Saffo s’è ammazzata per noi

Ricordo quando mi persi a Barcelona. Che poi non è che mi persi in modo vero e proprio, ero vicino l’ostello ma, semplicemente, non riconoscevo più le direzioni Nord-Sud-Est e Ovest, complice il buio della sera. Il quartiere dell’Eixample è disegnato su carta millimetrata, ziumm ziumm, giù di righello e penna e ti ritrovi strade dritte che s’intersecano ad angoli di 90° gradi. 

Nel tragitto incrociai due ragazze.
Attraversano la strada, poi si fermano, una ha le lacrime agli occhi. Si baciano per qualche secondo interminabile, poi si staccano. Non so cosa sia successo dopo, non mi fermai di certo a farmi i fatti altrui.

Continuai a passeggiare, fantasticando molto su quel bacio. No – ehi – fermi tutti, non è quello che pensate, niente pensieri osceni. Ho provato a immaginare cosa significasse. Si stavano lasciando ed era un bacio di addio? Perché baciarsi, allora, tra l’altro in modo appassionato? Forse si amavano ma qualcosa impediva loro di stare insieme? Una delle due era in partenza? Chissà. Un po’ mi si strinse il cuore, mi succede sempre quando vedo piangere.

Ho sempre provato una sorta di gelosia per l’amore lesbico. Non è invidia sessuale, mi tengo stretto ciò che la natura mi ha dato. Non troppo stretto che poi si diventa ciechi. Ah ah. Scusate.

È che credo che due ragazze raggiungano uno stato di intesa e complicità mentale che non vedo possibile tra uomo e donna. Almeno per ciò che ho carpito dall’esterno.

O, probabilmente, io non sono in grado di raggiungere tale condizione. Nelle mie relazioni, di qualunque tipo siano, mi ritrovo sempre suddiviso in compartimenti stagni da sbocconcellare con parsimonia agli altri. Ogni accesso a una stanza successiva è subordinato a controlli e burocrazia che neanche il Castello di Kafka. All’inizio era una forma di protezione, poi, col tempo, mi è venuto naturale, tanto che ora il me stesso più profondo è confinato in un labirinto del quale neanche io trovo l’uscita.

Come se mi fossi perso in una città sconosciuta e non riconoscessi più la strada.

Del vento e altri sospiri

Se è vero che, sintetizzando lo schema di Edward Lorenz, il battito d’ali di una farfalla può cambiare il tempo che farà, un sospiro può generare una turbamento umorale da qualche altra parte.
Persone, gusci di emozioni, vagano portatori di instabilità e tormento, ma ognuno vive nei propri universi di egoismi, domanda e offerta non si incontrano, il mercato è in crisi.

Solo le donne sono capaci di una così rapida fioritura di forze, di un così rapido sviluppo di tutti gli aspetti della propria anima. Come se la donna sentisse la vita che passa non di giorno in giorno, ma di ora in ora. E ogni ora, la più piccola esperienza, appena percepibile, il più piccolo caso che sfreccia, come un uccello, davanti al naso di un uomo, una ragazza lo afferra con straordinaria rapidità: segue il suo volo lontano e la curva descritta dal volo le resta nella memoria come un segno indelebile, come un’indicazione, una lezione. Là, dove per l’uomo bisogna mettere un cartello stradale con una scritta, per la donna è sufficiente il rumore del vento, una scossa, un tremore, nell’aria, appena percepibile dall’udito.
[Ivan A. Gončarov – Oblomov]

Chiesi se tu fossi felice, hai detto sì abbassando e rialzando gli occhi, l’analisi del volto l’ho lasciata stare, non sono mai andato forte in questo e ho sempre scelto una traccia alternativa per il compito in classe non è acqua, e come acqua vorrei scorrere e disperdermi.
La fioritura di un’altra età, hai una vita, faccio cose vedo gente, io invece vedo e conosco ma in realtà non mi conosce nessuno.

Lasciai andare, come le foglie d’autunno al vento, che poi qui l’autunno mi sembra farlocco, le foglie sono verdi e le mie t-shirt sono agli straordinari, guardo una foto che giusto ieri mi ha inviato Sacchan e mi perdo a immaginare storie di riti e guerrieri tinti di acero per le ferite del cuore.

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Dum sospiro, spero.

