Dum inspiro, spero

POST A CONTENUTO FETICISTICO

Sto bevendo tè Hojicha[1]. Ha un odore fantastico. Ogni volta che apro il barattolo, avvicino il naso e chiudo gli occhi mentre inspiro. Ho la sensazione di essere investito da un’onda di colori caldi e pupazzi di stoffa, bottoni, legno e magie. Sì, sono molto lisergico nelle mie sensazioni, per questo i miei sogni notturni sono sempre un misto tra un quadro di Dalí, un film di Miyazaki e le comiche di Benny Hill. Stanotte, per fare un esempio, ho sognato che camminavo scalzo in una città che sembrava austriaca/ceca/della bassa Germania, dopo che in un aeroporto avevo sbagliato ascensore e mi ero ritrovato in una sorta di “dietro le quinte”: delle simpatiche vecchine mi indicano la strada per tornare indietro e io, dopo aver attraversato un piccolo giardinetto rustico, m’incammino scendendo da una strada collinare fino in città. Sempre scalzo, tra cosplayers, famigliole con bambini e soldati asburgici,  ascoltando Sono un ragazzo di strada nelle cuffiette. Roba da far impazzire persino Freud.

Tornando alle questioni di naso, ho un rapporto molto stretto col mio olfatto. È il senso sul quale faccio più affidamento.

Annuso molte cose. Come ho scritto nella mia presentazione, mi piace annusare i libri, ad esempio. Quando compravo ancora cd, appena aperta la custodia ne annusavo l’interno. L’odore degli inchiostri per le stampe dei libretti e delle copertine mi attirava come una droga.

Mi piace annusare l’aria dopo la pioggia, purché non sia quella delle strade della mia città: sa di anguilla ancora viva nella busta.

A proposito di cibo. Da bambino avevo l’abitudine di annusarlo prima di mangiarlo. A forza di sentirmi dire che è un gesto scostumato, ho smesso. Ma, a volte, di nascosto, lo faccio ancora.

Ho delle difficoltà coi cibi con un odore molto forte e deciso, come baccalà e cavoli. Per carità, son sicuro che siano cose buonissime, ma ho un blocco psicologico al solo pensare di mangiarli.
E dire che sono il tipo che non si rifiuta mai di assaggiare cose nuove. A casa dei famosi amici dell’Umbria (quelli amici dei francesi), una volta a pranzo mi hanno servito delle fette di pane tostato spalmate di paté di fegatini di pollo. Sicuramente saranno una prelibatezza e una particolarità locale apprezzata e sono conscio di essere io quello anormale o incompetente. Ma per me quello era l’odore più disgustoso e rivoltante che avessi mai sentito in vita mia. Per non offendere i presenti, mi feci forza e li mandai giù senza respirare. Nel frattempo, provavo a visualizzare con la mente le cose più buone e profumate che avessi mai mangiato. E di tanto in tanto ci infilavo in mezzo anche a qualche donna nuda, che non fa mai male come incentivo.
Non potrò mai dimenticare Jennifer Aniston che usciva da una vasca ricolma di cioccolato fondente fuso aromatizzato alla cannella (era il 2000 su per giù e l’ex signora Pitt era in grande spolvero).
Terminata la titanica (per me) impresa, quando mi videro col piatto vuoto sentii dire:
Ehi, è avanzata una fetta ancora. Diamola al ragazzo!
Il mio karma non è mai stato positivo.

Le ragazze. Inconsciamente credo di selezionarle in base all’odore.

Amavo l’odore della Sua pelle. Che poi dipendeva anche dal sapone che usava. Ogni volta, mi divertivo a chiederle cosa fosse, solo per sentir rispondere che era al cocco, con quella sua “o” molto chiusa che mi faceva sempre sorridere.
È bello perdersi tra i profumi del corpo di una donna. Oserei dire che è bello fare l’amore col naso, se non fosse che, detta così, è un’affermazione che presa letteralmente suona veramente strana persino per me. Chissà se esiste una categoria simile nei portali porno: il nose sexing.

Annusare. Il collo. I capelli. Una sua maglietta: in sua presenza, ovviamente: non sono mai stato un annusatore seriale di capi di vestiario, chiariamoci!

Il tè è finito. Nella tazza, ne restano ancora tracce dell’odore. Svaniscono pian piano. Inspiro. Spero.

E voi? Su quale senso fate più affidamento (potete anche rispondermi: il sesto: vedo i blogger scemi. Ovviamente riferito a me :D)?

[1] Praticamente, è un tè verde fatto con foglie di Bancha tostate.

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I cento metri – Al mercato dei ricordi

Cento metri di strada. Il Paese Reale.
Esco dalla stazione e mi accoglie un cordiale odore di piscio. Un autobus mi passa davanti regalandomi un aerosol di gasolio del ’90. Ottima annata.

Sul marciapiede, dei Testimoni di Geova distribuiscono opuscoli per ricordarti di tenerti pronto al Giudizio Universale. Io tiro dritto. Nel caso, per l’udienza finale mi procurerò dei buoni avvocati:

Saul Goodman

Dr. Gonzo

E già che ci sono, mi porto dietro il buon Walter Sobchak perché non si sa mai

Attraverso la strada attivando i sensi di ragno, perché la corsia preferenziale è un concetto opinabile.

Incrocio la solita vecchia coi capelli rossi e i leggings che bazzica di lì. Un’immagine che ogni volta mi provoca il desiderio di strapparmi i bulbi oculari.

