Perfetti sconosciuti

A volte mi chiedo che fine abbiano fatto persone assolutamente sconosciute ma che vedevo spesso nei posti che frequentavo, o persone con le quali ho condiviso un tragitto, una chiacchierata e via dicendo.

Che fine avrà fatto il mio Dr. House che incrociavo sempre quando al mattino andavo all’università. Era un vecchietto che avevo soprannominato così perché calzava sneakers e deambulava un po’ malfermo. È stata una costante presenza lungo il tragitto in quegli anni. Un po’ come, nello stesso periodo, quel gruppetto di autisti degli autobus che mi portavano in un’altra provincia. L’ultima corsa serale significava spesso una chiacchierata con loro, visto che ero l’unico passeggero, e anche un caffè offerto in una sosta a metà strada.

Da adolescente, invece, si sostava spesso davanti alla solita pizzeria. Al bancone che dava sull’esterno dove ci si serviva di panini e pizzette, per un periodo c’è stata una ragazza che ti salutava sempre con brio e allegria, il tutto condito da un sorriso smagliante. E quando si girava per rientrare, notavi che aveva un bel culo (siamo onesti e diciamo le cose come stanno!).

Parlando sempre di ragazze, chissà che fine avrà fatto una tizia che mi attaccò bottone un sabato pomeriggio sulla circumvesuviana. O meglio, le rivolsi io la parola perché notai che pensava a voce alta. Sbirciava le etichette dei miei acquisti (una action figure di Final Fantasy, da buon nerd) e commentava tra sé e sé. Doveva essere mezza matta, ma di quella mattitudine positiva. In 8 anni di treno non l’ho mai più incrociata.

Il treno è il luogo deputato a conoscenze estemporanee. Come quando chiacchierai con quella ragazza in un intercity che presi su a Reggio. Lei studiava a Roma ma aveva la madre a Ferrara ed era andata a trovarla. Se ricordo bene, studiava matematica e il suo sogno era l’astronomia. Credo.

In quell’occasione, nello stesso vagone c’era una coppia di simpatici anziani. Lei di giù, Aversa per la precisione, lui di Modena. All’inizio non avevo realizzato che lei fosse di origine meridionale, visto che, dopo tanti anni vissuti su, aveva l’accento emiliano. Solo che man mano che il treno si avvicinava alla Campania il suo accento mutava. Arrivati ad Aversa parlava ormai in napoletano stretto.

Sempre parlando di persone anziane, ne ricordo uno che conobbi quando lavoravo al Comune. Venne da me a farsi compilare il modulo del Censimento e mi raccontò la sua storia. Per tanti anni portiere d’albergo in un palazzo di Napoli, aveva lasciato il posto al figlio e si era ritirato, venendo a vivere nella mia città in un piccolo appartamento, insieme alla moglie, molto malata. Una persona così distinta, posata nei modi e buona che quasi mi commuoveva.

Ecco, accanto alle persone che uno ricorda perché ci si è condivise esperienze (scuola, lavoro ecc), o con le quali abbiamo intrecciato rapporti (sentimentali o d’amicizia) o che sono state nostre nemiche (in fondo anche un nemico si ricorda), in un immaginario scaffale io sistemo anche questi perfetti sconosciuti che, però, non so perché mi rimangono impressi, come tante istantanee. E mi viene da chiedermi che fine abbiano fatto o che stiano facendo.

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36 Pensieri su &Idquo;Perfetti sconosciuti

  1. Ci sono presenze sconosciute che ci accompagnano nei tragitti quotidiani. Sono rassicuranti, significano che tutto va bene, che la vita scorre normale. Poi scompaiono al mutare delle abitudini, dei tragitti. Un bel post

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  2. I mezzi di trasporto offrono tanto,io per esempio ricordo una chiacchierata con un vecchietto sulla metro,mi raccontò che era stato prigioniero di guerra in Inghilterra,che aveva imparato l’inglese e grazie alla sua conoscenza aveva potuto fare carriera.mi disse anche,impara l’inglese ti servirà.chissà che fine ha fatto

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  3. Secondo me son state rapite dagli alieni. O dagli alienati. Una spiegazione plausibile 😀 eheheheh.
    Ok, ho detto la mia vaccata giornaliera, posso andarmene tranquillo a spostare le montagne con le spalle.

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  4. Ecco, io adesso spero che, dopo averti conosciuto una sera, non debba chiedermi un giorno che fine tu abbia fatto. E’ vero, c’è il blog e adesso ti seguo pure ma chissà che non ci incontri di nuovo.

    PS: Posso chiamarti Gintonic?

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  5. Mi fai venire in mente che è da un po’ che non vedo la donna che sussurra ai piccioni: piccolina, ultraquarantenne ma con i dreadlocks e l’abbigliamento dark di Madonna ggiovane però fatta d’acido. Passa le sue giornate nella piazza principale, parla solo con i piccioni e li nutre all’ingrasso. Nella mia città ci sono i piccioni più pingui di tutta la Romagna.
    Spero che stia bene.

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  6. Oh, a me a volte viene da chiedermi tipo se le persone a cui facciamo caso noi, o tipo che sappiamo chi sono perché venivano a scuola nostra occhenesoio, sappiano a loro volta chi siamo noi.

    Dovrò rielaborare il concetto, misà.

    Boh!

    Ciao gatto!

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  7. è vero, sai? anche a me è capitato di chiedermi che fine avessero fatto i perfetti sconosciuti delle nostre corse mattutine in metro o in pullman. a volte poi mi sono risposto che, in fin dei conti, potrebbero avermi mostrato il loro volto migliore, o l’unico che hanno. a volte le persone non sono altro che l’iterazione di un momento (lo so, questa era una cattiveria gratuita, ma l’ho pensata davvero, che farci)

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