Il mondo di Dalí (3)

prima parteseconda parte

Terza parte

___Da bambino ero spesso vittima di un incubo ricorrente. Nella mia sequenza onirica, una marachella venuta allo scoperto mi aveva attirato il biasimo dei familiari, divenuti severi oltre misura come preda di precedenti rancori. Logorato dai sensi di colpa, mi allontanavo indietreggiando verso un buio corridoio, senza perdere di vista la stanza illuminata dove i miei genitori, dagli sguardi carichi di riprovazione nei miei confronti, rimanevano immobili. Mentre l’oscurità intorno cresceva, delle eteree braccia provenienti dalle ombre si allungavano verso di me. Le mani mi sfioravano, parevano tentare di tirar via qualcosa da me, forse spogliarmi dell’onta e del rimorso, senza successo. Infine, quando anche l’ultimo barlume di luce si era spento, avevo la sensazione di precipitare. Guardando in basso potevo vedere un oceano blu, profondo e gonfio come sul punto di esplodere, ad attendermi. I flutti in collera si alzavano in enormi creste, cigli spumosi in procinto di separarsi in due parti rivelando immense fauci pronte a richiudersi su di me, seppellendomi nell’abisso. È a quel punto che finivo per destarmi dal sonno, con la sensazione di essere precipitato sul materasso.
___Dopo tanti anni l’incubo si ripresentò, con le medesime sensazioni e paure culminate con la caduta verso la bocca oceanica. Svegliatomi prima di essere divorato dai marosi, questa volta mi ritrovai realmente sott’acqua. Annaspai e mi agitai prima di rendermi conto che non avevo alcun bisogno di respirare: credetti di vivere ancora un sogno, ma specchi sul fondo e strani esseri che vi fluttuavano intorno mi rammentarono il surreale mondo in cui mi trovavo. Era proprio un meraviglioso spettacolo, volatili dai colori sgargianti agitavano le ali come fosse l’acqua e non l’aria il proprio elemento naturale, qualche creatura metà pesce e metà altro di indefinito di tanto in tanto faceva la sua comparsa tra rocce e alghe multiformi, più in là, invece, un anziano nudo apriva e chiudeva il suo torace come fossero le ante di credenza, rivelando un corpo privo di visceri, mentre una donna-tigre graffiava con ira la superficie di uno specchio.
___Uscii dall’acqua arrampicandomi su una robusta alga che mi fece da scala. La presenza di specchi anche sott’acqua non mi stupiva più di tanto, ne esistevano alcuni disposti in modo casuale persino tra i cieli, poggiati su maestosi archi di pietra o imprigionati in solide conformazioni rocciose sospese nell’aria senza alcun sostegno. Realizzai che anche la prospettiva era coartabile alla legge del caso che dominava questo universo. Così come, osservandolo dalla giusta angolazione, un alberello in primo piano può sembrare più alto di una montagna, allo stesso modo era possibile unire gli artefatti in aria sino a congiungerli con il suolo semplicemente guardandoli da una determinata posizione. Svelata l’illusione, potei anche concedermi una passeggiata tra le nuvole.

Morbida costruzione con fagioli bolliti

___Le creature di questo mondo non cessavano di stupirmi. Non mi era ancora ben chiaro se esistesse una suddivisione tra esseri umani – o presunti tali – e animali, mentre potevo azzardare nel credere a una distinzione tra i sessi, seppur in molti casi fosse impossibile discernere le differenze. Vagare per terre desolate o esibirsi davanti agli specchi sembravano le uniche loro occupazioni, senza premura alcuna di soddisfare altre necessità, come alimentarsi o trovare ristoro nel sonno. Un altro arcano era rappresentato dagli specchi, che io continuavo a identificare come tali ma che sarebbe stato più corretto definire come delle finestre sul mondo reale; è solo dall’altro lato che lo specchio assolveva la sua semplice funzione di riflettere la luce.
___Il funzionamento della connessione con il nostro universo mi era chiaro parzialmente, il modo in cui fosse possibile sintonizzarsi sul proprio alter ego rimaneva un mistero. Gli specchi liberi mostravano luoghi casuali, grazie a ciò posso dire che col mio vagabondare avevo visto interni di abitazioni da qualsiasi angolo del mondo. Un dubbio qui mi inquietava, come fosse possibile, con le infinite combinazioni possibili, che io fossi riuscito a vedere – anche se ne avrei fatto a meno – un luogo a me familiare come era la stanza di N.? I ricordi potevano essere vaghi e sbiaditi, magari avrò viaggiato per l’equivalente di secoli prima di incontrare per caso quello specchio, ma non ne ero certo. Un incontro fortuito, può darsi, ma ricordo che in me in precedenza si agitava il pensiero di quella donna, tra nostalgia e malinconia e il desiderio di raggiungerla. E che dire dei miei esperimenti con il tempo? Possibile che la mia fortuna fosse tale da essermi imbattuto facilmente in finestre aperte su degli orologi? Fino a quel momento, preso dalla suggestione dei luoghi che visitavo, non ci avevo riflettuto, ma qualcosa ora poteva cominciare a quadrare. Sì! Forse era il pensiero la chiave di tutto, in qualche modo lo specchio era in grado di entrare in risonanza con le onde mentali di chi vi si poneva di fronte.
___Animato da nuovo impeto, intravedevo una flebile fiamma di speranza. Tra il camminare senza meta e il segreto desiderio di trovare il mio alter ego, non avevo mai rivolto un pensiero verso casa mia, la rassegnazione o un desiderio di fuga dal reale mi avevano distratto. Ma ora, sì, potevo compiere un tentativo, magari una volta sintonizzato su quel luogo familiare – da cui, non ne ero sicuro, probabilmente il mio viaggio aveva avuto inizio –  potevo ritrovare la via del ritorno o, anche, attirare il mio doppio di questo mondo e attendere lo sviluppo degli eventi.
___Non fu semplice, nella furia dell’eccitazione mi concentravo a fatica, cambiavo specchio di frequente, fuggendo da quelli occupati. Poi, finalmente, mi sentii attratto verso un vetro informe incastonato nel terreno. Dall’altra parte, in penombra, potevo riconoscere in un corridoio un vecchio mobile sul quale erano poggiati, in razionale disordine, una rivista, le chiavi di un’auto, delle bollette ancora da pagare e un soprammobile di dubbio gusto. Lo avevo trovato, era lo specchio aperto sull’ingresso del mio appartamento. Forse una lacrima di commozione fece la sua comparsa.
___La porta all’improvviso si aprì e una mano sull’interruttore accese la luce. Qualcuno violava il mio domicilio? Una persona dalle sembianze familiari, di spalle, passò davanti lo specchio, gettando le chiavi sul mobile. Nulla poté descrivere l’orrore che provai mentre il presunto intruso si girava, mostrandosi a me.
Lui era me!
Il mostro di là dello specchio, dunque, ero io!