Pesci rossi che nuotano in una vaschetta di polistirolo. Oggi sono tutti grigi. Avantieri ce ne erano alcuni rossi. La settimana scorsa, erano in maggioranza rossi e un paio grigi. Voglio sperare che ingrigiscano per vecchiaia fulminea o che quelli rossi vadano a ruba. Voglio sperare.
Sul lato opposto, il consueto venditore che da vent’anni (ch’io ricordi, potrebbero essere di più) vende automobiline di plastica e tubi per la doccia. Canzoni neomelodiche diffuse nell’etere. La pizza a portafoglio, un euro per sbrodolarsi di piacere. A quello che ha inventato il cono-pizza, dite di andare a farsi un giro.
Tanto pesce fuori la pescheria. La nottata sarà andata bene. Svolto l’angolo e un pakistano mi viene incontro. C’è sempre un pakistano che appare quando svolto quell’angolo, anche se è sempre diverso. Quanti ne sono? E, soprattutto: dove si nascondono quelli che appaiono in caso di pioggia?

Un femminiello[1] parla in modo concitato con un uomo.
Bambine di 8-9 anni camminano per strada a gambe larghe e pugni stretti come sceriffe.
L’alimentari che utilizza il marciapiede come corsia aggiuntiva per i propri scaffali di merce. Il negozio di bigiotteria del pakistano.
Il muro della scuola dove qualcuno ha lasciato una dedica sgrammaticata. Proprio lì di fianco, ha aperto uno pseudo circolo sociale-culturale. Ci sono anziani seduti al tavolo a giocare a carte all’interno. Altri tre anziani seduti fuori a chiacchierare. È scientifico: aprite un locale che dà sulla strada, arredatelo in modo essenziale con un tavolo al massimo e tante sedie e questo attirerà gli anziani.

Auto che parcheggia nello spazio in cui entrerebbe al massimo un triciclo.

Uno sgabuzzino aperto fronte strada. Davanti c’è un tavolino. Sopra il tavolino, una vaschetta in cui sono esposti in vendita due pezzi di baccalà. Qualche mese prima lì avevano un sacco pieno di noccioline. Prima ancora, un paio di sacchi di segatura. E poi, ancora prima, qualche fuoco d’artificio. Sempre tutto esposto alla vendita. E poi non ricordo altro, ma quello sgabuzzino fronte strada è un’attività commerciale che mi ha sempre destato perplessità. Meglio non farsi (e non fare) domande.

[1] Non chiamatelo semplicemente travestito. Il femminiello è un’icona sociale e culturale.

Cento metri più densi di fatti e cose di un’enciclopedia. In fondo, questa è enciclopedia umana. Lì il tempo pare che si sia fermato. Se tornassi tra 10 anni, troverei le stesse scene.

A cento metri da casa mia, invece, non c’è un bel niente.
Oggi, uno striscione fuori la villa comunale annuncia un “Mercatino dei ricordi” indetto per la prossima domenica.

Chissà se potrò portarvi i miei di ricordi, per venderli.
Chissà se qualcuno li vorrà. Sono ingialliti e accartocciati, come foglie d’autunno .
Come me, nel Novembre dei miei pensieri.

E comunque, al diavolo i francesi

Era a Parigi. Anno 2011.
Non ricordo in che zona fosse il locale. Arriviamo lì per una celebrazione tra amiche russe e c’è anche questo francese frutto di un incrocio tra Chris Martin e un impiegato dell’ufficio anagrafe. Con tanto di pancetta prominente e calvizie incipiente. Pensavo fosse un loro amico, invece era uno sconosciuto accomodatosi al tavolo per tentare una campagna di Russia. Povero illuso. Chiedere a Napoleone e a Hitler.

Il francese mi rivolge la parola. Gli dico, con le uniche parole di francese che conoscevo, che non parlo la sua lingua. Sembra ci rimanga male. A fine serata mi saluterà con disprezzo.
Bevo un litro e mezzo di Guinness e mangio anelli di cipolla, prima che la compagnia si trasferisca altrove. Potrei imitare Grisù[1] incendiandomi l’alito.

Andiamo nel Marais.
Due lesbiche si baciano appoggiate a una saracinesca. Sono più virili di me. Una c’ha i bicipiti più grandi della mia coscia.
Dobbiamo pisciare. Entriamo in un altro locale. C’è coda al bagno. Un tizio davanti a me mi fa un cenno come per dire “Sì. Devi aspettare”. Bel ragazzo.
Non mi rendo conto che è un locale gay fino a che non passa una giovane cameriera. Sono l’unico a voltarmi a guardarle il culo.
Un uomo pelato esce dal bagno e bacia il tizio davanti a me. Potevi trovare di meglio, amico mio.

Un paio di anni prima avevo avuto altri occasionali contatti con gli abitanti d’Oltralpe. Era in Umbria. Ricordi, Cassandra? Ti portai da lì un portachiavi di legno di ulivo per fartene dono al nostro primo, vero, appuntamento in quella pizzeria del Vomero[2]. Chissà se ce l’hai ancora. Ricordo ancora quando mi toccasti il gomito perché volevi prendermi sottobraccio ma poi, per timidezza, ti ritraesti, camuffando il gesto in un incitamento al suon di un “su, cosa mi racconti?”
Pardon. Sto divagando.
A casa di amici arrivano in visita dei loro amici dalla Francia. Un’allegra famigliola. Il capofamiglia mi rivolge la parola chiedendomi chissà cosa con una frase lunghissima. Hanno tutti questa pretesa che il mondo li capisca quando parlano. Ascolta, amico mio, non siete inglesi. Fatevene una ragione.
Questo è ciò che avrei voluto dirgli.

