Fumo di Londra

Era il tipico quartiere di case a due piani di mattoni rossi dalle fughe bianche. Un quadrato di praticello, la cassetta della posta, i bidoni della raccolta, l’auto sul viale, il mutuo, la lavatrice, il divorzio prima o poi. Un quartiere dove ebrei ortodossi e musulmani vivono spalla a spalla.

La prima cosa è rendersi conto delle distanze. Londra si sviluppa in lunghezza. La seconda, è imparare da che parte si guarda la strada. Perché tu lo sai, ma il tuo cervelletto, quello che si occupa di fare le operazioni in automatico, non lo sa. Ha memorizzato la sequenza sinistra-destra, una cosa un po’ pericolosa se il residence studentesco affaccia su uno stradone a quattro corsie da attraversare per prendere il bus.

Busso. Mi attende questa graziosa signorina bionda per consegnarmi le chiavi della stanza. Ci tiene a ricordarmi di guardare la finale Murray – Federer in tv. Io me ne son fregato e sono uscito. Conserverò una mentalità parvenu, ma il tennis proprio non mi appassiona.

Cosa ricordo di Londra:

  • Le polveri nere che rimangono sul fazzoletto una volta soffiato il naso. Considerando che io soffio il naso una ventina di volte al giorno (non per reale esigenza ma per un bisogno compulsivo), avrò lasciato sulla carta qualche chilo di polveri londinesi.
  • L’ombrello, una cosa da sfigati. Sì, abbiamo tutti l’immagine dell’inglese elegante, con bombetta e ombrello agganciato al braccio. Falso. A meno che non diluvi, quando cade giù pioggerella fine a nessuno importa. Se apri l’ombrello fai vedere a tutti di essere un turista.
  • I francesi che alle 3 di notte decidono di farsi un toast nella cucina comune, facendo bruciare il pane. L’allarme suona, io mi precipito fuori (non capendo una mazza di ciò che stesse succedendo) col cellulare in mano brandendolo come un’arma e finisco con lo scontrarmi con una tedesca impaurita che urla Oh my god! appena mi vede. Ehi, keep calm, che esagerata. Poi arriva il francese che stacca l’allarme e si scusa. Che caruccio. Gli avrei infilato un braccio nel tostapane.
  • Ragazze che sembravano uscite da Jersey Shore. E ho notato questa sorta di somiglianza con alcune fanciulle che popolano le mie zone. La cosa mi spinge a coltivare un sogno: uno studio culturale sul tamarro nel mondo. Partire come Darwin per un viaggio conoscitivo e scrivere poi una Origine della specie.
  • Svegliarsi il 19 luglio con 39 di febbre. Forse colpa del clima londinese. Forse colpa di un francese ammalato seduto vicino a me in classe. Sì, è sempre colpa dei francesi.
  • Negozi di dischi usati. Tanti.
  • Una libreria marxista a due passi dal British Museum.

Perché racconto cose di due anni fa? Perché credo all’epoca non ne scrissi nulla, ero in un periodo di scarsa produttività sul blog. Perché ho voglia di scrivere ma non ho idee, quindi attingo dagli archivi della mente. Perché mi giro e c’è qualcuno che dice Io me ne vado a Londra a cercare lavoro. E mi fa venire sempre in mente Lo Stato Sociale:
Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare all’estero 
ma prima fanno una stagione da cameriere 
“così guadagno qualche soldo” 
svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti mantiene 
e le dispiace pure che vai a fare il cameriere

Ah, ho provato a cercare The Doctah, ma non l’ho trovato.

Annunci

Madre a quattro ruote

Ovvero, la mania di dover conservare tutto.

– Abbiamo deciso, prendendo l’auto nuova, che la vecchia Uno non la utilizzeremo più.
– E che fine fa?
– Consegno le targhe, così non dobbiamo più pagare.
– Che vuol dire consegni le targhe?
– La teniamo, però non circola.
– Madre, che senso ha occupare il viale con una macchina inservibile?
– No sai com’è, quello il nonno* ci tiene alla sua vecchia auto…
– Madre, è stato lui a dirci di liberarcene!
– Ma sai come sono fatte le persone anziane, ci tengono alle loro cose, metti che un mattino si sveglia e la va cercando…
– Sta per far sradicare un alberello di nocciole che sta in giardino da 20 anni, non credo sia attaccato a tutto quello che occupa il suolo domestico. E non credo sia il caso di fare la fine di “Sepolti in casa“.
– Eh ma lo so, ma è un peccato…
– Madre, credo sia tu l’anziana in famiglia. Ah, tra parentesi: quello che vuoi fare tu non è consentito. Un veicolo può sparire dall’Italia o per demolizione o per esportazione, non puoi tenertelo in casa come soprammobile o come fermaporta!