Destro o sinistro?

Non so che validità scientifica abbia, comunque chi volesse spendere un minuto giocando a capire quale sia il proprio emisfero del cervello dominante (o se ci sia un perfetto equilibro), c’è questo test: http://sommer-sommer.com/braintest/

Secondo il risultato sono una persona irrazionale (secondo la convenzione classica, lo scienziato tra i due emisferi è il sinistro. Ho detto “convenzione classica” perché magari hanno scoperto che è tutta una balla).

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A proposito di irrazionalità, Il mondo di Dalì torna domani con l’ultimo episodio. Forse.

Il mondo di Dalí (2)

(prima parte)
Seconda parte

___Il tempo non è l’unica cosa qui che non segue le regole convenzionali. Lo spazio e la fisica degli oggetti sembrano ordinati in base a parametri puramente casuali, privi di una qualsiasi logica comune. Dopo l’episodio dell’orologio, camminai per quelle che mi sembrarono ore, ma con la sensazione di non essermi mai spostato dallo stesso punto, come avessi percorso un nastro di Möbius. In altri momenti, invece, mi bastarono pochi passi per cambiare completamente scenario, passando anche dal giorno alla notte. Nel luogo in cui mi trovo non esiste un alternarsi degli astri, considerando anche che questi ultimi non sembrano affatto presenti; l’ambiente è illuminato, ma non esiste un Sole, così come l’oscurità notturna, priva di stelle, è rischiarata da un lontano chiarore non prodotto da alcuna Luna. I due momenti del giorno non si susseguono, luce e buio si raggiungono spostandosi a piedi.
___Le ombre rappresentano un altro mistero. Ho notato di avere la mia sempre alle spalle, in qualsiasi posizione io mi trovi; se mi girassi sul posto lei si sposterebbe, risistemandosi a guardia della mia schiena. Ho lasciato perdere questa stranezza dopo poco, attratto da altre curiosità. Una volta diedi con noncuranza un calcio a un ciottolo, che rotolò via per diversi metri. L’ombra, però, non si mosse via dal punto in cui il sasso in precedenza giaceva. Provai a calciare un’altra piccola pietra, ma questa invece non si spostò affatto, né io riuscii ad afferrarla con le mani. In compenso, con un paio di dita potei trascinare via l’ombra che proiettava.
___Il mondo è densamente popolato da strane creature, più bizzarre e inquietanti dei demoni mostruosi che imitavano gli amplessi di N. e del suo ex, ma totalmente indifferenti alla mia presenza. Accertatomi che non rappresentassero una minaccia, tentai più volte di stabilire un contatto, senza mai riuscire ad attirare la loro attenzione, quasi la mia presenza qui fosse insignificante. Tentai di stuzzicare con un ramo un enorme essere equino, dalla cui schiena spuntava un busto maschile – privo di testa – fuso all’altezza del ventre con il suo corpo. Lento, il cavallo si spostava su sei zampe lunghe e sottili, simili a quelle di un fasmide. Appena lo punzecchiai, l’insetto-cavallo si scompose davanti ai miei occhi in tanti piccoli cubi, via via sempre più minuscoli, fino a smaterializzarsi nell’aria.

