Notturno in Fa minore

Stanotte ho rischiato di andare a sbattere,
le gomme si son bloccate e l’auto è andata lunga all’incrocio, sull’asfalto vestito di una patina d’acqua. È andata bene che, inoltre, non venisse nessuno di lato. Ma non per la mia incolumità, quanto per la rottura all’una di notte di ritrovarsi alle prese con un incidente.

Poi dopo ho pensato.

Ho realizzato
Nella mia vita vivo sempre col piede sul pedale del freno e una mano sulla leva del freno a mano
eppure poi finisco per slittare e andare a sbattere
Mi faccio del male perché non ho carrozzeria adeguata
Dovrei fare palestra dell’anima.

E sogno
di vivere in un romanzo ottocentesco
dove alla fine il malcapitato va comunque a sbattere
ma almeno il tachimetro della sua vita ha oltrepassato la metà

E penso
se non sono nemmeno in grado di prenderti la mano e dire una parola di conforto
Io nell’800 sarei stato proprio l’ultimo dei pirla

Buonanotte, ci vediamo
possibilmente scostati

che sennò vado a sbattere su di te.

Trovo molto interessante la mia parte intollerante #2

Questa settimana, non avendo idee per scrivere qualcosa di originale, riprendo un post di qualche settimana fa e lo integro con qualche altra cosa che trovo faticoso sopportare. Ovviamente, parliamo di amenità, sciocchezzuole, beninteso.

  • Non sopporto vedere unghie mangiucchiate e a maggior ragione non amo che si mangiucchino in mia presenza: sentire il “clac” dell’unghia sotto i denti mi fa rabbrividire. Ah, mi presento: io mangio la pelle intorno i pollici.
  • Non sopporto le prefazioni e le introduzioni dei libri, in modo particolare quelle troppo lunghe: mi sento obbligato a leggerle per rispetto di chi le ha scritte e poi non si sa mai contengano informazioni utili. Peccato che quest’ultima cosa sia vera in pochi casi.
  • Non sopporto chi non ti fa completare una frase tempestandoti di domande. Es.:
    Sai, ieri sera ho mangiato una pizza particolare…
    Dove sei andato?
    In quella pizzeria a Vergate sul Membro, cmq c’era questa pizza…
    Ah, quella pizzeria di fronte il benzinaio?
    Sì…comunque…
    Sei andato per la strada normale o la superstrada?
    La strada all’interno…non avevo fretta…dicevo…
    Era buona la pizza?
    Sì, ti stavo appunto dicendo che…
    Quanto si paga?
    (e poi va avanti va avanti va avanti…)
  • Non sopporto quelli che suonano il clacson quando scatta il verde al semaforo. Puoi anche riuscire a partire come Fernando Alonso e bruciare sul tempo tutti quelli dietro, ci sarà sempre chi sarà più veloce di te nel suonare il clacson per dirti di muoverti.
  • Non sopporto i genitori che fuori casa lasciano i figli allo stato brado, incapaci di fargli capire come comportarsi. Caro bambino che nel 2010 su un intercity Napoli – Pisa mi desti un calcio sul ginocchio – con tua madre che assisteva con calma zen – che sarebbe valso l’espulsione immediata e una squalifica per 2 giornate, sto aspettando che tu diventi maggiorenne per restituirtelo.
  • Non sopporto le canzoni che non ti piacciono ma che all’improvviso iniziano a suonarti in testa. Ieri mattina mi sono svegliato con Antonio Maggio che mi ripeteva mi piacerebbe sapere…e farmi male farmi male farmi male
  • Non sopporto i suggerimenti sballati di Spotify o Youtube per la musica. Hai ascoltato Nick Cave? Ehi, prova Anna Tatangelo!
  • Non sopporto quelli che quando ti parlano ti toccano. Ne esistono diverse categorie:
    il pugile, che ti dà colpetti come per logorarti;
    il doganiere, che ti tocca un po’ ovunque come per perquisirti;
    l’intimidatore, che ti stringe il braccio come se ti dovesse chiedere il pizzo;
    Zidane: questo in realtà non ti tocca ma avvicina la testa come se volesse darti una testata.
  • Non sopporto la domanda Sei solo tu? quando sei arrivato puntuale a un appuntamento e il primo dei ritardatari che arriva, vedendoti, domanda ciò.
    Risposta: no, c’è anche l’uomo invisibile qui con me. Scusalo, è un po’ timido.
  • Non sopporto la domanda Tanto che hai da fare? Qualche volta vorrei avere la prontezza di spirito e il fiato per dare una risposta stile Dottor Cox:
    Cosa ho da fare? Qualsiasi cosa che ritengo più interessante di ciò che mi chiedi, ad esempio vedere tutti i film di Bela Tarr in lingua originale cioè l’ungherese compreso Sátántangó che dura più di 7 ore, andare a un comizio di Scilipoti, iniziare a collezionare la lanetta che si forma nell’ombelico, girare le edicole per recuperare i numeri mancanti della raccolta a fascicoli delle targhe automobilistiche degli Stati Uniti, guardare i Festival di Sanremo dal 1955 a oggi, convincere un complottista che non esistono le scie chimiche, convincere un debunker che esistono le scie chimiche, far incontrare l’ex complottista e l’ex debunker e assistere alla conversazione…
    …e, ovviamente, i film con Hugh Jackman!

