Quadretti

Un autobus di linea, periferia di una città-esagono. Vite, schegge, quadretti, si alternano in questa latta su ruote.
6–7 anni al massimo, due bambini appena conosciutisi si baloccano con una macchinina. Paiono compagni di giochi sin dalla nascita. Brum BrumCrshh! Grandi manovre in corso.
Divertimento.
D’un tratto, serio, uno dei due fa: “Devo scendere”.
“Perché devi scendere?”, ribatte l’altro. Il tono, lo sguardo, la frase, tanti pensieri sintetizzati con così poco: Cosa devi andare a fare lì fuori? Non ti diverti, qui? È proprio necessario che tu te ne vada? Rimaniamo per sempre con la nostra macchinina, dai, ci porterà lei in giro per l’universo.
Lui: “Sono arrivato”. Freddo, senza alzare lo sguardo. E corre dalla madre che aspetta vicino la porta.
“Come ti chiami?” gli grida dietro l’altro.
“Christian!”
“Ciao Christian!”. Le porte si son già chiuse. Troppo tardi? Avrà sentito?
L’autobus riparte.
Christian, mulinando le gambette, corre lungo il marciapiede inseguendo il mezzo in partenza, agitando la manina e gridando “Ciao! Ciao!”.
“Ciao! Ciao!” si sente da dentro.

Gli dei preservino sempre la spontaneità dei bambini.

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3 Pensieri su &Idquo;Quadretti

Si accettano miagolii

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