Il terzo contatto, in mezzo ai due, è stato all’Università. Ho fatto due esami di francese senza sapere nulla di tale lingua. L’unica cosa che ho imparato a dire è Le Ministere des Affaire Étrangères. Ah, e anche  Les Chevaliers du Zodiaque, ma solo perché avevo la versione francese di un videogioco per PS2.
Ah, no, un momento: so anche dire Je voudrais un verre de Sauvignon.

Per questo sul curriculum ho scritto: Francese – conoscenza sufficiente.

[1] Anche se degli anni ’70, ricordo che anche quand’ero piccolo tra fine ’80 e inizio ’90 in tv andavano in onda gli episodi di questo piccolo draghetto

[2] No, ma seriamente. Chi diavolo regala portachiavi di legno d’ulivo a un appuntamento??

Le quattro fasi della donna (extra bonus: il maschio)

Oggi voglio esaminare le quattro fasi che periodicamente attraversa una donna: la donna pessimista, la donna felice, la donna in crisi, la donna esaurita.
E che palle, Gin! Sempre a parlare delle donne?
Sono quelle più interessanti da analizzare. Gli uomini sono più banali sotto certi punti di vista. In appendice del post, comunque, ho deciso di aggiungere anche una parentesi maschile.

La donna pessimista è lo stadio finale della donna esaurita e anche quello che precede la fase donna felice. È arrabbiata con il mondo ma, principalmente, con le coppie stabili e durature. È delusa dall’amore e pensa che non troverà mai un uomo. Esce con amiche che la portano in giro per pietà e perché, sotto sotto, sanno che potrebbe capitare a loro la medesima situazione.
La vita della pessimista cambia da così a così una volta che inizia una nuova relazione. In questa fase sarà una donna felice. Improvvisamente scopre che la vita è bella, la sua pagina Facebook si riempie di canzoni smielate, guarda con disprezzo le donne acide e cattive, dimenticando che fino al giorno prima anche lei fosse così.
Dato che, purtroppo, l’amore è eterno finché dura, arriverà il giorno in cui la nostra donna felice si trasformerà in una donna in crisi. La prima cosa che fa la donna in crisi è andare dal parrucchiere. Attenzione: non ci va per farsi la solita spuntatina di un millimetro alle punte con shampoo e magari un tocco di tinta (costo medio della seduta: 30 euro), no. Cambierà totalmente acconciatura e magari anche colore, una cosa dal risultato scioccante.
Entra nel salone così:


Per uscirne così:


Un dettaglio importante. Lo stadio di donna in crisi può subentrare o alla fine della relazione o anche quando quest’ultima si sta avvicinando alla fine. Per questo, uomini, se la vostra donna cambia taglio di capelli, fatevi delle domande.
Terminato lo scempio della propria capigliatura, la donna in crisi, in quanto tale, comincerà a porsi domande esistenziali. Alternerà serate pigiama-divano-film/libri drammatici-pianto a serate alcool-alcool-pianto. Una mattina poi si alzerà dal letto e deciderà, dopo un bel pianto, di dire basta ai pianti.
È questa la fase in cui evolverà in breve tempo in una donna esaurita. La si riconosce perché, tendenzialmente, fa cose. Tante cose. Troppe. L’agenda della donna esaurita è più intasata di quella di un agente di Wall Street. Si iscrive a un corso di yoga acrobatico, va alle degustazioni di cucina sino-israeliana, frequenta un circolo di lettura di poesie cimiteriali, diventa attivista politica per la salvaguardia delle minoranze linguistiche nell’Oltrepò Pavese. Insomma, profonde tutte le sue energie in attività sostanzialmente inutili ma che desidererà condividere con gli altri. Massima attenzione quindi alle donne esaurite che frequentano corsi di cucina: sarete voi le loro cavie.
La donna esaurita sarà sempre stanca (per forza di cose), ma è anche quella a cui è più facile proporre attività: la contattate di sera per chiederle di partecipare alla maratona cinematografica del Signore degli Anelli e lei, pur dopo una giornata estenuante, dirà di sì.
Quando la donna esaurita non avrà più energie e sarà dimagrita di 10 kg a forza di girare come una trottola (oppure sarà ingrassata di 10 kg a forza di mangiare in modo sregolato), si trasformerà in una donna pessimista. E ricomincerà il tutto.

simbolo_maschio_250APPENDICE: IL MASCHIO
Come dicevo sopra, gli uomini sono più lineari. On e off, bianco e nero, sopra e sotto. Non attraversano fasi o stadi intermedi: periodicamente l’uomo da normale si trasforma in uomo con le crisi, semplicemente perché ogni tanto gli vengono dubbi sul proprio pene. L’uomo in crisi cerca cose che siano gratificanti per l’ego. Riempie una stanza di attrezzi da palestra che verranno utilizzati per un mese e poi prenderanno polvere per anni prima di essere rivenduti su Subito.it. Rifà l’impianto stereo della macchina. Prima della crisi economica, cambiava direttamente l’auto. Compra una chitarra, recupera degli amici del liceo e mette su una band. I più fedifraghi, infine, si cercano un’amante più giovane.

Due di coppie

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Campionario delle coppie (amanti, fidanzati, sposini e così via…) più strane e particolari con le quali avrete sicuramente avuto a che fare. Anzi, forse apparterrete a una delle categorie descritte, perché tutti prima o poi attraversano qualche fase di questo tipo!

La coppia Gogeta – Due persone in un solo corpo. Così si potrebbero sintetizzare i Gogeta. Escono di casa sempre e solo insieme, camminano sempre abbracciati, al ristorante occupano la spazio di una sola persona, probabilmente vanno anche al bagno insieme. La ciliegina sulla torta è il profilo Facebook unico. La fusione di due umani in un corpo solo con un’unica testa pensante. In genere, è quella di lei.