Alla ricerca della quarta dimensione

___La prima reazione la ottenni quando mi avvicinai a uno specchio davanti al quale si muoveva, rimirandosi, una donna. Esile e alta, aveva il volto coperto da una maschera bianca, incorniciata da boccoli di capelli oro che le scendevano dalla testa. Braccia scheletriche e lunghe terminavano con dita appuntite e colorate, che faceva scorrere in modo alternato sulla maschera, tracciando scie ora cremisi, ora violetto, ora blu. Ricordava una bambina che si trastulla con i trucchi della madre per giocare a fare l’adulta. Insoddisfatta del risultato, scuoteva la testa e i segni delle dita-rossetto  in un attimo sparivano, permettendole di ricominciare il gioco della vanità. Un serpente le cingeva il busto a mo’ di corpetto, lasciando le spalle scoperte e facendosi via via più sottile intorno al collo, a formare una collana. Il fiocco di una fusciacca che le cingeva la vita si estendeva sino ad avvolgerle una coscia, per poi scendere giù a spirale sino al piede, fasciato anch’esso; guardando meglio tra le pieghe, però, non intravidi nessuna gamba al di sotto, era la stoffa stessa a farle da arto. L’altra gamba, nuda, era percorsa in lungo sino alla caviglia da una cicatrice i cui lembi non sembravano uniti.
___Mi avvicinai sino a poter sbirciare nello specchio, notando una giovane donna, di spalle, intenta a vestirsi. Un abito elegante, forse per un’occasione da celebrare. Stavo per sporgermi di più, ma la creatura smise di giocare voltandosi verso di me, mostrando due occhi luminosi tra i fori della maschera. Il serpente si slanciò per mordermi, mentre lo sfregio lungo la gamba si apriva lanciando un sibilo infernale accompagnato da vapori che non mi soffermai a inalare. Fuggii.
___Impiegai tempo – se avesse ancora un senso tale concetto – a riprendermi, scosso e sconfortato vagai tenendomi a distanza dagli specchi, per poi abbandonarmi lungo disteso a riva di un piccolo lago in cui nuotavano degli strani uccelli. Ebbe modo di riflettere. Rammentai: se esisteva un mondo di mostruosi alter ego di noi stessi, da qualche parte avrei dovuto trovare anche il mio. Dare un senso alla mia presenza in questo universo, camminare alla ricerca di me stesso e dei miei lati oscuri, una strada che potevo percorrere.
Due interrogativi spegnevano i miei entusiasmi: come avrei trovato il mio doppio in questo spazio in apparenza senza fine? E come l’avrei riconosciuto?

fine seconda parte

Donna con testa di rose (1935)

 

Il mondo di Dalì

«È l’ultima volta».
Forse N. lo avrà detto a se stessa, mentre le sue mani scivolavano sulla schiena dell’ex di una vita. La relazione tra i due poteva dirsi finita da qualche anno, ma occasionali appuntamenti di letto non erano mai cessati. Inconsciamente, era il pretesto di N. per fuggire ogni altra relazione, evitare di sentirsi legata a qualcuno che le si potesse stringere troppo.
Mentre lui indugiava sui segreti intimi di lei, il senso del rimorso si fece evanescente, sopraffatto dal demone della passione. Mi allontanai da quelle scene per pudore, e anche per rabbia, considerato che la verità sulle persone che si conosce non fa mai del bene.
___
Qualsiasi spettatore indiscreto avrebbe visto due corpi nudi stretti su un letto, ma, in fondo la stanza, lo specchio mostrava tutte altre immagini: esseri mostruosi stretti in un animalesco amplesso, zanne e artigli che incidevano le carni in un’orgasmatica estasi, versi inumani da bocche grondanti ulcerose bave. Nessuno sa ciò che gli specchi proiettano quando non sono osservati, pur essendo a portata di sguardo. Nella beata indifferenza, si apre la finestra sul mondo di noi stessi, con i nostri diabolici corrispettivi, portatori delle nature occulte di ogni essere umano, inconsapevoli abitanti di una Terra al di là di un vetro.