* notare come noi napoletani abbondiamo di locuzioni rafforzative

Fiat Uno con veduta di gatto dormiente

Fiat Uno 23enne e gatta dormiente dall’età sconosciuta

Un viaggio parte dal punto in cui hai lasciato te stesso l’ultima volta

Ancora qualche giorno e mercoledì poi volo a Barcelona. Destinazione Primavera Sound. Cos’è il Primavera Sound? Secondo me sarà tipo il gay pride degli hipster. Non lo dico in senso dispregiativo, è bello che ci sia una manifestazione dove possano riunirsi, esternare la loro hipsteria, toccarsi la barba a vicenda. Gli hipster sono persone come noi e non vanno discriminate. Io poi penso di essere metrohipsterosessuale: non sono hipster, ma ho la barba* e le camicie a quadretti come un hipster e frequento posti da hipster.
* Ci tengo a precisare che la barba la taglio stile Wolverine: meglio passare per nerd puro e semplice che per un indieman.

Io ci vado per i seguenti 5 motivi:

Queens of Stone Age
Arcade Fire
Pixies
Slint
Nine Inch Nails

Il resto, a parte qualche cosa che mi incuriosisce, fottesega, come dicono a Parigi. L’indie ha preso generalmente a darmi sui nervi. Ne ho piene le tasche di gruppi da due PLIN PLON in croce, la voce lagnosa tipica di chi ha appena scoperto che i jeans preferiti sono ancora stesi ad asciugare e una tastiera rarefatta, col delay che suoni una nota oggi e campi di rendita per 3 concerti.

Eh, però son geniali!
Per cortesia, allontanati, mi provochi un rash cutaneo.

Noto che una particolarità dell’epoca in cui viviamo è la facilità con la quale si concedono le etichette di “arte” e “genialità”. A me piacerebbe premiare cotanto talento in questo modo:


L’altro motivo di interesse per me sarà rivedere Barcelona, che mi piacque quando ci son stato 2 anni fa. Mi sentivo a casa. È una città simile a Napoli, per clima (anzi, fa più caldo e piove meno), carattere delle persone e quant’altro, però più sviluppata e organizzata. Lo dico con un pizzico di mestizia.

IMGP4645

Roarrrr…sput sput – Parc Güell 2012

Non andrò da solo, saremo in 6. Confesso che, in realtà, non mi sento tanto motivato. Provo nostalgia di un viaggio in solitaria. Sarà che mi sono abituato a viaggiare da solo e soltanto di recente ho viaggiato in compagnia. Quando non ero single non sono mai riuscito a fare un viaggio con lei. Io per sua madre ero un bravissimo ragazzo, serio, educato e bla bla. Tranne quando si trattava di fare un viaggio in coppia: lì – immagino – io perdevo tutta la mia serietà e dormire insieme era da maleducati. Tra l’altro, son discorsi che lasciano il tempo che trovano, perché tanto comunque non è che si possa impedire a due persone di passare del tempo da sole. In fondo, però, come si dice: occhio non vede…occhio non vede. Ma lasciamo perdere.

Viaggiando da solo, dicevo, ho sviluppato ritmi e abitudini non conciliabili o conciliabili solo in parte con un viaggio in comitiva:

  • Mi piace l’idea del distacco totale e l’immersione in un’altra realtà.
  • Mi piace mandare all’aria i programmi e orientarmi a sensazione. In realtà sono il tipo che scrive tutto nel dettaglio, compresi mezzi da prendere, zone, ecc., ma poi, una volta arrivato, il programma si dilata, diventa elastico, va a parare altrove.
  • Mi piace fermarmi a guardare un quadro in un museo per tutto il tempo che voglio.
  • Mi piace all’improvviso sedermi su una panchina sotto un albero semplicemente per godere dell’ombra, del vento, del profumo del mare/dei prati, senza dover rendere conto a qualcuno.
  • Mi piace, per una mera questione di sopravvivenza, essere “costretto” a parlare con gli sconosciuti, in un’altra lingua.
  • Mi piace poter osservare. Cogliere dettagli della vita di una città diversa dalla mia, senza essere distratti da qualcuno.
  • Mi piace fermarmi a riflettere davanti a un tramonto, una lapide, un paesaggio, una qualsiasi cosa che mi sia d’ispirazione.
  • Mi piace visitare i parchi cittadini, controllare se c’è uno specchio d’acqua e guardare che pesci vi nuotano dentro.

Un giorno vorrei farmi inghiottire da un posto qualsiasi nel mondo e non tornare mai più.

Non è amore, solo lubrificante

Il telegiornale snocciola dati e percentuali. Il 23,8 % di un 46 % che nel 2013 è stato più della metà del 30% di qualcosa, quest’anno è 12% in meno. Cifre messe a caso, perché senza una contestualizzazione la statistica è quella cosa che se metto la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore, ho una temperatura media, diceva Bukowski.

Il 75% di me stesso è d’accordo con la dichiarazione precedente, un 10% non sa/non risponde, il resto è mancia.

Ripenso a queste cifre mentre parlo con M. e mi chiedo in che settore della torta lei vada inserita. Over 30 precari? Laureati che fanno un lavoro che non c’entra nulla con la propria laurea, anzi, potevano risparmiarsi di prenderla? Giovani che vivono con lo stipendio di un lustrascarpe? Potenziali milf? No, quest’ultima cosa non sono sicuro di averla ascoltata al tg.