La coppia “Come parlaaa?” – L’Accademia della Crusca ha le loro foto con la scritta WANTED. Ascoltarli parlare è gradevole come il suono delle unghie sulla lavagna. Sono loro. Sono quelli che anche in pubblico parlano mettendo la “f” al posto della “s”, la “c” al suono della “t” e così via, perché devono esprimersi usando rigorosamente suoni pucciosi. Quelli che si riferiscono a loro stessi sempre con nomignoli del tipo “pataticola”, “pimpicioccola”, “ciccicoccolo” e altri orrori simili.

La coppia “Allegria portami via” – Il perché stiano insieme è per tutti un mistero. Quando escono sono allegri quanto i bevitori di assenzio di Degas. Così cupi e silenziosi che due sagome di cartone sarebbero più di compagnia. Quando aprono bocca finiscono per litigare, esibendosi in scenate nelle situazioni meno indicate, come feste, matrimoni e via dicendo. Lei è il tormento delle sue amiche, che contatterà solo per sfogarsi su quanto sia cattivo e bastardo lui. Ovviamente, lo farà alle 3 di notte oppure quando l’amica è alle prese con un esame importante o un progetto di lavoro stressante che dovrà mettere in secondo piano, perché altrimenti che amica è se non ascolta almeno tre volte alla settimana i piagnistei della sventurata in questione? Tutti si augurano che per lo meno facciano un gran sesso, ma la domanda a questo punto è: non potrebbero vedersi per trombare e basta, allora?

La coppia Beautiful – Dove Beautiful non sta per la bellezza (che non c’è affatto) del loro rapporto, ma per la soap opera. C’è di tutto nella loro storia: intrighi, tradimenti, voltafaccia…lui cornifica lei, che per ritorsione tradirà lui che poi partirà per lo sconforto andandosene 6 mesi a fare un dottorato in Nuova Zelanda…e poi alla fine tornano sempre insieme secondo copione.

La coppia gastroscopia – Slap slap mmh mmh. Se sentite questi suoni, tranquilli. Le lingue dei vostri due amici stanno esplorando le rispettive tonsille. Li invitate al cinema, limonano tutto il tempo. Li invitate a bere qualcosa, limonano tutto il tempo. Li invitate a una festa, si estraniano tutto il tempo per limonare. Vale lo stesso principio di quelli sopra: due sagome di cartone sono più di compagnia.

La coppia “Chi li ha visti?” – Una volta che si son messi insieme, scompaiono. Non li vedrete più in giro, diserteranno luoghi ed eventi comuni. Dopo un po’, stanchi di telefonate ed sms senza risposta, smetterete di cercarli e vi dimenticherete della loro esistenza. Loro non dimenticheranno voi: in momenti di crisi, di pausa o fine relazione, si rifaranno vivi per chiedervi di uscire con la vostra comitiva, perché, poveretti, si sentono soli.

La coppia Segreto di Pulcinella – Non stanno insieme, non si frequentano, non si piacciono neanche. Questo è quel che secondo loro gli altri pensano. Ci possono essere vari motivi per cui due persone non dicono agli altri che stanno insieme. Magari è una storia un po’ sconveniente, magari è timidezza. Oppure magari sono, giustamente, fatti loro. In realtà i loro amici sanno benissimo come stiano le cose e non perdono occasione per fare un sorriso, un’occhiatina, un leggera gomitata di intesa agli altri per sottolineare ogni minimo gesto dei due. Il segreto di Pulcinella cade quando arriva l’immancabile amico brillante di turno che pubblicamente al suon di “Ehi, vi ho visti appartati in macchina l’altra sera, complimenti, mi fa piacere per voi!” li getta nell’imbarazzo totale.

Come sempre, sono ben accetti suggerimenti su altre categorie 😀

Voodoo Girl

Va bene, ci ho preso gusto. Tim Burton non mi ha denunciato per aver messo mano alla sua poesia, quindi ci riprovo senza l’obbligo stavolta di doverne fare un soggetto cinematografico realizzabile. Ho scelto la poesia Voodoo Girl, di cui ho anche recuperato il testo dalla versione ufficiale italiana (Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie, traduzione di Nico Orengo, Einaudi):

ImmagineLa sua pelle è un panno bianco
ricucito da ghirigori di fili neri,
molti spilli colorati
nel suo cuore son puntati.

Ha un bel paio di occhioni
che usa per intontolire
i ragazzoni.

In sua malia
ha molti intronati
uno persino in Algeria.

Eppure anche lei è preda
di un maleficio da superstrega,
un sortilegio che non può
spezzare: se qualcuno le
si avvicina gli spilli si
fanno spina e nel cuore
vanno ad affondare.

Ho tratto spunto per l’idea e ne ho fatto un breve racconto.