La disintegrazione della persistenza della memoria (1952)

___Non ricordo di preciso quando io abbia effettivamente varcato la soglia, né da quanto io mi trovi qui. In questo mondo non esistono meccanismi per scandire il tempo, né è disponibile un qualsiasi riferimento allo scorrere degli eventi. Tentare di cogliere qualche indicazione scrutando l’altro lato è speranza vana, le mie ricerche sono terminate senza successo.
___Un giorno, uno specchio che si apriva su una stanza provvista di un orologio a muro con datario mi diede modo di iniziare il mio esperimento. Senza smettere di guardare dall’altra parte, sincronizzai il mio orologio da polso, lasciando poi trascorrere un minuto. Il tempo passò in maniera uguale e con precisione simmetrica per tutte le lancette, dandomi modo di procedere con il test successivo. Memorizzate ora e data, mi allontanai tenendo d’occhio il mio orologio anche questa volta per un solo minuto. Rimasi basito nello scoprire che per il calendario dell’orologio a muro erano invece passati due giorni, quando andai a controllare. Pensai che quella fosse l’equivalenza base tra i due mondi in assenza di un osservatore, ma per sicurezza ritentai l’esperimento con la stessa modalità. Scaduti i 60 secondi, al di là dello specchio vidi che era trascorsa una settimana! Dopo l’iniziale smarrimento, mi allontanai da lì pensando che si trattasse di uno scherzo o di un malfunzionamento dell’oggetto. Trovai altre finestre aperte su calendari automatici, orologi o altri apparecchi per segnare il tempo, ma ogni esperimento finì col restituirmi risultati ogni volta diversi, un minuto dal mio lato poteva valere da un secondo a un intero mese dall’altra parte del vetro. Affranto e nervoso, gettai il mio orologio in un fossato. Pochi secondi dopo, un rumore attirò la mia attenzione: col quadrante in pezzi, l’orologio giaceva al suolo come piovuto dal cielo.

fine prima parte

seconda parte

Fenomenologia antropologica del fine settimana

La villa. L’avevo citata qui. Ha superato i 15 anni d’età, è una liceale avviata.

Una liceale che zoppica in parecchie materie.
Non brilla. I faretti per illuminare i viali sono morti due giorni dopo l’apertura. Lo stagno melmoso almeno rende felici i rospi e le loro stagioni degli amori (invidia). I muretti di pietra si sbriciolano sotto il peso del tempo o dei deretani dei passanti. Le gabbie di plexiglass ridotte a scheletri di edifici.

Uno scenario squallido, ma centro della movida under 18 del week end. Banchi, come di sardine, che si spostano in maniera coordinata, seguendo chissà quali correnti. Ragazzine agganciate tra di loro braccio a braccio, come tanti pezzi di costruzioni. Battoncine Lego. Tacchi vertiginosi e calze a rete, per gli sguardi di ormoni travestiti da ragazzi, coi loro ciuffi a tettoia che quando piove le scarpe non si rovinano, anche se ormai ne avranno una quarantina a casa, potrebbero pure buttarle.
Io in un anno indosso giusto quattro paia di scarpe: estate, inverno, sobrie per lavoro ed eleganti per grandi occasioni.

Fuggo dalla desolazione e dalla decadenza. Chi l’ha votata? Nessuno. Qui si decade senza falchi e colombe, anche perché queste ultime sono morte avvelenate dai rifiuti.

Birreria, rifugio.
Non stasera: un gruppo rap locale si esibisce. L’MC rivendica i suoi trascorsi, parla del sagrato della chiesa e dei gradini sotto i portici come fossero Brooklyn e Harlem. Il cliché international che si fa local.
Il pubblico, caldo e meraviglioso. Facce bruciate e menti evaporate, le donne acquistano cinque anni in più a ogni compleanno, i maschi ne perdono altrettanti. Universitari di mestiere a trent’anni, non abbandoneranno mai questi luoghi, perché sono loro stessi un luogo. Di non ritorno.

Infine, il rito della transumanza.

Apri un locale di due metri per tre in una piazza deserta, decorata dall’ascensore (non funzionante) del museo della memoria sotterraneo, e da una scuola guida. Chi sia stato il pesce pilota a guidare i banchi di sardine (stavolta over 20) lì, non si sa. Ma è il boom, lo si capisce dall’arrivo del kebabbaro. Dove c’è kebab, c’è movimento. Luci e colori in piazza, sbrilluccichio di orecchini e di bicchieri da shot.

Tu non passi di lì? No? Ma tutti quelli che conosciamo stanno lì.

Proprio per questo me ne tengo alla larga.

Il mosto di Loch Ness

La mia città avrà perso la sua vocazione agricola all’incirca una cinquantina d’anni fa. Ciò nonostante, nei decenni seguenti sopravvivevano gli usi della pre-industrializzazione, grazie a coloro che li avevano vissuti. Così, c’era ad esempio l’usanza di farsi in casa il vino, le conserve, la salsa di pomodoro.

Non che nelle campagne intorno ci fossero chissà quanti vigneti o coltivazioni di pomodori: chi non aveva l’orticello disponibile andava al mercato e ordinava le casse per vendemmiare o pummarolare in casa.

