In cerca di tè e contenitori

Ho i miei vizi. Uno di questi, è farmi di tè verde, ne compro in continuazione.

Così, quando tra i vicoli di Bologna ho incrociato un simpatico negozietto di tè e tisane, non ho potuto fare a meno di fermarmici. Sembra un posto d’altri tempi, piccolo e accogliente, e appena entrati si viene investiti da mille aromi deliziosi. La commessa (o proprietaria, non lo so) potrebbe provenire da un film di Miyazaki: sorridente e gentile, sembra metterci passione e delicatezza in ogni gesto.

Sono tornato a casa con un etto di Sencha. L’ho lasciato nel suo sacchettino, solo che, qualche giorno fa, mi sembrava che avesse perso aroma. Sapeva di sacchetto. Pensavo di aver commesso un errore, non ne avevo idea, credevo che andasse bene lasciarlo nella confezione.

Ho pulito un barattolo di latta, lavandolo e asciugandolo per bene, per poi versarci dentro il tè. Quale è stata la mia sorpresa, nell’aprire il barattolo ieri, nel venire investito di nuovo dall’aroma del tè, tornato nel pieno del suo sapore e della sua fragranza. È come se una collocazione non idonea l’avesse fatto ripiegare su se stesso, ma solo momentaneamente, in attesa di poter tornare a esprimersi.

Ho pensato che la stessa cosa accade per le persone. Viviamo in contenitori, fisici (case, città) o immaginari (le persone intorno, il contesto sociale), che ci costringono, ci opprimono, occultano il nostro potenziale. Abbiamo bisogno di una dimensione a noi congeniale, per poterci esprimere al meglio.

Ognuno dovrebbe avere il proprio barattolo di latta, anche solo per 15 minuti, come chiederebbe Warhol.

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