Voodoo Girl

Le storie di questo genere iniziano sempre con uno stravagante scienziato un po’ folle che si costruisce un assistente. Oppure con un geniale ragazzo introverso che come rimedio alla solitudine si inventa un amico artificiale. Ma quella che narro non è una storia di questo tipo. Questo, è un racconto che nasce dall’odio e dalla vanità.
___Patty la Rossa e Cindy la Bionda non erano andate d’accordo sin dal primo sguardo. Anzi, da ancor prima che si guardassero negli occhi. Nate lo stesso giorno, dentro la propria culla del reparto di ostetricia della clinica di Greenwood l’una scalciava nella direzione dell’altra. Se la prima piangeva, la seconda strillava più forte. Se una taceva all’improvviso, l’altra si quietava a sua volta, per non apparire una frignona. Più che due bambine, Greenwood vedeva nascere una rivalità che avrebbe diviso due famiglie.
___I litigi delle due erano all’ordine del giorno e in città erano l’argomento principale di conversazione. Non che ci fosse qualcos’altro di eclatante di cui parlare, di solito. “Patty ha tirato una bambola nell’occhio di Cindy!”, “Cindy le ha dato un morso sul braccio!” erano queste le frasi che avreste sentito passando fuori il principale bar del paese. Che, tra l’altro, fungeva anche da aula per le assemblee cittadine, dato che il proprietario era anche il Sindaco di Greenwood.
___Divenute adolescenti, le ragazze non avevano cessato di farsi la guerra. Rivaleggiavano in qualsiasi campo: Patty era la stella della squadra di volley femminile, Cindy il capitano di quella di atletica. Nello studio i loro voti si rincorrevano, quando l’una prendeva una A al compito in classe l’altra otteneva una A+, sopravanzata dalla A++ che la nemica avrebbe preso alla prova successiva. Gli scherzi e i tiri mancini che le due si facevano erano originali e crudeli. Come quella volta che Cindy chiuse una puzzola nell’armadietto di Patty. O come quando Patty versò un richiamo liquido per cani da caccia sulla gonna di Cindy. Quella volta la Bionda venne rincorsa per tre interi isolati dai levrieri di Greenwood.
___La situazione divenne tragica quando iniziò a entrare in gioco il fattore R. R come ragazzo, R come Ricky Richardson, elemento di spicco della squadra di baseball del liceo. Se vi steste chiedendo quante squadre potesse mai avere un paesino poco rilevante come Greenwood, la risposta è: tante. Ogni studente era tenuto ad associarsi a un club sportivo, a meno di motivate e giustificate inabilità allo pratica agonistica. Più squadre voleva dire più sovvenzioni statali per il liceo. Ma torniamo a Ricky. Era l’oggetto del desiderio di Patty e Cindy, che se lo contendevano. Patty aveva fatto per prima la propria mossa, riuscendo a farsi invitare da lui a un party esclusivo. Peccato che alla stessa festa ci fosse anche Cindy, che in un momento di distrazione della propria nemica si avvicinò a Ricky per conversare e lanciargli sguardi ammalianti. Quando Patty tornò dal suo cavaliere era troppo tardi. Era già intento a scambiarsi affettuosità con l’odiata rivale.

fine prima parte – riposa gli occhi!

seconda parte – sei pronto? Vai avanti!

Dopo quella serata Patty decise che era ora di chiudere i conti una volta e per sempre. In soffitta aveva recuperato un vecchio libro di sortilegi e incantesimi appartenuto a una sua bisnonna, sospettata di praticare la stregoneria. Si raccontava che avesse trasformato in una gallina una donna che aveva tentato di rubarle quello che poi sarebbe stato il bisnonno di Patty. Erano solo dicerie, ma il fatto che in casa della bisnonna ci fosse a tavola brodo di gallina proprio il giorno della scomparsa della seduttrice, diede non poco da pensare.
___Seguendo le indicazioni del manoscritto, Patty sera dopo sera cucì e mise insieme una bambola con le fattezze di Cindy. Affinché la magia facesse effetto, era necessario che il manichino voodoo fosse il più somigliante possibile. Patty decise a tal proposito di farne uno di dimensioni naturali, della stessa statura della nemica. All’interno del petto la ragazza vi pose un cuore di stoffa e lana, infilzato da decine di spilli. Non appena il sortilegio sarebbe stato ultimato, Cindy avrebbe dovuto soffrire ogni volta che avrebbe visto il proprio amato Ricky, fino a che non sarebbe stata costretta a lasciarlo perdere per sempre a causa del dolore.
___Un lungo capello biondo di Cindy, legato alla testa della bambola, avrebbe permesso il trasferimento del maleficio. Quando fu tutto pronto, Patty si preparò a compiere l’ultima importante azione: recitare la formula per attivare la magia.
___Nel momento stesso in cui Patty disse l’ultima parola della formula, i grandi occhi della bambola presero vita e cominciarono a roteare per guardarsi intorno. Quando vide la ragazza, la Cindy-voodoo si sollevò per alzarsi, ma cadde in modo goffo battendo il volto sul pavimento. Patty lasciò cadere il libro e strillò, ma in casa non c’era nessuno che poteva sentirla. La bambola alzò la testa e cominciò a muoversi gattonando verso la propria creatrice, che indietreggiava cercando con le mani qualcosa con cui difendersi. Lanciò la lampada da scrivania, colpendo giusto in mezzo la fronte la creatura, che mugolò qualcosa di incomprensibile. Del resto, aveva le labbra cucite e non avrebbe potuto esprimersi in altro modo. L’attacco non la fermò, sembrò anzi animarla ancor più.
___Mentre Patty era arrivata ormai fuori la porta della propria stanza, la Cindy-voodoo si era alzata in piedi e si reggeva sulle proprie gambe. Non aveva impiegato molto per imparare a camminare. Si slanciò con le braccia di pezza per afferrare la ragazza, che tentò di divincolarsi e scappare. Una scarpa slacciatasi nel momento meno opportuno fece inciampare la povera Patty, che volò giù dalle scale, rompendosi il collo e anche qualche altro osso.
___La bambola restò in cima alle scale a fissare stranita il cadavere di Patty. Quando udì il rumore delle chiavi nella toppa, segno che qualcuno stava arrivando, tornò con le proprie gambe malferme nella cameretta, da dove fuggì gettandosi dalla finestra. Essendo fatta di lana e stoffa, non si procurò alcun danno nel cadere. Si allontanò indisturbata dalla casa, mentre le urla disperate della madre di Patty facevano accorre l’intero vicinato.
___Non è ben chiaro cosa fosse realmente successo. Forse l’odio che Cindy nutriva per Patty era così forte da trasferirsi nella bambola, che per questo avrà tentato di aggredire la propria creatrice. O, forse, le magie andrebbero lasciate a persone pratiche della materia.
___La notizia della morte di Patty fu un trauma per la cittadinanza. L’intera Greenwood era presente ai funerali, compresa Cindy, che fu vista in lacrime. È probabile che piangesse perché qualche ora prima aveva scoperto che l’amato Ricky Richardson aveva utilizzato tutto il suo fattore R per tradirla con Joanna la cheerleader. Per la depressione non si riprese più, i suoi voti cominciarono a peggiorare e la sua dieta si fece sempre più sregolata, tanto da farle perdere il posto nella squadra di atletica. Non riuscì ad avere la borsa di studio per il college e finì a lavorare in un locale notturno.