Poi quegli anziani dediti all’autoproduzione son diventati troppo anziani o sono venuti a mancare, così dagli anni ’90 ad oggi si son via via perse le usanze. Quando l’altroieri sera, passeggiando lungo il tragitto tra casa mia e la birreria, sono stato olfattivamente solleticato da un profumo di mosto proveniente da qualche cantina, sono riaffiorati tanti ricordi.

Essendo un cittadino, posso ritenermi privilegiato per aver vissuto certe cose. Per chi avrà vissuto in campagna o in zone dove si mantiene viva una tradizione, saranno cose comuni. Qui non più, invece.
Ero piccolo, ma ricordo.

Ricordo vasconi enormi nella cantina di casa, con questa melma violacea piena di moscerini.
Ricordo il torchio. Me l’hanno anche fatto girare: ne avevamo due, uno più grande e un altro più piccolo, pensavo fosse un torchietto pensato per i bambini.
Ricordo, ma qui ero proprio piccolo (4-5 anni), di aver anche pigiato l’uva con i piedi. Ne ho quasi smarrito la sensazione, anzi, non la percepisco più. Mi è rimasta in testa solo una fotografia mentale di me che tolgo le scarpe e salto in questa bacinella. Ciàf Ciàf Ciàf!

Ah, e le buatte di pomodori. Lì ero l’ingegnere del San Marzano, seguivo tutto il processo produttivo. Dovrei scriverlo sul curriculum.
Allora, prima si lavano i pomodori, in tre bacinelle: la prima, grande e rosso scuro, è per quelli zozzi, poi, quando sono così così, si spostano nella seconda, più piccola e color arancione, e, infine, la terza, la più piccola e azzurra, è per quelli ormai quasi puliti.

Quindi, il processo si divide: una parte dei pomodori si taglia a fette e si pesta (letteralmente) con un mortaio dentro dei barattoli, che andranno poi “cotti” in un pentolone.
Un’altra parte, invece, servirà per fare la passate. Si cuociono i pomodori, poi si versano nella macchina che ne farà salsa. A volte mi divertivo a gettare i pomodori nel tritatore direttamente con le mani: erano bollenti e gonfi, sembravano bombette rosse.
La cosa più divertente era quando bisognava riempire le bottiglie sotto una grossa cisterna gialla con un rubinetto in fondo. Quanta salsa mi son versato sulle mani.
Era tutto grosso. O, probabilmente, ero io piccolino.

Adesso è tutto sbiadito, quasi come non fosse esistito. Una leggenda. Il mosto di Loch Ness.

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L’antidiluviano oggetto che ho rinvenuto in cantina era quello che usavamo per mettere il tappo alle bottiglie. (Si ringrazia lo sponsor, il Sig. Gaierhof. Anzi, se volesse mandarmi una cassa di vino, perché questa l’ho finita…)

 

Fenomenologia sessuale del traffico stradale

Il traffico è una gigantesca competizione sessuale. Siamo lì, tutti a lottare per primeggiare. Uomini, donne, invischiati in questo fiume di latta e scariche adrenaliniche.

Osservate lo svincolo della foto. Voi siete la macchinina nel cerchietto e dovete arrivare all’uscita indicata sulla freccia. Alla vostra destra, una rampa d’ingresso.

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Immaginate di non essere soli, intorno a voi ci sono molte altre macchinine che devono raggiungere quell’uscita: alcune provengono dalla vostra stessa direzione, altre dalla rampa alla vostra destra.
Come si procede? Due file incolonnate che avanzano, risposta giusta.

Poi, arriva quello che ha fretta. Quello che pensa di essere più furbo degli altri, sorpassa tutti e si pone alla sinistra della testa della colonna. Il problema è che lui non sa di essere il sassolino che rotola dalla cima della montagna innevata, trasformandosi in gigantesca palla di neve procedendo a valle. Non sa cosa stia scatenando.
Al suon di “e che sono fesso io?”, altre macchinine si accodano dietro di lui. Adesso abbiamo tre file.

Non finisce qui. Com’era quell’aforisma? Genialità è vedere possibilità dove gli altri non ne vedono (l’avrò detto sicuramente male). Ecco, dal fondo della fila appare un genio, che pensa che dove ci sia spazio per tre, ci sia spazio anche per quattro. Vrooom, sorpassa e si affianca agli altri. Due secondi e ora abbiamo 4 colonne.

Siccome i cojòn van sempre in coppia, viene imitato da un altro genio. Cinque colonne.

Il risultato è che all’uscita si crea un gigantesco imbuto: si avanza al ritmo di un metro al minuto. Voi, macchinina del cerchietto, impiegate mezz’ora per raggiungere la freccia. Siccome avete rispettato l’ordine, ora dovete fare attenzione a non venire schiacciati nella morsa di due Suv.