Mi giro intorno e continuo a vedere numeri e grafici, una realtà asettica e levigata. Tutti sono precari ma alcuni precari sono più precari di altri. Mi parlano, ma non mi interessa più. La tv la posso spegnere, usare per prendere polvere, ma questi altri no. Che mi parlino allora del gossip locale, per spegnere il cervello: G., nota donna over 30 esaurita (la percentuale di over 30 esaurite dal 2010 a oggi ha subìto un’impennata*), si rifugia in una relazione fisica con A., che la manda ancora più in crisi. Il povero D., perdutamente invaghito di G., intanto, è sotto casa di lei che la aspetta per portarle la colazione, dopo che il giorno prima aveva passato un bel pomeriggio con la suddetta. L’opinione pubblica si divide: G. è complicata, va capita! A. è un bastardo! D. è un povero fesso! Via al televoto: è amore o solo lubrificante?

* dati eurostat 2013

Dannata festa delle medie

Ho incrociato per strada il mio professore di musica delle scuole medie. All’epoca era un uomo collerico e dall’aria cattiva, mi incuteva timore. Una volta, esasperato dal fastidio che stavano creando due miei compagni di classe (due rompicoglioni, diciamola tutta) che in contemporanea pretendevano di infilare le gambe in un banchetto singolo, prese quel banco e lo scagliò contro il muro. Per quanto riguarda me, ho perso il conto delle note sul registro e delle volte che mi ha sbattuto fuori. Però, col tempo, come succede sempre in questi casi, un po’ lui l’ho capito. Mi ha fatto strano rivederlo ora: visibilmente invecchiato, magrissimo, le guance scavate. Ho pensato che fosse strano che l’uomo che mi incuteva tanto timore ora non potrebbe far paura neanche a un neonato.

L’altra cosa strana è che proprio in quel preciso istante in cui l’ho visto io stessi proprio pensando al periodo delle scuole medie. Stavo facendo una riflessione: il passaggio dall’infanzia alla prima adolescenza lo segnano le feste. Quando si passa dalla festa da bambini che comincia nel pomeriggio e termina per l’ora di cena, alla festa che comincia nel pre-serale. Quando si passa dal presentarsi ognuno col proprio singolo regalo al raccogliere i soldi e fare un unico regalo. Per la verità c’è stata anche una terza via (c’era qualche teorico neoliberista in classe): niente regalo, raccogliamo i soldi e compriamo da mangiare/da bere. La cosa mi lasciava alquanto perplesso: non dovrebbe essere il festeggiato a offrire da mangiare?

L’iniziativa della festa solidale (che potrei chiamare “chi non paga non mangia”) nacque all’interno del gruppo dei fighi, perché ce ne è sempre uno in ogni classe. In quel gruppo, tra la seconda e la terza media, fui ammesso anche io. Non so bene per quali meriti sul campo. Cominciai a essere invitato alle feste che organizzavano e anche a qualche uscita, eventi dai quali erano esclusi i cazzoni della classe.

Il problema è che io nascevo e rimanevo cazzone. Così, pur frequentando i fighi, volevo mantenere il mio status di cazzone all’interno del gruppo dei cazzoni, che, invece, presero a trattarmi molto male, con prese in giro e brutti scherzi. Faticavo a comprendere la cosa, mi hanno sempre annoiato le seghe mentali di gruppo dinamiche sociali degli esseri umani, mentre invece forse dovrei studiarle di più, nel mio stesso interesse. Che colpa ne ho io – pensavo – se mi fanno fare cose insieme a loro? E poi, mica vi sto rinnegando?!

Nulla da fare. Anche i fighi un po’ si stancarono di me e della mia ambiguità democristiana (non avevate capito nulla! Io sono un anarchico!), compresa la ragazzina della quale ero perdutamente innamorato ma con la quale non mi feci mai avanti. Peccato, col senno di Poe ero sicuro ci sarebbe stata.

Visto che l’ho citata, ci sta tutta:

La ragazza di 10 isolati più in là

Mi è capitato di ascoltare una definizione che pensavo fosse confinata agli anni ’90: la ragazza della porta accanto. Un concetto che mi è sconosciuto: non vivendo in un condominio ma in una strada di villette familiari e palazzi di massimo 3 piani, la densità abitativa diminuisce ed è meno probabile fare incontri interessanti. Credo dovrei spostarmi di un paio di chilometri, altro che porta accanto.

Ho un vicinato, inoltre, abbastanza noioso. Anche perché viviamo in un contesto dove ognuno si fa i fatti propri ed è estremamente riservato. Per quanto ne potrei sapere, qualcuno potrebbe avere un cadavere nel congelatore o uno schiavo legato alla catena in cantina, stile Danny the Dog.

C’è la vicina zitella nubile over 40 che mi vede e scappa. Proprio così, l’avevo già accennato. È in giardino a stendere i panni, curare le rose, qualsiasi altra attività, ti vede uscire e puff! scompare più veloce di Speedy Gonzales.

Nel palazzo di fronte ho due signore anziane (una vedova e l’altra divorziata) e, all’ultimo piano, la famiglia principesca. Quelli che negli ultimi tempi si son stufati del loro anziano cagnetto e hanno preso un pastore tedesco con tanto di pedigree, più adeguato al loro rango. Il cagnetto stanno aspettando che tiri le cuoia, hanno così tanto interesse per lui che a volte lo dimenticano fuori al cancello e me lo ritrovo quando rientro la sera tardi che vorrebbe infilarsi dentro casa mia.