___Nessuno seppe mai della bambola. Il capello che la legava a Cindy era caduto via quando si era lanciata dalla finestra e l’incantesimo avrebbe dovuto quindi sciogliersi. Eppure c’è chi giura di aver visto, di notte, una figura femminile camminare barcollando per le campagne di Greenwood. Pare che, delle volte, questa si sieda su un grosso masso e passi la notte a fissare la Luna. Poggia una mano sul proprio petto e lo stringe, come se soffrisse.
Forse anche voi l’avrete intravista. Dicono che quel dolore sia una malattia. Lo chiamano amore. Ma questa è, come al solito, un’altra storia.

(se non mi vedete scrivere più è perché mi sarà arrivata qualche diffida dagli States)

I dolori del giovane runner

Era l’estate del 2000. Quella dei miei 15 anni. La Francia aveva da poco castigato l’Italia in finale degli Europei di Calcio, la Playstation 2 ancora non era arrivata in Europa e il Venerdì di Repubblica, in vista delle Olimpiadi di Sidney, aveva pubblicato un servizio fotografico sulle più belle atlete italiane. Tutte immortalate in bikini, intente a stare in posa a bordo piscina, sotto una cascata d’acqua e altro ancora. La cosa mi procurò degli innocenti (più o meno) pruriti adolescenziali. A qual tempo avevo la passione per le donne sportive, interesse nato alle scuole medie quando fecero la propria comparsa le Spice Girls: m’ero invaghito di Mel C, la Sporty Spice:


Poi capii in un momento successivo che non si è atleti mettendo una canotta di una squadra di basket. Io ad esempio avevo quella dei Chicago Bulls, con nome e numero di Michael Jordan che tra l’altro a quell’epoca aveva già lasciato la squadra. La indossavo anche per uscire la sera, a volte. Insieme ai pantaloni larghi che portavo ero un vero b-boy. O un clown.

La vita serale si svolgeva lungo 2-300 metri di strada. A quel tempo c’era un’isola pedonale permanente, panchine e alberi avevano sottratto di prepotenza l’asfalto alle automobili. Ogni gruppo sociale si era creato la propria nicchia ecologica. Talvolta le nicchie erano troppo a stretto contatto e volavano ceffoni tra animali di specie diverse. No, mi correggo. Se le davano all’interno dello stesso gruppo. La Polizia Municipale nel frattempo si dileguava. La pancetta da posto fisso non è utile a parare i ceffoni, perciò è opportuna una sana e decorosa fuga come prescriverebbe Sun Tzu.

Una delle nicchie che più mi incuriosiva era quella della gioventù alternativa o presunta tale. Con le loro barrette di titanio infilate un po’ ovunque sotto pelle e i jeans consunti, cadenti e strappati che in realtà erano più nuovi delle loro mutande. Trascorrevano la serata sui gradini di un negozio, nel pieno centro dell’isola pedonale. Tutti completamente immersi nel buio, causa un albero che oscurava il lampione di fronte e che proiettava in basso un cono d’ombra. Macché, era una piramide d’ombra, tanto era grande. Qui nascevano i miei dubbi. Se volevano starsene isolati e mostrare il proprio essere dissociati dal resto della massa, perché non andare a dissociarsi in una zona realmente priva di altre persone? Poi, ho realizzato. Come faccio a mostrare la mia dissociazione se non c’è nessuno a vedermi? E via così.

Fare sport a 15 anni voleva dire partita di calcetto al sabato. Unico schema: dove va la palla si corre. Più che calciatori, sembravamo uno sciame di moscerini. La partita finiva quando a qualcuno venivano i crampi (sempre a me), quando nessuno aveva più fiato o quando qualcuno sanguinava. Nel caso invece in cui il campo sportivo fosse stato prenotato immediatamente dopo di noi, la partita finiva per invasione di campo da parte delle squadre che dovevano giocare.

In tutto ciò cosa c’entra il titolo? Nulla, ma ho ripreso a correre  da una settimana. Essendo io sportivo della domenica, anzi, del sabato, corro solo col bel tempo. I dolori nascono dal fatto che la corsa, all’inizio che riprendo la pratica, mi fa venire mal di stomaco nelle ore successive. Chi corre capirà.

I’m a Time Lord

È quando la lancetta si aggira intorno alle 2 della notte che vengon fuori le conversazioni più interessanti. Tutte snodate intorno a un bicchiere, perché in fondo l’intera anima di una persona potrebbe entrare in un calice, in un flute, in un tumbler e così via a seconda del tipo di liquido. Siamo tutti fluidi che scorrono. C’è chi procede verso una direzione, chi in un’altra, chi si propaga a macchia, chi si blocca congelandosi, chi si mescola.

