Amore ardente

Liberamente ispirato a Stick Boy and Match Girl in Love di Tim Burton. Qui il testo originale della poesia:

Stick Boy liked Match Girl,
he liked her a lot.
He liked her cute figure,
he thought she was hot.
But could a flame ever burn
for a match and a stick?
It did quite literally; 
he burned up pretty quick.

Amore ardente
L’albero cadde al suolo idealmente accolto tra le braccia della terra. L’impatto sollevò foglie morte e terriccio. Un brivido di freddo scosse il Sig. Octave, che scrollò le spalle per liberarsi dalla gelida sensazione. Sospirò. Una nuvola di condensa si materializzò mulinando nell’aria prima di svanire.
Per quella giornata il lavoro poteva dirsi concluso ed era giunta l’ora di una fumata. Le indicazioni del medico erano state ben chiare a tal proposito, ma sussiste in ogni paziente un margine di contrattazione con la propria salute che contempla il persistere di peccati giudicati di lieve entità. Il Sig. Octave estrasse quindi dal giubbetto pipa e tabacco e si apprestò a godersi il momento di pausa nel silenzio autunnale della collina. Dai calzoni trasse una piccola scatola di fiammiferi decorata con un disegno di propaganda bellica, un ricordo di tempi andati cui si era affezionato al punto da continuare a utilizzarla. Ogni volta che i fiammiferi all’interno si esaurivano, ne comprava altri da inserire nella scatola. Mentre si apprestava a sfregarlo, un fiammifero gli cadde dalle dita per volare a terra, tra il fogliame.
– “Maledetta artrite…ah!”
Tirò fuori un altro fiammifero. Dalla superficie della scatola gli occhi di un soldato in assetto da guerra lo fissarono. Spense il fiammifero e lo gettò, avendo cura di calpestarlo con la suola di gomma dello stivale prima di abbandonare il posto, per scendere a valle verso la propria casa.

ImmagineQuello che era ridotto ormai a uno stecchino combusto giaceva su un letto di foglie, indolenzito ma ancora integro dopo lo sgradevole calpestamento. Si guardò intorno e notò il fiammifero che era caduto in precedenza al Sig. Octave. Appena vide quella testa rossa si rianimò, e dal proprio capo bruciacchiato partì un filo di fumo.

– “Scusami…dico a te, rossa”
– “Parli con me?” si udì una risposta
– “A chi altra potrei rivolgermi? Trovo che tu sia bellissima”
– “Non so chi tu sia e perché mi importuni, ma non mi interessa”. La fiammifera si indispettì per l’eccesso di confidenza, ma nel cuore – o meglio, nella testa rossa – un moto di vanità la pervase per l’attenzione ricevuta.
Lo stecchino tossicchiò una nuvoletta fumosa, si schiarì la voce e riprese a parlare con voce impostata
– “Potrebbe mai una fiamma d’amore ardere tra uno stecchino bruciato qual io sono e una bella fiammifera come te? Oh, potessi prender fuoco ancora una volta, io e te insieme che bel falò faremmo”
La fiammifera si imbarazzò per le sfacciate parole e si sentì avvampare tutta, di un calore che scorreva da dentro e andava crescendo. Una fiammella dal contorno bluastro e la punta arancione si sviluppò intorno la sua testa. Lo stecchino, vedendola accendersi, le si avvicinò per condividere quel calore e lasciarsi travolgere dal fuoco.

Il Sig. Octave fu svegliato dalle grida concitate delle persone in strada. Con la mano cercò a tentoni gli occhiali sul comodino, rovesciando un bicchiere colmo d’acqua. Imprecò. Ricompose i cocci di vetro sul pavimento, indossò la vestaglia di lana e corse in strada. Gli occhi inviavano segnali contrastanti: credeva di essere saltato giù dal letto in piena notte, eppure nel cielo si avvertiva un chiarore rossastro come se stesse sopraggiungendo l’alba. Aguzzò la vista e scrutò in lontananza, dove prese forma la terribile ragione di quella luce. La collina andava a fuoco.