Abbandonando la mia noiosa strada, una storia buffa è invece quella del mio migliore amico. Lui ha realmente trovato la ragazza della porta accanto, difatti le loro case sono confinanti. Tanto che, in passato, credo le famiglie siano anche state in lite per questioni di balconi o che altro. La cosa che la rende buffa è che in 23 anni non si erano mai incrociati sotto casa, si son incontrati in tutt’altro posto e in tutt’altra occasione.

Adesso invece fanno tutto assieme, probabilmente per recuperare il tempo perduto. In 7 anni pensavo ne avessero già recuperato abbastanza, ma non è così. La scena per me più divertente è in occasione delle partite di calcio. A me il calcio, se devo seguirlo da solo, tedia. Mi piace commentare, contestare, fomentare, quindi guardo le partite a casa del mio amico. La scena è questa: uomini (io, lui, fratello, cugino, padre) in una stanza a guardare la tv, donne (fidanzata di lui, fidanzata fratello, sorella, madre) in un’altra stanza a fare conversazione, sbucciare fagioli o quant’altro. Mi sembra un’immagine di altri tempi, Italia del boom economico, 600 Fiat, Carosello.

Ultimamente stiamo giocando a calcetto, con cadenza quasi settimanale. La scena si ripete: uomini in campo (io, lui, fratello, cugino, cognato del fratello) e donne a bordocampo (fidanzata di lui, fidanzata fratello, sorella, fidanzata cognato).

Mancava la chiusura del cerchio e si è provveduto: giovedì scorso abbiamo giocato con uomini e donne misti in campo.

Secondo me quando andranno a vivere insieme si sposeranno andranno pure al bagno insieme.

È tutto molto bello, per carità. È probabile che amore sia quando puoi metterti le dita nel naso in sua presenza. Ma io la prossima ragazza che trovo non me la voglio portare dappertutto, né voglio ammorbarla stando ovunque vada lei. Sì, mi va bene la ragazza di 10 isolati più in là.

(Il tutto mi ha riportato alla mente questo film francese esilarante. Dialogo al min. 51:40)

Alice che fissava e altri casi (dis)umani

Tim Burton non mi ha ancora fatto causa e io proseguo con torturarne le opere. Ho deciso di riprendere Alice (Staring Girl) mostrandola una volta cresciuta, affiancandola ad altri due personaggi tratti da due poesie, sempre visualizzati da adulti. Le poesie originali dei due nuovi personaggi sono James e Mummy Boy.