Come l’altra volta, se avete altre proposte, sfogatevi! 😀 (potete pure scrivere: non sopporto i blogger che fanno liste di cose che non sopportano…)

La goccia

Fu un attimo.
Nel momento in cui prese coscienza del buio arrivò la luce. All’inizio vedeva tutto sfocato, non era in grado di distinguere i contorni delle cose. Macchie di un verde molto scuro incorniciavano un luminoso sfondo azzurro. Si accorse di essere sottosopra. Provò a girarsi e in quel momento crebbe un poco. Guardò di sotto. Il suolo era quasi nero. La pioggia del mattino l’aveva reso di quel colore, ma lei non poteva saperlo.
“Quasi quasi era meglio guardare su” pensò. In effetti quel terreno non presentava molte attrattive. Non c’erano fiori, né piantine verdeggianti. Solo qualche rado ciuffetto d’erba e foglie secche e sassolini. Un paio di limoni ocra spento erano aggrediti da una muffa verde. Dovevano essere caduti da molto.

La goccia si guardò intorno. Ora riusciva ad avere una visione più chiara. C’erano tante foglie verdi, ellittiche, con una faccia scura e l’altra più chiara. Tra di esse spuntavano enormi cose gialle e butterate, dalla forma ovale che terminava con una punta conica. “Forse diventerò anche io così” le venne in mente, e quel pensiero la inquietò un poco “Che brutti che sono!”. Ebbe un tremito. Si era gonfiata un altro pochetto. Da piccola mezzaluna era passata ad assumere una forma più tondeggiante. Raggi di sole la attraversavano facendole il solletico mentre la scaldavano. Giochi di luce si alternavano sulla sua superficie a seconda di come osservasse sé stessa. Si sentiva bella. Rifletté un attimo “No, io non potrò certo diventare orrenda come quegli affari!”.

Cominciò ad avvertire un senso di costrizione. Qualcosa su in cima sembrava tirarla, mentre dalla parte opposta lei si sentiva più pesante. Due forze lottavano in senso contrario anche se quella che la trascinava giù sembrava più forte. Ora però riusciva a guardare meglio in alto. Realizzò di essere appesa alla punta di una foglia, una di quelle più esterne, protesa come a cercare di afferrare più luce possibile.
La goccia adesso aveva assunto contorni piriformi. Riusciva a ondeggiare alla timida brezza che intermittente spirava. Non le piaceva quella sensazione. Era divertente ondeggiare ma il vento le faceva sentire freddo.

Un sussulto violento la lanciò in avanti e poi indietro e ancora avanti. Stava quasi per staccarsi, ma restò incollata alla foglia. Un passerotto si era infilato tra i rami dell’albero e poi era scappato via, causando quel sommovimento. La goccia vide l’uccellino e ne rimase affascinata. Credette che fosse nato dall’albero. “Voglio fare anche io così!” disse e pensò che mano mano che essa cresceva sarebbe diventata in grado di volare via allo stesso modo.

All’improvviso precipitò. Quel legame con la punta della foglia, fattosi esile sino a ridursi a una coesione di poche molecole, si era interrotto. La goccia cadeva e cambiava forma, ora si sentiva schiacciata mentre i suoi fianchi si estendevano.

“Diverrò grassissima!” esclamò in tono preoccupato. Ma poi capì che finalmente era diventata libera. Libera di andare via dove le piacesse.
“Diventerò grande, esplorerò. Magari sarò proprio come quell’essere che ho visto prima! Voglio viaggiare, conoscere, è tutto così esteso e smisurato!”
E in quell’istante si schiantò al suolo e morì.

