Esistere, resistere…desistere, forse

Spesso ci si fa del male solo per sentirsi vivi. Oggigiorno è sempre più facile essere limitati a esistere e nient’altro. Io esisto sulla mia carta d’identità, sul mio passaporto, sulla mia patente, sul mio codice fiscale, sulla mia tessera del WWF; esisto all’anagrafe del mio Comune, negli archivi della mia ex Università, nella banca dati dell’INPS, nella ASL locale.

Numeri e lettere, sequenze ordinate che mi identificano. Questo e nient’altro per rappresentare un essere umano, puro essere.

Esistere.

A Tokyo una sera in un ristorante di Ueno vidi un ragazzo e una ragazza seduti a un tavolo, uno di fronte all’altro. Per tutta la serata si tennero occupati con i rispetti smartphone, scambiando qualche parola tra di loro di rado. È questo esistere o vivere? E se la vita si fosse trasferita all’interno del mondo digitale, chi può dirlo con certezza? Forse quei due giovani sopperivano alle deficienze della loro esistenza trovando una via alternativa per la vita, perché è la nostra naturale inclinazione. Come la pianta che cresce verso la luce. Una luce artificiale di una lampada, perché il Sole non lo guardiamo più.

Resistere.

A volte cerchiamo vie errate, perché la fallibilità è parte della nostra natura. E ho come l’impressione che i margini di errore siano aumentati perché le opzioni offerte si sono moltiplicate. È come l’overdose di informazioni, abbiamo accesso completo alle fonti che vogliamo ma nel complesso stiamo diventando sempre più ignoranti. Non c’è più l’analisi, la verifica, la contestualizzazione. L’informazione è un lampo che colpisce e svanisce in un attimo.

Le persone si arrendono a tutto questo? Desistono?
Esistere e non esistere, vivere e non vivere. Quali sono i confini?

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