Altri racconti: Amore ardente, Voodoo Girl

Alice che fissava e altri casi (dis)umani
Guidava il pettine con movimenti ad arco regolari e precisi. Terminato il lavoro, col palmo della mano passò a lisciare i radi capelli avendo cura di appiattirli sul lato destro della fronte, coprendo in modo parziale una cicatrice che correva dall’attaccatura sino giù allo zigomo. Osservò compiaciuto il risultato. Aggiustò il cravattino e tornò nella stanza da letto. Prese in mano un orso di peluche che giaceva adagiato Immaginetra i cuscini: un fiocco rosso con sopra ricamata la scritta Natale 19.. penzolava dal collo del pupazzo.
– “Anche oggi non ci accadrà nulla di spiacevole, vero, J.?” disse l’anziano signore rivolto all’orsetto. Uscì di casa, tenendo il peluche sotto braccio. 
Raggiunse il Caffè sotto casa, dove si accomodò al tavolino posto di fronte al bancone, a metà strada tra la porta di ingresso e quella che dava sul retro. Sistemò J. accanto alla propria sedia.
– “La solita tazza di tè riempita a metà, con tre biscotti nel piattino, Signor James?” chiese un ragazzo esile, dalle gambe lunghe e magre e dalle braccia ossute, chinandosi verso di lui.
– “Certamente, Jimmy” rispose il Sig. James, guardandolo in quella sottile fessura tra le bende intorno la testa che lasciava scoperti gli occhi, unica cosa visibile del ragazzo.
Jimmy la Mummia tornò reggendo il vassoio dell’ordinazione con una sola mano. Camminava come un equilibrista su una fune, a guardarlo si sarebbe potuto scommettere che avrebbe fatto cadere il tutto, ma al Sig. James servì quanto richiesto senza causare alcun incidente.
– “Grazie. Tieni, questa è per te” disse l’anziano signore, porgendogli una moneta di mancia.
– “Grazie! Grazie!” rispose in modo ossequioso.
– “Jimmy! Smettila di perdere tempo e vieni qui! C’è una consegna a domicilio!” la voce tonante di un uomo dalla statura imponente fece tremare Jimmy. Il ragazzo prese il sacchetto di carta che gli porgeva il padrone e corse fuori. Saltò sulla cigolante bicicletta che teneva appoggiata al muro sul retro del locale e partì zigzagando, chinato sul manubrio.
Immagine
Davanti al negozio di fiori rallentò. Alice stava sistemando delle piante all’esterno. Al suono del campanello della bicicletta si voltò.
– “Ciao Jimmy!” esclamò squillante lisciandosi con le mani uno dei codini biondi.
Jimmy rispose abbassando il capo ed emettendo un suono che avrebbe voluto essere un saluto ma che era più simile a un rantolo. Mentre si allontanava, Alice lo seguì con lo sguardo.
Jimmy raggiunse il condominio dove abitava la Signora Van Dort. Un cartello appeso sulla porta dell’ascensore segnalava un guasto, così dovette utilizzare le scale. Alla quarta rampa cominciarono a venirgli meno le forze. Un lembo di garza si staccò e cominciò a ondeggiare giusto davanti ai suoi occhi al ritmo di ogni passo. Al settimo piano le sue fatiche terminarono. Suonò il campanello e l’abbaiare nervoso di un cane rispose dall’interno.
– “Oh, finalmente! Ce la prendiamo comoda, nevvero? – una donna di mezza età alta quanto un comodino e larga in ugual misura aprì la porta – Forse se perdessi meno tempo a conciarti come una mummia potresti essere più puntuale” disse arricciando il naso.
Jimmy non proferì parola, anche perché non aveva fiato dopo aver salito le scale, e porse con servile cortesia il sacchetto alla donna.
“Aspetta qui, vado a prendere il denaro. Buono, Billy, buono!” disse socchiudendo l’uscio. Un minuscolo cane dalle orecchie più grandi del resto del corpo zampettava intorno le gambe della Signora Van Dort.
Jimmy, sbuffando, appoggiò il capo alla porta. Questa si aprì di colpo, facendolo ruzzolare sul pavimento dell’ingresso.
“Oh santo cielo! Cosa volevi fare? Non ci si può distrarre che tentano di rubarti in casa! Ti farò licenziare! Via via, prendi i soldi. E dammi il resto, non fare il furbo!”
Jimmy rovistò nelle tasche e porse alla donna la moneta ricevuta dal Sig. James. Dopo essersi accertata che la cifra fosse esatta, la Signora Van Dort gli sbatté con violenza la porta in faccia.
Stava per mettersi a tavola per consumare la propria colazione, quando suonò il telefono.
“Oh, ma chi è tanto maleducato da disturbare a quest’ora?” esclamò con disappunto.
“Pronto?…Oh cara…sì sì…oh che disgrazia! Ma certo che lo ricordo, una così cara persona…guarda, sì, certo…Sì sì, è proprio vero…sempre i migliori!…Oh, grazie, anche a te, cara. Buona giornata”. Riagganciò il telefono e si soffermò a riflettere.
“Come ha detto che si chiamava quello che è morto? Farò meglio a mandare subito dei fiori, non vorrei fare brutta figura. Ma non prima di aver terminato la mia colazione. Giusto, Billy?”. Il cane starnutì.

fine prima parte
(lo so che ti annoi…riposati, dai!)

seconda parte
(incredibile, sei tornato? Leggi il seguito!)