Quale può essere la morale (se c’è ne sia una) della storia?
Un saluto dai limoni del mio giardino

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Provincia meccanica

Sono contiguo alla zona rossa. Il che vuol dire che non posso lavarmi nel fuoco. Tra l’altro, in verità, in verità vi dico che io neanche lo vedo il mezzo cono di Mr. V. Faccio parte dell’altra metà del territorio. In ogni caso chi si augura catastrofi geologiche dovrebbe rammentare che poi gli toccherà ospitare gli sfollati, come prevede il piano di evacuazione. E non sarà bello. Non sopporto io la gente di qui figuriamoci chi non ci ha mai avuto a che fare.
No. Sono scorretto e ingiusto. Anche nelle sue ordinarie ramificazioni le vite degli altri sono sempre interessanti. Oggi Antonella avrà fatto l’amore. Qualcuno le darebbe della poco di buono. Perché se sei uomo e fai 50 km per raggiungerla il coito è il minimo che tu debba pretendere. Anzi, magari per alcuni andrebbe scritto nella Costituzione come diritto dell’individuo. Tanto la nostra Carta viene sempre nominata ma nessuno la legge mai. Ma se sei donna, invece, e fai 50 km per stare tra le sue braccia, sei una proterva meretrix come avrebbe detto Cicerone, quello di cui devi cercare su internet la traduzione per il compito.
Eppure poi in treno parliamo senza pudori del davanzale di Arisa a Sanremo. Questo Sanremo che non piace a nessuno ma tutti lo guardano e ne sono informati. È un po’ come la politica. Quando c’era Bersani era meglio ci fosse stato Renzi, ora che c’è Renzi sarebbe stato meglio non ci fosse mai stato. E sembra non si possa dire per chi si voti, ma non perché il voto sia segreto ma perché è fallibile. La democrazia è il regime dell’errore. E sia sempre così, perché autocrazia e totalitarismo non contemplano lo sbaglio.
L’errore però deve essere una eventualità, non l’ordinario. Invece abbiamo reso straordinario ciò che dovrebbe far parte della quotidianità, salutiamo come un lieto evento il fatto che qualcuno abbia fatto il proprio dovere. Come quando il treno arriva puntuale. Ti fa pensare che la tua giornata cominci sotto una buona stella.

Se Vasco Brondi vivesse qui camperebbe di rendita. Me lo immagino cantare:
Questa cazzo di circumvesuviana
coi suoi binari scarsi
e tu che soccombevi
in mezzo agli operai
su cui svetterà
la gigantesca scritta FIAT
E mi fermo qua perché non vorrei dargli ispirazione.

E poi preferisco ascoltarmi i Pontiak

Esemplari social che ti rendono asocial

La bellezza (o la bruttezza) di Fb è che ti fa scoprire cose sulle persone che conosci di cui non avevi alcun sentore o sospetto. Il che ti lascia con la domanda: ma davvero ho questi personaggi tra le mie cerchie?
Mi sono addentrato nel loro habitat naturale a rischio della mia incolumità per cercare di carpirne i segreti.

Il Dagospia – Il contestatore, il “Vergogna!”, quello che “Chissà cosa c’è dietro”, l’uomo del “Quanto hanno speso?”. Solitamente si interessa all’attualità, spaziando tra politica ed economia. A volte commenta la cronaca nera per dire la sua versione che non coinciderà ovviamente con quella degli inquirenti. Non definitelo giornalista mancato, perché odia i giornalisti. Quando è stanco utilizza la tecnica del “Show, don’t tell” e diventa contestatore silenzioso: non scrive alcun commento per le cose che pubblica ma si limita a condividere articoli, immagini, video scomodi o provocatori per dimostrare qualcosa. Romanziere.

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Quello delle verità nascoste – L’unico scopo della sua presenza su Facebook è quello di rivelare a voi comuni mortali la presenza di basi militari segrete sotto le vostre cantine, esperimenti per creare ibridi uomo-Borghezio, tunnel sotterranei creati da un popolo mitico per evitare i caselli autostradali. La sua distribuzione di bufale supera quella di un caseificio di Agropoli, trovando anche consenso tra qualche suo contatto che condivide perché “non si sa mai, magari è vero”. Coincidenza? Io non credo.

Il buon pastore – Non passa giorno che non ricordi ai suoi contatti la grandezza di Dio, citando qualche passo del Vangelo o pubblicando immagini di Angeli e Gesù. Sostanzialmente innocuo, può diventare rancoroso e feroce in presenza di temi scottanti e molto sentiti. Può occasionalmente entrare in contrasto con Quello delle verità nascoste quando si ritrovano in territori di interesse comune: il Vaticano, la Bibbia, i miracoli e così via.

Il ninja – Non aggiorna il proprio profilo da quando si è iscritto, non pubblica nulla dal 2008. Qualcuno pensa che sia estinto, qualcun altro ha dimenticato anche di averlo tra gli amici. In realtà la sua caratteristica principale è quella di essere invisibile ma presente. Quando lo incontri per strada ti dirà cose del tipo “Ehi, ti ho visto in foto con quella tizia, quella che frequenta il corso di accordatura di violino ed è stata a Orgiate di Sopra, è la tua ragazza?” e tu cerchi di ricordare a cosa diavolo si stia riferendo e perché sappia più cose lui di te. Inquietante.