Ah, come non citare quello che suona nervosamente il clacson. Come se quel suono fosse capace di far scomparire le auto davanti. Lo so perché lo fanno, è per reagire al senso di impotenza. Sei lì, bloccato, devi sfogarti in qualche modo. Io proporrei alle case automobilistiche di inserire una palla antistress nel volante.

Il più misterioso, per me, è quello che sorpassa giusto per sopravanzare solo la tua auto. 100 auto in coda, dalla posizione 100 arriva alla 99, tanto sforzo per rimanere come prima. Mi ricorda la Regina di Cuori ad Alice: qui devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto.
Cosa gli cambia, vorrei chiedere.
Cambia che ti ha scavalcato, ha vinto la sua lotta con te.
Darwin diceva che esistono due tipi di competizione sessuale: quella basata sulla scelta effettuata dalla femmina, che seleziona il compagno in base al fenotipo (esempio classico: i pavoni), e quella intrasessuale, basata sulla lotta tra i maschi per primeggiare. Ecco, il traffico funziona esattamente in quest’ultimo modo: lotta di tutti contro tutti per arrivare all’agognato svincolo, metafora dell’apparato femminile.

E io?
Io mi son votato all’ascetismo. Lascio sfogare gli altri, li osservo e rido (di me).

Del silenzio e altri peccati

Ho perso la mia indignazione in un bicchiere, un cubetto gelido scioltosi nel liquor cerebrale di un pensiero.

Chi sono?

Sono l’applauso fuori da una chiesa, il minuto fittizio negli stadi, la bandiera a mezz’asta e il discorso del Presidente, la tragedia annunciata e il soccorso tardivo, il momento del silenzio e il momento di rimboccarsi le maniche, il titolo in prima pagina e l’editoriale immancabile.

Ho visto, ho viaggiato, ho volato. Tempo, spazio, persone.

Ero nell’intercapedine di un tetto che crolla su tabelline e pensierini, poi in un pilastro che osservava sogni post adolescenziali, prima in un aereo fantasma in mare aperto e, molto prima ancora, in un pendio montuoso a guardia di una sfida ambiziosa alla natura. Ho toccato il tridente di Poseidone che scuote i flutti sotto rottami carichi di speranze, destinati a essere inghiottiti da Talassa. In tema di mitologia, seppi che, altrove, le ninfe acquatiche nulla poterono quando furon pregne di terra, rotolanti, striscianti e struscianti tra centri abitati e vie non più di fuga.
Ho visto stupri, sanguinosi e ripetuti, di terre ridotte a puttane di chiunque, adesso gravide di mostri da liberare tra i vivi.

Sono il passato, il presente, e anche il futuro, perché, come un Uroboro, sono ciclico e ritorno sempre da dove avevo lasciato.

Il mio nome?

I Greci, sempre loro, mi chiamavano Λήθη. Sono fratello di Αλήθεια, “la non nascosta, la non dimenticata”, ma non vado d’accordo con lei.

Voi?
Voi mi conoscete col nome di Oblio.

Lavori alla pizzaiola (ricetta originale)

Le cose all’italiana.
Sembra, ormai, un luogo comune. Sì, perché a noi, rispetto ad altri Paesi occidentali, non manca nulla. Abbiamo le stesse cose. Ma le facciamo a modo nostro.
Sarà una forma di rivalsa.
Così, come all’estero torturano la nostra cucina, facendoci trovare gli spaghetti boloñesa (Spagna), la margherita con l’uovo (Francia), la lasagna col ketchup e il formaggino (Inghilterra), noi reinventiamo a modo nostro i servizi e la burocrazia.

Accade, allora, che un’iniziativa interessante come quella di Italia Lavoro, presenti molto punti oscuri. Brevemente, di cosa si tratta: offrire ai NEET (Not in Education, Employment or Training) tra i 24 e i 35 anni, laureati in discipline prive di uno sbocco diretto al mondo del lavoro (quindi no ingegneria o medicina, ad esempio) la possibilità di partecipare a dei tirocini formativi di inserimento lavorativo. Il tutto, una volta tanto, non a proprie spese ma con un rimborso: 500 € nella propria Regione, 1300 per i tirocini in mobilità. Ci si guadagna poco o niente, ma almeno non ci si perde nulla, per fare esperienza. Ci si candida sul portale Cliclavoro.gov.

Cosa accade, una volta condito con salsa italiana:

  • Le adesioni dovevano aprire il 23 settembre. Il sito è in manutenzione e vengono aperte il 25. Ufficialmente. Perché poi il sito finisce down e per due giorni è impossibile aderire o pubblicare il cv. “Non si aspettavano tanti accessi”. Sigh. Intanto, qualcuno riesce a candidarsi lo stesso, magari bruciando in tempistica qualcun altro.

