, io non credo infatti che sia sempre il Boss del Clan di Staminchia (Scissionista del Clan Stocazzo) a prendere il cesso – che non ho immortalato per buongusto – di casa propria e andarlo a gettare per strada. E il problema è che finché non ce l’hai sotto il naso va tutto bene, infatti nessuno si incula se questa strada è in queste condizioni, tanto non ci abita nessuno, ci son solo campi coltivati a tabacco e piante da frutta. Chissà dove andranno a finire mai questi prodotti, quindi perché preoccuparsi?!

Occhio non vede, cuore non duole.

È lo stesso ragionamento di chi vuol riaprire le case chiuse perché “almeno non si vedono certe cose per strada”. “Certe cose” (pensavo fossero esseri umani, non “cose”. Grullo io) io le vedo quando ritorno a casa la sera: un vialone dritto dove lateralmente scorrono via davanti ai miei occhi le operatrici del sesso. Vari clienti si fermano a chiedere il tariffario, scegliendo la donna che più incontra i loro gusti.

Per quanto mi riguarda io penso che del proprio corpo una persona possa fare quel che gli pare, purché gli sia data libertà di scelta e sia messo in condizioni di sicurezza, la propria e quella del prossimo. Vale in qualsiasi campo, dal sesso allo sport, dagli hobby al lavoro e così via.  Ma che devo sentir dire che bisogna togliere “certe cose” dalle strade solo perché così siamo tutti contenti che non le vediamo, mi fa girare la mobilia.

(le foto comunque non le ho prese per “bellezza” ma per girarle alla Polizia Locale. Come se non sapessero bene anche loro cosa accade)

Una scrittura ecologica è una bio-grafia?

Ho superato la prima fase di selezione di un contest letterario. Niente di che, non è mica il Campiello. E nemmeno il Premio Seminale Miglior Poesia Onanistica di Vergate sul Membro.

Comunque, mi hanno chiesto di riscrivere la mia biografia, perché quella che ho inviato per la precedente selezione è troppo breve. E che cavolo ci dovrei mettere dentro?

Se dovessi essere totalmente sincero (un po’ come per il curriculum verità), scriverei una cosa come quella che segue. È tutto vero (purtroppo).

Gintoki, vita e opere

Gintoki nasce il giorno dopo il Carnevale di vari anni fa. Tutti pensavano fosse uno scherzo, ma poi dovettero arrendersi alla dura realtà.

Fin da bambino mostra spiccate doti artistiche e creative. Il suo primo interesse è stata la radiofonia, passione trasmessagli dal padre, noto acquirente compulsivo di radio, stereo e impianti hi-fi. Dopo aver rotto vari apparecchi, smontando manopole, staccando antenne, svitando altoparlanti, è stato indirizzato – con efficaci e dolorosi metodi educativi – verso interessi meno distruttivi.

Il secondo amore del giovane Gintoki è stata l’arte, in particolare la pittura. Purtroppo non esistono in circolazione opere del Giovane Maestro: i graffiti a carbonella per il fuoco dipinti sugli intonaci esterni della casa, ispirati alle pitture rupestri di Altamira, sono stati cancellati poco dopo la loro creazione dallo stesso autore, sempre dietro dolorose indicazioni familiari.

È in prima media che viene a contatto con la penna e conosce anche il primo rifiuto editoriale: le sue rime sparse indirizzate alla ragazzina dell’ultimo banco sulla destra, vengono smistate nel cestino della carta straccia. Scioccato dall’evento, riversa il proprio estro creativo ancora sulla pittura. Anche in questo caso, i graffiti a penna bic blu sul banco scolastico non hanno ricevuto il plauso della critica (costituita da insegnante e bidello).

I primi anni del liceo segnano l’ultimo prorompente tentativo verso la pittura: ma i graffiti apotropaici richiamanti divinità falliche pompeiane sui muri dei bagni scolastici sono rimasti ignorati e incompresi.

Dopo aver fatto breccia nel mondo della carta stampata sulle prestigiose pagine dei giornalini di classe, cimentandosi in grandi inchieste come l’inaugurazione di una piazza dopo i lavori di riqualificazione e l’avvio della raccolta differenziata cittadina, ha fatto il grande salto verso le testate giornalistiche, seguendo le imprese sportive delle più importanti compagini calcistiche locali del campionato di settima categoria, una tacca più di Scapoli vs Ammogliati.

Da alcuni anni si dedica con assiduità alla scrittura di racconti, partecipando a concorsi inutili come quello per il quale ha scritto questa biografia.