La Volina – Quella che passa le proprie giornate a condividere immagini artistiche di un uomo e una donna abbracciati/che si tengono per mano/che si baciano, magari nudi in penombra, con accanto scritte del tipo “L’amore vero è quello che bussa alla porta e ti prende e ti porta via e la vita è un mazzolino di speranze nell’angoscia della notte”. Il suo guru è Fabio Volo, del quale oltre a condividerne estratti dei libri comincia a imitare lo stile, scrivendo perle di saggezza del tipo “Se non hai emozioni non ti emozioni”, “Se non ami non stai amando”, “Se non hai chiuso il gas occhio che ti scoppia la casa”. Si consiglia di assumere Brunello Robertetti.

La bocciofila – Quella che cambia immagine del profilo due-tre volte al giorno, rigorosamente mettendo in primo piano le sue generose ghiandole mammarie. Il commento tipico alle sue foto (proveniente dal pubblico maschile) è “Come sei bella!”. I più originali tentano di sviare dall’oggetto delle loro attenzioni scrivendo “Che bel sorriso!” o “Che begli occhi!”. I più arditi si lanciano in un “Bellissima, sei un amore”. In realtà stanno pensando tutti a una cosa sola e non è la squadra del Fantacalcio da schierare domenica. Il nemico tipico di questa donna è Il Dagospia, che nella sua veste di moralizzatore e contestatore pubblico le farà notare con tono pungente l’uso e abuso delle bocce. Al che la nostra eroina reagirà rivendicando la libertà di una donna di esibire quanto le pare le proprie mammelle e aggiungendo che se uno si focalizza solo su quelle è evidente che sia un cosiddetto morto di f. e così via, perpetuando uno scontro che va avanti dai tempi di Adamo ed Eva (che mostrò le sue grazie al serpente tramite Whatsapp).

Il collezionista Per lui Facebook dovrebbe chiamarsi Fuckbook, da bambino collezionava le figu, ora da adulto colleziona le fighe; l’elenco degli amici è in realtà un catalogo IKEA dove andare a pescare i pezzi più convenienti tra un vasto assortimento. Cacciatore instancabile, la sua tecnica si basa sulla quantità: più contatti uguale più possibilità. La sua preda preferita è La Volina, da lui ritenuta ingenua e desiderosa di attenzioni e perciò cedevole. Il suo nemico naturale è La donna cornuta, per questo motivo la specie del collezionista non gode di un’elevata longevità. Non è inusuale, infatti, che un esemplare finisca spesso pubblicamente sputtanato da un’amante tradita o raggirata. Ho visto account craccati dove donne furiose rivelavano tutte le trame di questo individuo. Ma come l’araba fenice, Il collezionista è in grado di risorgere dopo un periodo di oscurità sotto le spoglie di un altro account. Per ricominciare imperterrito.

Il PR – Appena dopo che l’hai aggiunto dovrai immediatamente bloccarlo, perché comincerà a inondarti di notifiche. Il PR si nutre di eventi, da lui organizzati o pubblicizzati da altri. La sua tecnica è la raffica di inviti. L’habitat naturale è costituito da un divano e un tavolino basso. Presente in migliaia di foto sempre con un sorriso a 64 denti come un politico in campagna elettorale, ha il suo alleato principale nella Fashion Victim che partecipa alle sopracitate serate, quella che non va in discoteca ma va “nel locale”, perché discoteca è un termine antico. La F. V. pubblica regolarmente reportage fotografici dei suoi fine settimana, passati sotto una decina di filtri Instagram che, aggiunti agli strati di trucco – pardon, di make up – del soggetto, le donano l’aspetto del clown del McDonald’s.

L’aquila – È responsabile dei maggiori traumi da craniate sul muro, perché quando vedi una persona che non è in grado di afferrare concetti elementari o di cogliere l’ironia, l’unica reazione possibile è una testata contro il cemento per dimenticare. Vive in simbiosi con Quello delle verità nascoste, come il pesce pilota per lo squalo o l’uccello-guardiano per il rinoceronte: per la sua boccalonaggine è infatti il primo a cibarsi delle baggianate del sopracitato individuo.

ScroogeWebEbenezer Scrooge – Quello che passa il tempo a contestare tutte le mode e le tendenze della rete, a denunciare futilità e consumismo delle feste comandate, a etichettare tutto come una fandonia, una bubbola. Ovviamente odia tutte le categorie presentate qui sopra.