    “Non c’è nessuna graduatoria, non è una corsa contro il tempo”. Sigh. Il bando è aperto sino al 31 dicembre, ma, mi domando, tra un paio di mesi troverò lo stesso numero di offerte di quest’ultima settimana?
  • Il tirocinio non dovrebbe essere fine a se stesso, ma permettere al laureato di acquisire un’esperienza spendibile nel mercato del lavoro. O, anche, farsi conoscere e formare dall’azienda che potrebbe anche proporgli un contratto, al termine del tirocinio. Allora dovrebbero spiegarmi perché compaiano offerte come queste
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    Massimo rispetto per la professione, ma mò c’è il tirocinio pure per fare ò guaglione dò bar?
    Breve descrizione del guaglione del bar. Non so se al Nord esista tale figura: attenzione, non parlo di quello che fa il caffè o serve ai tavoli, no, il guaglione del bar è un di più. Il guaglione del bar lo riconosci dal capello rasato, l’orecchino e, magari, un tatuaggio; fa le consegne in bici, con una mano che porta il vassoio, l’altra che va per conto suo, contromano a zig zag tra le auto, senza versare né una goccia di caffè né una goccia di sangue schiantandosi contro un suv. In effetti, può considerarsi un tirocinio per lavorare con il Circo Orfei.
  • I tirocini, bando alla mano, riguardano laureati in ambito Geo-biologico, Letterario, Psicologico, Giuridico, Linguistico, Agrario e Politico-sociale. Poi trovi offerte come queste
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  • Le aziende o i candidati, a volte, si contattano privatamente, scavalcando le candidature sul portale. Io stesso sono stato oggi contattato da un’agenzia per il lavoro, che mi ha chiesto se ero interessato a far girare il mio cv tra aziende che offrivano tirocini con rimborsi. Quando ho nominato Italia Lavoro, l’addetta dell’agenzia s’è quasi stupita che io l’avessi anticipata.
  • I tirocini sono rivolti a persone disoccupate e che non frequentano percorsi formativi. Io oggi ho sostenuto un colloquio e c’era un candidato che sta facendo il praticantato per un’altra cosa.
  • Come detto, i tirocini “in loco” sono rimborsati con 500 euro, quelli in mobilità con 1300. Ma “in loco” non vale solo per la propria Regione di residenza, ma per tutte quelle che fanno parte del progetto (Calabria, Campania, Puglia, Sicilia). Quindi un tirocinio a Bari per uno di Crotone, varrà sempre 500 €.
  • Questo non l’ho verificato di persona, ma l’ho riscontrato leggendo i feedback sulla pagina fb di assistenza: la mail cui inviare i documenti necessari per attivare il tirocinio, dà problemi.
    Aggiornamento 03/10 (sigh)
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Condire a piacimento e servire ben caldo.

ps: è il mio 400esimo post su questo blog!

In cerca di tè e contenitori

Ho i miei vizi. Uno di questi, è farmi di tè verde, ne compro in continuazione.

Così, quando tra i vicoli di Bologna ho incrociato un simpatico negozietto di tè e tisane, non ho potuto fare a meno di fermarmici. Sembra un posto d’altri tempi, piccolo e accogliente, e appena entrati si viene investiti da mille aromi deliziosi. La commessa (o proprietaria, non lo so) potrebbe provenire da un film di Miyazaki: sorridente e gentile, sembra metterci passione e delicatezza in ogni gesto.

Sono tornato a casa con un etto di Sencha. L’ho lasciato nel suo sacchettino, solo che, qualche giorno fa, mi sembrava che avesse perso aroma. Sapeva di sacchetto. Pensavo di aver commesso un errore, non ne avevo idea, credevo che andasse bene lasciarlo nella confezione.

Ho pulito un barattolo di latta, lavandolo e asciugandolo per bene, per poi versarci dentro il tè. Quale è stata la mia sorpresa, nell’aprire il barattolo ieri, nel venire investito di nuovo dall’aroma del tè, tornato nel pieno del suo sapore e della sua fragranza. È come se una collocazione non idonea l’avesse fatto ripiegare su se stesso, ma solo momentaneamente, in attesa di poter tornare a esprimersi.

Ho pensato che la stessa cosa accade per le persone. Viviamo in contenitori, fisici (case, città) o immaginari (le persone intorno, il contesto sociale), che ci costringono, ci opprimono, occultano il nostro potenziale. Abbiamo bisogno di una dimensione a noi congeniale, per poterci esprimere al meglio.

Ognuno dovrebbe avere il proprio barattolo di latta, anche solo per 15 minuti, come chiederebbe Warhol.