La Signora Van Dort, con a tracolla una borsetta da cui spuntavano solo le orecchie di Billy, arrivò al negozio mentre Alice era intenta a spruzzare acqua vaporizzata a un cardo. Ordinò un’economica composizione di gerbere e crisantemi e pagò facendo tintinnare sul tavolo il denaro, tra cui la moneta ricevuta da Jimmy. Poi se ne andò col naso all’insù. Mentre Alice stava per uscire per provvedere alla consegna, notò qualcosa nella pianta di caprifoglio che teneva in un vaso all’ingresso.
– “Oh no, signor bruco, questo non va bene!” disse, con la testa inclinata di lato e gli occhi sbarrati. Un piccolo bruco rossiccio e dalla peluria grigia faceva bella mostra di sé su una foglia. Aveva già lasciato un segno del proprio passaggio sul bordo esterno creando un buco a semicerchio e si apprestava a proseguire l’opera.
– “Ti dovrò trovare una nuova sistemazione! – proseguì, avvicinando il naso all’animale. I due potevano guardarsi nelle pupille, o qualsiasi altra cosa abbia un bruco per vedere – Appena sarò tornata, ci penserò”.
Sistemò il mazzo di fiori nel cestino della bicicletta e stava per salire sulla sella, quando si accorse che una ruota era bucata. Si piegò a fissarla, preoccupata. In quel momento passò Jimmy, impegnato in un’altra consegna. Alla vista di Alice lui si fermò di colpo, facendo stridere i freni. Lei sollevò il capo, lo osservò, poi guardò ancora la propria bici, poi di nuovo prese a guardare Jimmy. Il ragazzo deglutì e con un filo di voce le disse
– “Puoi…biciclire sulla mia saletta!”
– “Uh?” Alice iniziò a lisciarsi il codino destro.
– “Puoi salire sulla mia bicicletta!” gridò chiudendo gli occhi.
– “Grazie!” esclamò Alice, che, saltellando, lo raggiunse per andare ad accomodarsi di traverso sulla canna.
Chi li avesse osservati avrebbe notato uno spettacolo ben strano. Un ragazzo conciato come una mummia che guidava una bicicletta, sulla quale portava una ragazza che fissava il vuoto e stringeva un mazzo di fiori funebri sul proprio petto.
Jimmy avrebbe voluto approfittare di quel momento per dire qualcosa, ma la voce non gli usciva. La sua mente vagava confusa nel riflettere su quel che un ragazzo dovrebbe dire quando è solo in compagnia di una ragazza, l’immaginazione lo portava molto lontano senza permettergli di rompere un umiliante silenzio che gli dava un’espressione severa e imbronciata, intuibile anche se celata da uno strato di bende.
Avevano appena svoltato l’angolo quando un grosso topo che stringeva in bocca qualcosa passò loro davanti. Jimmy sterzò d’istinto per evitarlo, andando contro il bordo del marciapiede: la bicicletta si inclinò in avanti e i due giovani finirono stesi lungo l’asfalto.
– “Billy! Billy! Oh cielo! Billy!” la Signora Van Dort accorse col fiato corto.
– “Oh, Billy! Che spavento! Perché sei scappato così, bambino mio? Non devi far preoccupare la tua mamma in questo modo” proseguì, con le mani giunte. Poi si voltò e notò Jimmy per terra.
– “Ancora tu! – ringhiò – Dopo aver tentato di rapinarmi volevi assassinare il mio tesoro? Altro che licenziare, io ti farò chiudere in cella! Guardie!”
ImmagineAlice, in ginocchio, fissava Jimmy che era immobile sull’asfalto, stirandosi entrambi i codini con violenza, quasi a volerseli strappare. Petali di fiori erano sparsi tutt’intorno. Una moneta era rotolata via, arrestando la propria corsa contro un lampione.
– “Puff…Pant…aiuto!” il Sig. James arrivò ansimando. Diede un’occhiata a Jimmy inerte, poi ad Alice, infine alla Signora Van Dort. L’occhio gli cadde sul cane che infieriva su un orso di peluche. Il pupazzo era a brandelli, l’ovatta sbucava fuori come se il corpo fosse esploso dall’interno.
Il Signor James si accasciò al suolo “Oh no, J.! Ora chi mi proteggerà dagli orsi?” gridò, straziato.
– “Signor James – disse Alice timidamente – Jimmy non si muove più. È morto?”
– “Jimmy non è mai stato vivo, ragazza mia. – rispose l’anziano signore, scuotendo il capo – L’ho creato io dal cadavere di un giovane che ho dissepolto dal cimitero”
– “Oooh!” la Signora Van Dort svenne, ma nessuno le prestò attenzione. Neanche Billy, intento a divorare l’imbottitura dell’orsetto.
– “E può aggiustarlo?” chiese Alice, chinando il capo.
– “Può darsi…Ma perché vorresti che lo sistemassi?”
– “Perché…gli voglio bene”
– “Vuoi bene a un cadavere ambulante che va in giro coperto di bende?”
– “Lei vuol bene a J. perché è un pupazzo o per ciò che rappresenta per lei?” disse, sbattendo le palpebre in modo frenetico.
Il Signor James tirò un lungo sospiro.
– “Va bene. Vieni, andiamo ad aggiustare Jimmy” disse prendendo per mano Alice e aiutandola a rialzarsi. Con attenzione, sollevò poi il ragazzo e lo prese in spalla.
– “Ah, dimenticavo – si fermò a indicare una moneta – questa dobbiamo ridargliela. Gli appartiene”. Alice la raccolse e la mise in tasca.
Billy tossicchiò sputando un batuffolo di ovatta accanto alla propria padrona, ancora svenuta a terra.

Mi ritrovo

– Tu sei gintòchi?
– Ghìntochi.
(con stupore) Eh?*

È cominciato così, con questo colpo di scena, il mio svelamento di identità.
A pensarci su, l’evento era già stato preceduto da altre sconvolgenti rivelazioni. Conversazione con Madre di venerdì sera:

– Ma quindi, non ho capito, che vai a fare a Roma domani?
– Ho un raduno.
– Di cosa?
– Di blogger.
– E che sono i blogger? Che fanno?
– Scrivono.
– Ah. Ma perché, tu scrivi?
– Certamente, Madre. E so anche leggere e far di conto.
(riprendendo l’argomento, mezz’ora dopo) Ma vi vedete in un palazzo, c’è tipo una conferenza?
– Sicuro. Viene anche Barack Obama a inaugurare l’evento.
(le conversazioni con Madre sono sempre di questo tenore. Se le riunissi tutte potrei scriverci una sit-com).

Riflettendoci, tecnicamente è così. Io scrivo. Cosa, in concreto non lo so bene se dovessi darne una definizione. Però scrivo e grazie a ciò mi sono ritrovato con persone che scrivono. Per me era un fatto nuovo e strano. Infatti credo di aver dato l’impressione di un alieno al quale non parte più il disco volante dopo essere precipitato sulla Terra e si adatta, con le difficoltà del caso, a vivere in mezzo agli umani.

Quanto erano kitsch e belli i film Disney di una volta?
Amenità a parte, come direbbe Bruno Pizzul tutto molto bello, riferito all’evento.

Domanda di Madre, al ritorno:
– Cos’hai mangiato?

I blogger hanno già perso il suo interesse.
Ma non il mio.