E adesso provate a indovinare che tipologia sia io 😀

Detesto il provvisorio

Le mani nelle tasche del cappotto e il collo sprofondato nel bavero, stringo intorno a me calore da non lasciar fuggire via. Il clima in questi giorni s’è fatto mite ma quando il Sole tramonta l’umidità prova sempre a intimidirti.
Passeggio. Poi mi fermo, mi appoggio al muro. Riprendo a camminare. Credo che i passanti mi osservino. Forse notano che son forestiero. Ho l’impressione che noi napoletani per fisionomia ci distinguiamo dagli altri. Che poi a mia volta essendo io provinciale penso di distinguermi dai cittadini di Napoli veri e propri.

40 chilometri da fare due volte, andata e ritorno. Ho le scarpe pulite e la camicia fresca di bucato, come Nicola Arigliano. Ma l’ho battuto, ho fatto 4 volte la sua strada.

Mi fa male lo stomaco. Sarà il caffè di stamattina. Io non devo strafare, ne bevo un paio al mese, adesso invece siamo già al terzo in poco più di due settimane.
Saranno le farfalle in decomposizione. La putresceina starà fermentando dentro di me. Ecco, per darmi il colpo di grazia andiamo al bar e prendo un altro caffè. Due in un giorno, giornata di follie.

Prima di salire in auto e andar via vuoto il sacco.
Sono qui perché devo parlare. Parlare. Che strana parola. In latino era parabolare. Rende l’idea di un qualcosa costruito per immagini, artifici creativi e metaforici. I Latini, pragmatici, credo infatti usassero loquor per riferirsi al chiacchierare comune. Noi invece dobbiamo adornarci di allegorie per dare forma e sostanza al nostro Io.

Quando durante l’attesa pensavo a ciò che avrei detto mi percepivo molto figo. Carismatico, deciso, il fascino enigmatico dell’uomo che non chiede mai ma dice solo Hey baby con lo sguardo. Ero Humphrey Bogart.
Adesso mentre parlo mi sento più come Donald Duck. Biascico e farfuglio con tono querulo e patetico.

Ma non faccio promesse da marinaio, son sincero e convinto. Espongo le mie considerazioni. Su vita, morte, vita di rimpianti e morte di speranze. Ho deciso di riprendere un filo che avevo perso in questi mesi. Quello della comunicazione. Sarà egoista, ma preferisco liberarmi di ciò che ho da dire.

Non basta.
Che ore sono a New York? Ah, cosa? No no lascia perdere. È ora che io me ne vada. Getto le carte e abbandono il tavolo. Questa partita mi vede perdente.

Volevo provare un’uscita di scena da film, voltarmi e lasciare la mia sagoma rimpicciolirsi sempre più, con le mie spalle a lasciar trapelare sentimenti al posto mio.
Peccato io abbia l’auto proprio qui. Allora ti allontani tu lasciandoti inghiottire dall’ombra.

Ma salta su, porco boia, ti do un passaggio.

Dopo torno a casa affrontando tornanti di montagna bui e umidi.
Non ho lo stereo in auto. Canto da solo.

Di indifferenza e di odio

Oggi voglio abbandonare il mio solito tono semiserio o da malinconico con turbe sentimentali e condividere una riflessione amara.

Partirò da una scena cui ho assistito mentre aspettavo il treno.
C’è questo bambino rom, 7 anni al massimo, che passeggia lungo la banchina chiedendo soldi, al suon di “Mi dai una moneta”? Vestito con quel che sembra un pigiama raccolto da un sacco di indumenti usati, un pacchetto di accendini in mano, recita lo stesso mantra a tutti, a volte insistendo più volte con la stessa persona.
Ferma una coppia: si pianta davanti a lei ripetendo sempre “mi dai una moneta?”. Anche quando lei si siede, insiste. Lei ride imbarazzata, lui invece cerca di prendere il bambino con le buone. Prima gli dice no non abbiamo niente, poi gli dice non devi tormentare le donne, poi gli dice ma a una donna non devi chiedere tu i soldi, devi tu offrirle qualcosa…Poi comincia a spazientirsi, a dire guarda io non ho proprio niente, guarda come sono vestito, guarda la mia borsa in che condizioni è…
Il bambino non si convince e gli fa: “Non puoi parlare così, tu sei italiano”
Lui: “E che vuol dire? In Italia stiamo peggio noi di voi, vorrei proprio vedere tuo padre, scommetto lui prende 1200 euro al mese e io ne prendo 300, sfruttato, ma perché non te ne torni al Paese tuo se non ti va bene?” e altre cose così.
Alla fine il bambino se ne va e attacca il mantra con altre persone. Una donna seduta vicino a me gli fa: “Vieni, prendi queste monete. E non farti dire da nessuno che questo non è il tuo Paese, capito?”
Fine.

Ognuno può farsi i giudizi che vuole su entrambe le persone. Il ragazzo si sarà spazientito per l’insistenza, ma avrà esagerato, la donna forse avrà peccato di buonismo perché poi quei soldi chissà in mano chi andranno…insomma, si può innescare un dibattito che comincia oggi e finirà non si sa quando. Non è questo che mi interessa.