Fine Parte I
(vai in bagno, preparati un caffè, rispondi agli scocciatori su Whatsapp…)

(Fatto? Ok)
Parte II

L’autopompa dei pompieri, guidata dal sindaco, non era sufficiente. Gli altri abitanti del villaggio aiutavano come potevano. Uomini con i trattori, donne con secchi, bambini con bottiglie d’acqua e persino un cane che portava legato sul dorso un bacile da riempire e svuotare. Eppure non c’era nulla da fare, a ogni intervento le fiamme parevano dapprima ritirarsi e ripiegare su sé stesse, per poi prorompere con nuovo impeto e aggredire una porzione maggiore di territorio. Qualcuno avrebbe giudicato fossero vive, tal era intelligente il loro comportamento.

“È opera dei Viola, ne son certo!” il Sig. Octave tuonò attirando l’attenzione delle persone intorno. Quando vide che le proprie parole avevano avuto l’effetto desiderato, come un oratore che dopo aver guardato soddisfatto la platea prende nuovo slancio per il proprio discorso, proseguì
“Da sempre in quel partito sono invidiosi della prosperità della nostra comunità e oggi alle minacce politiche hanno fatto seguito i fatti! Questo è un secondo ben più grave attentato, dopo che il mese scorso le galline ovaiole di Monsieur Bernard sono state fatte sparire!”
Il povero Monsieur Bernard che era lì presente, sentendosi chiamato in causa provò con timidezza a replicare
“Ma, veramente, caro Octave, poi le ho ritrovate. Fu colpa mia, non avevo chiuso bene il recinto ed erano scappate”.
“Grazie Bernard della tua conferma! No, è lì che si nota l’astuzia del nemico, far credere che ogni atto di sabotaggio sia sempre frutto di un incidente! Credetemi, voi non lo potete sapere, ma in guerra ne ho viste tante e so di cosa parlo”
A dire il vero in paese ogni maschio adulto sopra i 40 anni aveva fatto la guerra e voci più autorevoli in proposito ce ne sarebbero state, ma non ci fu tempo di rifletterci che una lingua di fuoco, avventuratasi solitaria lungo delle sterpaglie, arrivò indisturbata fin sotto la vestaglia del Sig. Octave, che cominciò ad avvertire uno strano calore provenire dalle parti del proprio fondoschiena. Quando lo avvertirono che le fiamme stavano bruciando la vestaglia, da vero eroe di guerra che non fugge dal pericolo il Sig. Octave invece di spogliarsene cominciò a saltellare sul posto, urlando. Una provvidenziale secchiata d’acqua gli evitò guai peggiori.

Qualsiasi tentativo di domare l’incendio si rivelò infruttuoso, nulla era in grado di arginare quel crescendo di fiamme che turbinavano intorno agli scheletri secchi degli alberi, dividendosi e ricongiungendosi in una continua danza dalle tonalità rosso-arancio.
Solo un provvidenziale temporale, preceduto da fragorosi tuoni sempre più ravvicinati, come i tamburi che preannunciano l’arrivo di un esercito, mise fine all’inferno. Dopo aver osservato il fuoco morire lentamente, gli abitanti del villaggio fecero ritorno alle proprie dimore per trovar rifugio dal violento scroscio di pioggia.

L’indomani, in un mucchietto informe di cenere e fango uno stecchino bruciacchiato e sul punto di sfaldarsi fremette.
– “Sei ancora qui con me?” chiese quella che era stata la fiammifera, tremante.
– “Forse” rispose un puntino annerito.
La fredda replica inquietò la fiammifera, che tacque a lungo prima di riprendere a parlare
– “Che cosa siamo ora, noi?”
– “Siamo ciò che rimane dopo l’amore”.

Un refolo di vento spazzò via la cenere portandosi via ciò che restava dei due amanti.

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Regole del quieto vivere

1) Se una persona non frequenta parrocchie, associazioni politiche, circoli per la salvaguardia del triccaballacche, non vuol dire che è disponibile sul mercato per il miglior offerente. Forse è semplicemente non interessata e non ci tiene a subire tentativi di cooptazione.

2) Quando ti dico “Ti farò sapere” è perché ho bisogno di pensarci su. Non dare già per scontato che ti darò la risposta che vuoi sentirti dire, la prossima volta.

