Amore ardente

Liberamente ispirato a Stick Boy and Match Girl in Love di Tim Burton. Qui il testo originale della poesia:

Stick Boy liked Match Girl,
he liked her a lot.
He liked her cute figure,
he thought she was hot.
But could a flame ever burn
for a match and a stick?
It did quite literally; 
he burned up pretty quick.

Amore ardente
L’albero cadde al suolo idealmente accolto tra le braccia della terra. L’impatto sollevò foglie morte e terriccio. Un brivido di freddo scosse il Sig. Octave, che scrollò le spalle per liberarsi dalla gelida sensazione. Sospirò. Una nuvola di condensa si materializzò mulinando nell’aria prima di svanire.
Per quella giornata il lavoro poteva dirsi concluso ed era giunta l’ora di una fumata. Le indicazioni del medico erano state ben chiare a tal proposito, ma sussiste in ogni paziente un margine di contrattazione con la propria salute che contempla il persistere di peccati giudicati di lieve entità. Il Sig. Octave estrasse quindi dal giubbetto pipa e tabacco e si apprestò a godersi il momento di pausa nel silenzio autunnale della collina. Dai calzoni trasse una piccola scatola di fiammiferi decorata con un disegno di propaganda bellica, un ricordo di tempi andati cui si era affezionato al punto da continuare a utilizzarla. Ogni volta che i fiammiferi all’interno si esaurivano, ne comprava altri da inserire nella scatola. Mentre si apprestava a sfregarlo, un fiammifero gli cadde dalle dita per volare a terra, tra il fogliame.
– “Maledetta artrite…ah!”
Tirò fuori un altro fiammifero. Dalla superficie della scatola gli occhi di un soldato in assetto da guerra lo fissarono. Spense il fiammifero e lo gettò, avendo cura di calpestarlo con la suola di gomma dello stivale prima di abbandonare il posto, per scendere a valle verso la propria casa.

ImmagineQuello che era ridotto ormai a uno stecchino combusto giaceva su un letto di foglie, indolenzito ma ancora integro dopo lo sgradevole calpestamento. Si guardò intorno e notò il fiammifero che era caduto in precedenza al Sig. Octave. Appena vide quella testa rossa si rianimò, e dal proprio capo bruciacchiato partì un filo di fumo.

– “Scusami…dico a te, rossa”
– “Parli con me?” si udì una risposta
– “A chi altra potrei rivolgermi? Trovo che tu sia bellissima”
– “Non so chi tu sia e perché mi importuni, ma non mi interessa”. La fiammifera si indispettì per l’eccesso di confidenza, ma nel cuore – o meglio, nella testa rossa – un moto di vanità la pervase per l’attenzione ricevuta.
Lo stecchino tossicchiò una nuvoletta fumosa, si schiarì la voce e riprese a parlare con voce impostata
– “Potrebbe mai una fiamma d’amore ardere tra uno stecchino bruciato qual io sono e una bella fiammifera come te? Oh, potessi prender fuoco ancora una volta, io e te insieme che bel falò faremmo”
La fiammifera si imbarazzò per le sfacciate parole e si sentì avvampare tutta, di un calore che scorreva da dentro e andava crescendo. Una fiammella dal contorno bluastro e la punta arancione si sviluppò intorno la sua testa. Lo stecchino, vedendola accendersi, le si avvicinò per condividere quel calore e lasciarsi travolgere dal fuoco.

Il Sig. Octave fu svegliato dalle grida concitate delle persone in strada. Con la mano cercò a tentoni gli occhiali sul comodino, rovesciando un bicchiere colmo d’acqua. Imprecò. Ricompose i cocci di vetro sul pavimento, indossò la vestaglia di lana e corse in strada. Gli occhi inviavano segnali contrastanti: credeva di essere saltato giù dal letto in piena notte, eppure nel cielo si avvertiva un chiarore rossastro come se stesse sopraggiungendo l’alba. Aguzzò la vista e scrutò in lontananza, dove prese forma la terribile ragione di quella luce. La collina andava a fuoco.