Voglio parlare di altro. Io ero seduto giusto in mezzo i protagonisti della scena, ma ho ostentato indifferenza. Ho messo su le cuffiette, vergognandomi anche un po’ perché mi sembrava fisicamente di mettere la testa sotto la sabbia, e non ho fatto nulla.

Cosa avrei fatto? Lì per lì avevo pensato una cosa. Avrei detto al bambino che non bisogna insistere così con le persone; gli avrei detto andiamo al bar, ti offro un dolce.
Per tre motivi avrei agito così:
1) Avrei sollevato i due giovani da una situazione che, oggettivamente, cominciavano a trovare fastidiosa;
2) perché penso che ogni bambino di questa Terra abbia diritto a un dolce offerto al bar;
3) perché almeno è una cosa di cui avrebbe goduto solo lui, mentre le monete temo che a fine giornata non stiano nelle sue tasche.

Avrei fatto bene, avrei fatto male, mah. Chi se ne frega. Era ciò che avevo pensato di fare. E non ho fatto, invece, perché ho ritenuto che in pubblico sia meglio farsi i fatti propri e basta.
Indifferenza. È un virus, si diffonde, si attacca addosso. Alla fine ti prende, perché vedi che intorno a te tutti sono ormai infettati, tentano uno scippo in pubblico e tutti tiran dritto per la propria strada, stringendo ancor di più la propria borsa, il proprio cellulare, pensando per fortuna oggi non è toccato a me.

Una volta capitò anche a me un episodio, una sciocchezza. Sul treno salgono questi due tossici anche un po’ ubriachi. Uno dei due si accende una sigaretta. In un vagone pieno di persone, con anziani, di fianco c’era anche una donna incinta. Io mi guardo intorno, nessuno dice nulla, la donna incinta manco si scosta da vicino il fumatore. Avrei dovuto dire due paroline anche a lei, giusto perché non amo farmi i fatti miei.
Allora io dico al tizio, con cortesia, di non fumare in treno. Lui, com’era prevedibile, mi aggredisce verbalmente. E poi mi dice anche una cosa illuminante: “Sai perché non rispetto gli altri? Perché gli altri non hanno mai rispetto di nessuno”. Alla fine ritorno a farmi i fatti miei, sconfitto. Ma più che dalla paura nei confronti del mio scostumato interlocutore (che, vorrei dire, rachitico e malfermo sui piedi persino io che sono atletico come un lanciatore di coriandoli potevo spingere giù dal treno con una pedata), dalla paura che mi hanno fatto gli altri. Intorno a me tutti si erano girati dall’altra parte o abbassavano la testa.

E allora penso cazzo, per un tossico rachitico è questo, per un’aggressione fisica vera e propria debbo aspettarmi che mi lascino a terra? E penso che tutte le mie idee, convinzioni, filosofie, le stronzate di cui mi riempio la testa con i libri che leggo e con quelli che leggerò in futuro, non servano proprio a nulla. Viviamo nella barbarie.

Allora mi sveglio la mattina e penso: che anneghino tutti nella barbarie, se piace loro viver così. Io non farò nulla per evitarlo.

Non lo so. Mi gira male la luna ultimamente.

Studio culturale sul popolo delle 30enni

Ti rendi conto che dentro di te sia scattato il passaggio a un’età successiva quando guardi le under 23 e ti sembrano delle ragazzine. Così cominci a guardare quelle intorno ai 30. Nella mia testa una 30enne doveva essere una donna con equilibrio e stabilità mentale. Me povero ingenuo. Nulla di più falso. L’esempio lampante è dato da queste 5 tipologie che ho selezionato.

Premessa paracula: i miei potrebbero sembrare giudizi cattivi ma è tutto all’insegna della massima simpatia, cortesia e ampio parcheggio!

La 30enne sportiva – La 30enne sportiva si nutre di cereali, seitan e aria (ma non troppa perché gonfia), calcola a livello atomico le quantità di cibo da ingerire e se sgarra per una fetta di torta si infligge sedute aggiuntive di corsa/nuoto che bruciano l’equivalente di cibo ingerito in una settimana. Condivide sui social i suoi progressi atletici riuscendo nell’impresa di essere meno interessante persino del tipo che scrive anche quando va al bagno (e ce l’hanno tutti uno così su fb).
Consiglio: non tentate di stuzzicarla con azioni provocatorie, tipo mangiare davanti a lei una fiorentina da 1 kg al suon di “non sai che ti perdi”. Non funziona e vi attaccherà un pippone sull’alimentazione, le carni rosse, le malattie, che vi farà passare l’appetito.