3) Se già sai che la tua risposta è negativa, non dire “Ti farò sapere” per prendere tempo o sperare che l’altro lo capisca da solo.

4) Se hai così voglia di salvare il mondo, alza il sedere dalla sedia ed esci fuori di casa: sicuramente ti imbatterai in qualcosa da fare. Non condividere link sui social network per far firmare improbabili petizioni online o mostrare immagini di repertorio al suon di “Incredibile! Scandaloso!” come un Sandro Piccinini del grottesco.

5) Al cinema, se non sei interessato a guardare il film, non è detto che tu non possa fare altre cose, come mangiare, limonare, costruire una Torre Eiffel col chewing-gum. A patto che tu lo faccia IN SILENZIO. E possibilmente non vicino ad altre persone.

6) Non è scritto da nessuna parte che i tuoi gusti facciano parte del canone universale delle preferenze, anzi è molto più probabile che siano opinabili. Quindi, non dire a qualcuno “come fai a guardare/ascoltare/leggere questa roba”.

7) Se sono fermo all’incrocio forse è perché devo dare la precedenza a un altro. Il tuo clacson non è collegato alle ruote motrici della mia auto, pertanto, suonarlo non farà muovere la vettura.

8) Se una persona inizia a raccontare qualcosa, non interromperla dopo 5 parole per dire “Sì, come è successo a me!”, anche perché è molto probabile che non sia andata affatto come accaduto a te.

9) Hai tutto il mio affetto e la mia gentilezza se soffri per i dolori mestruali. Ma, ti prego, non aggiornarmi sul numero quotidiano di lavaggi al bidet.

10) Non demolire le ambizioni altrui. Non sei un giudice di X Factor, non sei Gordon Ramsay e la vita altrui non è un reality a eliminazione. E no, non dire che lo fai perché temi che l’altro poi rimanga deluso se gli va male. Non ci crede nessuno.

Se ci sono proposte per altre regole, aggiornamenti, integrazioni, ben vengano!

La grande bellezza (non il film)

(meglio sempre specificare nel titolo)

Buuh! Vogliamo il film!
– Silenzio!

Le avevo promesso che appena avrei avuto 5 minuti l’avrei chiamata. Sono passati due giorni e non l’ho fatto ancora. In realtà non ho alcuna voglia di telefonarle e non so neanche bene cosa dovrei dire. Per codardia vorrei evitare di recitare la parte del cattivo, di quello che scocca la freccia con legata alla punta l’ingiunzione di sfratto perpetuo dalla propria vita. Il fatto è che credo di non avere più nulla da condividere con una persona che reputo molto egoista. Confesso che non ho mai amato quelli – uomini e donne che siano – che appaiono, spariscono, ricompaiono quando hanno bisogno.

A S. credo sia toccata una situazione analoga con un’altra. Quell’altra, infatti, si è rifatta viva dopo mesi per invitarlo a una serata musicale. Però magari non gli è andata male. E provo anche un po’ d’invidia.

Perché “quell’altra” è la donna più bella che io abbia mai conosciuto. È un giudizio soggettivo. Dipende se piace il tipo. Altri sicuro direbbero che è bella ma non rimarrebbero così colpiti. Ad alcuni secondo me non piacerebbe nemmeno.
Io invece non ho avuto dubbi sin dal primo momento.

È una bellezza SCIAFF!. È chiaro, no? Come se arrivasse uno schiaffo all’improvviso, accompagnato da un “Ehi, sono la bellezza. La grande bellezza. Mi stai guardando o eri distratto?”. Sì, fu così. SCIAFF!. Arrivò come uno schiaffo a mano aperta.
Non è stato un FRAN!, quello va come va per i quadri, non confondiamo.

Saranno stati quegli sguardi che lancia. Con gli occhi verdi. Che io non sono uno che si fa attrarre dalla pigmentazione dell’iride. Gli occhi azzurri ad esempio non esercitano su di me alcun fascino. Ma per quel suo verde incorniciato dall’eyeliner faccio eccezione.

È un peccato che un amico ne sia attratto. Com’era la storia del Bro-code di Barney Stinson? Peccato che io mi senta sempre il Ted Moscio del caso.

“Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così…”

– Buuuh! Ma smettila! Come se tu ci combineresti qualcosa se non ci fosse un altro di mezzo!
– Ma non eravate andati via perché volevate il film?

Cominciamo per step. Domani devo fare una telefonata per chiarire con una persona. Per prendere schiaffi ci saranno altri tempi, luoghi, occasioni.

(e devo anche risolvere questa cosa del sentire le voci in testa che mi insultano)

La solitudine del bassista

È lì, lo vedo.
Nello spazio prospettico del palco occupa la seconda fila, tagliata lungo un’ideale linea di demarcazione sonora. È un’ombra. Composto, ordinato, la testa piegata a occultare gli occhi al pubblico, del quale non cerca mai lo sguardo.

Quando si muove non avanza mai, arretra in terza fila verso il punto di fuga dove regna il batterista. Lo cerca, prova a costruire un’intesa per trovare visibilità e brillare di luce riflessa, come un satellite.

Del bassista avverti la presenza ma non la forma. Che voce ha? Che volto ha?

Il bassista ha una vita da mediano. A parte qualche significativa eccezione.

Brillo ma non splendo

Ovvero, tipologie di ubriachi (più o meno molesti) con i quali può capitare di avere a che fare, in modo diretto o indiretto. E tu, che tipo sei?

2014-04-18 22.42.30

Octopus – Su un vecchio numero di Amazing Spider Man a Peter Parker spuntarono delle braccia aggiuntive, per un totale di 6. Che dilettante. Grazie all’alcool, la tipologia di ubriaco che vado a presentare diventa un uomo polpo, con ben 8 braccia-tentacoli che esplorano la realtà circostante in cerca di donne sulle quali fiondarsi. Una volta agguantata una preda, non sarà facile per lei divincolarsi. La sua tecnica di attacco preferita è lo sbaciucchiamento con le labbra estensibili: essendo fatto solo di parti molli, il nostro eroe è in grado di protendere la bocca in maniera incredibile per raggiungere la malcapitata. In genere comunque la serata finisce con lui, totalmente stordito e deluso dai ripetuti 2 di picche, avvinghiato a un palo della luce, al quale farà una proposta di matrimonio.

Il diavolo della Tasmania – Un elefante in una cristalleria farebbe meno danni. La Protezione Civile viene messa in stato d’allerta quando è segnalata la sua presenza nelle vicinanze. È l’individuo che in stato alcolemico alterato comincia a devastare ciò che lo circonda. Pesta i piedi alle persone, fa cadere le cose, distrugge, urta tutto ciò che gli si para davanti e se non è davanti a lui va a cercarne l’urto. Termina la serata vomitando, o nella macchina o sulle scarpe. Macchina e scarpe altrui, ovviamente.

Il male di vivere – Quello che non dovrebbe mai bere onde evitare di diventare allegro come una poesia cimiteriale. Comincerà a riflettere sulla propria vita e a trovarla un disastro, a lamentarsi che non ci sia nessuna persona che lo ami, che il proprio corpo faccia schifo e che sua madre continui a regalare a Natale degli orrendi maglioni con le renne danzanti. Dopo aver assillato gli altri con i propri deprimenti piagnistei, mestamente si abbatterà, chiudendosi nel proprio dolore col capo chino e lo sguardo vivo come un’orata nel banco pescheria del Carrefour. È lo stadio che chiunque prima o poi nella vita attraversa almeno una volta, vuoi per un fallimento personale, vuoi per una storia d’amore finita male e così via.

Red Bull – Convinto che l’alcool gli metta le ali o che abbia su di lui l’effetto degli spinaci per Braccio di Ferro, è la persona che durante una sbornia si crede capace di imprese impossibili, come saltare 10 gradini di una scala tutti insieme gettandosi giù come Felix Baumgartner, oppure essere in grado di camminare in equilibro su un corrimano o, ancora, di poter saltare gli ostacoli come un cavallo alle Olimpiadi. Le sue esibizioni finiscono quasi sempre al più vicino C.T.O.. E come dice lo spot: the only limit…is your pain.

