Il mondo di Dalí – L’eclissi (1)

I racconti del Capitolo I si trovano qui.
Ringrazio stephymafy  e i suoi “scarabocchi telefonici” che mi hanno ispirato lo scenario della Città del Tempo.

___Negli abissi dell’animo seppelliamo il nostro Io ancestrale per adattarci a regole e convenzioni della società civile. In rari casi avviene tuttavia che sia necessario per la propria stessa sopravvivenza immergersi in quel mare in cui è affondato l’Ego e riportarne a galla la primordiale dirompente forza.
___Mi chiamo C.. Ho 35 anni e sono, anzi ero, un agente assicurativo. Nessun mutuo da pagare, né una moglie o un animale domestico da mantenere, il sabato torneo di tennis coi colleghi e la domenica a pranzo dai genitori. Niente antifurti alle finestre e sempre un saluto cordiale per i vicini. Adesso sono l’uomo che ucciderà sé stesso.

__La scioccante visione allo specchio mi aveva gettato nello sconforto e nella disperazione. Sulla soglia della pazzia ho urlato e mi sono percosso come un ossesso per spegnere l’allucinante immagine che pulsava nella mia testa. Io, il demone. Ricordi, vita, solo mendaci realtà che mi ero costruito? Vagavo. Se la ricerca di un passaggio tra quella che credevo fosse la casa cui tornare e questo assurdo mondo mi aveva dato una ragione di vita, ora la verità mi aveva privato di qualsiasi scopo. Il mio unico desiderio era quello di spegnermi e porre fine ai tormenti.
___Avevo appena poggiato il piede su un basamento solido ondulato che mi accorsi di una singolare anomalia. Sporgendomi da un lato ero perfettamente allineato con il terreno circostante mentre spostando lo sguardo al lato opposto mi ritrovavo in alto di qualche metro rispetto al suolo. Senza rendermene conto ero incorso in un’altra illusione prospettica. Non diedi alcuna importanza alla cosa – a malapena ormai mi stupivo di quelle stranezze e nello stato in cui ero nulla poteva scuotermi – e mi avventurai a passeggiare nel cielo attraverso strane formazioni solide rette all’apparenza dal nulla. Guardando in basso constatai di quanto mi trovassi in alto, il paesaggio sottostante era soltanto una tavolozza di colori informi e privi di particolari. Un’idea malsana prese in modo rapido il possesso della mia mente. Avrei potuto gettarmi di sotto e porre fine alle mie sofferenze una volta per tutte.
___Immerso in tali pensieri di morte camminavo su uno stretto passaggio in discesa sospeso sul vuoto. Una cappa di nuvole sul mio capo mi faceva da soffitto. All’estremo opposto rispetto al punto in cui mi trovavo l’inusitato ponte del cielo si ampliava in una enorme formazione a conca. Il velo d’ombra che la rivestiva ne impediva di cogliere i particolari. Esploravo la vallata interna percependo al di sotto dei piedi solchi e canali come scavati da un corso d’acqua. Non so perché ma pensai a un paesaggio marziano che da bambino avevo visto su un libro. Un ricordo fittizio, probabilmente.
___Un enorme arco aperto incorniciava l’intero panorama alla mia sinistra, una conformazione che mi atterriva e affascinava nel medesimo istante. La propaggine partiva da un promontorio alle mie spalle per descrivere una volta sospesa in aria, mancando un appoggio che ne chiudesse la figura. Mentre lo attraversavo mi sentivo inquieto.
___Raggiunto il bordo esterno mi sporsi a osservare sotto di me. Notai qualcosa che non avevo colto prima o che in modo più probabile era apparso in quel preciso momento. Nel nulla di quella pianura emergeva una composizione di strane forme in bianco e nero. Era come ammirare un insieme di cristalli. Mentre tentavo di cogliere maggiori particolari socchiudendo gli occhi, la superficie sotto i miei piedi cominciò a tremare per poi inclinarsi. Voltandomi in cerca di un appiglio vidi ciò che non avevo potuto notare in precedenza: il volto di un vecchio uomo dalle enormi proporzioni che emergeva tra le nuvole che si diradavano. Stavo cadendo. Annaspavo in aria cercando di aggrapparmi a qualcosa, con il gigantesco essere che rivolse verso di me uno sguardo sadico. Quel che mi provocò maggior stupore e terrore fu il rendermi conto di cosa i miei piedi avevano calpestato sino a quel momento: era la sua mano!