La 30enne disadattata – La 30enne disadattata frequenta corsi di yoga trascendentale, legge Pasolini, non frequenta bar ma caffè letterari, non dice “noia” ma “tedio”. Altera e sofisticata durante il giorno, alla sera termina inevitabilmente le sue giornate devastandosi di alcool, per poi raccontare ubriaca agli altri di quanto la sua vita faccia schifo, di quanto certi uomini abbiano il cervello più piccolo del pene, di quanto siano copiose le sue mestruazioni.
Consiglio: datele un uomo. Possibilmente molto brutto, abbastanza affinché non sia lui a lasciare lei.

La 30enne disagiata – Da non confondere con la disadattata, la disagiata è una laureata in Studi blablaologici antichistici che fa un lavoro sottopagato per 6 giorni su 7 la settimana e che ovviamente non corrisponde ai suoi studi. Aspetta sempre l’occasione di svolta, almeno fino a che non suona la sveglia. A chi la incontra parla di lavoro, bollette, amiche che si sposano e fanno figli, sospirando. Precisando che poi in realtà non ha alcuna intenzione né di sposarsi né di fare figli, anzi lei odia i bambini. Costretta dalle necessità economiche o dalla stanchezza lavorativa a ridurre le sue uscite serali, comincerà a vivere in una perenne rievocazione di Friends o di qualche altra sit-com americana, trascorrendo le serate tra pizze e divani.
Consiglio: toglietele la tv.

La 30enne fancazzista – La 30enne fancazzista fa cose e vede gente. È iscritta probabilmente a Scienze Politiche, possibilmente a Belle Arti, verosimilmente a Lettere. Magari a tutte e 3 perché deve trovare la sua strada. Ha vissuto a Londra, ha convissuto a Parigi, ha condiviso a Barcellona. Balla reggae, fuma joint, va ai concerti di quel che resta dei Diaframma che ascoltava quand’era piccola. È impegnata politicamente ma solo a targhe alterne, ha l’hobby della fotografia ma solo perché le permette di spacciarsi per artista.
Consiglio: nascondete sigarette, portafogli, automobile, perché tenterà sicuramente di scroccarvi qualcosa.

La 30enne complicata – Sottocategoria trasversale in cui si ritrovano vari generi di donna, la 30enne complicata (definizione che si dà lei da sola) si ciba di Coelho e astrologia, di riviste di psicologia e manuali per la dieta, usando poi le conoscenze acquisite per dispensare consigli e pillole di saggezza ad altre trentenni disperate in occasioni di uscite che si trasformano in sedute di auto-aiuto. Ha un pessimo rapporto col padre, ha spesso litigato con la madre, avrà fatto a botte col fratello: in virtù di ciò ritiene che non potrà mai essere capita da qualunque altro essere umano.
Consiglio: quando la incrociate, cambiate strada.

Ultimo consiglio. Non seguite i miei consigli. Le 30enni tutto sommato sono fighe (seconda paraculata di oggi).

Come quando fuori nevica

Oggi il cielo è un telo azzurro tanto che sarei sceso al lungomare a vedere quell’azzurro farsi acqua ma poi ho deviato dato che a me vengono sovente le devianze e ho raggiunto il negozio di tè e mi han dato del tè anche se avrei voluto chieder di te perché chiedo ovunque con lo sguardo un po’ come Petrarca che andava cercando – pardon – cerchando in altrui la disiata forma eh sì ho un ego ipertrofico e dalla mia bassezza faccio alti paragoni ed è così che mi perdo nell’apparenza  come oggi che ho perso il treno ma solo per indolenza non come quella volta che dovevo andar su e il treno non c’era più essendo l’Italia tagliata in due dalla neve e metà da una nave al largo di un’isola ma a me interessava la neve sì quella che c’era fuori casa tua e alta e bianca che poi subito si fa sporca e che brutta quand’è così dovrebbero vendere un candeggiante per neve io lo comprerei e te ne farei dono e perdono per tutti i miei peccati sperando che vengano mondati e si facciano neve e nevvero che poi mi scioglievo col calore tuo non mentire che eri chiara come il cielo e ora cielo cielo cielo no mi manca.