Il Bell’Addormentato – Quello che dopo aver bevuto finisce sempre con l’addormentarsi e non si sveglierebbe neanche se stesse prendendo fuoco. È il soggetto ideale per simpatici scherzi, tipo baffi disegnati sulla faccia o foto imbarazzanti a sua insaputa. Ogni anno centinaia di Begli Addormentati vengono dimenticati dagli amici sui divani di case altrui, sulle panchine, negli autogrill. Ricorda: il vero ubriaco sei tu che l’abbandoni.

Il monaco zen – L’essere umano che più si avvicina all’illuminazione. L’alcool ha l’effetto di staccare la sua mente dal corpo. Il viso assumerà l’espressione serafica di colui che sta contemplando la beatitudine, anche se maligni e profani saranno propensi ad affermare che ha l’aria inebetita della mucca che guarda passare il treno. Il suo stato può sembrare indistinguibile da un coma etilico, pertanto è bene accertarsi che sia sempre in grado di reagire agli stimoli.

San Francesco – Da non confondere col bonzo descritto sopra, è quello che, colto da una luce mistica (probabilmente data dai riflessi del bicchiere vuoto), comincia a provare amore per tutti gli esseri del creato, persone, animali, tavolini in plastica dell’IKEA. Vuol bene a tutti come dei fratelli o delle sorelle e non ha timore di esternarlo anche a dei perfetti sconosciuti. Nello stadio più avanzato è pronto a spogliarsi dei propri averi in favore del prossimo, ergo, tenetelo lontano dagli approfittatori e godete voi dei benefici della sua generosità.

Senza filtro – È un individuo pericoloso per sé stesso e per gli altri, perché non si sa mai cosa potrebbe dire. È evidente che con la sbornia gli si crei un foro tra la scatola cranica e la cavità orale, che porta alla fuoriuscita incontrollata di tutto ciò che ha in testa. In questo stadio confessa amori proibiti, perversioni, episodi scomodi e imbarazzanti accadutigli. E finché si tratta di cose che lo riguardano in modo stretto, è solo materiale per l’ilarità dei presenti. Ma quando comincerà a parlare degli altri e dei loro scheletri, tremate: nessuno potrà dirsi al sicuro.

Basta che funzioni respiri (ma anche no) Quello che è contemporaneamente così confuso ed eccitato che farebbe avances anche a un attaccapanni, scambiandolo per Sasha Grey. E no, attaccapanni non è una metafora per indicare una donna poco attraente: lui si accoppierebbe veramente anche con gli oggetti, tanto ci starebbero di sicuro.

SI LA DO – Quella che invece si trasforma in Sasha Grey. E ci starebbe anche con l’individuo descritto qui sopra, peccato che lui abbia preferito l’attaccapanni.

Respiro de panza, respiro d’incostanza

La mia dottoressa ha detto che respiro troppo con il petto e poco con la pancia.

Come faccio a spiegarle che io vorrei tagliare ossigeno alla metà inferiore del mio corpo?

Nell’addome, da qualche parte, ho un secondo cervello che parla a mia insaputa con il primo e gli comunica sensazioni, emozioni, stati d’animo.

Allora l’unica alternativa è reprimere, soffocare.

Gli amici mi dicono che sono troppo controllato. Provate a vivere dentro di me e ditemi se non vi verrebbe voglia di rinchiudere voi stessi e vostri modi d’essere in un Panopticon.

Napoli 2025

L’elevatore sale in modo lento e snervante, come se qualcuno lo stia trascinando su con gran fatica e dispendio di energie. Tra un livello e un altro posso leggere le scritte sui muri, testimonianze lasciate da qualcuno e risalenti ad anni e anni addietro. L’assenza di protezioni laterali accresce il senso di vertigine durante l’ascesa. Ogni cigolio della lamiera arrugginita e delle giunture mi crea ansia. È quasi certo che di sopra abbiano notato il nostro arrivo e ci stiano aspettando. Le scale, purtroppo, come in gran parte degli edifici di quest’area, erano impraticabili. Ogni tentativo di compiere una sortita silenziosa sarebbe stato vano.