* Caro lettore che passi su questi lidi, lo so che anche tu hai fatto la faccia stupita perché mi leggevi gintòchi, con la g morbida e l’accento sulla penultima come fosse una parossitona, ma ti dirò No! Sono duro e proparossitono, quindi è ghìntochi 😀

(fuori dal contesto precedente, un pensiero per chi mi viene incontro strusciando le scarpe sulla pavimentazione, per richiamare la mia attenzione mentre attendo seduto su una panchina di marmo col capo chino sul telefono. La prossima volta, se, come mi auguro, ci sarà, offro io. Non voglio sentire ragioni)

Perfetti sconosciuti

A volte mi chiedo che fine abbiano fatto persone assolutamente sconosciute ma che vedevo spesso nei posti che frequentavo, o persone con le quali ho condiviso un tragitto, una chiacchierata e via dicendo.

Che fine avrà fatto il mio Dr. House che incrociavo sempre quando al mattino andavo all’università. Era un vecchietto che avevo soprannominato così perché calzava sneakers e deambulava un po’ malfermo. È stata una costante presenza lungo il tragitto in quegli anni. Un po’ come, nello stesso periodo, quel gruppetto di autisti degli autobus che mi portavano in un’altra provincia. L’ultima corsa serale significava spesso una chiacchierata con loro, visto che ero l’unico passeggero, e anche un caffè offerto in una sosta a metà strada.

Da adolescente, invece, si sostava spesso davanti alla solita pizzeria. Al bancone che dava sull’esterno dove ci si serviva di panini e pizzette, per un periodo c’è stata una ragazza che ti salutava sempre con brio e allegria, il tutto condito da un sorriso smagliante. E quando si girava per rientrare, notavi che aveva un bel culo (siamo onesti e diciamo le cose come stanno!).

Parlando sempre di ragazze, chissà che fine avrà fatto una tizia che mi attaccò bottone un sabato pomeriggio sulla circumvesuviana. O meglio, le rivolsi io la parola perché notai che pensava a voce alta. Sbirciava le etichette dei miei acquisti (una action figure di Final Fantasy, da buon nerd) e commentava tra sé e sé. Doveva essere mezza matta, ma di quella mattitudine positiva. In 8 anni di treno non l’ho mai più incrociata.

Il treno è il luogo deputato a conoscenze estemporanee. Come quando chiacchierai con quella ragazza in un intercity che presi su a Reggio. Lei studiava a Roma ma aveva la madre a Ferrara ed era andata a trovarla. Se ricordo bene, studiava matematica e il suo sogno era l’astronomia. Credo.

In quell’occasione, nello stesso vagone c’era una coppia di simpatici anziani. Lei di giù, Aversa per la precisione, lui di Modena. All’inizio non avevo realizzato che lei fosse di origine meridionale, visto che, dopo tanti anni vissuti su, aveva l’accento emiliano. Solo che man mano che il treno si avvicinava alla Campania il suo accento mutava. Arrivati ad Aversa parlava ormai in napoletano stretto.

Sempre parlando di persone anziane, ne ricordo uno che conobbi quando lavoravo al Comune. Venne da me a farsi compilare il modulo del Censimento e mi raccontò la sua storia. Per tanti anni portiere d’albergo in un palazzo di Napoli, aveva lasciato il posto al figlio e si era ritirato, venendo a vivere nella mia città in un piccolo appartamento, insieme alla moglie, molto malata. Una persona così distinta, posata nei modi e buona che quasi mi commuoveva.

Ecco, accanto alle persone che uno ricorda perché ci si è condivise esperienze (scuola, lavoro ecc), o con le quali abbiamo intrecciato rapporti (sentimentali o d’amicizia) o che sono state nostre nemiche (in fondo anche un nemico si ricorda), in un immaginario scaffale io sistemo anche questi perfetti sconosciuti che, però, non so perché mi rimangono impressi, come tante istantanee. E mi viene da chiedermi che fine abbiano fatto o che stiano facendo.

Ansianità di servizio

Fatico sempre più a sopportare ansiosi e preoccupati di professione. Untori di paranoia che sembra non riescano a stare fermi senza infettare gli altri.

E se poi il treno ritarda di due ore?
E se poi piove?
E se poi finiscono i biglietti del concerto?
E se poi c’è sciopero?

E se poi, cosa? Troveremo il modo di ovviare o ce ne faremo una ragione. Ma placati, per cortesia.

Quando frequentavo l’università man mano che ci si avvicinava all’esame ricordo aumentavano anche le domande.

E se poi ti chiede proprio quella cosa che non ricordi?
E se poi gli parli di quell’argomento e lui fa altre domande?
E se poi quel giorno sta nervoso?
E se poi gli porti la tesina e a lui non piace?

La soluzione
Io rispondevo sempre con una scrollata di spalle e uno spensierato “sti cazzi”. Lo spensierato “sti cazzi” si differenzia dallo “sti cazzi” vero e proprio perché meno aggressivo. L’interlocutore si potrebbe offendere davanti a una risposta volgare. Mentre lo spensierato “sti cazzi” è più leggero e, inoltre, lascia l’ansiopata di turno interdetto, perché spiazzato dal trovarsi di fronte una persona che se ne frega.

Fortuna che i colloqui di lavoro sono cose personali e private di cui nessuno viene a sapere, altrimenti la tortura si ripeterebbe.

In ogni caso non ne posso più. Ogni conversazione così sono per me scatti di ansianità che maturo. Voglio la pensione.