È in tal modo che viene fuori che ci sono anche altre persone che vivono la mia medesima sensazione di vivere di continuo il passato mentre compiono qualcosa nel presente. Sentire lo stesso senso di vergogna, inadeguatezza, per errori e sbagli, come se l’azione si stesse svolgendo in quell’esatto momento davanti a noi. Il più delle volte si sostituisce l’immagine della situazione (o della persona) del presente con quella del passato.

Ma io, che cerco sempre di distinguermi dalla massa (e anche dal peso, come dicono i chimici), vado anche più avanti. Oltre a vivere in contemporanea passato e presente, vivo anche il futuro. Vedo le conseguenze delle mie azioni, le reazioni degli altri, gli sviluppi.

Sono un Signore del Tempo, vivo immerso in passato, presente e futuro. E riesco a gestire tutti i pensieri in contemporanea, anche se il più delle volte sembro un gran distratto. Entro in una stanza e dimentico cosa stessi facendo, mi si presenta una persona e 2 secondi dopo il suo nome si è perso nell’oblio. Tutto perché chissà a cosa stavo pensando in quel momento.

Come si spegne la propria testa?

Ah, oggi ho fatto conquiste. Forse vittima del mio charme, questa pulzella incontrata per caso mi si è attaccata addosso. Però ho dovuto spezzarle il cuore, le ho detto che viviamo troppo lontano mentre io ho bisogno della micinanza. E poi i tuoi occhi verdi, seppur bellissimi, non si intonano con me.

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Staring girl

PREMESSA – Questo raccontino un po’ sul fantastico (altrimenti sarebbe inverosimile) nasce come idea per un cortometraggio che avevo proposto al laboratorio di cinema che sto frequentando. È ispirato a una poesia di Tim Burton, cui ho attinto per l’idea della bambina che fissa le cose. Purtroppo il soggetto non è entrato nei quattro selezionati per farne una sceneggiatura. Oggettivamente c’erano altre idee più valide (e spero che il Comune sganci i fondi perché vorrei lavorarci alla realizzazione) però con altre due potevo giocarmela, quantomeno in termini di maggiore praticità nella realizzazione, casomai in futuro le sceneggiature possano diventare cortometraggi. E pensare invece che uno dei soggetti selezionati prevede un museo arroccato su uno scoglio in mezzo al mare, credo ci voglia il budget di un film di Hollywood.
Il fatto è che io non sono molto bravo a vendermi, sono il tipo di persona che dice ma no ma dai fa schifo è poca roba non vale la pena ecc., infatti alla fine non è stata manco letta, l’ho solo raccontata a voce. E non faccio il modesto per finta, sono proprio così.

Questo è il testo originale

I once knew a girl
who would just stand there and stare.
At anyone or anything
she seemed not to care
She’d stare at the ground,
She’d stare at the sky.
She’d stare at you for hours,
and you’d never know why.
But after winning the local staring contest,
she finally gave her eyes
a well-deserved rest

Il mio racconto

Staring girl

Il ragno aveva catturato una falena. Con quattro zampe le impediva di muoversi e con altre due si era messo all’opera muovendole come le mani di un pianista. Suonava l’ultima melodia che avrebbe udito la sua preda: la sinfonia della morte.
___Alice seguiva la scena distesa sul proprio letto. Fissava il ragno all’opera. Erano tre mesi che quell’aracnide si era insediato in casa facendo di un angolino in alto della stanza la propria dimora. Tre mesi che ogni notte veniva osservato a propria insaputa. Alice fissava le cose, gli animali, le persone. Era capace di restare immobile per ore con lo sguardo fisso sullo stesso soggetto, se qualcuno non fosse intervenuto a portarla via. La madre cominciava a provare imbarazzo per l’atteggiamento della figlia. Per strada era un tormento andare a passeggio, la bambina all’improvviso si fermava come stregata a osservare una formica su un filo d’erba o un’anziana signora alla fermata dell’autobus. Tale scena si ripeteva di frequente, al punto che una semplice commissione che avrebbe richiesto un quarto d’ora si prolungava nel tempo in maniera indefinita.
___Alice non era stata sempre così. Fino all’età di 8 anni era stata una tranquilla e normale bambina come tante altre. Aveva sviluppato quella singolare abitudine da circa un anno. Da allora, erano passati 365 giorni senza che chiudesse mai gli occhi, neanche per trovare ristoro nel sonno. 365 giorni dalla morte del padre in un incidente stradale.
___Era stato un attimo. Un segnale non rispettato, lo stridio dei freni, il suono dell’impatto e le lamiere che si contorcono. Per suo padre non ci fu niente da fare. Alice in quel momento dormiva sul sedile posteriore. Era crollata dal sonno per stanchezza, l’auto le faceva sempre quest’effetto. Era reduce da una festa di compleanno di una compagna di classe, il padre era passato a prenderla tornando dal lavoro. Alice era uscita illesa dall’incidente, ma non era più la stessa.
___Nei mesi successivi la madre si era rivolta a vari specialisti, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti per l’infanzia. Nell’elenco era assente un santone indiano ma solo perché non ne conosceva qualcuno, altrimenti l’avrebbe portata anche da lui. Pillole, omeopatia, rimedi erboristici e terapie i metodi di cura proposti.  Non ci fu mai alcun risultato positivo. La bambina non dormiva più. E fissava le cose.
La prima terapeuta che la visitò le chiese
– Dimmi, Alice: come mai non chiudi gli occhi?
Alice, che nel frattempo stava fissando un bonsai di abete sulla scrivania della dottoressa, rispose con voce monocorde
– Perché così posso controllare le cose.
___Fu questa la risposta che si sentì dire chiunque seguisse il caso della bambina. Cominciarono a interessarsi anche specialisti da altre zone Paese, attirati dallo scalpore che aveva fatto la notizia della bambina che fissava. Specializzandi universitari chiedevano l’esclusiva della storia per farne un caso di studio. La madre fu costretta a cambiare numero di telefono per avere un minimo di tranquillità.
___A scuola il cambiamento di Alice provocò reazioni differenti. Le maestre ignorarono presto la stranezza della proprio alunna, anche perché restava comunque una scolara diligente. Se interrogata rispondeva in modo corretto, anche se in quel momento stava fissando qualcosa che aveva visto fuori la finestra. Ciò su cui avevano rimostranze era semmai l’effetto che aveva sugli altri. Il fatto che li fissasse, poteva indurre gli altri bambini a distrarsi o peggio, turbarli. Le insegnanti consigliavano spesso alla madre di portare la figlia in un altro istituto, dove magari fossero presenti altri studenti “particolari”.
___I compagni l’avevano isolata. “Sei strana!”, “Fai paura!”, “Ragazzi, arriva la strega che vi ipnotizza!”, dicevano. Nell’intervallo allora Alice restava sempre da sola e non giocava con nessuno.
___Un giorno in classe arrivò un nuovo alunno. Marco, un bambino ipovedente. Non ebbe molta difficoltà a integrarsi, anche se durante la ricreazione non partecipava ai giochi degli altri. Restava seduto al proprio banco, proprio di fianco a quello di Alice. I due strinsero amicizia in breve tempo. Parlavano spesso. Alice prese a fissarlo. Anche durante la lezione continuava a osservarlo, disinteressandosi di qualunque altra cosa. Gli altri bambini se ne accorsero e iniziarono battute e risate.
___Marco, alle cui orecchie non erano sfuggiti i commenti dei compagni, durante una pausa entrò in argomento.
– A scuola dicono che fissi le persone.
– Non tutte le persone. Solo quelle a cui voglio bene.
– Tu mi fissi?
– Sì. Io ti fisso tanto.
– Perché?
– Perché se chiudo gli occhi tu scompari.
E restarono in silenzio. Poi Marco allungò il braccio verso Alice. La mano andò timidamente a cercarne il viso, dove si poggiò con delicatezza. La accarezzò. Lui le disse
– Io non ti vedo. Eppure tu sei qui. Non scompari.
Alice aprì la bocca ma non seppe come replicare. La mano di Marco era intanto ancora poggiata sulla guancia. La toccò.
E poi alla fine sorrise e chiuse gli occhi.