– “Fra’, secondo te quanti ne troveremo, lì sopra?” Miché rompe il mio flusso di pensieri con la sua domanda.
– “E che cazzo ne so, mica ho fatto gli ho fatto il censimento” rispondo nervoso. Quel ragazzo poneva spesso questioni ingenue o fuori luogo.
– “Secondo me ci faranno le mani come i piedi, fra’” esclama preoccupato, avvicinando al petto le armi come a cercare sicurezza.

Le mani. Sfiorano, accarezzano, toccano, esplorano. Fanno del male. Da quanto tempo le mie mani erano impegnate solo in atti di violenza? La Grande Eruzione ci aveva resi tutti più ferini di quanto non fossimo già, impegnati nel sopravvivere in un territorio ostile che ci ostinavamo a considerare come una casa o un qualcosa che ci appartenesse. Il problema nasce quando ogni singolo individuo ha un concetto di proprietà del tutto personale e incompatibile con le altrui ambizioni. Del resto, era sempre stata una questione di egoismo e insufficiente senso della collettività a caratterizzare la nostra gente.

La proclamazione della Regione Autonoma Metropolitana di Napoli, che avrebbe dovuto significare un intervento diretto nell’emergenza e garantire maggiore efficienza e decisionismo nell’affrontare le esigenze del territorio, ha portato solo caos e senso di abbandono. In fondo, erano sviluppi prevedibili. Il governo centrale italiano aveva necessità di liberarsi di un pesante e oneroso fardello, dopo che i lombardo-veneti avevano chiesto e ottenuto libertà federali e autarchia economica.
Borbonici e neosudisti salutarono con trepidazione quello che doveva essere l’avvento del Nuovo Regno di Napoli. Elementi ansiosi di riportare le lancette del tempo indietro di qualche secolo. Gran parte della popolazione restò invece alquanto indifferente. Queste persone si sentivano ai margini già in precedenza, ora il loro status non sarebbe cambiato o peggiorato. Almeno così credevano.

La polizia locale si rivelò insufficiente nel fronteggiare le nuove famiglie malavitose organizzate. Milizie private di difesa si formarono un po’ ovunque, ma spesso erano capeggiate dagli stessi clan. I Quartieri periferici si autoproclamarono indipendenti e iniziò un po’ ovunque una sorta di Regime del Terrore. Il risultato è che un gran numero di profughi si è riversato verso il centro, occupando bassi[1] e palazzi. Alcuni vivono nelle stazioni della metro e non escono quasi mai fuori, ridotti a vivere come topi.

Eppure queste persone sono ancora in grado di sorprenderti per la loro vitalità. La scorsa settimana mi aggiravo per quella che una volta era Piazza del Gesù e ora è solo una baraccopoli, un agglomerato di stamberghe percorso da rivoli di liquami. Nonostante la miseria e il degrado, potevo ancora percepire vita e calore nella gente di lì. Anziane signore sedute in cerchio che conversavano, bambini che rincorrevano un pallone di stracci, due ragazzini che si tenevano per mano come a un primo appuntamento. Chiusi gli occhi qualche attimo per raccogliere quel vociare e immaginare di trasportarlo in un’altra epoca. Nel cuore mi si coagulò un grumo di serenità prima di rimettermi in cammino verso il Centro di Distribuzione.

Le Nazioni Unite tramite il WFP fanno arrivare cibo e medicinali che vanno in gran parte a incrementare le scorte del mercato nero. I clan mettono le mani su risorse da rivendere alla povera gente che non può abbandonare le proprie case a causa dei blocchi ai varchi di accesso.

Questa città è il mio male. La mia piaga di dolore e vergogna che non posso curare o rimuovere amputando una parte di me. Una città che non cresce più, che divora i figli sani per partorire aberrazioni. È un complotto di sangue e veleno che fatico ad abbracciare con lo sguardo essendo tanto esteso e avviluppato. In questa città, coloro che sembravano somigliarmi non erano affatto come me. Ero solo. Ero un fantasma. Nella disperata ricerca di un posto dove nascondermi da me stesso, mi sono imbattuto in altri spettri. Cacciatori o recuperatori, si fanno chiamare. Combattono le fazioni e i clan assaltando i depositi, rubando generi di prima necessità e anche compiendo qualche assassinio. Mi sono unito alla loro schiera. Con quella di oggi ho perso il conto delle mie incursioni. Gli abitanti di qui ricevono il nostro aiuto anche se ci tengono a distanza. Ci considerano portatori di malattie e morte. Siamo in cima alla catena alimentare, mangiamo qualunque cosa che non ci uccida. Le nostre vite sono comunque destinate a essere brevi.

