La goccia

Fu un attimo.
Nel momento in cui prese coscienza del buio arrivò la luce. All’inizio vedeva tutto sfocato, non era in grado di distinguere i contorni delle cose. Macchie di un verde molto scuro incorniciavano un luminoso sfondo azzurro. Si accorse di essere sottosopra. Provò a girarsi e in quel momento crebbe un poco. Guardò di sotto. Il suolo era quasi nero. La pioggia del mattino l’aveva reso di quel colore, ma lei non poteva saperlo.
“Quasi quasi era meglio guardare su” pensò. In effetti quel terreno non presentava molte attrattive. Non c’erano fiori, né piantine verdeggianti. Solo qualche rado ciuffetto d’erba e foglie secche e sassolini. Un paio di limoni ocra spento erano aggrediti da una muffa verde. Dovevano essere caduti da molto.

La goccia si guardò intorno. Ora riusciva ad avere una visione più chiara. C’erano tante foglie verdi, ellittiche, con una faccia scura e l’altra più chiara. Tra di esse spuntavano enormi cose gialle e butterate, dalla forma ovale che terminava con una punta conica. “Forse diventerò anche io così” le venne in mente, e quel pensiero la inquietò un poco “Che brutti che sono!”. Ebbe un tremito. Si era gonfiata un altro pochetto. Da piccola mezzaluna era passata ad assumere una forma più tondeggiante. Raggi di sole la attraversavano facendole il solletico mentre la scaldavano. Giochi di luce si alternavano sulla sua superficie a seconda di come osservasse sé stessa. Si sentiva bella. Rifletté un attimo “No, io non potrò certo diventare orrenda come quegli affari!”.

Cominciò ad avvertire un senso di costrizione. Qualcosa su in cima sembrava tirarla, mentre dalla parte opposta lei si sentiva più pesante. Due forze lottavano in senso contrario anche se quella che la trascinava giù sembrava più forte. Ora però riusciva a guardare meglio in alto. Realizzò di essere appesa alla punta di una foglia, una di quelle più esterne, protesa come a cercare di afferrare più luce possibile.
La goccia adesso aveva assunto contorni piriformi. Riusciva a ondeggiare alla timida brezza che intermittente spirava. Non le piaceva quella sensazione. Era divertente ondeggiare ma il vento le faceva sentire freddo.

Un sussulto violento la lanciò in avanti e poi indietro e ancora avanti. Stava quasi per staccarsi, ma restò incollata alla foglia. Un passerotto si era infilato tra i rami dell’albero e poi era scappato via, causando quel sommovimento. La goccia vide l’uccellino e ne rimase affascinata. Credette che fosse nato dall’albero. “Voglio fare anche io così!” disse e pensò che mano mano che essa cresceva sarebbe diventata in grado di volare via allo stesso modo.

All’improvviso precipitò. Quel legame con la punta della foglia, fattosi esile sino a ridursi a una coesione di poche molecole, si era interrotto. La goccia cadeva e cambiava forma, ora si sentiva schiacciata mentre i suoi fianchi si estendevano.

“Diverrò grassissima!” esclamò in tono preoccupato. Ma poi capì che finalmente era diventata libera. Libera di andare via dove le piacesse.
“Diventerò grande, esplorerò. Magari sarò proprio come quell’essere che ho visto prima! Voglio viaggiare, conoscere, è tutto così esteso e smisurato!”
E in quell’istante si schiantò al suolo e morì.

Quale può essere la morale (se c’è ne sia una) della storia?
Un saluto dai limoni del mio giardino

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