Che tu sia per me il Pulcinella

Un anno fa mio cugino si sposava.

Ci sono due cose, tra le tante, che fatico a sopportare: la comicità napoletana forzatamente simpatica e sboccata e lo scimmiottamento di modi e gestualità omosessuali per fare folklore. Erano presenti entrambi in un’unica persona: un tizio vestito da Pulcinella ingaggiato per allietare i convenuti.

Non sto scherzando o dipingendo una parodia.
A metà matrimonio si è presentato Pulcinella. La gente rideva. Io guardavo mio padre e domandavo: ma siamo parenti di costoro?

E ho riflettuto che, in realtà, sono cose che trovano consenso anche al di fuori del contesto di un matrimonio. Penso ad esempio alla tv, dove compare sempre un comico (o presunto tale) napoletano che fa il simpatico e il buffone. Oppure, dove c’è sempre un omosessuale che come ruolo recita la parte della checca isterica o istrionica.

Mi sembra paradossale, in un Paese dove – checché se ne dica – esistono rigurgiti di razzismo territoriale e omofobia. Se ci si pensa, però, non è così assurdo. La funzione della tv è simile a quella delle fiere europee dell’Ottocento, dove facevano esibire la “Venere Ottentotta” per intrattenere il pubblico che si divertiva e al contempo si percepiva superiore rispetto all’oggetto della propria ilarità.

Ecco, dopo tutti questi discorsi poi arriva Pulcinella al matrimonio e mi trovo in difficoltà a spiegare che qui non viviamo come dei selvaggi folkloristici.