– “Fra’! – sussurra Miché guardando in alto – Siamo quasi arrivati. Appena scatta la porta ne faccio quanti più posso”.
– “Miché, meglio che cominci a sparare prima, sennò per quando si apre ti devo dare l’estrema unzione”.

Clang.
Cominciamo.

[1] Il basso, detto anche vascio, è un appartamento (monolocale o bilocale) molto piccolo situato al livello della strada. Apri la porta e sei in camera da letto, in pratica. Scrisse Matilde Serao (che sapeva descrivere meglio di me):
Case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano; case i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria

O sogni o sei mesto

– “Sento che devo andarmene da qui. Questo posto non ha più niente da offrirmi”. Le parole di R. suonavano come una sentenza, coperta da un velo di rassegnazione.
– “Questo posto non ha niente da dare a nessuno”. La mia replica sprezzante tentava di strapparle quel velo.
– “In realtà io qui ho avuto tante cose. Solo che ora dico basta. Non voglio ritrovarmi un giorno come A. e come gli altri quarantenni che non sono andati via di qui. La sera sempre nel solito posto, con le solite 2-3 persone quando non si circondano della compagnia dei più giovani perché solo quelli son rimasti loro. Anche noi usciamo con N. e le altre che hanno solo 22 anni ed è una cosa che mi sembrava impensabile qualche anno fa”.
– “Il fatto è che andare via vuol dire affrontare l’ignoto, mentre qui invece hai la sensazione di avere un porto sicuro…” lasciai morire a metà il discorso, mi sembrava scontato e retorico.
– “Anche qui hai a che fare lo stesso con l’ignoto, non hai niente di sicuro”.

Tornando a casa da solo dopo averla salutata, ho dovuto ammettere con me stesso che R. aveva ragione, anche se si sbagliava nel considerare la natura dell’ignoto come unica e uguale ovunque. Esistono in realtà due tipologie di incognito, quello che stimola fantasia e immaginazione e quello che le prosciuga. Mi sono messo alla ricerca dell’ignoto locale, per carpirne l’anima.

I soliti luoghi. Colonne di cemento che li incorniciano, materiale grezzo come il carattere di alcuni avventori. Donne che si esibiscono in delicati contorsionismi per sedersi senza che il vestito salga troppo su, rivelando più del necessario. Piccole gonne.  Scusate, per oggi non è questa la natura che cerco. Incrocio una ragazza in piedi, si sistema il vestito tirandone l’orlo più giù. Piccole gonne crescono. La guardo e lei mi restituisce una brutta occhiata. Imbarazzato, rivolgo lo sguardo altrove e li vedo tutti davanti a me. Gli abitanti dell’ignoto. Una cosa sola mi interessa. Voglio i sogni. I loro. Desidero sapere se esiste ancora immaginazione. La cerco nei loro occhi.

Mi chiedo quando sia successo. Esiste un momento preciso in cui la fiamma del proprio spirito sognatore si spegne, di colpo, come se qualcuno vi avesse gettato sopra dell’acqua? O la fine è più simile a quella di un fuoco abbandonato a sé stesso, che pian piano consuma la legna per poi spegnersi in una lenta agonia?

Non ne sono certo.
Mi avvicino allo specchio. Ancora. Ancora più vicino. Cerco qualcosa nella mia pupilla.

Ancora.

Che tu sia per me il Pulcinella

Un anno fa mio cugino si sposava.

Ci sono due cose, tra le tante, che fatico a sopportare: la comicità napoletana forzatamente simpatica e sboccata e lo scimmiottamento di modi e gestualità omosessuali per fare folklore. Erano presenti entrambi in un’unica persona: un tizio vestito da Pulcinella ingaggiato per allietare i convenuti.

Non sto scherzando o dipingendo una parodia.
A metà matrimonio si è presentato Pulcinella. La gente rideva. Io guardavo mio padre e domandavo: ma siamo parenti di costoro?

