Napoli 2025

L’elevatore sale in modo lento e snervante, come se qualcuno lo stia trascinando su con gran fatica e dispendio di energie. Tra un livello e un altro posso leggere le scritte sui muri, testimonianze lasciate da qualcuno e risalenti ad anni e anni addietro. L’assenza di protezioni laterali accresce il senso di vertigine durante l’ascesa. Ogni cigolio della lamiera arrugginita e delle giunture mi crea ansia. È quasi certo che di sopra abbiano notato il nostro arrivo e ci stiano aspettando. Le scale, purtroppo, come in gran parte degli edifici di quest’area, erano impraticabili. Ogni tentativo di compiere una sortita silenziosa sarebbe stato vano.

– “Fra’, secondo te quanti ne troveremo, lì sopra?” Miché rompe il mio flusso di pensieri con la sua domanda.
– “E che cazzo ne so, mica ho fatto gli ho fatto il censimento” rispondo nervoso. Quel ragazzo poneva spesso questioni ingenue o fuori luogo.
– “Secondo me ci faranno le mani come i piedi, fra’” esclama preoccupato, avvicinando al petto le armi come a cercare sicurezza.

Le mani. Sfiorano, accarezzano, toccano, esplorano. Fanno del male. Da quanto tempo le mie mani erano impegnate solo in atti di violenza? La Grande Eruzione ci aveva resi tutti più ferini di quanto non fossimo già, impegnati nel sopravvivere in un territorio ostile che ci ostinavamo a considerare come una casa o un qualcosa che ci appartenesse. Il problema nasce quando ogni singolo individuo ha un concetto di proprietà del tutto personale e incompatibile con le altrui ambizioni. Del resto, era sempre stata una questione di egoismo e insufficiente senso della collettività a caratterizzare la nostra gente.

La proclamazione della Regione Autonoma Metropolitana di Napoli, che avrebbe dovuto significare un intervento diretto nell’emergenza e garantire maggiore efficienza e decisionismo nell’affrontare le esigenze del territorio, ha portato solo caos e senso di abbandono. In fondo, erano sviluppi prevedibili. Il governo centrale italiano aveva necessità di liberarsi di un pesante e oneroso fardello, dopo che i lombardo-veneti avevano chiesto e ottenuto libertà federali e autarchia economica.
Borbonici e neosudisti salutarono con trepidazione quello che doveva essere l’avvento del Nuovo Regno di Napoli. Elementi ansiosi di riportare le lancette del tempo indietro di qualche secolo. Gran parte della popolazione restò invece alquanto indifferente. Queste persone si sentivano ai margini già in precedenza, ora il loro status non sarebbe cambiato o peggiorato. Almeno così credevano.

La polizia locale si rivelò insufficiente nel fronteggiare le nuove famiglie malavitose organizzate. Milizie private di difesa si formarono un po’ ovunque, ma spesso erano capeggiate dagli stessi clan. I Quartieri periferici si autoproclamarono indipendenti e iniziò un po’ ovunque una sorta di Regime del Terrore. Il risultato è che un gran numero di profughi si è riversato verso il centro, occupando bassi[1] e palazzi. Alcuni vivono nelle stazioni della metro e non escono quasi mai fuori, ridotti a vivere come topi.

Eppure queste persone sono ancora in grado di sorprenderti per la loro vitalità. La scorsa settimana mi aggiravo per quella che una volta era Piazza del Gesù e ora è solo una baraccopoli, un agglomerato di stamberghe percorso da rivoli di liquami. Nonostante la miseria e il degrado, potevo ancora percepire vita e calore nella gente di lì. Anziane signore sedute in cerchio che conversavano, bambini che rincorrevano un pallone di stracci, due ragazzini che si tenevano per mano come a un primo appuntamento. Chiusi gli occhi qualche attimo per raccogliere quel vociare e immaginare di trasportarlo in un’altra epoca. Nel cuore mi si coagulò un grumo di serenità prima di rimettermi in cammino verso il Centro di Distribuzione.

Le Nazioni Unite tramite il WFP fanno arrivare cibo e medicinali che vanno in gran parte a incrementare le scorte del mercato nero. I clan mettono le mani su risorse da rivendere alla povera gente che non può abbandonare le proprie case a causa dei blocchi ai varchi di accesso.

Questa città è il mio male. La mia piaga di dolore e vergogna che non posso curare o rimuovere amputando una parte di me. Una città che non cresce più, che divora i figli sani per partorire aberrazioni. È un complotto di sangue e veleno che fatico ad abbracciare con lo sguardo essendo tanto esteso e avviluppato. In questa città, coloro che sembravano somigliarmi non erano affatto come me. Ero solo. Ero un fantasma. Nella disperata ricerca di un posto dove nascondermi da me stesso, mi sono imbattuto in altri spettri. Cacciatori o recuperatori, si fanno chiamare. Combattono le fazioni e i clan assaltando i depositi, rubando generi di prima necessità e anche compiendo qualche assassinio. Mi sono unito alla loro schiera. Con quella di oggi ho perso il conto delle mie incursioni. Gli abitanti di qui ricevono il nostro aiuto anche se ci tengono a distanza. Ci considerano portatori di malattie e morte. Siamo in cima alla catena alimentare, mangiamo qualunque cosa che non ci uccida. Le nostre vite sono comunque destinate a essere brevi.

– “Fra’! – sussurra Miché guardando in alto – Siamo quasi arrivati. Appena scatta la porta ne faccio quanti più posso”.
– “Miché, meglio che cominci a sparare prima, sennò per quando si apre ti devo dare l’estrema unzione”.

Clang.
Cominciamo.

[1] Il basso, detto anche vascio, è un appartamento (monolocale o bilocale) molto piccolo situato al livello della strada. Apri la porta e sei in camera da letto, in pratica. Scrisse Matilde Serao (che sapeva descrivere meglio di me):
Case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano; case i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria

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