Tax driver

Cliente: “Non si va in giro senza assicurazione…”
Ragazzo: “Eh lo so lo so, ma si pigliano 1800 euro l’anno, io come li faccio a pagare…” replica a testa bassa con tono sconsolato
“O’ guaglione tiene ragione, ma come si fa a pagare tutti questi soldi?” interviene un secondo cliente, polemico
Cliente: “Allora scusate, è giusto non pagare? Guardate che se paga 1800 euro è proprio perché c’è gente che l’assicurazione non se la fa”
Secondo cliente: “Ma scusate è giusto che un ragazzo debba pagare tutti questi soldi?  Io lo capisco se poi non se la fa l’assicurazione”
Cliente: “Bisogna cambiare le leggi e siamo d’accordo, ma la soluzione quale è allora? Che è giusto non pagare? Io pago 500 euro di assicurazione per la mia macchina proprio perché pago pure per gli altri”
Secondo cliente: “Ma qua in Italia come vogliamo uscire dalla crisi con tutte ste tasse, mentre a Roma i politici pensano solo a mangiare i soldi, giusto ieri ho letto su internet hanno fatto una legge che se prendono una multa pagano l’80% in meno…”

E il discorso è andato avanti così per un quarto d’ora sempre col medesimo schema.
Amo il salone del mio barbiere. Offre sempre spunti di riflessione interessanti.

Il giovane assistente del Figaro era molto preoccupato. Un automobilista lo aveva investito mentre lui era sul motorino: nulla di rotto ma il mezzo aveva riportato dei danni. Si erano messi d’accordo che il ragazzo avrebbe fatto riparare il motorino dal meccanico e poi avrebbe presentato il conto al pirata. Era la soluzione più comoda soprattutto per l’investito, considerando che è privo di assicurazione. Se non che l’investitore o avrà subodorato la cosa o si sarà consultato con qualcuno, fatto sta che trascorsa qualche ora gli ha telefonato affermando di aver cambiato idea e che preferisce fare la lettera. Dramma. Perché se è vero che l’automobilista deve comunque pagare, il ragazzo ora teme guai nel caso si scoprisse che va in giro senza assicurazione.

Nel salone allora si è aperto il dibattito che ho riportato sopra.

È la solita vecchia storia. Le tasse sono troppo alte. Pagare tutti, pagare meno. E via dicendo.

È un dato di fatto che si paghi troppo. A Napoli si pagano le polizze assicurative più care d’Italia, probabilmente d’Europa. Eppure il numero di incidenti è inferiore a quello di altre grandi città, secondo l’Istat (da pag. 17 del documento).

Fonte: Facile.it, marzo 2013

Fonte: Facile.it, marzo 2013

È una discriminazione geografica a tutti gli effetti e le compagnie di assicurazione ci marciano sopra in modo fraudolento.
Va detto che è anche vero che il tasso di veicoli non assicurati in giro qui sia altissimo. Non ho recuperato statistiche, chi dice il 40% dei veicoli, chi il 30%.
È un cane che si morde la coda. Non pago perché costa troppo, costa troppo perché non pago.

Al di là del caso specifico, io noto comunemente che in nome di un fine che consideriamo giusto si ritiene giustificabile una furbizia.

Un esempio è saltare la lista d’attesa per un esame medico: in Italia siamo costretti ad attendere tempi biblici, per rimediare si chiede allora un favore a un medico amico o compiacente. Crediamo di non far nulla di male, in realtà così facendo ingolfiamo ancor di più la già fiacca macchina sanitaria.

La furbata, la cultura del favore, la conoscenza diretta che ci aiuti: sono tante le vie per mettere in atto escamotage che giustifichiamo col fatto che in questo Paese non funzioni nulla.

Allora concludo con una domanda: le cose funzionano male, la furbizia, anzi furbata, le migliora?

ps. Ovviamente mentre i due dibattevano come se fossero a Ballarò c’ero io sotto le forbici del guaglione, il quale ascoltava in silenzio infervorandosi sempre più a giudicare dalla foga che avvertivo mentre mi tosava. Ho temuto mi tagliasse via anche le orecchie, rovinando il mio bel profilo da gattone.

Mento, quindi sono

Le persone mentono.

Che scoperta. Il fatto è che mentono persone insospettabili, persone che ritieni equilibrate e che, soprattutto, non avrebbero motivo di mentire perché la cosa non ha alcun vantaggio pratico.

Potrei comprendere la balla con scopo. Comprendere ma non approvare, beninteso. Se è prodotta in vista di un fine acquista più senso di una balla fine a sé stessa.

Non che io riesca a usarla. Più che mentire preferisco partire da una base di verità e gonfiarla, una tecnica che adotto nei colloqui di lavoro. Se svuotavi i cestini della differenziata, racconterai che eri l’addetto alle politiche ecologiche dell’azienda, ad esempio.
Chiamatela pure realtà aumentata.

Questo ha almeno un fine, uno scopo. Ma che – ad esempio – persone che conosco appena e nella cui vita non ho alcuna influenza raccontino una balla non lo concepisco: cosa cambia? Cui prodest? Non conoscendoli avrò più difficoltà a smascherare una frottola? Torniamo alla prima domanda, sul che cosa cambi.

Per me c’è del patologico. La menzogna acquista il potere di definire un’identità. Mento, dunque sono.