E ho riflettuto che, in realtà, sono cose che trovano consenso anche al di fuori del contesto di un matrimonio. Penso ad esempio alla tv, dove compare sempre un comico (o presunto tale) napoletano che fa il simpatico e il buffone. Oppure, dove c’è sempre un omosessuale che come ruolo recita la parte della checca isterica o istrionica.

Mi sembra paradossale, in un Paese dove – checché se ne dica – esistono rigurgiti di razzismo territoriale e omofobia. Se ci si pensa, però, non è così assurdo. La funzione della tv è simile a quella delle fiere europee dell’Ottocento, dove facevano esibire la “Venere Ottentotta” per intrattenere il pubblico che si divertiva e al contempo si percepiva superiore rispetto all’oggetto della propria ilarità.

Ecco, dopo tutti questi discorsi poi arriva Pulcinella al matrimonio e mi trovo in difficoltà a spiegare che qui non viviamo come dei selvaggi folkloristici.

I candidati perduti

Mercoledì son passato per la mia ex fuckoltà (che ora è un dipartimento). Decisione infausta. Avevo dimenticato che era tempo di tornata elettorale.

Entro e vengo agganciato da qualcuno che mi chiede se ho già votato. Poco dopo, una giovane matricola avvenente ed elegante, che ignora di essere stata selezionata da qualche smaliziato come semplice oggetto da esposizione (ne ho viste tante, così), prova a mettermi in mano un volantino elettorale. Il mio sguardo da “ritira quella mano o te la magno come Elijah Wood in Sin City” la intimidisce.

Tante facce nuove. Di tanti che conoscevo, nessuno più è rimasto.
No. Aspetta. Quello lì lo conosco. Uno c’è, quindi. Si è laureato ma continua a lavorare per la politica universitaria. È la sua quinta tornata elettorale, non si sarà stancato. Va be’, uno ci può stare.

Un attimo. Anche quell’altro lì lo conosco. Non ha mai lasciato la facoltà, anche lui alla quinta volta. Va be’, due ci possono stare.

Poi diventano 3. Quattro. Finché, non appare lui. Il decano dei politicanti universitari. Per lui sarà la settima volta.

Gente che vive una volta ogni due anni solo per questo. Per i restanti 728 giorni non li vedi più. Mai a seguire un corso, a dare un esame, neanche a prendere un caffè al bar. Travestono la loro occupazione come un compito messianico, un grande sacrificio frutto del loro incommensurabile senso di responsabilità. Io ricordo solo gli scambi di favori con il corpo docente, graduatorie erasmus farlocche, viaggi e scambi-studio e così via.

Non voglio propagandare l’immagine della politica che è sporca a qualsiasi livello, persino quello più basso e dei suoi esponenti corruttibili (e corrotti). È una concezione falsa e sbagliata. Però questi individui non mi aiutano.

Però, forse, non è neanche colpa loro.
infatti lì per lì ho immaginato che sarebbero i soggetti ideali per una storia horror-fantasy. I candidati perduti. Fantasmi che si aggirano tra le mura delle università, impossibilitati ad abbandonarle a causa di una maledizione. Una volta ogni due anni è consentito loro di riprendere una forma e un corpo, per potersi sfidarsi in una sanguinosa contesa.

Esco dalla fuckoltà. Io che posso.

Per cortesia, non siate meridianamente epifanici

Ho scoperto che da qualche mese lavora come consulente per il mio Comune uno dei massimi esperti del burocratese italiano, che nel 2010 è diventato famoso in tutta Italia per una sua lettera:

Ecco la lettera «capolavoro assoluto»
L’esempio di virtuosismo burocratico

Incollo l’incipit

Ho letto lo scritto emarginato in epigrafe con tutta l’attenzione che ha meritato. Nulla più Vediamo elenticamente perché. Da essa viene in emersione una apodittica concezione del diritto immaginato come un’astrazione da investire acriticamente. Infatti è meridianamente epifanica l’indifferenza contenutistica che implica meccanicisticamente un calco a rime obbligato: la devozione al culto del formalismo idealizzato come un rifugio onirico.