Guardaroba o guarda-che-roba

Questa settimana pare che, a scanso di falsi allarmi, sia arrivata la mezza stagione. Così ho colto l’occasione per rinnovare un po’ il guardaroba, cosa che rimandavo da tempo perché il mio motto è “perché spendere oggi, se puoi spendere dopo-dopo-dopomani?”

E poi succede anche che i jeans “da treno” ormai sono così consumati che mi si vedono i boxer sotto. Cosa sono i jeans “da treno”? Sono quei pantaloni ai quali non tieni poi tanto ma che sono comodi e decenti e che usi quando devi spostarti in giro. Principalmente quando prendi i mezzi pubblici, che non sono il massimo della pulizia.

Io non ho esigenze particolari di vestiario. Nel mio armadio potrebbero rifornirsi un grunge, un hipster, c’è qualcosina per un metallaro e anche per un goth. E anche per un business man, perché, come direbbe Crozza-Briatore, quando ti guardi allo specchio e vedi il riflesso dei ray-ban di Gabriel Garko nei tuoi occhi, allora capisci che sei un imprenditore da shogno*.

Compro ciò che mi piace, senza preoccuparmi che sia in armonia col resto. Quindi non dovrei avere problemi a fare acquisti. Invece ne ho.

Sono andato in un centro commerciale. A parte che vorrei dire che questi posti sono discriminatori per gli uomini, diciamolo. Voglio fare qui una denuncia sociale: su 30 negozi, 20 vendono cose per donne, 6 cose per bambino e ciò che resta è per l’uomo. E nei negozi misti, su 100 metri quadri 80 sono per donne, poi c’è un angolino ghettizzato dove è ammucchiata tutta la roba maschile.

Infine, entri nel negozio e trovi:

  1. magliette di carta velina con il collo a depressione caspica. È d’obbligo oggi che l’uomo alla moda mostri il décolleté. Io sono all’antica e le tette le nascondo;
  2. tute. Tante tute. Perché ora il must è andare in giro in tuta, come gli italoamericani de la 25a ora che sperano in un’audizione per I Soprano;
  3. pantaloni che si fermano alla caviglia.  Possono far sempre comodo per una gita a Venezia, in caso di acqua alta;
  4. pantaloni con le gambe strette e il cavallo basso. Utili in caso di incontinenza per nascondere il pannolone, suppongo;
  5. jeans cuciti alla dog’s dick, perché o non vanno bene di gamba o ti segano in due il cavallo che manco il Barone di Münchhausen. Va be’, è perché non voglio ammettere di avere il fisico strano.

Baron Munchausen watering his horse

Infine credo che il must della stagione sia il verde. Magari con fantasie tropicali e/o forestali. Lo prenderò in considerazione casomai dovessi andare a cercare il colonnello Kurtz a Saigon.

E quando alla fine trovi qualcosa di gradevole – che diamine, in un posto così grande si trova roba per tutti – sono rimaste solo le taglie S e le XL, mentre per i normo-fisici non c’è più nulla. Significherà che ci sono altri disperati come me che vanno alla ricerca di un abbigliamento decente?

La gente poi mi chiede perché sono 20 anni che metto camicie a quadrettoni. Minchia, sono le uniche cose che si trovano sempre.

Fa niente, addio centro commerciale, andrò di nuovo nella bottega del clochard.

* Che poi questo presunto abbigliamento rispettabile consiste nelle classiche giacche da colloquio o da primo giorno di lavoro

Come quando fuori Gintoki

Ho 4 post in bozze che con tutta probabilità non vedranno mai la luce. Per non parlare di una storia che mi ronza in testa da 3 giorni e che vorrei trasformare in racconto.

Nell’attesa di superare il blocco, un aggiornamento dei termini di ricerca più strani che conducono a questo blog. Le puntate precedenti: Geroglifici che trombano, Come sta il colon di Pattinson?

come costruire un coprispalla per armatura: e lo chiedi a me? Va’ da un armaiolo!
che bello trombare: oh, finalmente ce l’hai fatta anche tu e hai scoperto questo mondo. Andrai all’inferno, libertino!
fighe al vento: il romanzo inedito di Grazia Deledda
dammi la fica: questo va dritto al sodo, niente telefonate, cena, perdite di tempo…
soluzione sudoku della settimana enigmistica 27 febbraio 2014: era la cipolla
asia argento bicipiti: no va be’, ma che feticismo è? Ma poi perché proprio quelli di Asia Argento?
foto artistiche nudi uomo e donna abbracciati: sì certo! “Carletto, cosa sono quelle foto sul tuo computer?” “Mamma, sono foto artistiche, non capisci niente!”
particelle bukowski gundam: dopo il bosone di Higgs, il CERN di Ginevra scoprirà le particelle Bukowski Gundam
donne con la vagina al vento: chissà che spifferi! Occhio che non venga loro un accidente!
cosa fare per un’infiammazione ai legamenti al piede: amputare
come quando fuori nevica: il sequel di come quando fuori piove
gintoki wordpress: qualcuno mi cerca! E non sono stato io per controllare se compaio su Google!

Ma perché tutti ‘sti arrapati che vengono qui?