Fine Parte I
(vai in bagno, preparati un caffè, rispondi agli scocciatori su Whatsapp…)

(Fatto? Ok)
Parte II

L’autopompa dei pompieri, guidata dal sindaco, non era sufficiente. Gli altri abitanti del villaggio aiutavano come potevano. Uomini con i trattori, donne con secchi, bambini con bottiglie d’acqua e persino un cane che portava legato sul dorso un bacile da riempire e svuotare. Eppure non c’era nulla da fare, a ogni intervento le fiamme parevano dapprima ritirarsi e ripiegare su sé stesse, per poi prorompere con nuovo impeto e aggredire una porzione maggiore di territorio. Qualcuno avrebbe giudicato fossero vive, tal era intelligente il loro comportamento.

“È opera dei Viola, ne son certo!” il Sig. Octave tuonò attirando l’attenzione delle persone intorno. Quando vide che le proprie parole avevano avuto l’effetto desiderato, come un oratore che dopo aver guardato soddisfatto la platea prende nuovo slancio per il proprio discorso, proseguì
“Da sempre in quel partito sono invidiosi della prosperità della nostra comunità e oggi alle minacce politiche hanno fatto seguito i fatti! Questo è un secondo ben più grave attentato, dopo che il mese scorso le galline ovaiole di Monsieur Bernard sono state fatte sparire!”
Il povero Monsieur Bernard che era lì presente, sentendosi chiamato in causa provò con timidezza a replicare
“Ma, veramente, caro Octave, poi le ho ritrovate. Fu colpa mia, non avevo chiuso bene il recinto ed erano scappate”.
“Grazie Bernard della tua conferma! No, è lì che si nota l’astuzia del nemico, far credere che ogni atto di sabotaggio sia sempre frutto di un incidente! Credetemi, voi non lo potete sapere, ma in guerra ne ho viste tante e so di cosa parlo”
A dire il vero in paese ogni maschio adulto sopra i 40 anni aveva fatto la guerra e voci più autorevoli in proposito ce ne sarebbero state, ma non ci fu tempo di rifletterci che una lingua di fuoco, avventuratasi solitaria lungo delle sterpaglie, arrivò indisturbata fin sotto la vestaglia del Sig. Octave, che cominciò ad avvertire uno strano calore provenire dalle parti del proprio fondoschiena. Quando lo avvertirono che le fiamme stavano bruciando la vestaglia, da vero eroe di guerra che non fugge dal pericolo il Sig. Octave invece di spogliarsene cominciò a saltellare sul posto, urlando. Una provvidenziale secchiata d’acqua gli evitò guai peggiori.

Qualsiasi tentativo di domare l’incendio si rivelò infruttuoso, nulla era in grado di arginare quel crescendo di fiamme che turbinavano intorno agli scheletri secchi degli alberi, dividendosi e ricongiungendosi in una continua danza dalle tonalità rosso-arancio.
Solo un provvidenziale temporale, preceduto da fragorosi tuoni sempre più ravvicinati, come i tamburi che preannunciano l’arrivo di un esercito, mise fine all’inferno. Dopo aver osservato il fuoco morire lentamente, gli abitanti del villaggio fecero ritorno alle proprie dimore per trovar rifugio dal violento scroscio di pioggia.

L’indomani, in un mucchietto informe di cenere e fango uno stecchino bruciacchiato e sul punto di sfaldarsi fremette.
– “Sei ancora qui con me?” chiese quella che era stata la fiammifera, tremante.
– “Forse” rispose un puntino annerito.
La fredda replica inquietò la fiammifera, che tacque a lungo prima di riprendere a parlare
– “Che cosa siamo ora, noi?”
– “Siamo ciò che rimane dopo l’amore”.

Un refolo di vento spazzò via la cenere portandosi via ciò che restava dei due amanti.

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