La mano (1930)

____Precipitai nel vuoto. Dopo lo spavento iniziale cominciai a sentirmi sollevato. La fine di tutto, l’oblio, la pace. Questo mi attendeva in pochi attimi.
___Chiusi gli occhi. Speravo di perdere i sensi, ma non fu così. La caduta si fece angosciante, aprii gli occhi e sotto di me potevo distinguere i contorni sempre più nitidi di quella che avevo scambiato per una conformazione minerale e invece sembrava essere una città bicromatica. Forse svenni per qualche istante. Ricordo soltanto di aver percepito all’improvviso l’impatto sempre più vicino. Ho pregato ma solo di non soffrire, non per i miei peccati. Se ero un mostro speravo di esserlo al punto tale che anche l’Inferno mi avrebbe rifiutato.
___Non ebbi il coraggio di guardare. A occhi chiusi avvertii la sensazione di scivolare su di un piano inclinato. Guardai ma tutto ciò che vidi di fronte a me fu una enorme parete bianca contro la quale mi scontrai, seppur a velocità moderata. Qualcosa aveva smorzato il mio moto. Caddi. Questa volta verso l’alto, almeno credo. Sensazione di capovolgimento. Le tempie pulsavano, avevo la nausea ma non riuscii a vomitare.
___Quando mi rialzai potei ammirare uno spettacolo incredibile. Bianchi e neri come in una scacchiera si ergevano e si aggrovigliavano edifici e strutture squadrate, contornati da quelli che apparivano come alberi. Le strutture esplodevano da un unico punto per poi separarsi ed esprimersi in forme sempre più ardite e contrarie a qualsiasi logica di gravità e stabilità. Strade e percorsi si insinuavano tra pieghe e contorni delle costruzioni partendo dal suolo sino a perdersi nel cielo in mille circonvoluzioni. Tutto si dipanava senza interruzioni, come un immenso disegno tracciato senza staccare la punta della penna. Ero caduto in un ghirigoro tridimensionale.
___“Benvenuto, I25-8” la voce di un uomo calma e priva di alcuna inflessione tonale mi riportò alla realtà.
“Chi sei? Dove sei?” intorno a me non vedevo nessuno.
“Il Dove è un concetto non appropriato. Sarebbe corretto usare il Quando, I25-8” la risposta mi parve indisponente.
“Forse sono pazzo” pensai a voce alta.
“La pazzia vive agli estremi positivi o negativi. Contemplare la possibilità del dubbio espressa dai forse non è dato. Dunque, I25-8, dimmi: sei tu pazzo o non lo sei?”
“Smettila con i sofismi. E cosa vuol dire I258? Fatti vedere!” urlai stizzito.
“Non mi è concesso negarmi allo sguardo ma non sono padrone degli occhi altrui. Se tu non mi vedi come posso io farmi vedere da te pur essendoti davanti?”.
___Pensai di essere vittima di una presa in giro. Di fronte a me non c’era nulla. Uno spiazzale tra due edifici ricurvi circondati da alberi che facevano da contorno a uno squarcio su una piana senza fine che defluiva nel cielo. Nessun essere vivente.
___Stavo per andarmene per smettere di dialogare con i fantasmi, quando non potei credere a ciò di cui mi accorsi. Edifici e alberi incorniciavano la fenditura sull’infinito delineando il contorno di una testa umana. Enorme, si stagliava dinanzi a me. Uno scherzo della vista o era proprio l’uomo che mi stava parlando, non ne ero certo.
“Ti vedo” mi lasciai sfuggire.
“Mi vedevi anche prima ma la tua mente si rifiutava di guardarmi” disse la voce, adesso dotata anche di una figura.
Stavo parlando con una illusione ottica. La situazione mi sembrava normale tanto da proseguire la conversazione.
“Non mi hai detto ancora dove siamo”.
“Stai persistendo nel porre una domanda non congrua. È mio dovere avvertirti che l’ultimo a diffondere simili questioni è stato considerato un eresiarca”. La voce, o meglio, l’uomo, sembrava infastidito pur non avendo mutato tono.
“E cosa gli è successo?”
“Gli è stato negato il Tempo” la frase suonò come una sentenza.
“In che senso negare il tempo? Come è possibile fare una cosa del genere?”.
“Noi siamo la Città del Tempo. Produciamo, gestiamo e amministriamo il Tempo. Siamo ciò che scorre e quel che si ferma, siamo il battito del principio e il suono della fine. Siamo il regno del Quando e non abbiamo Dove perché quello è dominio della Città dello Spazio. Spazio è a Noi lontano e a Noi vicino, ne siamo in modo indissolubile legati e al contempo diversi, perché Quando e Dove non hanno forma in Assoluto. Per contemplare l’Assoluto è necessario trovarsi in una posizione da Assoluto. Ma come può esistere una condizione simile se il punto dal quale osservi può far variare i medesimi criteri di Quando e Dove?” detto questo, tacque.
“Sei per caso Einstein?” domandai schioccando la lingua, non mancando di inserire una punta di sarcasmo.
“Io sono l’Orologiaio” pronunciò ignorando la provocazione.
“Orologiaio, dunque, mi conosci? Prima mi hai chiamato I-qualcosa”.
“I25-8. Sei l’individuo al quale il Tempo sta cessando”.
“Mi sta finendo il tempo? In che senso?” chiesi turbato.
“L’Eclissi. Sta per arrivare”.

fine prima parte

Uomo con la testa piena di nuvole (1936)

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