Esistere, resistere…desistere, forse

Spesso ci si fa del male solo per sentirsi vivi. Oggigiorno è sempre più facile essere limitati a esistere e nient’altro. Io esisto sulla mia carta d’identità, sul mio passaporto, sulla mia patente, sul mio codice fiscale, sulla mia tessera del WWF; esisto all’anagrafe del mio Comune, negli archivi della mia ex Università, nella banca dati dell’INPS, nella ASL locale.

Numeri e lettere, sequenze ordinate che mi identificano. Questo e nient’altro per rappresentare un essere umano, puro essere.

Esistere.

A Tokyo una sera in un ristorante di Ueno vidi un ragazzo e una ragazza seduti a un tavolo, uno di fronte all’altro. Per tutta la serata si tennero occupati con i rispetti smartphone, scambiando qualche parola tra di loro di rado. È questo esistere o vivere? E se la vita si fosse trasferita all’interno del mondo digitale, chi può dirlo con certezza? Forse quei due giovani sopperivano alle deficienze della loro esistenza trovando una via alternativa per la vita, perché è la nostra naturale inclinazione. Come la pianta che cresce verso la luce. Una luce artificiale di una lampada, perché il Sole non lo guardiamo più.

Resistere.

A volte cerchiamo vie errate, perché la fallibilità è parte della nostra natura. E ho come l’impressione che i margini di errore siano aumentati perché le opzioni offerte si sono moltiplicate. È come l’overdose di informazioni, abbiamo accesso completo alle fonti che vogliamo ma nel complesso stiamo diventando sempre più ignoranti. Non c’è più l’analisi, la verifica, la contestualizzazione. L’informazione è un lampo che colpisce e svanisce in un attimo.

Le persone si arrendono a tutto questo? Desistono?
Esistere e non esistere, vivere e non vivere. Quali sono i confini?

Shah Mat

Alfiere Nero attacca Regina Bianca.

Qualcuno poggia nella mia mano un bicchiere con un liquido ambrato. Annuso. Emana un effluvio di legno affumicato. Intorno a me risa, urla, pianti, lingue che si cercano. Mi allontano, cerco rifugio nell’ombra, perché è da lì che provengo ed è lì che anelo ritornare. A passo lento, come nella mia condizione immutabile di pedone. 13 passi, 13 come un numero poco propizio.

Guardo dentro il bicchiere. Lui guarda dentro di me e vi trova l’abisso nel quale tuffarsi. Un ganglio nervoso mi si blocca, il mio umore scivola verso l’infastidito ostile. Comincio a imprecare. Preferirei tornare a casa.

La Regina Bianca intanto è caduta.

Andiamo via. Accelero il passo volando sul basolato. Adesso ho il passo della torre, quella in cui mi rinchiudo.

La bellezza di questa città sta nel suo centro di vie e piccoli vicoli dal sapore antico, che parlano di storie diverse. La bruttezza sta nel sudicio che trasuda e che vorrei lavare via con gli idranti e, se di tempo ne avanza, cogliere l’occasione per lavare anche i miei pensieri.

Shah Mat, Monsieur. Un’altra partita?

No, grazie. Io non so neanche giocare.